Pensieri sciolti sulle scuole di scrittura creativa

di Cristiano Abbadessa

Forse, tanto per cominciare, sarebbe opportuno cominciare a chiamarle con un altro nome.
Perché le scuole di scrittura creativa, portando il peccato originale di questa pedissequa traduzione dal creative writing angloamericano, suscitano istintive reazioni estreme. I refrattari le dileggiano, trovando buon gioco nell’ossimoro “insegnare la creatività”, che è ovviamente impresa impossibile. Mentre coloro che ne sono stati sedotti, e le hanno frequentate, mettono avanti questo titolo di partecipazione, quasi ad attestare il rango di “scrittori diplomati” (perché la “scuola”, si sa, serve per il pezzo di carta).
Bisognerebbe allora uscire dall’equivoco e partire dicendo che una buona scuola non “insegna” la scrittura creativa, ma la disciplina. Non può dunque essere paragonata, come troppi fanno, a un corso di cucito o di lingua per principianti, in cui si forniscono i primi rudimenti della materia. Potremmo semmai definirla una scuola per coloro che si occupano di scrittura creativa; nel senso che la materia prima (la creatività, la capacità di osservazione, la sensibilità per la narrazione) viene portata dai discenti, mentre al docente spetta il compito di fornire un metodo di lavoro, smussare le ingenuità, sviluppare le attitudini.
Una buona scuola dovrebbe funzionare partendo da questi presupposti. Viene però da chiedersi se questo, al di là dei nominalismi, accada per davvero. Perché di sicuro, oggi come oggi, l’impronta lasciata dalla frequentazione di una scuola di scrittura creativa appare piuttosto vistosa e omologante.
Faccio un esempio concreto e basato sull’esperienza diretta. In redazione, ci basta quasi sempre leggere poche pagine di un aspirante autore per capire se ha frequentato o meno un corso di scrittura; senza, naturalmente, averne ancora letto il curriculum. Perché pregi e difetti, prendendo ovviamente in considerazione coloro che in ogni caso “sanno scrivere”, sono molto diversi e molto ricorrenti: chi esce da una scuola ha la tendenza a utilizzare certe tecniche imparate a tavolino, applicandole non sempre a ragion veduta, talora abusando nello sciorinare in un’unica opera tutto quanto ha appreso in termini di varietà stilistiche e strutturali, talora cadendo in forme troppo chiaramente, appunto, scolastiche; mentre l’autodidatta alterna spesso pagine di grande forza narrativa a periodi di risacca, commette alcune ingenuità nelle scelte lessicali, ha di solito una buona storia e un valido stile ma è incerto nelle definizioni strutturali.
In quel quasi, in quella manciata di autori di cui a prima vista non si coglie l’esistenza o meno di una formazione scolastica, sembrerebbe annidarsi quella giusta misura propria di chi ha saputo elaborare e adattare l’insegnamento (se lo ha ricevuto) o giungere a una completezza di repertorio narrativo per via naturale. Ma non è neppure vero; perché chi non presenta le evidenti stimmate del diplomato o dell’autodidatta non è esente da quelle stesse pecche sopra citate, ma magari le mescola rendendone meno riconoscibile l’origine e la causa. E non è perciò detto che esibisca la giusta misura di chi ha saputo emendarsi dal ricorso agli appresi artifizi scolastici o superare le ingenuità proprie di chi ha affinato da solo il talento brado.
Come sempre, generalizzare è difficile e incauto. Di fronte a certe carenze noi stessi, ci è capitato, abbiamo suggerito la frequentazione di una buona scuola di scrittura creativa, per mettere del metodo al servizio di una buona predisposizione. In altri casi abbiamo tratto l’impressione che una sorta di nozionismo autoriale avesse penalizzato qualità naturali non disprezzabili.
Niente di grave, comunque. Nel nostro lavorare accanto agli autori di talento, sulle loro buone storie, siamo sempre stati in grado di provvedere autonomamente, laddove la base di partenza era significativa, alla riduzione di virtuosismi fuori luogo, alla semplificazione di ciò che non merita di venire artificiosamente complicato, alla rifinitura di una materia grezza ma preziosa.
Semmai, e potremmo qui aprire in altro momento una discussione non campata in aria, sarebbe forse giusto che le scuole si dedicassero di più a insegnare il mestiere dello scrittore. Provare a uscire dalla tendenza, ancora imperante, di “insegnare a scrivere”, fissando canoni stilistici che vengono poi replicati senza troppa fantasia, per provare a “insegnare a essere scrittori”. Perché chi davvero aspira a tale qualifica, senza limitarsi all’estemporanea pubblicazione di un’opera, dovrebbe probabilmente sapere qualcosa di più sui meccanismi del mercato editoriale, sul modo di scegliere un editore cui proporsi, sulle modalità con cui proporsi, sui contratti (in relazione all’editore che si è trovato, ovviamente), sulla promozione di un’opera, sulle presentazioni al pubblico. Perché troppo spesso la vera disillusione arriva, per l’aspirante scrittore, da scelte sbagliate; inevitabilmente sbagliate, perché su questo nessuno gli ha mai spiegato come muoversi, come capire chi ha di fronte, come valutare le proposte e quali aspettative legittime riporvi.
E forse sarebbe una buona idea cominciare a insegnare qualcosa in questo campo. Forse sarebbe anche una buona idea per noi, voglio dire.

