Letteratura: arte, talento e squali

di Francesca Diano

Con trent’anni di editoria alle spalle, con editori “veri”, cioè piuttosto importanti, come traduttrice, consulente editoriale e editor, oltre che come saggista, penso di poter dire qualcosa su questo argomento, che mi appassiona non poco. Ho visto la differenza tra l’editoria italiana e quella straniera, dato che ho pubblicato all’estero e con maggiore soddisfazione e rispetto da parte degli editori che in Italia.
Se Pigi.S sapesse come lavorano e su che base operano le loro scelte quelli che lui chiama gli “editori veri”… arrivando a dire: “Io per esempio, da lettore, non mi fiderei mai di un testo che non è riuscito neppure a passare il vaglio di un editore vero (il quale qui si fa garante stesso della bontà del libro, visto che ci ha creduto a sufficienza da investirci i suoi soldi).”
Consiglio la lettura del delizioso “I ventun modi di non farsi pubblicare” di Fabio Mauri (quello della Mauri Spagnol per intenderci) con prefazione di Eco. Entrambi, ben introdotti nel mondo editoriale come si può immaginare; uno ovviamente editore, l’altro ottimo venditore di se stesso, concordano sul fatto e concludono che farsi pubblicare se non sei già noto è praticamente impossibile. Ed è così.
I guadagni degli editori italiani (e sottolineo italiani) non provengono tanto dall’investire in opere e autori in cui credono, ma dallo scegliere per la maggior parte autori stranieri già affermati e poi autori italiani o già noti – non necessariamente per le loro qualità letterarie – o, se giovani, non eccessivamente dotati di personalità, in modo da poterli manovrare, lucrare sui loro diritti d’autore, creare casi letterari inesistenti per trarne tutto il succo possibile e poi dimenticarli. Non è difficile creare un caso letterario. Non c’è nulla di vero o di serio in questo se non il denaro coinvolto. Mai visto in trent’anni uno degli editori “veri” scegliere di pubblicare qualcosa arrivato direttamente da un autore sconosciuto e  a volte nemmeno conosciuto. Buttano via tutto direttamente. Le definiscono “opere non sollecitate”.
Per quanto riguarda l’editoria a pagamento, esiste ora la possibilità di pubblicare le proprie opere a pochi euro col metodo POD, Print on demand, su siti appositi, nati prima in USA  e poi diffusisi. Questo segnerà per fortuna la fine di tanti imbroglioni che chiedono cifre folli per fare i tipografi e spesso molto male anche quello.
Ovvio che esiste una pletora di persone prive di ogni talento (ma esiste anche nelle arti figurative, come i “pittori della domenica” che non conoscono le basi del disegno ma magari si pagano una mostra) e che aspirano a vedere il proprio nome su una copertina. Ma tutta questa foga non fa male a nessuno, perché tanto non lascerà traccia. Però è gente che si lascia ingannare dal fatto che ormai si fa credere che fare gli scrittori sia “figo”, che lo scrittore sia un divo. Perché è questo che ci è giunto dall’America. Il discorso è molto lungo e complesso e si ricollega alla nascita di questa terribile trovata che si chiama “creative writing”. Un trend nato in America negli anni Trenta e da noi importato col solito ritardo. Gli americani sono pragmatici e credono che la creatività sia una cosa che si può insegnare. Basta seguire un corso di creative writing ed ecco che sei scrittore e puoi iniziare a pubblicare! Dimenticando che, certo, la tecnica è assolutamente fondamentale, MA non serve a nulla senza la creatività, il mestiere, l’esperienza, la cultura, la conoscenza. E il talento.
Dimenticando che scrittori si nasce e poi ANCHE si diventa, non cessando mai, fino alla morte, di imparare. Io credo che un vero scrittore non abbia bisogno di un editor che gli riscriva o scriva il libro (come spesso ho visto fare e a volte ho dovuto fare anche io, anche se mi sono sempre rifiutata di far passare per farina del suo sacco quello che non lo era). Un occhio esercitato è essenziale, che aiuti a portare alla luce errori, sviste, qualche lungaggine. Ma nulla di più.
Comunque, esclusi i presenti ovviamente, posso assicurare che il mondo dei grandi editori italiani è un mondo di squali, che se possono imbrogliano gli autori, che non pagano il dovuto, che creano autori che poi sotterreranno ecc.
Altro che garanzia di chi è passato al vaglio di questa gente!

