Sono solo romanzetti?

di Cristiano Abbadessa

Quando presentiamo, da un anno a questa parte, il nostro progetto a potenziali interlocutori (distributori, librai, operatori dei media), capita spesso di ricevere sconsolanti e scoraggianti risposte. Forti della loro esperienza, e di una consolidata e immutabile visione delle cose, molti scuotono la testa, si complimentano per il coraggio e liquidano la nostra idea editoriale come pura follia o, nel migliore dei casi, sogno utopistico. Ancorati ai dogmi di quello che considerano un “sano realismo”, esprimono in sequenza le loro considerazioni e l’inevitabile sentenza: la narrativa italiana non tira sul mercato, gli autori semiesordienti o comunque poco conosciuti sono un azzardo, la piccola editoria non ha i mezzi per emergere di fronte ai colossi del settore, gli editori sono troppi e non c’è più spazio per nessuno; ergo, l’idea di lanciare una casa editrice fondata su nuovi narratori italiani è destinata al fallimento.
Viene in mente, per associazione di idee che non ci pare forzata, che gli stessi scuotimenti di capo e gli stessi sguardi di commiserazione (talora infastidita) sono stati rivolti, da oltre un anno fino a domenica scorsa, a quei comitati che hanno promosso i quattro referendum per cui si è appena votato.
Non interessa certo entrare qui nel merito delle questioni e dei quesiti. Ma non può sfuggire che a promuovere i referendum, e a raccogliere le firme con una gratuita dedizione, sono stati movimenti e associazioni supportati da strutture organizzative apparentemente deboli; i grandi partiti hanno ignorato o avversato lo sforzo, e l’apporto di un paio di formazioni politiche minori su un paio di quesiti non è mai parso decisivo. I promotori sono stati a lungo considerati dei fastidiosi fissati che si impegnavano in un’impresa “inutile”; quando poi, di recente, il governo ha cominciato a conoscere qualche problema di tenuta, molti vecchi volponi dei partiti teoricamente più vicini ai referendari hanno lanciato l’allarme, vaticinando che il fallimento dei referendum sarebbe stato “controproducente” e avrebbe ridato fiato a una maggioranza in difficoltà. I dotti medici e sapienti fondavano il pessimismo sulle solite inoppugnabili ragioni storicamente provate: disaffezione del popolo verso lo strumento referendario, complessità dei quesiti, eccessivo tecnicismo di alcune questioni; ergo, impossibilità di raggiungere il quorum dei votanti, tanto più, spiegavano ancora una settimana fa gli esperti togati di flussi elettorali, che a fronte di una crescente disaffezione politica (astensione) si sarebbero dovuti recuperare milioni di voti dallo schieramento opposto (ma opposto a cosa?), il che era del tutto irragionevole.
Sappiamo tutti come è andata a finire.
Semplicemente, i politici “saggi e maturi”, quelli un tempo abituati a creare il polso della realtà più che a sentirlo, non avevano capito che i quesiti referendari intercettavano bisogni reali e profondi delle persone di questo paese, che andavano incontro a domande diffuse e finora inespresse (perché ignorate da quegli stessi che giudicavano “inopportuno” misurarsi apertamente su certi temi). E un’offerta di partecipazione politica nata dal basso, con pochi mezzi e nessuna visibilità mediatica tradizionale, ha incontrato una domanda che nella società era ben presente.
Per la stessa associazione di idee non forzata di cui sopra, quanto accaduto ci dà dunque qualche speranza e qualche buona sensazione.
Certo, per smentire i profeti di sventura di una realtà eterna e immutabile serve, a parte il coraggio e qualche buona ragione, la capacità di intercettare bisogni diffusi.
È per questo che, con un’insistenza che non teme di essere importuna, abbiamo chiesto a chi ci segue una sincera opinione sul nostro progetto editoriale. O meglio, su quel cuore del progetto che è la volontà di pubblicare opere di narrativa cha aiutino la riflessione e la comprensione della realtà sociale dell’Italia contemporanea.
Sono temi che a noi paiono importanti, ma che nel contempo ci sembrano (volutamente?) ignorati da chi continua a sfornare una letteratura che pone al centro l’uomo che si guarda dentro e si avvoltola su se stesso, in uno psicoanalismo parareligioso privo di rapporto col mondo.
Le nostre opere vorrebbero appunto differenziarsi e colmare un vuoto, rispondendo a una domanda che crediamo presente.
Se, invece, sono percepite solo come romanzetti più o meno riusciti, è bene saperlo.

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2 commenti

Archiviato in comunicazione, linea editoriale

2 risposte a “Sono solo romanzetti?

