Genio e metodo nel mestiere dello scrittore

di Cristiano Abbadessa

A leggere qualche intervento, o qualche commento, c’è per noi di che rabbrividire. Si prefigura, forse talora si auspica, un mercato editoriale riservato a pochi grandi autori dal talento riconosciuto, una decrescita della produzione che sia soprattutto l’abolizione di chi non ha la patente in regola, la scomparsa dell’editoria come industria, l’eliminazione (o la marginalizzazione) del lavoro redazionale e del ruolo dell’editor, l’editoria a pagamento o l’autoproduzione come uniche risorse per i velleitari aspiranti autori che non si sono ancora fatti un nome.
Per la nostra stessa natura, e per le scelte che abbiamo fatto, mi pare sia superfluo rientrare ora nel merito di alcune questioni o, peggio, difendere il ruolo dell’editor, del piccolo editore e la funzione delle redazioni: sono, semmai, controdeduzioni che si esprimono attraverso il lavoro e guardando al risultato finale, unico giudice dell’utilità o meno di quanto fatto. Ma mi sembra interessante porre qualche elemento di riflessione, più in forma di domanda che di risposta, per quanto riguarda il talento dello scrittore e l’idea che solo pochi, pochissimi, autori meritino tale titolo e il diritto alla pubblicazione.
Anzitutto: è vero che i geni esistono, ma anche i grandi geni coltivano con metodo la propria arte. E un’opera di grande e riconosciuto valore non sgorga spontanea, ma è frutto di una limatura e di un ripensamento continuo, di un lavorio durato a volte anni o decenni. Basti pensare ai Promessi Sposi e al Manzoni, alla risciacquatura dei panni in Arno per fare del Fermo e Lucia originario un’opera più al passo coi tempi e meno regionale (magari forzando il concetto fino a far dire al contadino lecchese Renzo Tramaglino “posso aver fallato”); un’opera di revisione che, per Manzoni come per tanti altri monumenti della letteratura mondiale, spesso non è stata compiuta in solitario. Possiamo quindi pensare che il talento vada affinato e che i contributi esterni, che nei secoli hanno preso forme diverse, non siano una violenza al genuino talento dell’artefice?
In secondo luogo: chi attribuisce la patente di genio e chi si incarica di stabilire che cosa è arte? La storia, non solo della letteratura, è piena di geni misconosciuti, magari perché troppo in anticipo sui tempi. E, soprattutto, esistono, con pieno diritto, i gusti personali dei lettori. Grandi maestri risultano del tutto illeggibili a lettori non illetterati, ma semplicemente con una sensibilità che mal si accorda con quella del maestro in questione. Fare “buona” letteratura è relativamente semplice, perché ciò che è davvero “cattivo” si riconosce con facilità. Ma arrogarsi il diritto di scegliere solo capolavori, non rischia di diventare un arbitrio tale da non poter essere, nella pratica, esercitato da alcuno?
Nell’individuazione del grande talento letterario, quanto pesa la forma e quanto il contenuto? Noi abbiamo fatto una scelta editoriale chiara, in cui privilegiamo l’idea creativa e la capacità di darle una forma strutturale, riservandoci di collaborare con l’autore nella migliore e più adatta definizione stilistica e narrativa. Per esperienza diretta, ho la sensazione che alcune opere, volte a magnificare essenzialmente il talento formale e stilistico dell’autore, risultino poi alla lettura mere esercitazioni, prive di anima e di contenuto. Non è un rischio che si corre, quando si sottolinea con enfasi la necessità di un’alta qualità stilistica nella produzione letteraria?
E, infine, poiché non possiamo non fare i conti con il fatto che non viviamo in una dimensione acronica, quali sono, nei nostri tempi, i talenti che dovrebbe possedere il “vero scrittore”? L’intuizione creativa che genera l’idea? La sensibilità di cogliere il particolare che può trasformarsi in narrazione? La capacità di strutturare una storia da raccontare, dandole sostanza? L’arte di narrare con uno stile limpido e trascinante? La virtù affabulatoria che consente di presentarsi al pubblico e promuovere sé e l’opera nei necessari contesti? L’abilità nel costruire il personaggio che genera curiosità e affezione? Si tratta di aspetti diversi, forse non tutti necessari, difficilmente tutti presenti in una sola persona; eppure tutti richiesti, in qualche modo, all’autore contemporaneo (e, più in generale, all’artista contemporaneo: di qualunque arte si parli).
Ovviamente noi abbiamo fatto le nostre scelte, già più volte spiegate. Su queste scelte, attraverso le mille forme possibili della commercializzazione e della comunicazione, misuriamo quotidianamente il riscontro, l’approvazione, il dissenso o il disinteresse.
In ogni caso, per quanto siano scelte di cui siamo fermamente convinti, non ci sogneremmo mai di dire, con tranciante sentenza definitiva, che il nostro è il solo modo di fare editoria. Ma, per contro, crediamo che questo nostro modo abbia pieno diritto di cittadinanza.