Vorrei aggiungere due parole anche sulla questione del lavoro di editing, che, a mio avviso, con lo spazio che ha assunto ormai nella “confezione” di un libro, ha ucciso la letteratura.
Oggi infatti è diventato davvero molto difficile, per il lettore,  riuscire a distinguere il talento letterario da un buon artigianato, o solo passabile artigianato, proprio perché in non rari casi un autore invia all’editore lo scheletro del testo, su cui poi viene operato un lavoro di limatura, correzione, ampliamento, taglio, miglioramenti ecc, che tutto sono tranne lavoro dell’autore. Mi è capitato di trovarmi tra le mani, “per errore”, una prima versione di un autore di grande nome, talmente diverso dallo stile a cui ero abituata, da farmi credere che avesse cambiato radicalmente stile. Telegrafico, pieno di errori, trascurato, parti accennate e non sviluppate, contraddizioni ecc. Invece era solo appunto lo scheletro di quello che poi, con il contributo di un editor, sarebbe diventato un romanzo vero e proprio ma diverso, a parte il plot. Ora, se i VERI scrittori che per secoli hanno scritto, lavorato e prodotto capolavori immortali, non hanno avuto bisogno di editor che glieli sistemassero, è perché fare lo scrittore, come fare appunto l’artista, richiede, oltre al talento, delle competenze tecniche che nascono dalla pratica, dall’esperienza, dalla capacità di vedere e capire le cose, dalla immane fatica a cui non si teme di sottostare che fare letteratura richiede. Tutte cose che non ha chiunque. Che non basta un corso di scrittura, pur tenuto da un autore di successo (che non rivelerà MAI i suoi segreti veri o, peggio, quale lavoro i suoi editor fanno per lui) a regalare.
È questa la differenza fra chi fa letteratura e chi scrive. Come tra chi fa arte e chi disegna. Talento, idea,  tecnica e dedizione totale, tutte insieme e tutte allo stesso tempo a concorrere nel creare un’opera che abbia almeno la qualità dell’autenticità. Magari non un capolavoro immortale, ma della buona letteratura.
Poe, nei suoi meravigliosi saggi sulla letteratura, scriveva che “arte e verità sono sorelle”. Se togliete quella verità, togliete l’arte.
Se si potessero cancellare tutti coloro che contribuiscono col loro lavoro a confezionare il prodotto commerciale che ormai è un libro, ecco che non sarebbe più possibile confondere uno scrittore “vero” con uno finto, costruito a tavolino. Sparirebbero gli innumerevoli “casi letterari” che ogni anno nascono come funghi, l’infinito corteo di giovani geni esordienti (ogni secolo si contano al massimo sulle dite di una mano), gli scrittori/opinionisti/presenzialisti/presentatori/vincitori di premi/tuttologi che affollano le presentazioni in libreria.
L’editoria è un’industria commerciale. Stop. Poi, certo, fra tutto questo frastuono si trovano anche gli scrittori veri. Da noi non tanti e se ci sono, sono presto messi nella stanza degli ospiti.
Vogliamo poter tornare a riconoscere un vero scrittore, uno scrittore di talento, uno che faccia letteratura? Torniamo a lasciare che gli scrittori facciano da soli il loro mestiere. Il numero dei manoscritti inutili si ridurrà come per incanto e gli stessi editori avranno più facilità a riconoscere il talento.

