E se avessero ragione gli editori a pagamento?

di Cristiano Abbadessa

Serata inaugurale (o quasi) di una nuova associazione culturale milanese. Il programma prevede un generoso happy hour seguito da un concerto country-rock dei Junkyards, band emergente la cui anima è Fabrizio Coppola, fra le altre cose socio e collaboratore della nostra casa editrice. Presenzio, un po’ per antica amicizia verso Fabrizio, un po’ perché, suppongo per questioni anagrafiche, il repertorio è particolarmente affine ai miei gusti e alla mia non vasta formazione musicale.
Il locale è piccolo, su due livelli. Mi apposto in piccionaia, dove la vista è migliore e non si viene sballottati dai ritardatari ancora accalcati attorno al ricco buffet. Ma la scelta si rivela infelice: dal basso sale il costante brusio, talora decisamente rumoroso, di alcuni gruppetti che conversano imperterriti, cercando di sovrastare la musica del trio (e riuscendoci, devo dire). A occhio, applicando una visione modernamente lombrosiana, noto che si segnalano soggetti appartenenti alla specie del presenzialista mondano, quello che “c’è un nuovo locale e non posso non andarci”, senza badare se il vernissage preveda un’esposizione di manga, la presentazione di un libro o un concerto. Perché, tanto, sanno che all’evento non presteranno che una minima attenzione.
Non è la prima volta che mi capita, peraltro. Così, conversandone anche con chi mi accompagna, provo a pormi qualche domanda.
Di sicuro c’entra la scarsa educazione, verso i musicisti e verso chi li vorrebbe ascoltare. Ma ritengo che ci sia anche qualcosa di più subdolo e sottile: l’abitudine, propria di questa modernità 2.0, di recepire poco e pretendere di comunicare molto (magari ad altri che poco recepiscono, ma questo non è importante). Sarà appunto il nuovo mondo del web, dove la comunicazione non soltanto non è più verticale, ma forse non è neppure orizzontale, ridottasi spesso a un cicaleccio in cui è importante che io possa dire, ma senza sapere se qualcuno mi sta davvero ad ascoltare.

Mi torna in mente uno degli slogan che circolano nel mondo dell’editoria: ormai ci sono più (aspiranti) scrittori che lettori.
Forse non è vero, ma certo la sensazione trova qualche conforto nella diffusa voglia di vedersi pubblicati, e nella predisposizione a frequentare siti e blog dove chi aspira al rango di autore trova una facile tribuna, a fronte della modesta attenzione che viene riservata alle opere pubblicate dagli altri, delle quali non si parla per il semplice motivo che non le si è lette.
Mi viene da pensare, con una punta di sconforto, che forse hanno ragione i cosiddetti editori a pagamento, quelli che pubblicano in cambio di quattrini sborsati dall’autore. Non sono editori, certo: lo so bene, tanto è vero che abbiamo fatto una scelta diversa. Sono, al più, dei fornitori di servizi editoriali (anche se talvolta è difficile stabilire quali). A volte sono persino dei ciarlatani. Eppure, dal punto di vista dell’analisi di mercato hanno ragione loro. L’offerta di autori in cerca di pubblicazione supera ampiamente la domanda; quindi, si trasforma in domanda essa stessa. Il vero mercato non sono i lettori, ma gli aspiranti autori, a quanto pare; e perciò si pensa a realizzare un prodotto (o fornire un servizio) in grado di soddisfare questa richiesta. Semplice legge economica.
Forse è proprio così. Anche in campo letterario, non si ascolta (non si legge), ma si pretende di parlare (di scrivere). Al massimo, si legge qualche nome noto, perché totemico o perché di moda; e, quindi, per il solo motivo che l’aspirante letterato non può proprio esimersi dal conoscere, almeno per sommi capi, certi autori e certe opere. Per il resto, però, l’aspirazione sembra essere quella di vedere il proprio libro pubblicato; magari sapendo benissimo che faticherà a vendere qualche centinaio di copie, con la segreta speranza di “essere scoperti” da qualche creatore di tendenze letterarie, con l’orgoglio di avere comunque il proprio nome sulla copertina di un vero libro, e con la mesta certezza di aver comunicato poco a pochi distratti lettori.
Una mesta certezza che, forse, a qualche autore manca. Ma solo perché non si è mai soffermato a valutare quanta attenzione dedica ai suoi omologhi aspiranti.