  1. L’associazione referendum/progetto editoriale suggerisce, con facile logica, che occorre far uso di strumenti non istituzionali sia per verificare l’esigenza diffusa di quanto si propone che per ottenere il consenso. I grandi media dei quesiti dicevano poco e niente; la grande distribuzione non tratta che etichette già note…
    Si è toccato con mano che acqua, nucleare e leggi ad personam erano temi sentiti in quanto la gente è andata a votare. Passa parola e web hanno certo contribuito fortemente. Anche i libri se ne avvalgono, talvolta con buoni risultati.
    In maniera analoga è possibile verificare il “bisogno” di una letteratura di un certo tipo (in qualche misura “diversa”): parlandone, offrendola e… facendo poi i conti.

  2. Io credo che il progetto editoriale di Autodafé sia un’ottima intuizione, che all’opposto di quanto molti “addetti ai lavori”, quelli appunto non disposti a investire se non in ciò che già produce denaro (i miliuni se chiamano: miliuuuu, miliuuu) hanno sentenziato, possa benissimo rispondere a un’esigenza molto sentita da chi legge per amore, per piacere, per cultura e per sete di sapere e capire. Credo che moltissimi lettori come me, cioé con le carattersitiche che ho sopra accennato, sentano dolorosamente la mancanza di una letteratura italiana contemporanea. Gli autori italiani viventi – giovani o meno giovani, affermati o esordienti – pubblicati dai grandi e medi editori, sono francamente illeggibili, con poche, rarissime eccezioni. Compresi quelli ormai solidamente installati sugli scranni di cartone del Grande Autore (dalla Mazzantini a Baricco, da Ammanniti a De Carlo, inclusa ormai la stanca e svuotata Maraini, da Lodoli a Carofiglio, dalla Parrella a Tabucchi alla Murgia ecc.). Si salvano di più autori che si potrebbero definire di genere, come Camilleri, Carlotto, Evangelisti ecc) Ho già commentato altrove in questo blog come un autore viene scelto per la pubblicazione dagli editori italiani di grande nome, dunque è inutile ritornarci. Ecco quindi perché questo è effettivamente uno spazio lasciato libero a chi voglia imbarcarsi su questa nave dei folli, che potrebbe condurre al nulla o a scoprire un nuovo continente colmo di promesse e ricchezze.
    Credo però, e questo è di certo il timone che Autodafé terrà saldamente in pugno, che sia essenziale trovare davvero dei buoni scrittori, quelli che all’appello mancano. Gente che sia in grado con competenza, capacità e incisività, oltre che con talento, di rendere un’immagine della società italiana contemporanea che non sia il solito brooding (rimuginamento) sulla propria condizione esistenziale, dove manchi una solida storia, in cui la narrazione faccia venir voglia di girare pagina dopo pagina, ma soprattutto, CHE CONTENGA DELLE IDEE e in cui si veda la stoffa di uno scrittore.
    Quello che manca alla narrativa italiana pubblicata sono proprio le idee. Non se ne può più di crisi matrimoniali, crisi personali, problematiche risibili e tipiche di chi non ha mai avuto veri problemi nella vita se non la convivenza con se stesso.
    Credo che ci sia proprio bisogno di idee, di gente che pensa, di libri che, una volta terminati, abbiano aggiunto anche solo una briciola a quello che sai, che lo sappiano fare con fascino e dando piacere.
    Nei miei anni all’estero, Inghilterra, Irlanda, un po’ in USA, entrando nelle librerie, potevo vedere che almeno l’80, 85% dei libri in vendita era di autori di questi paesi (certo, pubblicando in inglese si ha già un mercato che copre una buona fetta del mondo) e solo un’esigua parte era traduzione di autori stranieri. Di italiano quasi nessuno, (chissà perché), a parte qualche autore italiano che vive all’estero e che scrive in inglese con successo. In questo caso, da noi ignoto.
    Che significa? Che di sicuro lì è dato più spazio alla letteratura nazionale, anche perché si dà spazio a autori sconosciuti, che se buoni, poi si affermano.
    Un’altra parola a proposito di un aspetto che anche da noi si sta affermando: quello dell’agente letterario. All’estero, se non hai un agente, è come se fossi invisibile. E in effetti l’agente è utilissimo per mediare e contrattare. Anche da noi sta avvenendo lo stesso. Il problema è che le agenzie letterarie di nome, non ripondono nemmeno ad autori non noti o non già affermati, se non presentati da tramiti influenti.
    Si ripete con le agenzie letterarie (quelle non che si camuffano come tali per truffare gli ingenui, ma quelle che dovrebbero dare affidamento) la stessa solfa che qui è stata già messa in evidenza con gli editori. Se sei già un cavallo vincente, o amico dell’amico molto ben introdotto trovi chi ti rappresenta e ti pubblica, altrimenti no.

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