Tot e novanta(nove). Il prezzo non è giusto

di Cristiano Abbadessa

Da una parte mi viene in mente lo sketch in cui Caterina Guzzanti, nel programma Un due tre stella, fa la parodia di uno spot dell’immaginaria (ma riconoscibile) linea aerea low-cost BrianAir, in cui tutti i servizi opzionali rispetto al costo base di “nove euro e novanta” (e i servizi opzionali vanno dal sedile alla mascherina per l’ossigeno) vengono proposti al costo aggiuntivo di “nove euro altri e novanta” (a volte, di “novanta euro altri e novanta”). Dall’altra mi scorrono sotto gli occhi i cataloghi editoriali coi relativi prezzi, e soprattutto mi viene in mente la disinvoltura con cui, in un contesto teoricamente “critico” e smaliziato come la presentazione del festival dei blog letterari, ho sentito discettare di nuovi prodotti editoriali da mettere in vendita “a quattro e novanta”, senza un filo di ironia e come se si stesse declinando la desinenza inevitabile per qualunque prezzo.
È una delle prime scelte etiche che, come Autodafé, abbiamo ritenuto di fare: i nostri libri dovevano esser venduti a un prezzo pieno, che poteva essere di 13 o di 15 o di 16 euro a seconda dei casi, ma sempre seguito da un eloquente virgolazerozero. E, sinceramente, devo dire che l’ho imposta come condizione irrinunciabile per dare un segnale di serietà, ritenendo cialtronesca e fastidiosa la moda, tutta americana ma ormai importata, di vendere qualuque prodotto a tot vigola novanta, quando non si raggiunge la sfacciataggine del tot virgola novantanove che caratterizza, per esempio, i cataloghi degli e-book (dove, al massimo, in ragione dei prezzi più bassi abbiamo accettato di fissare qualche prezzo a virgolacinquanta).
All’inizio, al nostro interno, c’è stata qualche perplessità: alcuni ritenevano che il prezzo virgolanovanta fosse ormai obbligatorio, altri non reputavano la questione particolarmente significativa e degna di discussione. Per me, invece, è un indicatore del modo di porsi di fronte al cliente (lettore e non): tentare di sedurlo e abbindolarlo ricorrendo a qualsiasi mezzuccio, oppure approcciarlo con una proposta onesta, schietta e chiara.
Se ci pensate, nessuno, guardando in faccia l’interlocutore, avrebbe mai il coraggio di avanzare un prezzo così maleodorante di paraculaggine. Chi vende un’auto usata a un conoscente può magari partire dalle valutazioni delle riviste specializzate per poi andare ad arrotondare in cifra tonda; ciò che vale, poniamo, tre mila e sette euro può essere proposto per tremila e cinquecento, e la seduzione sta in quello sconto che arrotonda. Logica che si applica anche tra non conoscenti, magari in un mercato dove dai 33 euro ci si fa fare uno sconto fino ai 30. Ma sempre alla cifra tonda e schietta si tende, perché, guardandosi e parlandosi di persona, nessuno avrebbe mai la faccia tosta di dire “vabbé, facciamo ventinove e novanta”.
Eppure, quando il prezzo diventa di listino, la regola del virgolanovanta(nove) sembra imperare come inevitabile elemento della strategia di vendita.
Molti, probabilmente, non ci fanno neppure caso: arrotondano mentalmente all’unità superiore e la cosa finisce lì. A me, invece, resta il fastidio del veditore che mi si propone con atteggiamento da magliaro. Per cui, se posso scegliere, il prodotto a virgolanovanta lo lascio dove si trova. E, raccontandolo, spero che a qualcuno venga la voglia di imitarmi.