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20 commenti

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20 risposte a “Letteratura: arte, talento e squali

  1. Pigi S.

    Non vorrei aver dato l’impressione di affidarmi a qualunque libro venga sancito da una pubblicazione non a pagamento come se si trattasse delle Sacre Scritture. Per “passaggio al vaglio di un editore vero” intendo la ‘conditio sine qua non’ o, come dicono i logici, una condizione necessaria ma non ancora sufficiente. Necessaria per essere certi di trovare un testo perlomeno ortograficamente corretto e contenutisticamente sensato, ma non certo sufficiente a farne un sicuro capolavoro, o anche solo un’opera apprezzabile. Di come vada tra le segrete delle grandi e medie case editrici avevo peraltro già avuto sentore. Proprio Mauri, all’inaugurazione di uno di quei tanti specchietti per allodole esordienti che è il concorso letterario “IoScrittore”, affermava candidamente che confidandosi tra colleghi editori si dicevano di rifiutarsi di leggere proposte editoriali di sconosciuti, ritenendo altamente improbabile di poter scovare là in mezzo qualcosa di pubblicabile. Certo lo scenario qui mostrato è di gran lunga peggiore di quanto immaginassi: a quanto sembra gli editors di queste mega-case editrici si sono trasformati più che altro in ghostwriters di una serie di autori che si rivelano poi essere poco più di semplici prestanome. La scarsa varietà, la standardizzata piattezza e la pressochè inesistente ricerca formale di gran parte della letteratura italiana di questi anni conferma peraltro nei fatti quanto riferito dalla signora Diano

  2. A.

    Condivido quanto scritto nella misura in cui l’editing (che non è correzione di bozze ma qualcosa di più) risulti poi essere riscrittura o scrittura finanche del prodotto letterario. Nel caso del mio lavoro con Autodafè l’esperienza è stata molto positiva perchè dettata più dalla necessità di scrostare alcuni passaggi del mio narrare, spuntati d’efficacia dal mio stile. Gli interventi sul testo, mi sono stati suggeriti e li ho realizzati io stesso, tra l’altro, per fortuna, in misura assai tollerabile (ci ho lavorato un pomeriggio e una notte intera e con buon risultato). Il risultato è che il libro credo se ne sia molto avvantaggiato senza che perdesse la sua paternità. Al contrario quello che ritengo essere il più brutto romanzo che io abbia mai letto, il noto best seller della Mondadori di un anno fa, sono convinto che sia il risultato di più mani: abbastanza riconoscibile la cesura che c’è tra l’incipit dei primi due capitoli e il resto, per scelte sintattiche e stilistiche. Così come l’autore stesso, a questo punto egli stesso un prodotto, mi ha lasciato molto perplesso. Non so se la soluzione sia semplicemente nell’invocare che gli scrittori scrivano da soli. Penso che il più grosso vulnus del “commercio editoriale” sia quello di non partire tutti alla pari nella distribuzione; la visibilità e la possibilità di presenza fisica nelle librerie costituiscono il primo elemento di costrizione per qualsiasi editore e autore. Concludendo: nel momento in cui si perde interesse per la letteratura il lavoro dei grandi editori è destinato a fornire prodotti secondo le stesse regole che regolamentano qualsiasi mercato, perseguendo la costruzione di situazioni egemoni, riduzione dei costi, serialità e tendenze… Scrittori personaggi, casi letterari e premi non differiscono dal 3×2 nei supermercati.