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7 commenti

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7 risposte a “Pensieri sciolti sulle scuole di scrittura creativa

  1. Pigi S.

    E come hanno fatto quei poveracci che hanno avuto la sventura di vivere prima che Baricco fondasse la Scuola Holden e si sono comunque avventurati nell’arduo mestiere della scrittura? Forse si attenevano alle due regole auree che un giorno sentii indicare, durante un’intervista, da Fernanda Pivano: “per diventare scrittori non c’è che leggere molto e scrivere molto”. Bisogna cioè innanzitutto conoscere a fondo l’enorme patrimonio lasciatoci da coloro che ci precedettero, per carpire e capirne gli strumenti, vedere come i nostri predecessori hanno ovviato a certe difficoltà, quali strade abbiano seguito o inventato di sana pianta, etc. In secondo luogo non resta che applicare ‘in corpore vili’ quanto ci sembra di avere appreso, e continuare, continuare, in un ‘labor limae’ infinito, sino a quando la tecnica (almeno a personale giudizio) non si sarà affinata a sufficienza e con essa la scelta di quel che giusto mettere e di quel che invece è meglio sottrarre. Senza comunque mai cessare, vita natural durante, le due suindicate attività, sempre condotte di pari passo. La procedura, o il metodo, che porta lo scrivente a diventare infine scrittore risulta dunque non molto dissimile – io credo – da quella di tutte le altre forme di apprendistato artigianale (ancor prima che artistico).

  2. Per età e formazione non posso che essere d’accordo con la Pivano, anche se esistono autori “incolti” ( o sedicenti tali) ben riusciti. Essere un letterato non fa, ovviamente, lo scrittore, né c’è garanzia della riuscita del talentuoso ancorato per principio al fai-da-te.
    La scuola di scrittura o altra guida competente possono abbreviare i tempi, formalizzare le procedure, limare gli eccessi ecc. Al rischio dell’ omologazione anche lessicale, che rende riconoscibili molti “allievi”, si sottraggono, credo, i più dotati. In cui, appunto, non individuo il marchio.
    Aggiungo di ignorare il giro d’affari dei corsi di scrittura, che sembrerebbe non insignificante. Apprendere ed esercitarsi a non fa certo danno; mi chiedo tuttavia quanti aspiranti autori abbiano affrontato sacrifici economici mai remunerati per frequentarle.

