Rischio zero

di Cristiano Abbadessa

Autodafé si propone di pubblicare opere di narrativa che stimolino la riflessione intorno alla realtà sociale dell’Italia contemporanea. Forse nessuna opera sarebbe in tal senso più significativa, e impietosamente fedele alla realtà, di quella che potremmo noi stessi scrivere qualora volessimo mettere in forma di narrazione la nostra avventura editoriale.
Per esempio.
Contatto un promotore editoriale per vedere se vi è una possibilità di collaborazione. È uno di quelli grossi, famosi e costosi, di cui tutti parlano bene. Promuove alcune case editrici andando con la sua rete di agenti nelle librerie, mentre per la distribuzione fisica dei libri si appoggia ai distributori maggiori (i più grandi sul mercato, per capirci). Nell’ambiente è tuttora conosciuto come “uno attento anche alle piccole realtà editoriali, capace di vedere l’idea e farla crescere”.
Mi presento, ci presento, inizio a spiegargli quali problemi vogliamo risolvere e perché pensiamo di poter ricorrere alla loro promozione. Mi stoppa quasi subito, per precisarmi che loro, adesso, accettano di promuovere solo editori che, nell’anno precedente, abbiano già raggiunto un certo livello di fatturato. E mi dice la cifra, che rappresenta il livello minimo per essere da loro considerati.
Non è, di per sé, una cifra assurda. In effetti è il fatturato che anche noi ci siamo dati come punto d’arrivo per una gestione sana e tranquilla della casa editrice. Come punto d’arrivo, però. Ed è evidente che una casa editrice nata da un anno, e con grossi problemi di distribuzione e visibilità, sta proprio cercando qualcuno che la aiuti a raggiungere questo traguardo.
Gli faccio presente che, per l’appunto, quello è il traguardo. Ma che per arrivarci serve una rete di promozione e distribuzione efficiente, ed è per quello che ci siamo rivolti a loro.
Appare sbigottito. Per lui, oggi, è inconcepibile pensare di provare a far crescere un piccolo editore. O cammina già da solo, o non se ne fa nulla. «Sa, – mi spiega con naturalezza – io devo mandare in giro i miei agenti a promuovere i libri, e li devo pagare. Non vorrà mica che io investa del mio sulla sua casa editrice?».
Be,’ sì. Perché no?
Non dovrebbe proprio funzionare che l’editore investe e rischia sulla produzione (dalla scelta fino alla stampa di un titolo) e la rete commerciale investe e rischia sulla vendita? Questo dovrebbe essere il rapporto normale, dato che gli editori (tolti i giganti che sappiamo) non hanno una propria rete commerciale e promozionale.
fiduciaOggi, in Italia, non è più così. C’è la diffusa pretesa di “investire” a rischio zero, cioè con la garanzia a priori che l’investimento rientrerà, fin da subito, con gli interessi. Chi non garantisce un fatturato già raggiunto con le proprie forze, è tagliato fuori. Non perché, sia chiaro, ha una proposta editoriale debole o titoli di scarso valore, che sarebbe spiegazione accettabile (ma i titoli neppure vengono considerati, e meno che mai letti, in sede di trattativa con un promotore o un distributore); ma perché è evidente che non ha messo, al momento di scendere in campo, l’adeguata pila di centinaia di migliaia di euro a disposizione per una massiccia campagna di stampa.
Viene spontaneo chiedersi perché, a questo punto, un editore debba rivolgersi a questi intermediari che pretendono di guadagnare (e non poco) a rischio zero, senza nulla investire né in denaro né in lavoro né in progettualità né in intelligenza. Anche perché, va detto, le logiche dei piccoli distributori sono ormai le stesse dei colossi. Forse meglio fare da soli, viene da pensare.
Ma certo, innanzitutto, sconforta constatare come in Italia, al di là dei facili slogan, la paura di scommettere, la sfiducia nel domani e la pura difesa dell’esistente (anche di ciò che si va sgretolando) siano ancora la cifra distintiva del sentimento nazionale.

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5 commenti

Archiviato in distribuzione, promozione, vendita

5 risposte a “Rischio zero

  1. Pigi S.

    Lo sappiamo bene che in Italia oggi – eccezion fatta per i pirati della strada in collasso alcolemico – quasi più nessuno investe. Questo è un fatto assodato. L’epica figura dell’imprenditore che (così come già lo eternava il Faust di Goethe, quale più piena e seducente rappresentazione della modernità), con sguardo preconizzante, rischia i propri soldi puntandoli su un progetto di cui già solo il futuro potrà comprovargli la bontà, da un decennio a questa parte almeno è stato quasi definitivamente sostituito da assai meno prestigiose figure manageriali che, ben lungi dal votarsi ad azzardi di una tale portata, si impaludano nel già fatto e nel già visto, nel trito e ritrito più sconsolante, a patto che esso abbia conosciuto una qualche passata fortuna. Si instaura così un infelicissimo circolo vizioso (‘diallele’ lo chiamano i filosofi), per cui ciò che trova spazio è unicamente ciò che già lo ha avuto precedentemente, e qualsiasi nuova idea si trova invece ad essere arrestata sul nascere proprio a causa di questo suo carattere di novità, che non dà garanzie di funzionare bene (tradotto: di macinare soldi a sufficienza). Ma un paese in cui non vi è chi sia disposto a puntare su idee nuove è un paese senza futuro e senza progresso, è un paese già morto mentre è ancora in vita, è un paese che langue e si spegne via via, aspettando di finire di raschiare il fondo del barile in ogni suo angolo. Ma chi non risica, non rosica e chi non rischia non raschia più niente, a un bel momento. Questo riguarda qualunque risvolto socio-politico-culturale che afferisca al consorzio umano.
    E però, per tornare adesso più nello specifico, come ci siete voi, nel campo editoriale, a dimostrare che ancora permane qualche soggetto tanto coraggioso da assumersi dei rischi per dar vita a qualcosa che prima non c’era,è mai possibile che non si trovi qualcuno altrettanto audace sul versante promozionale e distributivo da voler osare più della gran parte dei comatosi concorrenti, appoggiando fiorenti e promettenti case editrici? E questo chiaramente non perchè mosso da motivi filantropici o altamente spirituali, ma semplicemente perchè fiuta il possibile affare? Beh, se davvero non c’è, allora forse è meglio per voi, se possibile, fare veramente da soli, preferendo affidarsi alla propria sollecitudine, piuttosto che alla svogliatezza di vecchi e arrugginiti ingranaggi, inceppati ormai da tempo…

  2. Sconforta, in effetti. Sostituendo il promotore di libri con uno, poniamo, di scarpe, il ragionamento sarebbe: ho interesse a rappresentare il tale artigiano se ne ha già vendute 100 paia e m’impegno a portarlo a 1000. Al di sotto di questa soglia iniziale, per me il gioco… ecc.
    E’ chiaro che una valutazione rozzamente quantitativa esclude a priori l’eventualità di trattare un prodotto nuovo e originale, potenzialmente remunerativo anche (o soprattutto) per l’intermediario stesso.
    Ma qui il discorso si complica: il “buon libro” di rado è quello che il mercato premia hic et nunc, prevale il consumo immediato e molti imprenditori del settore adottano la logica dell’uovo oggi.
    L’unica prospettiva mi sembra quella proposta anche qui nel forum: l’unione delle forze tra i piccoli editori di qualità.

  3. Youre precisely correct with this writing…

  4. This makes great sense to anyone!!!

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