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14 commenti

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14 risposte a “Genio e metodo nel mestiere dello scrittore

  1. A.

    Gran bel post, direttore. Ci tornerò su volentieri nelle ore diurne..

  2. Caro Cristiano, seguo ormai con passione il vostro blog perché non solo lo trovo molto intelligente e stimolante, ma perché l’impresa che Autodafé sta compiendo è davvero degna di ammirazione e rispetto e non si può non condividerla, come ho già detto.
    Poiché lei fa riferimento a quanto scritto in alcuni commenti e io non ho letto nessun commento – a meno che mi sia sfuggito – che auspichi la sparizione dei piccoli editori, la pubblicazione di soli autori affermati, o di geni riconosciuti (da chi?), spero che quello che scrive non si riferisca ad alcuni argomenti che ho toccato in alcuni commenti e che possono essere stati, se interpretati in tal senso, fraintesi.
    Non vorrei aver dato l’impressione di sostenere che si debbano pubblicare solo i grandi capolavori o opere di genio, questa è un’impressione errata. Il mercato editoriale sarebbe finito!
    Quanto ho scritto mi è parso molto chiaro. In riferimento al tasto dolente dell’invasione di opere di dubbia o nulla qualità, pubblicate sia da grandi editori che da piccoli o autopubblicate, sostengo che chi scrive non può improvvisarsi scrittore dall’oggi al domani (sarebbe come come mettersi a comporre musica senza averlo mai fatto e senza conoscere la teoria elementare, o a dipingere o scolpire o progettare edifici senza averlo mai fatto prima e senza conoscere le basi). Non ho mai visto che esista una figura di revisore e correttore tra chi esercita qualunque altra arte. Questo esiste solo nell’industria dell’editoria, dunque nell’arte della scrittura ed è l’editor, che dovrebbe comunque solo occuparsi di rivedere un testo, controllare che non vi siano contraddizioni o sviste, errori e al massimo funzionare da specchio all’autore. Quello che lamentavo, perché in 30 anni di esperienza ho visto diventare la figura dell’editor sempre più ingombrante, è il ruolo che questa figura ha ormai assunto e che non trovo condivisibile. Ecco quindi che, se un testo può essere modificato al punto da trasformarlo in qualcosa di completamente diverso da quello che era, non si capisce più a che serve scrivere.
    In quanto al valore di un’opera, lei ha perfettamente ragione a sostenere che non è certo la correttezza o l’eleganza formale a determinarlo, se non c’è alcun contenuto (Baricco docet). Infatti un’opera è un’unione inscindibile di forma e contenuto, di idea e forma e la forma DEVE corrispondere al contenuto. Chi scrive deve trovare la sua lingua, il suo stile. Anche delle ottime idee, se non sostenute da una buona conoscenza tecnica degli strumenti che si devono usare per esprimerle, rimangono lettera morta. Se scrivo, non si vede perché io non debba conoscere gli strumenti che uso. La tecnica da sola non serve, le idee da sole non servono. Deve essere un’unità in cui le parti non siano distinguibili.
    Sono stati i poeti del Decadentismo francese a dire che il suono delle parole deve richiamare e anzi ESSERE il contenuto stesso.
    Anche quello che lei dice di Manzoni è vero (infatti io dicevo che uno scrittore non fa che rivedere il proprio lavoro, a volte moltissime volte) ma appunto, la revisione dei Promessi Sposi, anzi la riscrittura delle tre diverse versioni, l’ha fatta per una sua esigenza, anche confrontandosi con alcuni amici letterati, ma non spinto da un editor e per risciacquare i panni in Arno, un’esigenza che sentiva fortissima nel suo progetto di trovare una lingua italiana comune, si è avvalso soprattutto della collaborazione e della parlata della sua governante fiorentina durante il suo soggiorno a Firenze, Emilia Luti, che poi lo seguirà a Milano come istitutrice della nipote. Dunque una donna semplice che gli fu utilissima per ispirargli la parlata toscana. Ma non altro.
    Trovo che le qualità necessarie per uno scrittore siano tutte quelle che lei elenca, tranne le ultime due. Le ultime due sono invece le uniche che oggi si richiedono per inserire nel baraccone che ormai è l’industria editoriale gli “autori” costruiti a tavolino. Devono solo saper reclamizzare il prodotto confezionato a molte mani.
    Uno scrittore deve saper fare una sola cosa: scrivere e scrivere qualcosa che nessuno abbia detto prima o che non sia stata detta in quel modo. Che faccia capire a chi legge qualcosa che prima non aveva capito o non sapeva e per questo lo lasci più ricco.
    Non è necessario essere dei geni per questo, ma solo saper fare il proprio mestiere.
    Aggiungo, se è d’accordo, perché mi pare illuminante, il link a un interessante post dello scrittore brasiliano Julio Monteiro Martins, che vive nel nostro paese ed è direttore di una bella rivista letteraria online, Sagarana. Lo aggiungo perché ribadisce quello che anche io ho altrove detto più volte.
    http://www.sagarana.net/anteprima.php?quale=245