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Il partito del No e il partito del Fare (possibilmente bene)

di Cristiano Abbadessa

Mentre scrivevo le mie note per l’ultimo post, la scorsa settimana, accadevano simultaneamente due fatti che riguardavano proprio le due questioni che avevo appena posto in relazione: la riforma del mercato del lavoro voluta dal governo e il Festival dell’Inedito di Firenze. In entrambi i casi, e nelle stesse ore, si registrava una parziale marcia indietro dei promotori: il governo riammetteva la possibilità almeno teorica del reintegro per i lavoratori licenziati per motivazioni economiche, gli organizzatori del Festival, abbandonati da sponsor e testimonial, proclamavano una moratoria dell’iniziativa. Continuo a parlare di marce indietro parziali perché, come per la questione dei licenziamenti quasi tutto verrà demandato ai dettagli del provvedimento e alle effettive discrezionalità dei giudici, così per la rassegna fiorentina la sospensione ha un carattere di provvisorietà ed è condita da tali precisazioni che nulla porta a escludere una riemersione dell’iniziativa, magari con meno nomi noti in prima fila e con un profilo più dimesso (ma non per questo meno efficace rispetto agli scopi).
Abbandono per il momento la vicenda della riforma del mercato del lavoro e mi appunto qualche considerazione che emerge con nettezza da quanto accaduto intorno al Festival dell’Inedito. Primo: forze diverse, ma tutte ugualmente contrarie allo spirito dell’iniziativa, hanno saputo rispondere con voce chiara e unanime, si sono fatte sentire attraverso la rete e media più tradizionali con una forza tale da raggiungere, almeno per il momento, lo scopo. Secondo: nel tumultuoso mondo dell’editoria in trasformazione può accadere, anche in buona fede (e per qualcuno degli attori coinvolti sarei pronto a scommetterci), di dare credito a tentativi che possono apparire in grado di fornire risposte a problemi concreti ma che celano in sé pericolosi germi. Terzo: la capacità di mobilitarsi è alta e pagante quando si tratta di bloccare qualche iniziativa potenzialmente pericolosa, ma viene a scemare subito dopo, lasciando sul tappeto, irrisolti, tutti i problemi.
Torno allora al parallelo con la riforma del mercato del lavoro, perché davvero esemplare. Stemperato il significato anche simbolico della cancellazione di alcune norme previste dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, si incassa un’apparente vittoria salvo poi ammettere (chi a mezza bocca, chi con toni più acuti) che è la riforma nel suo complesso a non offrire né maggiori opportunità di accesso al mondo del lavoro per gli esclusi né maggiori garanzie complessive a chi è nel novero degli inclusi. Allo stesso modo, il fronte capace di coalizzarsi ed esternare con efficacia quando si tratta di bacchettare tutto ciò che ha il sapore di “editoria a pagamento” (nel senso più largo e onnicomprensivo del termine) non riesce a costruire una proposta concreta per rendere più aperto e più vivace il mercato editoriale, con particolare riferimento al settore della narrativa italiana (perché di autori italiani, o aspiranti tali, stiamo in definitiva parlando).
Eppure la questione è assolutamente centrale, direi decisiva per la stessa sopravvivenza di un’editoria plurale, non recintata negli strettissimi confini di quei pochi grandi gruppi che controllano il mercato in tutte le sue forme e ramificazioni.

