Bisogni primari

di Giordano Boscolo

Bisogna far attenzione a non forzare troppo il parallelismo tra l’esito dell’ultimo referendum e le prospettive della piccola editoria, altrimenti si rischia di fare una fotografia sfuocata della situazione.
Innanzitutto, non è facilmente dimostrabile che il raggiungimento del quorum e la vittoria plebiscitaria dei “sì” siano dovuti alla encomiabile attività dei movimenti, organizzazioni e comitati che si sono impegnati a raccogliere le firme e a fare opera di informazione al di fuori dei canali istituzionali. In altre parole, è ragionevole supporre che il risultato sarebbe stato quasi lo stesso anche se l’intervento dei suddetti movimenti, organizzazioni e comitati fosse stato meno massiccio? Molto probabilmente sì, per le seguenti ragioni: 1) pochi mesi fa si è verificato un incidente nucleare di 7° livello che ha scosso l’opinione pubblica mondiale, costringendo alcune nazioni a rivedere le proprie politiche energetiche nel medio/lungo periodo, e ridestando lo spettro di Chernobyl, latente nel nostro immaginario dal 1986; 2) uno dei quesiti referendari aveva per oggetto un bene (l’acqua) che è eufemistico definire primario. L’acqua, così come l’ossigeno, è qualcosa di più di un semplice bene primario, e questo i cittadini, in quanto organismi viventi, lo percepiscono istintivamente; 3) il comportamento del nostro presidente del consiglio ha superato da un pezzo il limite considerato sopportabile anche dai più cinici e disillusi tra gli elettori, e la sua pretesa di impunità ha costituito la classica goccia che….
Riassumendo, la forza propulsiva che ci ha spinti in massa alle urne è stata la risultante di fattori che avevano a che fare con la paura, quasi metafisica, della minaccia radioattiva, con la difesa istintiva di un bene indissolubilmente legato alla vita, e con l’insofferenza verso uno “statista” che da troppo tempo ormai si ostina a farla fuori dal vaso. Si potrebbe quasi dire che per una volta è stata una questione di vita/morte/rabbia.
Ora, vorrei sapere quali potrebbero essere le corrispondenti forze propulsive in grado di smuovere la massa dei lettori verso prodotti editoriali alternativi a quelli proposti e imposti dai grandi gruppi, tenendo conto che la quantità di libri reperibili in una qualunque libreria è talmente enorme che è quasi impossibile non trovare qualcosa che vada incontro ai nostri gusti, per quanto sofisticati essi siano.
Ricordiamoci che la lettura non viene istintivamente percepita come bene primario (il fatto che in realtà lo sia è un altro discorso), né la graduale scomparsa delle piccole librerie di quartiere viene percepita come una minaccia, visto che la gente adora i centri commerciali (librerie come Feltrinelli, Mondadori o Fnac sono, di fatto,  dei centri commerciali). Forse la preponderanza di alcuni gruppi editoriali “monstre” può fare arrabbiare qualcuno tra i lettori più accorti (soprattutto perché è collegata al punto 3) della lista che ho fatto sopra), ma si tratta pur sempre di una minoranza.
Che fare, quindi?
Ammettiamo pure che i comitati, i movimenti e le organizzazioni di cui sopra, abbiano davvero giocato un ruolo fondamentale nella buona riuscita del referendum; non è un’ipotesi peregrina, pur non essendo dimostrabile in modo incontrovertibile. A questo punto, ancora una volta, dobbiamo chiederci quale potrebbe essere il loro corrispettivo nel nostro caso. Ad esempio: esiste una rivista, un portale, o un sito internet che raccolga informazioni dedicate esclusivamente alla piccola editoria e sia in grado di diffonderle a una massa critica di persone?
Per quanto mi riguarda, le uniche cose che sono riuscito a trovare facilmente in internet digitando “piccola editoria” sul motore di ricerca di google sono i due seguenti portali: uno che si chiama “Letteralmente – il portale della piccola editoria”, e un altro dallo strano nome di “OzBlogOz”. Devo dire che nessuno dei due mi sembra un granché.
Chi gestisce questi portali? di chi si fanno portavoce? tutti i piccoli editori sanno della loro esistenza e possono utilizzarli come veicolo pubblicitario? Quanti sono i lettori che li frequentano?
Magari esiste qualche altro luogo (cartaceo o virtuale) dedicato alla piccola editoria, e in questo caso, se qualcuno di voi ne è a conoscenza, è il caso di dirlo qui.
Un’altra domanda interessante è: una volta che si è riusciti a individuare un luogo per la piccola editoria, come sarà possibile districarsi nel mare magnum di libri disponibili? Sarà necessaria una selezione? e chi sarà preposto a farla?
Sia chiaro che tutte queste considerazioni e domande, non retoriche, le ho fatte per avere delle risposte concrete (se ce ne sono) e non per scoraggiare chi si impegna con coraggio e dedizione nella piccola editoria; mondo di cui, con orgoglio, faccio parte anch’io.