    E’ proprio per tutti questi motivi e per l’attenzione che Autodafé ha per la scrittura che ammiro e condivido il vostro progetto e trovo che davvero sia quasi unico nel nostro paese.

    • cristiano abbadessa

      evito il discorso teorico sul ruolo dell’editor: quella che ritengo la giusta misura la esprimiamo nel modus operandi.
      mi permetto però di far notare, non conoscendo a fondo i processi di altre arti, che quantomeno nella musica e nel cinema figure analoghe all’editor o al revisore sono più che presenti.

  3. A.

    Nel titolo che introduce questo post si fa riferimento a genio e metodo nel mestiere dello scrittore. Trovo sia un titolo ben scelto, racchiude al proprio interno due parole cui riconduco direttamente il mio modesto tentativo di scrivere. Sono metodo e mestiere. Sul termine genio mi riservo di tornare dopo aver analizzato brevemente questi due capisaldi di un impegno che, nei limiti del contingente, assume la dignità stessa di una professione.
    Credo profondamente nel metodo, non in “un” metodo: imposto il mio lavoro (lavoro, altra parola da nobilitare in tal senso) secondo un calendario molto severo, entro il quale mi consento trasgressioni minime cui porre rimedio e copertura con eventuali recuperi. Scrivo ogni sera, forse meglio dire ogni notte, per cinque giorni alla settimana. Ma c’è un lavoro preparatorio che precede la scrittura stessa: non ho mai frequentato corsi di scrittura, né preso a riferimento manuali, ho bensì impostato la scrittura secondo i canoni dell’apprendimento e della sintesi critica e personale, così come li ho maturati negli anni. Il mio tentativo di preparazione si riassume sostanzialmente in mesi di ragionamento costante sul lungo termine, entro cui verifico l’opportunità di sviluppare un’idea. Dopo questa fase, in cui mi predispongo anche a raffinare alcuni strumenti tecnici che possono tornare utili al caso (leggendo e “assorbendo” approcci stilistici da rielaborare, guardando film e serie tv ad hoc, documentandomi, ascoltando musica) stabilisco il punto di partenza dell’opera e il suo “cuore”, che in fin dei conti è il mio.
    La mia riflessione non procede a singhiozzo: credo che un autore, pure zoppo e deforme com’io posso risultare, sia in grado di maturare negli anni sì uno stile riconoscibile, ma ancor è necessario che si impegni a sviscerare un campione d’umanità, un nodo cruciale che è una poetica, declinando nel suo percorso creativo le variabili costituenti la sua riflessione. Non credo che il tutto si risolva nell’affrontare semplicemente un “tema” o un aspetto del sociale, persino quando come in Autodafé Edizioni, il sociale è l’oggetto di analisi principe del percorso editoriale che si va a eleggere. Credo che di fondo all’arte vi sia la costante interrogazione dell’uomo su alcune questioni su cui posa il suo essere al mondo e che l’approccio alla narrativa di impegno civile, per dirla in altro modo, si predisponga precisamente a rielaborare le suddette questioni all’interno di una dimensione storica e concretamente problematica. La distanza che si pone tra i contorcimenti dell’ego e la parola scelta è per me la garanzia di uno spazio vitale in cui l’artista insinua soluzioni o nuovi paradigmi del dubbio, che sono il contributo originale e significativo dell’opera che andrà a realizzare, spostando con forza e acume l’attenzione dai propri piedi al mondo e alla sua irriducibile complessità. La tecnica consente di muoversi all’interno di questo spazio, perseguendo con misura e saggezza il fine di esser autentici e orientati. Tutto questo compone per me il mestiere dello scrittore.
    Il “genio” è una categoria che non riesco a considerare, se non nella divagazione più pigra: più efficacemente credo che lo scrittore necessiti di una predisposizione alla fatica, non banale, di imporsi un’etica, un’economia, un rigore, che non è tra l’altro garanzia né di riuscita in sè né di successo. Quanto un editore possa riconoscere le virtù di un lavoro, attribuendovi il merito e la responsabilità di un investimento, credo sia conseguenza dell’approccio e delle competenze che l’editore stesso pone in essere nel “suo mestiere”. Nel caso di Autodafé, non per piaggeria, bensì in considerazione della progressiva conoscenza della direzione e dei collaboratori, mi sento di dire che al di là di qualsiasi difficoltà distributiva, esiste un patrimonio prezioso di conoscenza, tecnica e uno spessore umano abbastanza ampio da poter includere ed esprimere potenzialità assai diversificate, destinate, mi auguro, a sviluppare un percorso ricco e coerentemente ricco. Ho la fortuna per ora di esser stato chiamato a offrire il mio contributo e mi auguro di fare il possibile per continuare a offrirlo. E’ un’impresa che merita il plauso che anima queste pagine e mi auguro raggiunga presto anche i lettori così come ha entusiasmato noi che collaboriamo a realizzarne lo spirito.

  4. Stupendamente detto e stupendamente scritto!

  5. Pervinca Paccini

    Per chi hai scritto questa storia?