Noi di Autodafé, come noto, stiamo lavorando da tempo attorno a ipotesi che siano capaci di creare alternative, di aprire spazi di mercato, di offrire opportunità. Certamente commettendo anche errori, ma cercando appunto di costruire, e non da soli, qualcosa che vada oltre la semplice espressione del lamento o della contrarietà.
Servono però interlocutori per costruire una rete, e trovarli non è facile. Servono autori (non solo nostri, ovviamente) che vogliano crescere e confrontarsi, con l’ambizione di guardare oltre il limitato orizzonte del “trovare un editore che mi pubblica”. Servono altri editori che condividano il progetto di un’editoria di qualità e una visione eticamente sensibile del proprio ruolo. Servono librai che vogliano scommettere sul protagonismo di un mercato alternativo, anziché rassegnarsi al piccolo cabotaggio di una sopravvivenza messa infine nelle mani dei loro stessi concorrenti. Servono lettori che abbiano voglia di sostenere attivamente progetti culturali condivisi, uscendo dalla logica del “consumatore”. Serve che tutti questi attori condividano valori e finalità, ma che sappiano anche che a ognuno tocca la sua fetta di rischio e di investimento (non necessariamente economico), perché l’alternativa è soltanto la messianica attesa del grande moloch editoriale che assomma in sé tutte le funzioni (oserei dire persino la creazione e il consumo, in una filiera pienamente controllata). Ed è necessario che i soggetti coinvolti sappiano anche cogliere le potenzialità positive di nuove forme di approccio al mercato, di distribuzioni e vendite alternative, senza trincerarsi dietro le false garanzie (non) offerte dalle regole poste a tutela del proprio improduttivo orticello.
Stiamo lavorando a questo, con interlocuzioni interessanti ma ancora numericamente insufficienti. E riteniamo che sia il momento di dare ampiezza e spessore al tentativo di creare un’alternativa, alla costruzione di una rete che unisca tutti i punti della filiera editoriale attorno al progetto di un’editoria di qualità. Sapendo fra l’altro che gli esempi non mancano, ma che sono finora declinati in un ambito ristretto e territoriale a nostro avviso insufficiente per costituire una vera alternativa.
Vorremmo che la stessa passione messa da tanti nel dire No alle iniziative poco trasparenti (come il festival fiorentino) venisse impiegata nel costruire una proposta e nel portarla avanti. Altrimenti la capacità di aggregazione diventa solo uno strumento di difesa dello status quo; che a parole non sembra essere lo status ideale per nessuno, ma che forse, in definitiva, fa meno paura dell’impegno diretto in un lavoro di cambiamento.

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Diritti e garanzie nell’economia di mercato (non solo editoriale)

