Editoria e consumo consapevole: i lettori

di Cristiano Abbadessa

Consiglio a tutti la lettura dell’intervento di Sandro Ferri, della casa editrice e/o, pubblicato il 28 luglio sul blog di Loredana Lipperini (http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/).

Lo spunto è offerto dalla legge che limita gli sconti sul prezzo dei libri, e dalle reazioni che ha suscitato. Ma la lettura è utile soprattutto perché si tratta di un mini-saggio sui costi dell’impresa editoriale, con tutte le voci di spesa e le relative incidenze percentuali sul prezzo di copertina.
Al di là delle ovvie differenze relative alle cifre reali portate come esempio (e/o è una media casa editrice, Autodafé è un piccolo editore), sottoscrivo totalmente il contenuto per quanto riguarda la descrizione dei meccanismi del mercato editoriale. Per quanto attiene alle conclusioni, le condivido in parte ma non in toto. In altra sede, prossimamente, spiegherò il perché.
Qui, per ora, mi preme soffermarmi sulle reazioni negative di molti lettori, che hanno accolto la battaglia contro gli sconti come un’azione corporativa, una dimostrazione di inefficienza degli stessi editori e un’infrazione alle sacre regole del mercato (come racconta lo stesso Ferri). Una reazione che non viene, attenzione, dal compratore occasionale e poco attento, ma da lettori abituali, in qualche modo introdotti nei meccanismi dell’editoria e, almeno a parole, sensibili alla sopravvivenza di un’offerta alternativa a quella dei pochi colossi del settore. Una reazione che, peraltro, mi conferma le impressioni ricavate da molte chiacchierate con lettori (o autori) teoricamente sensibili e impegnati.
Ciò che emerge, in questo caso come in altri, è che il “consumatore” di libri appare poco ricettivo di fronte alle proposte di un consumo critico e consapevole, in riferimento alle scelte di acquisto editoriale. E questo, probabilmente, perché l’acquistare libri è considerata di per sé scelta eticamente positiva, e quindi non sottoposta alle ulteriori griglie di valutazione che le stesse persone applicano, magari, quando si tratta di acquistare capi di vestiario o beni alimentari. Le regole che valgono per i beni di prima necessità o per quelli meramente voluttuari non sembrano perciò valere per il libro, perché si tratta di un prodotto culturale che è buono in sé.
In questo modo, il consumatore critico si pone mille domande sulla filiera di un capo di abbigliamento sportivo o di un pacchetto di caffè, che non devono provenire da un produttore che espropria i diritti dei nativi, sottopaga la manodopera, sfrutta il lavoro minorile e quant’altro. Però, lo stesso consumatore (la stessa persona) non si pone alcuna domanda sulla filiera del prodotto editoriale.
Ora, non si tratta qui di sostenere che i libri dei grandi editori siano esito dello sfruttamento e di un ciclo iniquo, da contrapporsi a un ciclo virtuoso che contraddistinguerebbe il prodotto dei piccoli editori (pure se vi è una parte di verità). Si tratta però di cominciare a sviluppare una sensibilità reale sul tema, perché i “crimini economici” si possono favorire anche acquistando un bene alto e nobile come un libro (e magari un buon libro, serio e di elevato contenuto letterario o civile).
La prima discriminante “etica”, nel settore dell’editoria, riguarda ovviamente la distribuzione e la vendita (e qui torniamo alla politica degli sconti). E sarebbe bene che il lettore “sensibile e consapevole” cominciasse a rendersi conto che gli acquisti presso le grandi catene, servite dai grandi distributori, e magari di libri editi dalle grandi imprese editoriali (che possiedono anche le società di distribuzione e le catene di vendita) alimentano sempre e solo lo stesso circuito, che è appunto quello dei grandi editori. I quali, intendiamoci, non è che non pubblichino buoni libri; ma se si inaridisce la concorrenza, se si lasciano sopravvivere solo pochi e grandi editori, il futuro è necessariamente fatto di una minore alternativa di scelta, di un maggior controllo sulla produzione, di leggi di mercato imposte dal grande produttore. Come avviene in altri settori, il futuro rischia di essere fatto di minori diritti e minori libertà.
Ecco perché, come avviene per altri beni (quelli alimentari in primis), i consumatori critici e consapevoli dovrebbero costituire il terreno fertile per una proposta commerciale alternativa, che esuli dalle forme tradizionali (ormai oligopolizzate) e che si fondi sul rapporto diretto tra produttore e consumatore, tra editore e lettore.
Per i piccoli produttori (editori) organizzarsi in tal senso è ormai una necessità. Per i lettori “politicamente sensibili” potrebbe essere una nuova forma di consapevolezza; da esercitare con equilibrio, come opportunità ulteriore e non esclusiva, ma da cominciare a prendere in considerazione.
Perché, senza farsi illusioni, esistono ormai due mercati editoriali, che hanno pochi punti in comune. Solo che uno dei due non ha ancora trovato le sue forme e i suoi spazi. Senza i quali, ovviamente, non può pensare di continuare a vivere.