    Un giorno un uomo decise di scrivere un romanzo.
    Il suo primo romanzo.
    Cercò nella sua vita e trovò una bella storia. Cercò nelle sue letture, nella sua cultura e trovò le parole per raccontarla.
    Nel corso della stesura, tutto gli sembrava necessario: nuove svolte nella trama, nuovi tratti per caratterizzare meglio i personaggi. E così scriveva e scriveva. Per non appesantire troppo il racconto però, pensò bene ad un certo punto, di rendere un po’ ermetica la narrazione sfrondandola di alcuni passaggi che lui aveva ben chiari in testa e che il lettore avrebbe – secondo lui – facilmente compreso. Se poi non ci fosse riuscito… pace per lui.
    Le parole poi non gli bastavano mai, soprattutto gli aggettivi perché non ce n’era uno uguale all’altro, ognuno si portava dentro significati che il sinonimo non aveva e quindi non poteva essere sostituito bensì affiancato da quello. Lavorò molto sui dialoghi che dovevano essere naturali, come presi dalle situazioni reali senza passare attraverso il lavorio letterario che li avrebbe impoveriti. Ma per coniugare la spontaneità dei dialoghi con il resto del testo occorsero altri passaggi che si tirarono dietro la necessità di ulteriori tagli per contenere la fiumana narrativa.
    Ma un giorno l’opera fu completa.,
    Pensò di farla leggere a Primo e di chiedergli un parere.
    “Per chi hai scritto questa storia?”
    “Per chi? Per me stesso. Bisogna sempre scrivere prima di tutto per se stessi. La scrittura è un piacere.”
    “Non c’è scrittore se non c’è lettore. E lo scrittore deve tener conto dei gusti del lettore.”
    Incompetente pensò l’uomo. Però si mise a rimuginare su quanto gli era stato detto. Cercò sulla rete la trama e l’incipit dei romanzi che avevano in quel momento più seguito, poi riprese la sua storia e ci navigò dentro tenendo come bussola l’attenzione fissa su quanto aveva trovato in giro per il web.
    Quando fu pronto pensò di far leggere il romanzo a Secondo e di chiedergli un parere.
    “Per chi hai scritto questa storia?”
    “Per chi? Per il lettore. Non c’è scrittore se non c’è lettore.”
    “Manca l’idea forte. Quello che racconti è già stato scritto e riscritto.”
    Incompetente pensò l’uomo, però rimaneggiò la sua storia seguendo un po’ i suggerimenti di Primo e un po’ quelli di Secondo.
    Quando fu pronto pensò di inviarla a Ultimo e di chiedergli un parere. Quello gli rispedì il manoscritto. Sulla copertina, la solita domanda: Per chi hai scritto questa storia?