di Cristiano Abbadessa

È certamente a causa delle mie inclinazioni politiche, ma negli ultimi tempi mi capita sempre più spesso di rimpiangere l’assenza di un forte dirigismo (e, perché no?, di una buona dose di intervento pubblico) quale contraltare, o perlomeno elemento calmierante, delle storture dell’economia di mercato. Fra l’altro, sotto sotto, non devo essere il solo ad avere questi pensieri; ma, troppo spesso, evitando di mettere in discussione il sistema nel suo insieme si finisce per accapigliarsi all’infinito su questioni che, pur non essendo marginali, sono destinate a non trovare piena e soddisfacente soluzione finché restano inscritte in un contesto dato e non mutabile. Ne è un esempio, a mio avviso, la stessa eterna e feroce diatriba sulla modifica dell’articolo 18 quale elemento cardine della riforma del mercato del lavoro: un problema non falso, ma certo meno decisivo di quanto potrebbe invece essere una riforma capace di contemplare forme di garanzia per l’accesso e la permanenza nel mercato del lavoro (non con il diritto a quel posto fisso, ma con il reale diritto a un posto di lavoro adeguato). Solo che, per l’appunto, una riforma del genere avrebbe necessariamente forti contenuti dirigisti e statalisti, in urto con tutte le norme comunitarie e con le regole degli accordi sovranazionali.
Pensieri del tutto simili mi vengono in mente leggendo alcune delle reazioni al Festival dell’Inedito. Reazioni giustificate e spesso ben motivate, tanto da aver indotto a un parziale ripensamento dell’iniziativa e da aver causato una mezza marcia indietro di organizzatori, promotori e testimonial. Ma anche reazioni che qualche volta vanno un po’ sopra le righe, come quando sento parlare del diritto dell’aspirante autore a essere preso in esame e valutato (ovviamente gratis) dagli editori. Avendo un profondo rispetto di quelli che dovrebbero essere i diritti fondamentali, alcuni citati in Costituzione o negli statuti fondativi dei grandi organismi internazionali, mi permetto di dire che qui il termine suona davvero eccessivo e usato a sproposito.
Meglio: non lo sarebbe se tale aspettativa fosse accompagnata da una riflessione più ampia, di sistema, per l’appunto. Perché risulta poco coerente, o un po’ furbesco, essere a favore delle leggi del libero mercato fino alle loro estreme conseguenze quando si ragiona, per esempio, da consumatori (e penso ai tanti sostenitori dello sconto selvaggio come sinonimo di libertà) e poi invocare garanzie che con tali leggi confliggono apertamente. Se ragioniamo secondo le logiche di mercato, nessun autore può pretendere che la sua opera venga valutata, perché sarà libera scelta degli editori stabilire se e quanto tempo dedicare alla selezione di nuovi aspiranti scrittori, in base alla redditività di questo investimento. Così come non ci si deve stupire se qualche operatore dell’editoria “scopre” che esiste un mercato costituito dagli autori che vogliono pubblicare a qualunque costo (anche pagando di tasca propria). E non si deve gridare allo scandalo se il mercato, condizionato e orientato da chi controlla la filiera e la comunicazione, premia i calciatori autobiografi e le conduttrici di programmi tv, i comici che scrivono libri per ridere e quelli che vorrebbero scrivere prendendosi sul serio, penalizzando invece autori con tutti i quarti letterari in regola.
Per dirla tutta, io, personalmente, ci starei anche a rivedere in modo radicale le regole del gioco. Ci starei a un sistema centralista che si preoccupasse di offrire garanzie a chi scrive, a chi edita, a chi commercia al dettaglio, e naturalmente a chi legge; magari mettendo risorse a disposizione, garantendo a tutti l’opportunità di “provarci” e affidando a un riscontro il più possibile democratico, basato sull’apprezzamento qualitativo del lettore, la trasformazione della semplice ambizione in diritto a esercitare un’attività artistica e culturale in forma professionale. Ci starei a una reale estensione dei diritti, ben sapendo però che ad essi corrisponderebbero anche dei precisi doveri nei confronti della collettività. Io ci starei a eliminare gli orpelli della pubblicità e della promozione drogata per sottopormi a un tribunale del popolo, così come ci starei a rinunciare al ruolo imprenditoriale per diventare un pubblico servitore in ambito culturale. Mi accontenterei anche di meno, per la verità; ma un di meno che sia comunque un forte temperamento del liberismo selvaggio, un accesso garantito e regolamentato al mercato, un livellamento delle opportunità non solo di partenza.
Naturalmente nulla di tutto questo mi sembra alle viste. Ma temo che anche tra coloro che, punti sul vivo, reclamano diritti improponibili dentro un sistema di libero mercato, ben pochi sarebbero pronti e favorevoli a un cambiamento radicale. L’importante è rendersi conto che se si accetta un sistema se ne accettano anche le regole (almeno quelle fondanti e basilari).

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Festival dell’Inedito: riflettiamo sul vero messaggio dei grandi editori