  3. La mia opinione è interessata, visto che tra le altre cose campo anche di corsi e seminari di “scrittura e narrazione” (io li chiamo così).
    Ricordo che l’insegnamento della retorica, ossia della teoria e tecnica del discorso argomentativo, narrativo e poetico, è stato espulso dalla scuola italiana gradualmente dall’inizio del Novecento, e definitivamente con la riforma detta “Croce-Gentile”. Perché è stata espulsa? In nome della creatività, ovviamente. Da lì discendono tutti quegli insegnanti per per decenni hanno ripetuto: “Saper scrivere è un dono”; senza rendersi conto (o, preggio, rendendosene conto perfettamente) del contenuto classista di questa sentenza. (Io sono nato con la camicia, in una famiglia colta e benestante da più generazioni; sono stato educato al parlare con proprietà; sono stato avviato alla lettura fin dall’inizio; non si è mai risparmiato sulla mia formazione; per forza che poi al Liceo risultavo avere il “dono di saper scrivere” – mentre il mio compagno di banco, figlio di genitori dialettofoni, primo della sua famiglia a fare le “scuole alte”, guardato storto dal padre perché non portava soldi a casa, stentava assai ed era invece molto più meritevole).
    Se si va a rileggere la “Lettera a una professoressa” dei ragazzi della Scuola di Barbiana, si scopre che don Milani insegnava non solo a leggere ma anche a scrivere: ossia a comporre testi usando certe procedure.
    Non è proprio vero che la creatività non si insegna. O meglio: la creatività può essere addestrata, allenata, educata. Il verbo “insegnare” si applica più propriamente alle tecniche. Certo non si addestra, allena, educa nulla in un seminario di dodici ore; qualcosa si fa in un corso annuale; ma in un rapporto continuativo (e ogni volta che si incontra un nuovo gruppo, è bene dire a sé stessi: “Forse incontrerò una persona alla quale sarà bene dedicarsi”) si fa molto. Ovvio che allora non è più lavoro, non c’è più guadagno (magari ce ne sarà, indirettamente, qualche anno dopo).
    Scuole e corsi di scrittura e narrazione esistono perché non esistono più le conventicole, i caffè delle Giubbe Rosse, i salotti nei quali scrittori e intellettuali più anziani (o più bravi) spendevano il loro tempo anche per educare i più giovani (o i più scarsi). Così come la conversazione serale è stata sostituita dalla televisione, l’ospitalità reciproca dagli alberghi, la guida spirituale dallo psicoterapeuta, il baratto dal commercio – similmente la libera conversazione intellettuale è stata sostituita da occasioni formative.