  3. E’ bello vedere che parlare di letteratura sia ancora stimolante. Abbiamo bisogno di chi abbia idee e abbia il talento, le capacità e le conoscenze tecniche per fare ciò che la letteratura è: un’immagine del mondo..
    Una cosa va detta e cioè che un editore è per forza di cose un imprenditore e ovviamente deve trarre un guadagno da quello che fa. Sarebbe stupido non pensarlo. Né avrebbe senso. Ma io sono convinta che si possa guadagnare e offrire qualità. Discreta, media e alta.
    Problemi di questo tipo s’erano già profilati quando, nel 19° sec. sono nati i grandi editori popolari, soprattutto in Inghilterra e Francia. Hanno capito che il guadagno si faceva sui grandi numeri e questo è l’aspetto letterario della rivoluzione industriale. Era nata l’industria culturale. Nascevano i romanzi a puntate, i feuilleton, scritti però da gente come Dickens, Balzac, Dumas, Sue ecc. o la Family Library di John Murray, grandissimo editore londinese d’epoca vittoriana. Grandi classici a prezzi stracciati. Successo enorme.
    Lì il guadagno era sui numeri, ma anche sulla qualità. A parte il proliferare poi di una stampa popolare di genere.
    Il fatto è che noi non abbiamo avuto una rivoluzione industriale e l’alfabetizzazione, nei paesi cattolici, era di molto inferiore a quella dei paesi protestanti, dove tutti imparavano a leggere e a scrivere, se non altro per leggere la Bibbia. E il romanzo, in tutte le sue successive trasformazioni, è comunque la manifestazione letteraria di una società borghese.
    Dunque non è proprio del tutto nelle nostre corde.
    Calvino, che è per me il maestro di tutti, non ha scritto romanzi. Quelli che lo sono in apparenza, sono in realtà apologhi, romanzi filosofici alla Voltaire.
    Per quanto riguarda il ruolo dell’editor, ho infatti specificato che va benissimo, se è limitato a una revisione, correzione di sviste e piccoli suggerimenti. Nei grandi romanzi pubblicati a puntate nell’800 le sviste sono numerose, proprio per la fretta di terminare la puntata settimanale. Ma ci sono scrittori maniacali, per i quali è essenziale la precisione assoluta, “quella” parola e non un’altra. E’ irrinunciabile la revisione incessante, il tagliare tutto il superfluo. Deve rimanere solo il necessario.
    Come può un editor che co-scriva un testo, sapere ciò che è essenziale e necessario per l’autore? E come può un autore demandare ad altri la sua visione del mondo? La descrizione del suo universo?
    Io credo che per un vero scrittore, come per qualunque artista, debba essere fondamentale la consapevolezza. Il poter giustificare ogni scelta di ogni parola perché “ha il suo senso”, il suo posto preciso.
    Suggerimenti e consigli vanno benissimo, se poi servono a rendere maggiore questa consapevolezza. Nell’editoria americana invece l’editor ha un ruolo talmente ingombrante, che appunto poi si verifica che si leggano molte opere scritte a quattro mani pubblicate sotto un solo nome.
    Poi c’è ovviamente il problema della distribuzione, costosissima e che incide non poco sul prezzo finale del libro. Insomma, fare l’editore oggi, soprattutto un piccolo editore, è davvero un atto di coraggio e “di fede”.

  4. Per sottolineare ciò che intendo quando parlo di ottusità dell’editoria italiana, rimando, se l’autore del blog è d’accordo, al post del mio blog: “Politica editoriale italiana: fiabe e leggende sono out”, in cui spiego da un altro punto di vista come nemmeno gli autori famosi siano presi in considerazione dai nostri editori (con il risultato di vari autogol, dato che poi chi ci perde sono loro) se proposti da chi non è parte della casta editoriale.
    Questo è il link
    http://emiliashop.wordpress.com/2011/05/20/politica-editoriale-italiana-fiabe-e-leggende-sono-out/

  5. A.

    (Mi piacerebbe tanto potessi leggere il mio romanzo con Autodafè.. Anche una stroncatura mi onorerebbe!).
    A.

  6. Caro A. intanto grazie di cuore per le bellissime parole di apprezzamento. E’ bello poter dialogare serenamente facendo sì che tutti possano far comprendere all’altro il proprio punto di vista.
    Per quanto riguarda la lettura del tuo romanzo, io sono solo un’ospite di questo bel blog di Autodafé – cosa di cui ringrazio moltissimo questo coraggioso editore – e quindi non ho né il ruolo né l’autorità per un compito sempre delicato e di grande responsabilità come quello di valutare un lavoro altrui. Ma la frase: ” anche una stroncatura mi onorerebbe” non solo mi fa capire il rispetto e quindi l’amore che hai per la scrittura, ma anche che possiedi una qualità importante per tutti noi che cerchiamo, spesso sapendo di non riuscirci, a rendere un’immagine del mondo attraverso la parola: l’umiltà. Senza l’umiltà, che non è senso di inferiorità o mancanza di autostima, ma la percezione dei nostri limiti (ed ecco ancora la consapevolezza) non potremmo mai continuare ad imparare. Ma, anche se io non posso certo pensare di stilare giudizi sommari su nessuno, ti sono grata per la stima che le tue parole esprimono.