di Cristiano Abbadessa

Alla fine siamo arrivati dove immaginavo. Forse prima del previsto, e con una schiettezza che credo debba indurre tutti a qualche riflessione. Mi riferisco al Festival dell’Inedito, iniziativa che ha già suscitato molti commenti in rete, e al suo significato.
Non mi soffermerei troppo a lungo sui contenuti della proposta, che potete leggere e valutare nel sito indicato. E non mi stupisco del primo tenore dei commenti, tutti negativi, di scrittori o aspiranti tali, che bocciano il Festival bollandolo come sordida e neppure troppo astuta forma di editoria a pagamento. Che gli autori non vogliano pagare per pubblicare è legittimo e risaputo: pochi e malvolentieri pagano servizi editoriali che non sono finalizzati alla pubblicazione ma alla crescita professionale (come quelli che proponiamo noi stessi), pochissimi accettano di sottoporsi alla trafila classica dell’editoria a pagamento vera e propria (forse non così pochissimi, visto che gli editori a pagamento continuano a esistere; diciamo che probabilmente chi vi ricorre non si manifesta nei blog e nei dibattiti in rete).
Va però detto, per essere precisi, che la formula del Festival non assomiglia né alla fornitura di servizi editoriali (perché l’esca succulenta è proprio il traguardo della pubblicazione) né all’editoria a pagamento classica, che la pubblicazione la garantisce, seppure in cambio di un corrispettivo spesso anche esoso. Con il Festival siamo arrivati alla “terza via”, che è quella della grande riffa, dove tanti pagano e uno vince, e se paghi poco non vinci ma se paghi di più aumenti le tue possibilità di successo.
Questa mi sembra, nella sostanza, l’idea di chi ha lanciato l’iniziativa. Il Festival vero e proprio, con la sua esposizione fiorentina, mi sembra in tal senso un mero pretesto e l’aspetto persino un po’ cialtronesco dell’operazione, perché non credo davvero che una misteriosa e indefinita preview online, un banchetto e la possibilità di presentare (ma a chi?) un’opera ancora in cantiere servano a costruire contatti o percorsi. Il paradosso è che gli organizzatori puntano proprio sull’evento per fare cassa; perché, onestamente, il prezzo richiesto per la prima iscrizione in cambio della quale viene fornita una scheda di valutazione dell’opera completa è bassino (in effetti non ripagherebbe i costi di una lettura professionale), mentre i 400 euro che sborseranno i partecipanti al festival (più altri eurini se vogliono alcuni “servizi” aggiuntivi) in cambio di nulla o quasi sono davvero la “polpa” dell’incasso. Deposito Siae e offerte di stampa a prezzi scontati sono corollari che riportano, questi, sì verso l’editoria a pagamento o il semplice taglieggiamento.
Il cuore della proposta, come dicevo, sta dunque nella grande lotteria: tanti partecipanti, uno o due che arriveranno a pubblicare, sebbene non si sappia con chi. In questo senso, l’idea potrebbe anche avere successo: se gli organizzatori pensano di replicare la formula e se non sarà un totale flop in termine di adesioni (cioè, se arriveranno almeno un po’ di opere decenti e qualche autore capace), sarà loro interesse arrivare davvero alla pubblicazione, con grandi marchi, di un paio di partecipanti, lanciandoli anche in maniera adeguata e aggressiva sul mercato; e, considerando i nomi degli editori in ballo e le relative potenzialità promozionali e mediatiche, è pure possibile che venga fuori almeno un titolo capace di fare cassetta.