    • Giordano Boscolo

      Per quel che mi riguarda, gli assiomi li accetto soltanto in ambito matematico.
      Non mi sogno neanche di mettere in dubbio che, nel campo di applicazione della geometria euclidea, tutti gli angoli retti sono uguali tra loro. E’ così e basta, non si discute, non si apre nemmeno il dibattito. Oppure in religione, anche se non si chiamano assiomi: c’è chi ha fede nell’esistenza di dio e chi, come me, ha fede nella non esistenza di dio. Entrambe le posizioni non sono dimostrabili, dove per dimostrabili si intende la possibilità di sostenere la verità di quanto si afferma in modo logico, coerente e verificabile da parte della comunità scientifica. Quindi entrambe le posizioni sono fedi, nonostante l’ateismo abbia dalla sua parte il principio di economia scientifica.
      Detto questo, in tutti gli altri campi non accetto principi indimostrabili. Se uno dice: “le grandi case editrici non pubblicano mai esordienti sconosciuti”, lo ascolto ma non gli credo, nel senso che non accetto questa affermazione come verità universale.
      Se un altro dice: “la creatività si può/non si può insegnare” lo ascolto ma non gli credo, perché nessuno dei due casi è dimostrabile.
      Infine, se uno dice “non è proprio vero che la creatività non si insegna”, e poi, subito dopo, dice: “la creatività può essere addestrata, allenata, educata”, lo ascolto ma non capisco se stia affermando o negando la possibilità di insegnare la creatività. In altre parole, sig. Mozzi, questa benedetta creatività è insegnabile oppure no? Perché dal suo discorso capisco che, data la presenza innata della creatività, è possibile insegnare delle tecniche per migliorala o educarla, ma non capisco se, mancando questa dote innata, sia possibile instillarla.
      Dubito molto che le “scuole e i corsi di scrittura e narrazione esistano perché non esistono più le conventicole, i caffè delle Giubbe Rosse, i salotti nei quali scrittori e intellettuali più anziani (o più bravi) spendevano il loro tempo anche per educare i più giovani (o i più scarsi)”. Ho invece l’impressione che molti di questi corsi (non solo di scrittura, sia chiaro, anche di pittura-disegno-sceneggiatura-scultura, etc.) diano la possibilità ai professionisti di questi settori, i cui guadagni sono per lo più estremamente ridotti, di arrotondare (poco, lo ammetto) i propri introiti. Non c’è niente di male in questo, intendiamoci, e di sicuro lei i suoi corsi li terrebbe anche se avesse le entrate di Stephen King. Volevo solo soffiare via un po’ di quella polvere romantica che ricopriva la sua frase, e mi è costato, perché io romantico lo sono di natura.
      Mi dispiace che il suo commento termini con altre romanticherie veramente imbarazzanti. Non so quali canali televisivi lei frequenti, ma potrei ribattere alla sua affermazione dicendo che la televisione può, sì, mortificare la conversazione, ma anche arricchirla e alimentarla. Dipende da cosa si guarda.
      Tralascio la questione del baratto al posto del commercio. Oppure la tengo e rilancio con la condanna degli sms che hanno impoverito (o arricchito?, tanto nulla è vero fino in fondo) la comunicazione, o dei social network che danno anche a chi è solo come un cane l’illusione di essere integrato (o lo è veramente?).
      Infine, meglio uno psicoterapeuta che una guida spirituale, perché il primo può forse essermi di aiuto, sempre che abbia ricevuto una buona formazione, ossia che abbia appreso correttamente delle tecniche utili alla sua attività professionale, mentre con il secondo c’è sempre il rischio che possa fare di me un adepto. I santi sono pochi, i cialtroni pullulano.
      Su una cosa, però, sono d’accordo, ossia sull’importanza dell’ambiente in cui si nasce e cresce. Non so se ci sia una predisposizione all’arte, anche se sospetto di sì, quello che so è che la famiglia in cui si capita gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo della propria sensibilità. Anche di quella artistica.
      Chiedo scusa, ma è la settimana di ferragosto, qui a Padova fa un’afa fottuta e non ho ancora trovato nessuno disposto ad ospitarmi tra le fresche frasche. Che sia il caso di rivolgermi a un buon albergo?

      • Giordano, scrivi rivolgendoti a me: “c’è chi ha fede nell’esistenza di dio e chi, come me, ha fede nella non esistenza di dio”.
        Io parlo dell’insegnamento delle tecniche di scrittura e narrazione, e dell’addestramento della creatività, sulla base di diciott’anni di esperienza. Non dichiaro “principi dimostrabili”. Mi limito a dire qual è il succo della mia esperienza.

        Scrivi anche: “dal suo discorso capisco che, data la presenza innata della creatività, è possibile insegnare delle tecniche per migliorala o educarla, ma non capisco se, mancando questa dote innata, sia possibile instillarla”.
        Io ho scritto: “la creatività può essere addestrata, allenata, educata”. Mi pare evidente che si addestra, allena, educa solo ciò che già c’è.

        Scrivi anche: “Dubito molto che le ‘scuole e i corsi di scrittura e narrazione esistano perché non esistono più le conventicole, i caffè delle Giubbe Rosse, i salotti nei quali scrittori e intellettuali più anziani (o più bravi) spendevano il loro tempo anche per educare i più giovani (o i più scarsi)’. Ho invece l’impressione che molti di questi corsi (non solo di scrittura, sia chiaro, anche di pittura-disegno-sceneggiatura-scultura, etc.) diano la possibilità ai professionisti di questi settori, i cui guadagni sono per lo più estremamente ridotti, di arrotondare (poco, lo ammetto) i propri introiti”.
        Io ho detto perché, secondo me, c’è una domanda di questo tipo di formazione.

        Scrivi infine: “Mi dispiace che il suo commento termini con altre romanticherie veramente imbarazzanti”.
        Va bene. Non mi permetterò mai più di scherzare.