  7. Francesca, scrivi: “Mai visto in trent’anni uno degli editori ‘veri’ scegliere di pubblicare qualcosa arrivato direttamente da un autore sconosciuto e a volte nemmeno conosciuto”.
    Il mio mestiere (che faccio dal 1998; attualmente lavoro per Einaudi Stile libero) consiste esattamente nel prendere in considerazione qualunque cosa arrivi (ricevo circa 1.300 dattiloscritti l’anno) e segnalare all’editore ciò che mi pare interessante.
    Ho avuto l’onore di essere il primo lettore di Diego De Silva, Mariolina Venezia, Maurizio Torchio, Leonardo Colombati e altri (di Tullio Avoledo fui il secondo lettore: me lo segnalò Mauro Covacich), nonché di di scovare i primi libretti, autoprodotti, di Laura Pugno e Vitaliano Trevisan. Tutti costoro sono arrivati alla grande editoria dopo un passaggio per un’edidtoria magari piccola ma già “vera”. Nei prossimi dodici mesi Stile libero farà esordire almeno due “perfetti sconosciuti”.

  8. Pigi S.

    Comunque sempre molto diverso (qualitativamente e numericamente) rispetto a quando, prima che la nota famiglia “Dynasty in Brianza” si impadronisse di larghe quote della casa editrice torinese, e con Giulio Einaudi ancora in vita, i “perfetti sconosciuti” a cui si dava spazio erano Calvino, Ginzburg, Vittorini, Vassalli, Fenoglio, Levi e via cantando (magari reinvestendo i soldi provenienti dal Pci, per pubblicare indigesti malloppazzi di partito, sulle nuove proposte: come si suol dire “ex malo bonum”!). Ditemi voi al giorno d’oggi se l’Einaudi mondadorizzata potrebbe mai prendersi la briga di pubblicare, ex abrupto, un ancora ignoto Fenoglio, qualora se lo trovasse tra le mani…

    • @ Giulio Caro Giulio, forse tu, essendo anche scrittore, hai di certo un occhio più attento a quanto viene inviato. Nelle case editrici in cui io ho lavorato, almeno da un certo punto in poi non era così. Anzi, i testi inviati, e talvolta anche consigliati da chi se ne intende, non sono mai stati presi in considerazione. A proposito di Einaudi…… (non Stile Libero) ti invito a leggere il mio post
      http://emiliashop.wordpress.com/2011/05/20/politica-editoriale-italiana-fiabe-e-leggende-sono-out/
      Ma è confortante sapere che almeno qualcuno della tua esperienza e attenzione se ne prenda cura.

      @Pigi Caro Pigi.S, concordo su tutto e pienamente. Come si suol dire…mi hai letto nel pensiero

      • Francesca: leggere manoscritti è il mio lavoro. Non lo faccio perché “sono scrittore”, ma perché mi pagano per farlo. E, come ho già scritto, succede che anche perfetti ignoti, da me proposti nell’ambito del mio lavoro, vengano accettati e pubblicati.
        La dico in un altro modo: Einaudi si prende la briga di stipendiare una persona apposta perché legga i manoscritti dei perfetti ignoti.

  9. @ Giulio
    Mi scuso se ho fatto riferimento a quel mio post già segnalato in questa sede, ma in fondo lì c’era già la risposta alle tue osservazioni

  10. Pigi S.

    Senza voler attribuire alcuna colpa al sig. Mozzi che, sono certo, da par suo svolge un lavoro più che egregio, così, a naso, mi viene da affermare che “Spiritus non durissima iam coquit”…

  11. Quando ho scritto “perché sei scrittore” mi pareva ovvio intendere che, avendo, immagino, una maggiore sensibilità per la scrittura, dedichi una maggiore attenzione a ciò che leggi e hai una maggiore consapevolezza di quella che può essere la stoffa di chi scrive. In genere molti editori, quando accettano di leggere manoscritti “non sollecitati”, li affidano a gente che non ha mai scritto una riga.
    Non mi pareva che le mie parole potessero essere intese in altro senso.