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4 commenti

Archiviato in comunicazione, editoria a pagamento

4 risposte a “E se avessero ragione gli editori a pagamento?

  1. A.

    Tutto molto condivisibile. E in parte, per un esordiente, abbastanza imbarazzante: perché dinanzi a questo proscenio matura la necessità di interrogarsi sulle proprie motivazioni, finanche riformularle in parte.
    Facendo un bilancio di questa prima pubblicazione, devo ammettere che il bilancio mio personale è in attivo soprattutto perché ho un editore vero. Le indicazioni fornitemi nell’editing del volume – e anche il modo con cui sono state veicolate- e il rapporto complessivo con la casa editrice sono il maggior fregio di questa esperienza.
    A fronte degli ostacoli oggettivi che si frappongono all’impresa con cui, insieme all’editore, devo confrontarmi. Non che la mancanza di ascolto (acquisto, lettura ma soprattutto interesse) abbia deluso una falsa aspettativa. Conosco un po’ il mercato per mestiere e potevo prevedere le difficoltà di collocazione. E il romanzo è pure piuttosto giovane, per così dire. Tuttavia ci sono aspetti che mi hanno in parte colto ancora naive nell’approccio, senza scendere nel particolare di un disagio fisico che mi ha chiaramente costretto a un’analisi dalle tinte più fosche del dovuto.
    In sostanza. Ci si può deprimere dinanzi a scene come quella che ci racconta, direttore, così come nel condividere la sua traslazione nelle coordinate della comunicazione tout-court. E dinanzi allo sforzo di scrivere ancora, o nel suo caso di procedere nell’impresa di essere un editore vero, ci si ritrova più stanchi e più vulnerabili. Non è tempo di saldare ancora, però, credo di aver ancora altro da imparare e per questo studio, leggo e scrivo ancora. Anche perché se alzo lo sguardo da quel che lei ben descrive, non riesco a percepire soluzione di continuità alcuna mirando l’intorno e l’oltre. Più stanco, più vulnerabile dunque, ma lucidamente disposto a continuare a capire cammin facendo (leggendo, scrivendo), procedo e spero, non potendo fare altrimenti.