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2 commenti

Archiviato in distribuzione, lettori, piccoli editori

2 risposte a “Editoria e consumo consapevole: i lettori

  1. Caro Cristiano, purtroppo è proprio così: i costi della produzione editoriale sono quelli che sono ed è vero che, come lei dice, le maggiori proteste vengono dai lettori “forti”, che non sempre sono i più abbienti e dunque vorrebbero poter comprare più libri senza svenarsi. Penso a chi è impegnato nella cultura, nell’insegnamento, e come si sa, in Italia non sono campi in cui si accumulano dei patrimoni, salvo qualche rara e sospetta eccezione.
    Dunque la risposta è davvero una scelta più critica, più consapevole, che non alimenti sempre e soltanto il circuito chiuso dei grandi gruppi. Però, mi chiedo, questa tipologia di lettori davvero acquista soprattutto i best sellers, i casi editoriali abilmente commercializzati, o non sceglie invece già, almeno per buona parte, titoli ed editori che offrono magari quelle opere meno commerciali, di difficile reperimento ma di altissima qualità?
    Temo che l’idea di un consumatore italiano molto critico non sia del tutto vera. Gli italiani tendono ad acquistare marchi, brand, firme, da ostentare al punto da alimentare un mercato del falso unico al mondo. Non tenderanno a fare lo stesso nel campo della cultura e a preferire letture “firmate”?
    Credo però che l’idea di un rapporto diretto, da produttore a consumatore, da editore a lettore, attraverso il web e tutti gli strumenti che il web offre, sia la risposta più intelligente e probabilmente quella che più pagherà in futuro.
    Me lo auguro davvero, perché in questo modo grandi, medi e piccoli editori avranno, almeno in parte, tutti spazio. Anche se nulla equivale al piacere di cercare, in una bella libreria fornita, come alcune per fortuna rimangono, il tesoro che si cercava da tempo.
    Devo dire però che io ho trovato sul web libri ormai introvabili e fuori stampa, con la stessa gioia con cui si trova l’orcio d’oro alla fine dell’arcobaleno.

  2. Pervinca Paccini

    Veramente illuminante l’intervento di Sandro Ferri. Illuminante per chi desidera capire qualcosa di editoria, librerie, etc., ma soprattutto per chi si interroga su cosa significhi fare cultura oggi e lo fa sommessamente perché di questi temp, si sa, l’argomento non va per la maggiore. Come lettrice, non dico che sono contenta di pagare i libri a prezzo intero, ma se questo può servire per dare ossigeno alle librerie indipendenti e alle piccole case editrici, lo faccio volentieri come sono contenta di pagare le tasse se so che servono per far funzionare meglio i servizi ai cittadini. Vorrei soltanto una ragionevole certezza che i miei soldi vengano utilizzati per gli scopi sopra citati.
    Mi piace molto l’immagine che Ferri offre di una libreria come luogo fisico in cui sentirsi un po’ a casa. Chi legge, spesso ha bisogno di sentirsi a casa, di incontrarsi con altri matti come lui a cui piace trascorrere una mezza giornata a farsi passare fra le mani libri cercati o casualmente incontrati. A proposito, ok la rete, ok gli ebook, ma la carta ha un odore, un sapore e l’oggetto libro con la sua corposità è diverso dal testo ebook che appunto è un testo, ma forse non è più un libro. I primi interessati alla difesa dello spazio fisico delle librerie indipendenti – così diverse dai supermercati che sono diventate le mega librerie – siamo noi lettori così come è nostro interesse che sopravvivano e anzi si consolidino le piccole case editrici, per intenderci quelle poco interessate alla pubblicazione di testi tipo le memorie di una velina o di un tronista, ma dedite ad una produzione di qualità, forse un po’ fuori dai circuiti di massa, ma con un seguito di lettori più consistente di quanto non si creda. Di questo seguito fanno parte soprattutto i lettori forti che però non disdegnano nemmeno l’ultimo best seller, se non altro per capire dove sta andando la cultura ufficiale e poi perché, tutto sommato, forse non proprio tutti i best seller sono costruiti a tavolino. Insomma, una lettura non esclude l’altra. Ho iniziato le mie vacanze in compagnia di Nesi, ma anche di Denis Johnson, autore poco conosciuto, poco l,etto, poco venduto, almeno in Italia.
    Un’ultima considerazione sugli autori che pubblicano per una piccola casa editrice. A volte lamentano il fatto che essa abbia problemi di distribuzione o che non promuova abbastanza il libro. Dovrebbero leggere l’intervento di Ferri. Aggiungo: siamo così sicuri che pubblicando per una mega casa editrice ci sarebbe maggiore visibilità? Mi viene il sospetto che non sia così rovistando in libreria fra le pubblicazioni dei grossi editori fra cui si trovano anche nomi sconosciuti lasciati in un angolo perché il libraio, per tutti i motivi brillantemente esposti da altri qui sul blog, non hanno interesse a tenere esposti non avendo un riscontro commerciale..

    Pervinca Paccini

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