  12. Pigi: non ho capito.

    Francesca, scrivi: “In genere molti editori, quando accettano di leggere manoscritti “non sollecitati”, li affidano a gente che non ha mai scritto una riga”. Potresti fare qualche esempio?
    Una persona che non sia uno scrittore può peraltro essere un ottimo lettore (mi viene in mente Luca Briosco).

  13. Pigi S.

    Trad.: “Lo spirito non digerisce più cose anche troppo dure”.
    Parafrasavo il celebre esergo che si leggeva intorno allo struzzo einaudiano per dire semplicemente che temo che, comunque la si metta, le leggi del mercato ormai abbiano avuto la meglio su tutto il resto e si identifichino con la stessa politica editoriale dell’Einaudi (sub Mondadori).
    Ragion per cui i testi più ardui, tosti, impattanti il famoso struzzo sembra non volerli (e non poterli) più ingollare. Sicuramente un tempo ci si muoveva su un altro passo e su altre logiche. Anche allora ci si voleva certo guadagnare sopra, ma al contempo si avvertiva, forse, il peso morale e culturale del proprio ruolo. Non si guardava solo al best-seller, ma anche al long-seller (che è certamente una categoria più interessante). Si riconosceva la bellezza della pagina, senza almanaccare troppo su quante copie avrebbe potuto vendere. E forse così riuscivano a vendere anche molto, senza magari averlo previsto. Se Giulio Einaudi rischiava – e magari gli andava pure parecchio bene – ora invece sembra si punti solo sul sicuro. Si pubblica chi si sa già che farà benino, e che porterà le spese a casa, compreso qualche ricavo. Ma, io mi chiedo, si risolve in questo un vero spirito imprenditoriale? Un tempo c’era Fenoglio, si diceva. Ora c’è Ammaniti. Con la differenza che se ti arrischi a pubblicare qualcosa di strano, profondo, mitopoietico, inusuale, sperimentale, epico e vivo – ossia, in una parola, NUOVO – come il “Partigiano Johnny” magari ci fai anche su dei gran bei margini; certo è che nel frattempo, con quel tuo piccolo atto commericale, sei riuscito a rendere il mondo un tantino più grande e migliore che se quel romanzo non fosse mai stato messo sotto i torchi. (Quanto poi a Ammaniti, per esempio, è forse superfluo aggiungere che non credo valga lo stesso discorso…)

    • “Si riconosceva la bellezza della pagina, senza almanaccare troppo su quante copie avrebbe potuto vendere”.
      E infatti, vien da dire, nel 1983 l’azienda rischia il fallimento, finisce in amministrazione controllata, e dopo un lungo travaglio viene “salvata” da Mondadori che se la compra nel 1994.
      In realtà non è così, perché in Einaudi si è sempre molto “almanaccato” sulle previsioni di vendita. E la crisi finanziaria è stata dovuta più a questioni di gestione che a errori nelle previsioni di vendite.
      Consiglio, per saperne qualcosa, di leggere il libro-intervista di Severino Cesari, “Colloqui con Giulio Einaudi”, Tascabili Einaudi, 244 pagine. Per i più interessati ci sono le quasi mille pagine di “Pensare i libri. La casa editrice Einaudi dagli anni Trenta agli anni Sessanta” di Luisa Mangoni, Bollati Boringhieri.