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2 commenti

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2 risposte a “Bisogni primari

  1. A.

    Sono un assiduo frequentatore della rete, anche per lavoro (e che lavoro…). Conosco i due siti citati, in uno dei due ho praticato una sorta di apprendistato nella rete, sperimentando con grande fatica quanto possa essere dolorosa la divaricazione tra fini che può prodursi nel web, quando si sviluppano meccanismi di appartenenza e si demarcano contesti di proprietà. Leggo le riflessioni, questa e la successiva in particolar modo, sugli strumenti di ‘navigazione’ della produzione editoriale, che sono gli strumenti poi nelle mani delle realtà editoriali per proporre una navigazione nella propria offerta, e abbozzo una mia provocatoria tesi. Si è organizzata negli anni una piramide di suggestioni farlocche, più o meno consapevolmente insinuate: dico piramide perché l’impressione che ho maturato produce sostanzialmente un vertice alto cui tende la gerarchia della mendace occorrenza. Questo vertice è occupato dall’approccio sistematico dei mezzi tradizionali al web, destinato a una cialtronesca rarefazione dell’oggettivo nell’apocalissi semantica del virtuale. La ‘rete’, anche in occasione dei movimenti politici più romantici del nostro tempo (dalla campagna di Obama alle ipotetiche rivoluzioni del nord Africa, per non parlare dei referendum) è stata in un certo senso ammantata di un potere che non può possedere né nel senso stretto dell’architettura telematica, né nel senso lato della condivisione di informazioni in tempo reale. La rete non ha il potere di sovvertire il potere, né di aprire porte altrimenti chiuse – e qui vengo al focus primo del nostro discorso, ossia il fronte editoriale. La rete non è quello che il giornalismo massivo ipotizza per semplificare e arrotondare fenomeni altrimenti meno comprensibili. La rete non è molte cose, insomma. Lo dico con certezza, pur ipotizzando molte smentite, ma è per amor di brevitas che mi pongo in questo senso. La rete non amplifica, la rete non produce un cervello mondiale, la rete non protegge i deboli, non sovverte, non sorprende se non nella misura in cui siamo addomesticati a gestire la sorpresa. Cambia la dimensione dei “fatti”, forse. Non è poco sapere cosa accade in Giappone durante un assaggio di apocalisse, per bocca poi dei diretti testimoni e senza filtro (!?) persino. Ma di fondo quel che si realizza (sic) nella rete è la messa in comune di un’impressione già formata delle cose, entro cui non esistono spiragli di libertà che non siano già libertà d’analisi al di fuori della rete stessa. Sono in gioco le libertà dei soggetti che usano la rete dunque, ispirandosi a definire l’orizzonte (informativo, ma ancor più commerciale) con un’offerta straordinariamente variegata e quindi dal potenziale rinnovato. Quel che voglio dire è: possiamo sviluppare un’abitudine all’uso di spazi e strumenti web entro cui si mimetizza il capolavoro del nuovo mercato, ossia la neutralizzazione totale del prodotto. La voce libera sostanzialmente si articola come un gusto raffinato di cui si iniziava a sentir la mancanza in gelateria. I cambiamenti “epocali” son partiti da Facebook, ci dicono a proposito dei regimi in disgrazia. Non credo ma. Il brand sulla ribellione è forse la vetta più estrema del capitale, capace di azzerare sì i costi di produzione svincolandosi persino dalle più basiche oggettivazioni del tempo denaro. Produciamo rete. Produciamo la suggestione di una democrazia mondiale. Produciamo persino nuovi dis-ordini in questa suggestione. E questi prodotti sono al momento l’aria che tiene in piedi fluttuazioni e costruisce nuove egemonie. [Per inciso: in questo ragionamento ammanto, ancor più provocatoriamente la convinzione che anche i referendum si siano vinti fuori dalla rete e senza internet si sarebbero vinti lo stesso.] Tornando ai libri. Le piccole librerie muoiono, la grande factory costruisce centri commerciali. Vero. Il passo è già antico, però. L’acquisto in rete non è vezzo di pochi. Lo sbarco di Amazon in Italia significa qualcosa che community e social network possono e potranno solo alimentare, producendo un nuovo terreno di confronto. Qual è lo strumento del piccolo editore per occupare un pezzo di mercato? Veder lungo, su questo. Investire nella distribuzione sul web può voler dire cavalcare l’onda. Credo poco all’ebook in sè. Credo molto alle possibilità di investimento nel web per costruire una ridefinizione di alcuni meccanismi di controllo nell’esposizione del prodotto. Le classifiche dei “più venduti” hanno le ore contate, probabilmente, così come sono al momento, ossia un catalogo che produce e conferma se stesso. Forse è ancora presto, ma ci sarà da sporcarsi le mani per occupare un pezzo di questo mercato che è la rete. Ecco, cosa può essere al momento la rete, senza timor di smentita. Un mercato dove nessuna parola è priva di collocazione, perché qualsiasi spazio è di qualcuno e produce qualcosa al di là del significato, secondo un ordine che ha la sola qualità di non esser interessato, per ora, ai significati.

  2. Pingback: Quel che la rete non è | l'ulteriore prospettiva

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