  2. Pigi S.

    Iniziamo col dire che gli editori a pagamento non sono editori (al massimo sono “sedicenti”, come si usa verbalizzare nelle questure), ma tutt’al più tipografi: ci vai col tuo brogliaccio in una mano – qualunque cosa ci sia scritta sopra – e i soldi in un’altra e quelli ti stampano l’opera senza nemmeno accertarsi di che cosa precisamente essa contenga e in quali termini. Il loro compito, da un certo punto di vista, è quasi necessario: sono come dei pesci-spazzini nel maremagnum dell’editoria nostrana. Si occupano infatti di far girare alla larga dalle case editrici serie e professionali buona parte degli imbrattacarte impubblicabili, ma tenacissimi, presenti sulla piazza, fornendo loro la soddisfazione di vedersi debitamente impaginato, copertinato e rilegato il prodotto delle proprie fatiche letterarie domenicali, così da poterlo poi ostentare sotto il naso di amici e parenti (mentre il “vero scrittore”, almeno per come la vedo io, punta a comunicare e farsi leggere piuttosto dagli sconosciuti che da chi già conosce). Questi editori farlocchi in pratica si rivolgono e lucrano su quell’aspirante scrittore, e (prima di questo) lettore mal attrezzato, che non fa che lamentarsi: – Ma perchè mai nessuno capisce la bellezza del mio romanzo Quore e Pasione? -, così come lo stigmatizzava benissimo, già vent’anni fa, Umberto Eco nel Pendolo di Foucault. Ma tutto questo discorso non pertiene alla sfera narrativa né editoriale: semmai a quella morale e psicologica della vanagloria umana e di quella punta di cretinismo occultata in seno ad ognuno di noi. Chi di fatti, se non cooptato dalla parentela o dalla stretta conoscenza, leggerebbe mai una pubblicazione del genere? Io per esempio, da lettore, non mi fiderei mai di un testo che non è riuscito neppure a passare il vaglio di un editore vero (il quale qui si fa garante stesso della bontà del libro, visto che ci ha creduto a sufficienza da investirci i suoi soldi). Per tornare però alla descrizione della music-session, mi pare, a dire il vero, che il paragone qui esposto regga poco: quelli che aspirano invano alla pubblicazione rassomiglierebbero più che altro a suonatori in erba e senza talento che, dopo la terza o quarta lezione di clarinetto appena, entrassero nel locale cercando di sovrastare la melodia del musicista legittimo, scritturato per la serata, spifferando tutt’in giro le loro assordanti stonature. Quel brulichio di gente poco interessata all’esecuzione musicale in atto cui qui si accenna mi sembra invece assai più simile a un certo odierno panorama di lettori. Tra i vari lavori da me svolti, sono stato per qualche mese anche bibliotecario. Lì ho potuto notare, contro ogni mio precedente pregiudizio, che la vera e propria folla di lettori che accedeva a quel servizio pubblico era in gran parte costituita da gente che avresti giurato del tutto disaffezionata alla letteratura. Un altro fatto che notai però è che il loro era un consumo compulsivo: prendevano di tutto, bastava che fosse recente, se ne ingozzavano in serata e la mattina erano già pronti a restituire il prestito per prelevare un altro romanzo che fosse fresco fresco e appena deposto, alla stregua di un ovetto servito per colazione. È una tipologia di lettore che non si sofferma di certo su ariose descrizioni o sulle meditazioni più rimarchevoli e filosofiche dell’autore: leggono alla veloce, tanto per passare il tempo e magari darsi un tono in famiglia, o usare quell’ultima lettura per un breve scambio di battute semi-colto al bar, all’ora dell’aperitivo, tanto per fare bella figura tra amici; chissà…. Per un purista che si ponga in una visione della letteratura idealizzata e ‘accademica’, ciò può risultare quanto meno ridicolo o inadeguato, ma da un punto di vista strettamente commerciale questo tipo di utenza bulimica e promiscua, nonché scarsamente coltivata, risulterà senz’altro “manna dal cielo”: passando dalla biblioteca alla libreria, essa può rappresentare un pubblico di assidui compratori. Tra l’altro, nonostante la nonchalance con cui saltabeccano tra generi e autori svariatissimi, si mostrano anche sempre molto ben informati circa le nuove uscite. È un fenomeno presumibilmente nuovo e viziato dalle modalità di consultazione sincopata introdotte dai media informatici, ma che penso sia sicuramente opportuno tenere ben in conto e da sfruttare al meglio al fine di far tornare i conti di una casa editrice.

  3. La mia critica all’editoria a pagamento si limita al rapporto prezzo/qualità.
    Se fosse adeguato, si tratterebbe di un’offerta di servizi come tante altre.
    In altre parole, la pubblicizzata XY che chiede quasi 3000€ per un romanzo (come afferma chi li ha pagati), dovrebbe garantire un prodotto finito decente, il che avviene di rado.
    Ma forse si tratta di una considerazione ingenua. Poiché il rischio d’impresa non esiste, e anzi il profitto è già compreso nel costo, sarebbe sciocco ridurre il giro d’affari rifiutando lavori pessimi e aumentare le spese assumendo editor e correttori.
    Com’è dunque risaputo (e stupisce il loro “successo”) questi non-editori lucrano sfacciatamente sulla vanità dell’aspirante scrittore.
    Che potrebbe essere soddisfatta con cifre assai più modeste da un bravo stampatore; la lieta distribuzione del prodotto tra amici e parenti risulterà comunque gratificante.
    Quanto alla seconda parte dell’intervento di Pigi S., conosco anch’io diversi lettori onnivori e attratti dalle novità. Non capisco bene però come l’editore possa giovarsene: pubblicando a tutto spiano?

    • Pigi S.

      No, più semplicemente l’editore deve assicurarsi che le proprie pubblicazioni, numerose o meno che siano, alla loro uscita si vedano sempre sufficientemente reclamizzate, senza escludere alcun tramite comunicativo possibile. Per dirne una, i fedelissimi delle nuove uscite, cui nel precedente commento accennavo, si affidavano ciecamente in questo alla trasmissione di Maurizio Costanzo che credo questi conducesse in Rai. Ora, posso ben capire il fastidio che qualcuno potrebbe provare nel sentire le proprie opere nominate nella maniera raffazzonata, dislessica e disinformata tipica del vecchio piduista, inveterato tele-prosseneta del potente di turno, ex-propinatore di nauseabondi trenini televisivi domenicali in questione, ma – come si suol dire – la guerra è guerra…

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