    Poco più sotto: La tua verità e la mia sono diverse, ma non possono fare a meno di guardarsi in faccia..
    L’uomo buttò via il romanzo. Si disperò. Giurò a se stesso che non avrebbe più scritto un rigo. Finché un frammento di mondo che gli girava intorno lo sedusse e lo costrinse a guardarsi dentro. Con onestà.
    Fu lì che rinvenne un paio di occhiali. Se li poggiò sul naso e mise a fuoco quel segmento di realtà che lo aveva colpito. La sua verità incontrò quella degli altri. Poi un giorno si rimise al computer.
    Non è dato sapere se l’uomo diventò uno scrittore, ma pare che Ultimo sia diventato un editor.

    Pervinca Paccini

  6. “Basti pensare ai Promessi Sposi e al Manzoni, alla risciacquatura dei panni in Arno per fare del Fermo e Lucia originario un’opera più al passo coi tempi e meno regionale”.

    Piutosto inesatto. I Promessi Sposi furono prima pubblicati (nel 1827) e successivamente “risciacquati in Arno” e ripubblicati (nel 1840). Ciò che si indica con il titolo convenzionale di Fermo e Lucia è la prima stesura del romanzo, lasciata ovviamente inedita dal Manzoni e assai diversa dalla prima edizione del 1827 (basti ricordare che con la famosa frase “La sventurata rispose” Manzoni fece sparire due interi capitoli del Fermo e Lucia). Credo che il Fermo e Lucia sia stato pubblicato per la prima volta, in un’edizione diretta dal linguista e filologo Michele Barbi, solo negli anni Cinquanta del Novecento.

  7. Caro Giulio, hai ragione a voler puntualizzare quanto accennato su Manzoni – in fondo per portare un esempio generale e che non credo volesse essere una nota filologica. Io stessa avevo già chiarito nella risposta che le diverse scelte linguistiche di Manzoni non avevano nulla a che fare con editor o consigli di altri, ma con una sua esigenza profonda di creare una lingua “italiana” comune. Manzoni, come uno scrittore dovrebbe essere, era già di per sé assolutamente consapevole del senso e del valore di ogni parola, quasi fino allo spasimo. Forse oggi, per la nostra sensibilità, Fermo e Lucia ha un interesse enorme, lo potremmo considerare più “moderno” delle versioni successive.
    Ma, per voler essere precisi, a dire il vero la prima pubblicazione del Fermo e Lucia è del 1915, non degli anni 50. Tale titolo non è “convenzionale” ma esattamente quello che Manzoni scelse per questa prima, molto corposa stesura.
    In ogni modo, quella del 1840-42 è considerata la terza versione e definitiva del romanzo, dunque vedendo nel Fermo e Lucia, come mi pare ovvio, una sua prima stesura e versione.