Credo sia questo l’elemento che potrebbe far decollare l’iniziativa, pubblicamente subissata di critiche o peggio. In realtà, anche quella della riffa non è un’idea nuova: ci sono piccoli editori, spesso di dubbia fama, che ogni tanto lanciano imprecisati concorsi promettendo la pubblicazione del vincitore. I costi sono più contenuti (magari neppure troppo: dai 50 ai 100 euro, ma senza il passaggio obbligato per un costoso e inutile spazio espositivo), e qualche decina di iscritti garantisce di poter pubblicare un titolo a costo zero o giù di lì. Naturalmente non a tutti riesce il buco nella ciambella: perché un editore sconosciuto ha scarso appeal e nulla garantisce, in termini di vendita, dopo la pubblicazione, quindi può capitare che raccatti poche adesioni; invece i grandi nomi coinvolti nel Festival dell’Inedito possono rappresentare una sorta di miraggio per tanti aspiranti.
Quello che però mi sembra davvero importante, al netto delle considerazioni personali che ciascuno può fare, è che partecipando al lancio di questo Festival alcuni grandi nomi dell’editoria hanno lanciato un messaggio che dovrebbe essere considerato con attenzione: oggi si possono pubblicare libri, specie se di narrativa, soltanto se i costi di realizzazione e produzione sono già coperti prima di andare in stampa. Perché il mercato è saturo, il 99% dei titoli pubblicati non vende neppure quanto serve per ripagare i costi vivi e editare libri sta diventando un’operazione in perdita. Sta insomma accadendo quel che già accaduto in altri ambiti dell’editoria: il prodotto in sé si fa in perdita, e allora vale la pena di farlo solo se si ha lo spirito del mecenate o, più frequentemente, se la propria presenza in quel tipo di mercato editoriale è funzionale ad altre finalità, secondo la politica tipica dei grandi gruppi che devono tutelare, attraverso la circolazione delle idee, interessi di altro genere.
Sul Festival si è liberi di pensare quel che si vuole, e di ritenerla una risposta pasticciata e poco etica a una crisi manifesta. Ma il mesaggio è, appunto, che ormai anche i grandi editori ci dicono che la crisi è talmente grave che vale la pena di “sporcarsi le mani” con proposte di questo tenore. Gli aspiranti scrittori ci sono: se vogliono pubblicare si accomodino e, da soli o in solido coi loro colleghi, mettano le risorse economiche per consentire a un editore di produrre un libro che si è già ripagato ancor prima di arrivare in libreria. La morale sul rischio imprenditoriale è sempre affascinante, ma nella pratica fuori luogo: perché qui non si parla di rischio, ma di certezza di produrre in perdita.
Noi continuiamo a pensare che la strada non sia questa. Per una casa editrice nata con le nostre finalità, far pagare agli autori il costo della produzione è inutile, assai prima che immorale: perché tutto si risolve in un’operazione autoreferenziale che non produce alcuna circolazione di idee, né riflessioni sulla realtà sociale del nostro paese.
Continuiamo però a ritenere che i lettori, se esistono, dovrebbero farsi carico, in una qualche forma, di questa scommessa sulla capacità del buon editore di scovare autori di qualità. Perché il messaggio degli organizzatori del Festival è chiaro: se non è già prepagato, oggi un libro non può essere pubblicato. Ed è un messaggio che vale per tutti.