  4. Mi sono di recente interessata proprio delle scuole di scrittura creativa, per un mio lavoro e della loro nascita e sviluppo. Quello che è affiorato è di grande interesse e, non meno interessante, è la direzione che molti di tali corsi di creative writing hanno imboccato.
    Prima di tutto però si dovrebbe riflettere sul fatto che la denominazione è “creative”, e non semplicemente writing.
    Negli anni 30 in USA, sulla scia delle idee di Dorothea Brande e John Dewey, e in seguito ad alcune esperienze di creative writing workshops, viene creato quello che si può considerare il primo corso istituzionale, nel 1936, lo Iowa Writing Workshop, un master, da cui usciranno nientemeno che Flannery O’Connor, Raymond Carver e John Gardner. L’università del Vermont è la prima a promuovere un corso di laurea, proprio nel ’36. Poi negli anni 60 iniziano a diffondersi corsi pubblici e privati a tutti i livelli.
    Da noi il primo è stato Raffaele Crovi, che fondò nel 1983 un corso di didattica della scrittura, presso il Teatro Verdi di Milano. (Didattica della scrittura, però. Da scrittore Crovi era consapevole che quello si può insegnare e non altro).
    Il seguito è sotto gli occhi di tutti. Una proliferazione assurda di corsi che, se nei casi migliori stimolano alla lettura, alla lettura critica, alla ricerca di un’espressione personale e alla consapevolezza del valore e del senso della parola scritta, nei peggiori sono delle perdite di tempo e denaro.
    In USA, dove domina un atteggiamento pragmatico, l’idea di insegnare l’espressione personale e creativa – dunque a produrre un testo originale, e non di critica o analisi letteraria o volto a un mero scopo informativo – è accettata al punto che esistono infatti corsi universitari e di laurea, sia per la prosa che per la poesia. (Ma chi potrà mai imparare a essere un poeta?) Da noi questa idea è accettata molto meno.
    Ma, quello che è molto interessante, è appunto lo sviluppo che la creative writing ha subito, prima in USA e poi, grazie alla Holden, anche qui da noi.
    Questo sviluppo si chiama “storytelling”, o “organizational storytelling”.
    Di che si tratta? Storytelling è l’arte di raccontare storie. Arte antichissima, che precede la scrittura e a cui si dedicavano, per tramandare miti, leggende, poemi epici e storie, particolari individui che non solo erano dotati di una specialissima capacità narrativa e di comunicazione, ma dedicavano la loro vita all’apprendimento mnemonico di un materiale immenso. Lo apprendevano attraverso tecniche di memorizzazione, ma nessuno poteva insegnare loro la capacità di affascinare l’uditorio. Ecco perché erano scelti all’interno del gruppo sociale a quello scopo. La mia esperienza è con gli seanchaì irlandesi. Ci nascono con quella predisposizione. Poi, ovvio, apprendono le tecniche.
    Grazie a queste persone che ci hanno trasmesso nei millenni un immenso patrimonio, il mondo ha ancora oggi la fortuna di conoscerlo.
    Ebbene, che ti hanno inventato gli americani? L’applicazione delle tecniche di storytelling al business! Come? Ad esempio ricreando la storia di un’azienda, trasmettendo messaggi motivazionali ai clienti e ai dipendenti, in modo che questi si identifichino con certi modelli ecc. Il trend nasce negli anni 90 e lo scopo principale è l’esaltazione della “brand story” cioè la storia del marchio, all’opposto della “brand image”. Insomma, troviamo slogan come “storytelling in business: passport to success in the XXI cent”!
    La Holden ha di recente adottato questo trend, offrendo questo tipo di servizio a numerose aziende di vario tipo.
    Senza aggiungere giudizi o commenti, credo che, come si dice, l’albero si veda dal frutto, e se il frutto è questo…….

  5. Giordano Boscolo

    Giulio (anzi @Giulio, così forse è più blogally correct), io mi sono rivolto direttamente a te soltanto a partire dal capoverso che contiene l’espressione “sig. Mozzi” (occhio che il paragrafo inizia alla riga 19), perché mi interessava che chiarissi quella che sembrava una contraddizione nel tuo dire. Ora l’hai chiarita e ti ringrazio.
    Perché mai dovresti smettere di scherzare? Sei così divertente. Pensa che sto ancora ridendo.

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