Buone storie e buoni libri

di Cristiano Abbadessa

Ogni tanto (ogni poco) si riapre la polemica sulla difficile convivenza tra la Mondadori (coi suoi marchi acquisiti) e gli autori politicamente impegnati “a sinistra” che pubblicano con la casa editrice di Segrate. La causa del momento può essere uno sgarbato e definitivo giudizio su Saviano oppure, come di questi giorni, l’onda lunghissima di un’acquisizione passata per vari e non limpidi giudizi nelle aule dei tribunali.
Riassumendo per sommi capi, la questione è sempre la stessa. La Mondadori (e i celebri marchi acquisiti) è di proprietà di Silvio Berlusconi, attuale presidente del consiglio e da quasi vent’anni dominus di una parte politica. A dirigerla c’è sua figlia Marina, che pare seguire in tutto e per tutto le orme paterne. Con Mondadori e annessi pubblicano molti autori che professano idee di sinistra, alcuni anche impegnati in prima persona sul fronte avverso a quello dell’editore. Come possono, si chiedono maliziosamente alcuni giornali, tali autori rimanere senza imbarazzo “al servizio” dell’editore Berlusconi, contribuendo alle sue fortune economiche e non solo?
Gli autori rispondono con garbo, dividendosi in correnti e sottocorrenti del disagio o della pacifica convivenza; ma, al dunque, defezioni non se ne registrano, se non quando lo scontro diventa così personale da risultare, nell’immagine, penalizzante per entrambi gli attori. I cinici commentano che gli autori non se ne vanno per una questione di soldi; ma mi pare tesi risibile e confutabile, visto che altri colossi editoriali garantirebbero condizioni economiche certo non peggiori.
Personalmente ho una mia tesi, confortata dalla lettura delle opere che scalano le classifiche dei bestseller. Ed è che, basta un occhio allenato per accorgersene, nei libri del gruppo Mondadori si vede la mano robusta e capace di editor e redattori che migliorano e affinano il prodotto; nelle opere di tanti altri celeberrimi editori, questa mano non si vede, e talora si incontrano anzi traduzioni improponibili, errori marchiani, passaggi a vuoto che potevano essere eliminati o riempiti, faticose dissonanze narrative su cui l’autore poteva essere indotto a riflettere. Al punto che mi capita spesso di rimpiangere di non aver avuto tra le mani certe opere grezze, poi di successo, basate su un solido impianto e su contenuti ricchi, ma gravate da difetti narrativi vistosi e penalizzanti.
Gli autori Mondadori “di sinistra” conoscono bene il lavoro di quanti, all’interno della casa editrice, migliorano il prodotto. Il famoso oscuro lavoro redazionale di cui a volte il lettore fatica a prendere coscienza, limitato anche dal fatto di non avere per le mani una doppia versione dell’opera, il prima e il dopo la cura redazionale.


Ne parlo perché noi di Autodafé riteniamo che questa fase del lavoro sia il momento più esaltante e creativo della fatica editoriale. Trasformare buone storie in buoni libri, come dice il nostro slogan. Non, attenzione, confezionare in base ad analisi di marketing delle buone storie, da mettere poi in mano a buone penne e redattori attenti per cavarne il prodotto di facile successo. Semmai il percorso contrario: il saper riconoscere il buon punto di partenza, e trarre da un’idea forte e da una struttura narrativa robusta l’opera finita, sgrezzando e cesellando, correggendo e limando, alleggerendo o rafforzando, sempre insieme all’autore, tutto ciò che è perfettibile e migliorabile.
Dicevo pochi giorni fa che, nella capacità di riconoscere la buona storia e la stoffa di un autore degno di questo nome, mi ritrovavo nella ottima compagnia di tanti altri colleghi piccoli editori, di cui avevo condiviso le scelte nella selezione delle opere. Su questo, invece, mi piacerebbe sfidarli: la capacità di trasformare la buona storia in un buon libro, la capacità di utilizzare la buona stoffa dell’autore per confezionare un abito di pregio (e, qualche volta, persino l’abilità di intravedere, in una forma grezza e non preziosa, il potenziale punto di partenza per costruire insieme qualcosa di importante).
Perché un buon libro non si “scopre”, ma si costruisce insieme con intuito, pazienza, fatica e generosità. E i buoni autori sono i primi a saperlo, e a regolarsi di conseguenza.