  8. Francesca, sulla data di pubblicazione del “Fermo e Lucia” sono andato a memoria, senza supporto. E ci ho messo infatti un “credo” davanti.

    Resta che la “risciacquatura in Arno” non avvenne tra il “Fermo e Lucia” e la prima edizione dei “Promessi sposi” – come tu hai scritto – bensì tra la prima e la seconda edizione dei “Promessi sposi”. Questa svista m’interessava segnalare.
    Tra l’altro, i manoscritti sono due. Uno è appunto il “Fermo e Lucia”, l’altro è una minuta intermedia, assai più vicina al testo poi stampato (e viene chiamata “Gli sposi promessi”).

  9. Sorvolando sul fatto che non mi pareva questa la sede per una discussione filologica sulle edizioni dei Promessi sposi, che, come è noto sono due, quella del 1827 e quella del 1840-42, (dunque è ovvio che le corpose variazioni linguistiche siano nella seconda!) non riesco a trovare il punto in cui io avrei scritto che la “risciacquatura” fu fatta tra il Fermo e Lucia e la prima edizione dei Promessi sposi. Ti dispiace indicarmi questo punto?

  10. cristiano abbadessa

    cari Giulio e Francesca, non farò mai più un esempio, visto che la sintesi (necessaria) porta a questi rtisultati. Sono io che ho scritto: “Basti pensare ai Promessi Sposi e al Manzoni, alla risciacquatura dei panni in Arno per fare del Fermo e Lucia originario un’opera più al passo coi tempi e meno regionale”; ma, ovviamente, intendevo fissare solo un punto di partenza (il Fermo e Lucia) e uno di arrivo (I Promessi Sposi, nella versione che si legge a scuola), richiamando con la “risciacquatura” uno degli aspetti più importanti dell’intervento. L’esempio non serviva per aprire una discussione sul prima il dopo e il quando, ma semmai sul come: Manzoni non operò da solo i suoi cambiamenti, ma attraverso un percorso di riflessione e confronto. Non lo fece con un editor, ma credo dipenda dal fatto che gli editor non esistevano.

  11. Caro Cristiano, spero mi sia perdonato l’aver voluto puntualizzare alcune cose. Nulla di tutto questo era rivolto a commentare il tuo esempio. Non certo da parte mia. Sarebbe stata una dimostrazione di maleducazione e stupidità. Solo parlando del ruolo dell’editor ho commentato che per Manzoni era stata la fantesca.
    Avevo già due volte sottolineato al gentile Giulio che non era questa la sede per mostrare la propria cultura (o incultura) riguardo ai Promessi sposi. Mi è parso un intervento bizzarro il suo!
    Il tuo post si riferiva a ben altro ed era su quello che era interessante commentare. Altro, che del resto non è stato minimamente preso in considerazione, come in genere si fa commentando un post.
    Si chiamano “commenti” apposta.
    Perché perdere tempo pensando di fare le bucce, senza averne poi la capacità?
    Non mi sono mai piaciute le lezioncine arroganti, e non mi piace chi le fa. Tanto più se prende lucciole per lanterne. Allora, non so perché, mi prende questo strano prurito alla punta del naso che mi spinge alla precisione!

  12. Svista mia. Grazie a Cristiano.

  13. Consiglio a tutti di leggere il saggio “La filosofia della composizione” di Edgar Allan Poe, dove è data risposta a ogni domanda o problema sorto in questo dibattito e a molti altri aspetti. Nessuno ha sviscerato meglio di lui, in un saggio che chiunque scrive dovrebbe conoscere a memoria, cosa sia il processo creativo, da ogni punto di vista, tecnico in primis.

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