      Per chi non avesse tempo e voglia di leggere questi libri, riporto qui una breve (e tendenziosa, sia chiaro) considerazione di Gian Arturo Ferrari, direttore della divisione libri di Mondadori:
      “I bestseller interessanti sono quelli voluti, non quelli spontanei. Per comprendere gli spontanei occorrono indagini e analisi di alto profilo, sulla società, la storia e il gusto. Mentre i voluti sono piccole faccende di cucina editoriale, nel complesso più alla nostra portata. In Italia l’inventore del bestseller voluto fu il primo vero editore moderno, Emilio Treves, il quale, innamoratosi (editorialmente) di D’Annunzio, concentrò ogni risorsa su Il piacere, a scapito del precedente astro Giovanni Verga che di lì a poco ne morì.
      Ma la prima vera e grande operazione bestseller, così come oggi l’intendiamo, si deve a Einaudi (inteso come figura editoriale collettiva, non come persona) che nella primavera del 1974 pubblicò La storia di Elsa Morante con una determinazione e una inventiva mai viste prima (la sola determinazione infatti non basta, come si potè constatare l’anno successivo con l’Horcynus Orca di Mondadori, eminente e memorabile flop). Le invenzioni furono due. La prima riguardò il publishing del libro in senso stretto, cioè la collana, il prezzo e la copertina. La storia è un voluminoso romanzo di oltre seicento pagine. Invece di metterlo nella sua collana regolare e naturale, i Supercoralli, Einaudi lo piazzò negli Struzzi, che era allora la collana economica, e di conseguenza abbassò drasticamente il prezzo. Il significato di queste scelte era ‘Ci credo talmente e sono così sicuro che venderà tanto da potermi permettere un prezzo bassissimo’. Per la copertina scelse un’immagine solarizzata nera e rossa, quasi grafica, estremamente aggressiva. Ma la principale innovazione fu l’uso della pubblicità. Invece di tristi quadratini con più tristi frasette, prese, di domenica, tutta l’ultima pagina del Corriere, la lasciò bianca e in mezzo mise una piccola riporoduzione della copertina del libro” (da qui).

      • Pigi S.

        La ricostruzione è davvero interessantissima (soprattutto per me che non ne sapevo assolutamente niente), ma ancor più interessante è il fatto che se poi l’ipotetico acquirente “abboccava” all’amo pubblicitario e si portava a casa “La Storia” della Morante, aprendolo si trovava poi di fronte un libro meraviglioso, che una volta letto ti continua a riecheggiare di dentro per il resto della tua vita (almeno così a me è successo). Triste invece è quando si punta sul nulla, progettandolo esclusivamente a tavolino. La pubblicità così si fa fraudolenta e l’intera operazione rassomiglia sin troppo da vicino ad un soufflé completamente vuoto al suo interno. Il soufflé gonfia, gonfia. Può continuare così anche per un bel po’, ma a un bel momento l’eccessiva tensione superficiale, non supportata da alcuna farcitura, finisce per scoppiare miseramente, e di quella vivanda farlocca non resteranno che tristi lacerti appiccicaticci sparsi qua e là, che qualcuno si dovrà sbrigare a spazzar via al più presto…

  14. Pigi, quanto mi piacciono i tuoi post!
    In quanto a me, penso all’Irlanda (ah, la mia Irlanda…) sulle cui banconote sono impressi i ritratti di scrittori e, cosa mai vista altrove, la stoffa che riveste le poltroncine dell’Aer Lingus, la compagnia aerea di bandiera, è un tessuto jacquard con tutte le firme dei suoi maggiori scrittori.
    E’ solo una questione del ruolo che ciascun paese dà alla propria cultura. E sì che gli autori irlandesi (romanzieri, poeti, saggisti) producono reddito, per sé e per altri, senza in genere cedere eccessivamente alle esigenze ottuse di un mercato che vuole tutto e subito.
    Per quanto l’Irlanda abbia i suoi guai e compia i suoi errori, raramente ho conosciuto un paese che investa così tanto nella propria cultura, passata, presente e futura. Ma in fondo, questo atteggiamento è sempre stato parte della civiltà irlandese, ed è quello che le ha permesso di sopravvivere nei secoli, nonostante tutto.
    La prova che la cultura paga eccome.

  15. Vi posto qui un’intervista alla nota traduttrice e consulente editoriale francese Nathalie Bauer, rilasciata a Nazione Indiana. La Bauer è traduttrice di molti dei romanzi italiani pubblicati in Francia, sia di grandi classici (Primo Levi, Federico De Roberto, Mario Soldati, Giovanni Arpino) che di contemporanei (non molti italiani sono pubblicati in Francia)
    Dato che lei è un’osservatrice esterna e molto informata della situazione letteraria italiana attuale, e ovviamente obiettiva, LEGGETE COSA DICE degli editori italiani, delle mode italiane, della cattiva qualità di molti finti successi ecc.!
    E’ esattamente quello che dico io e molti altri

    http://www.nazioneindiana.com/2005/10/03/dialogo-di-giacomo-sartori-con-la-traduttrice-nathalie-bauer/

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