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4 commenti

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4 risposte a “Buone storie e buoni libri

  1. Poco tempo fa ho ascoltato un’intervista di Corrado Augias, noto uomo di sinistra che pubblica da tempo con la Mondadori. Di fronte alla solita domanda sul suo conflitto d’interessi egli sottolineava l’incredibilie validità dei professionisti, redattori ed editor, che lavorano all’interno dell’azienda, a suo dire i migliori attualmente in circolazione.

  2. Caro Cristiano, trovo i tuoi post molto interessanti. Conosco Mondadori non per averci lavorato, ma perché pubblica e ripubblica un testo di mio padre da moltissimi anni. Testo che, occupandosi di un abito molto specialistico (è stato il volume che ha inaugurato la Lorenzo Valla) non ha certo necessitato di alcun tipo di editing e tanto meno di revisioni della traduzione. Concordo con te sulla pessima qualità delle traduzioni proposte da molti editori anche di grande nome. Ma questo accade perché la maggior parte degli editori non vuole traduttori esperti. Non potrebbe pagarli male come pagano. Dunque si dotano di un gran numero di giovani appena usciti magari da una laurea triennale, senza alcuna esperienza o conoscenza della materia di cui tratta il testo. Ed ecco spiegate le pessime traduzioni, irte di errori a volte grotteschi.
    Il problema che sollevi però, cioè quello dell’ottima squadra di editor, revisori, limatori, correttori, rafforzatori ecc. ha ucciso la vera e buona letteratura. Qualunque persona con un’ombra di talento e un po’ di fantasia, se messa nelle mani di questi capaci demiurghi, è poi in grado di sputare qualcosa di passabile.
    Purtroppo non sempre gli editor sono in grado di fare il loro lavoro, perché anche a me è successo di dover litigare con una tizia che sosteneva che un importante testo di una famosissima autrice era “troppo fantasioso e il linguaggio troppo barocco”, quando proprio quello era l’intento dell’autrice! Secondo lei avrebbe dovuto cambiare lo stile…. ma lasciamo perdere.
    Il vero talento era quello – e talvolta esiste ancora – che non aveva bisogno di chi limasse, suggerisse, costruisse. Ci mancherebbe. E’ proprio questo il motivo dell’invasione di numeri impressionanti di autori inutili. Il business che è diventata la scrittura. Ma la scrittura non è letteratura. Né Tolstoj, né Melville, né Dickens, né Balzac, né Manzoni, né Dante, né Calvino né Poe per non citare che solo alcuni degli autori che amo, hanno mai avuto bisogno di chi gli limasse, aggiustasse o costruisse le opere. Le loro erano buone storie perché erano grandi scrittori, che tutto questo lavoro lo facevano da soli. Ed è quello che deve fare uno scrittore: poter giustificare e difendere ogni singola parola di quel che scrive. Chi non è in grado di farlo, scrittore non è e allora si vedrebbe come il campo si libera da solo.

  3. A.

    Devo dissentire da Francesca. Non sul merito degli autori che cita, dinanzi ai quali mi toglierei il cappello se ne indossassi uno. Ho grosse difficoltà a puntar la prua verso un’assoluta compiutezza dell’opera in sè, mentre condivido il discorso della responsabilità dell’autore. Dissento sul considerare la collaborazione con l’editore – e l’editor- in senso negativo. Mia convinzione è che qualsiasi cosa possa farci spostare dalle profondità capziose dell’ombelico, può costituire un elemento di dialettica e dinamica, di crescita e ricerca. Ogni cervello al servizio di un’idea condivisa è patrimonio inestimabile: certo, la cosa fondamentale è arrivare a condividere l’idea che sottende a qualsiasi produzione, arricchendo lo sviluppo di elementi già in essa contenuti e a volte oscuri alla penna del più dotato autore. Insomma, non voglio dire che si debba scrivere a quattro, sei mani obbligatoriamente, io non lo faccio adirla tutta. Penso che autore, editor ed editore abbiano compiti differenti ma lo stesso obiettivo: far leggere qualcosa in cui credono e su cui scommettono. Volevo fare cinema anni fa proprio per la natura estremamente collettiva delle produzioni. La scrittore soffre, temo, retaggi antichi e vaghezze idealiste. Investire su un altro essere umano nel momento opportuno di un’elaborazione, penso sia un bene.

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