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Tabucchi e la narrazione di impegno civile

di Cristiano Abbadessa

Di solito, fedele al motto che campeggia in testa alla pagina, cerco di parlare di nostri autori e nostre opere, evitando commenti e confronti con titoli e scrittori dell’intero panorama editoriale, presente o passato. Farò, in occasione della morte di Antonio Tabucchi, una parziale eccezione. Parziale, perché pur parlando di Tabucchi e della sua figura ben mi guarderò dal cimentarmi in una rilettura critica della sua opera omnia o, più banalmente, dal riservargli un giornalistico coccodrillo. Prendo invece spunto dal lutto, e soprattutto dai ricordi, per qualche considerazione che, infine, ha molto a che fare con l’esistenza e la storia della nostra casa editrice. E premetto che se le prime due riflessioni sono più generali e letterarie, le due ultime sono più personali e politiche.
Anzitutto, Tabucchi è, per me, un esempio paradigmatico della tesi che, spesso non condivisa, affermo con frequenza: un autore (scrittore, regista, pittore o quant’altro) ha a disposizione una o due opere per dire, davvero con efficacia, qualità e passione, quel che ritiene di importanza fondamentale comunicare al mondo; il resto della produzione è perlopiù mestiere, magari di buon livello ma privo dei connotati del capolavoro. Tabucchi ha firmato il suo capolavoro con Sostiene Pereira, vi ha affiancato un paio di discreti romanzi, qualche altro di minor spessore e infine una vasta saggistica: alla fine, come scrittore lo identifichiamo in una sola opera, e senza fargli torto. Il bello è che Tabucchi, in certa misura, è stato il primo ad avere consapevolezza di tutto questo. Non per nulla, non è stato anzitutto uno scrittore e un creatore, bensì uno studioso e un critico (il massimo studioso di Pessoa, secondo gli stessi portoghesi); ha scritto romanzi per diletto e per passione civile, e quando ha avuto qualcosa di davvero importante da dire ha creato il capolavoro, senza pretendere nulla di più e nulla di diverso. La sua biografia, se da un lato conferma che lo scrittore troppo prolifico è spesso un mestierante ripetitivo, racconta di converso che “chiunque”, al verificarsi di determinate coincidenze, è in grado di elevare la propria voce alta e nitida sopra il chiacchiericcio intellettuale e di produrre la grande opera. Il che può suonare condanna per gli aspiranti scrittori di professione, ma anche ottimo augurio per gli autori capaci di “sentire” qual è la loro precisa missione.
Viene poi da sé che il romanzo più famoso di Tabucchi, ma in fondo anche altri un po’ meno riusciti, ben rappresenta quel che si può intendere per “narrativa attenta alla realtà sociale dell’Italia contemporanea”. Tabucchi è riuscito, in particolare, a costruire un esempio di romanzo civile e fortemente schierato pur parlando di altri luoghi e altre epoche. Sostiene Pereira, che ha per teatro il Portogallo dell’ascesa di Salazar, venne letto da tutti gli italiani, indipendentemente dalle personali opinioni, come un grido di allarme di fronte a un temuto possibile nuovo regime, nei giorni della prima vittoria elettorale del demagogo Berlusconi alleato con i razzisti del nord e i fascisti del centro-sud (i sostantivi non sono miei: rendono ovviamente la percezione che Tabucchi aveva di questi soggetti). La valenza politica del romanzo, in cui la libertà d’espressione diventava testimonianza di libertà tout-court, ha forse persino nuociuto al pieno riconoscimento del valore letterario dell’opera, inevitabilmente esaltata (anche strumentalmente) da una parte e avversata da un’altra. Resta però l’esempio, tema attorno al quale si arrovellano e talora polemizzano aspiranti nostri autori, di come si possa parlare di ieri per raccontare l’oggi: a patto, però, di saper cogliere quell’essenza tematica che permette a tutti un’immediata identificazione.
Il primo ricordo personale è invece legato alla non casuale coincidenza dell’uscita di Sostiene Pereira con una mia vicenda professionale strettamente avviluppata ai temi, per certi versi persino ai dettagli, del romanzo. Un doloroso contrasto nato sui temi della libertà di informazione e della repressione del dissenso che, nei fatti, dimostra quanto i timori di “regime” denunciati da Tabucchi non fossero affatto campati in aria, nell’Italia di quegli anni. Una vicenda che si risolse poi positivamente, dopo anni, ottenendo giustizia anche grazie all’esistenza di quell’articolo dello Statuto dei Lavoratori che è oggi al centro del dibattito politico. E, nell’intreccio di queste casuali coincidenze, mi viene naturale pensare che oggi ancora stiamo aspettando una voce civile capace, attraverso la letteratura, di lanciare un allarme sul nuovo rischio di regime, quello attuale, tanto evidente da essere persino teorizzato nelle pubbliche riflessioni del professor Monti sui “guasti” del consenso nella democrazia e nei processi decisionali.
Infine, a Sostiene Pereira (e mi scuso se forse vi ho già accennato in altra occasione) è legata una vicenda personale ben più leggera, ma altrettanto istruttiva. Mi accadde infatti parecchi anni fa di prestare il romanzo a qualcuno, per poi scoprire, senza poter più ricostruire il percorso, che il libro non mi era stato restituito. Preso dalla voglia di rileggerlo, cercai per almeno un paio d’anni Sostiene Pereira in tutte le maggiori librerie, a cominciare da quelle del suo editore, senza trovarne traccia e senza che nessuno sapesse essermi d’aiuto. Alla fine, neppure troppo tempo fa, un piccolo libraio riuscì a farsi recapitare una copia, su mia ordinazione. Non so se l’introvabilità del capolavoro di Tabucchi fosse solo un’esemplare dimostrazione delle storture e delle stupidità del grande mercato distributivo editoriale, oppure se in qualche modo quell’oblio celasse la volontà di togliere dalla circolazione un’opera ancora scomoda. È un dubbio che mi tengo, sapendo che in entrambi i casi si tratta di una circostanza istruttiva. Così come mi tengo la certezza che, da oggi, Pereira, Damasceno Monteiro e le altre creature di Tabucchi torneranno rapidamente alla luce, tirate in migliaia di copie sotto il ghigno soddisfatto degli sciacalli per i quali la morte di un uomo altro non è che “una splendida opportunità” di guadagno.

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