Luoghi comuni dell’editoria

di Cristiano Abbadessa

Scambio alcune impressioni con un piccolo editore (molto piccolo, praticamente attivo su scala locale) e mi dice: «Per prima cosa ho cercato il distributore, poi sono partito. Perché se non hai un distributore, non sei un editore». Mi domando come abbia fatto a trovare un distributore (di medio calibro: non uno di quelli grandi e nazionali, ma comunque uno stimato a livello locale) senza avere un piano editoriale da proporre, ma sorvolo. Gli chiedo invece se il distributore lavora bene, se ne è soddisfatto. «No, si limita a piazzare qualche copia nell’unica grande catena con cui ha rapporti, ma senza darci visibilità. Per il resto, io mi giro le librerie indipendenti e distribuisco per conto mio».
Se parlo con autori e lettori, mi sento spesso dire che “un libro non esiste se non lo si trova in libreria”. Però, se chiedo quanti libri “scoprano” nella libreria, mi rispondono che questo non avviene mai o quasi, e che vanno in libreria ad acquistare titoli di cui hanno già sentito parlare.
Mi si rafforza insomma il sospetto che dietro certe affermazioni apodittiche, apparentemente sensate, si nascondano dei vieti luoghi comuni inadatti a fotografare la realtà attuale dell’editoria. A che mi serve avere un distributore se non prova nemmeno a far circolare i miei libri nei canali potenzialmente interessanti? A cosa mi serve cercare il contatto con le librerie per far esporre dei titoli che non verranno mai presi in considerazione dai lettori?
La sorte commerciale di un titolo si decide altrove: nella promozione, nella pubblicità, nella comunicazione verticale e orizzontale. La filiera tradizionale va bene per i grandi editori che hanno grandi mezzi per investire in comunicazione verticale, per far girare nelle teste dei lettori (magari anche dei lettori meno consapevoli e motivati) quei titoli che vanno necessariamente acquistati a colpo sicuro in una qualsiasi libreria, perchè se non trovi quello ne compri un altro.
Ma il piccolo editore, troppo spesso, non ha un “potenziale” bacino d’utenza: ha degli acquirenti molto motivati per il singolo titolo, che lo cercano e, se non lo trovano, lo ordinano al libraio. Ma perché, a questo punto, devo prendermi la briga di rifornire un libraio (o un distributore) che si limita a passarmi ordini per copie già prenotate e, quindi, virtualmente vendute al lettore? Perché devo lasciare una sostanziosa percentuale in mano a uno che si limita a passare le carte? Non sarebbe più opportuno, più rapido, e alla fine meno costoso per tutti, un rapporto diretto tra editore e lettore?
Sono temi intorno ai quali abbiamo già ragionato. Ma è probabilmente il momento di passare dalla filosofia alla prassi. Buttando a mare i luoghi comuni e cercando di guardare le cose da un punto di vista più realistico, magari meno romantico ma senza inutili velature. E di agire di conseguenza.

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5 commenti

Archiviato in distribuzione, librerie, piccoli editori

5 risposte a “Luoghi comuni dell’editoria

  1. Ciao Cristiano, condivido pienamente il tuo intervento. Sarebbe un’ottima soluzione quella di creare un filo diretto editore-lettore ma non so quanto sia applicabile poi all’atto pratico. E’ vero che esistono distributori e librerie “passacarte” ma, superato un certo limite, diventa difficile per una casa editrice stare dietro a spedizioni, mancati pagamenti, solleciti, ecc. senza l’ausilio di strutture a supporto.

  2. A.

    Credo che un’ipotesi verosimile sia risparmiare sulla distribuzione e sulle librerie investendo quel denaro in due direzioni: campagna pubblicitaria importante (ok l’organizzazione eventi per la promozione di un libro ma anche qualcosa di diverso, di maggior impatto) e infrastruttura di vendita diretta sul web efficiente, trovando un modo per abbattere in parte anche il prezzo di copertina. Comunque direttore, il suo spirito è sempre, per così dire, combattivo. Mi piace.

  3. Ho avuto uno scambio di commenti con Gabriele Damiani a seguito del post sulla difficoltà di vendere i racconti. Divenuto O.T. in quanto Cristiano chiedeva soprattutto l’opinione dei lettori.
    Mi sposto dunque qui per riprendere il discorso dal punto di vista lì toccato. E chiedo agli autori quali sono a loro avviso le iniziative più utili, alla portata del piccolo editore, per promuovere l’opera di un esordiente.
    A me vengono in mente idee alquanto scontate, ma forse qualcuno ne ha di più originali.

  4. Pigi S.

    Non avendo dalla mia conoscenze tecniche specifiche né statistiche da consultare a mano, mi affido alla logica (che, lo ammetto, all’atto pratico sovente si dimostra uno strumento fallibile). Anche tesaurizzando quanto altrove esposto dal sig. Mozzi, penso che persino il migliore dei testi, per iniziare a girare, ha bisogno della sua spintarella. Credo cioè ci sia bisogno di un piccolo investimento pubblicitario iniziale, quanto più mirato possibile (qui non si parla di certo dei capitali spesi dalle major editoriali per reclamizzare i propri prodotti). Nel momento in cui il pubblico dei lettori avrà saputo dell’esistenza – adeguatamente sponsorizzata – di quel determinato libro, se il libro è buono potrà poi cominciare finalmente a “rotolare” da sé solo (per forza inerziale, per dir così). Sarebbe bello vivere in un mondo che non necessitasse di altro che della pubblicità spontanea, ossia del cosidetto ‘passaparola’, e che bandisse una volta per tutte quella superfetazione culturale che è l’intero sistema promozional-propagandistico (capace, fra l’altro, di generare mostri, che costruiscono le loro pacchiane cattedrali socio-economico-politiche proprio partendo a edificare sopra questo ‘nulla’), ma col bombardamento di quotidiane novità a cui il consumatore è in ogni campo soggetto, e almeno dalla rivoluzione industriale in poi, ritengo che affidarsi unicamente a una promozione orizzontale del prodotto di questo tipo sarebbe utopico e fallimentare. A questo punto però sarebbe bene individuare (e forse qui statistiche, sondaggi e incartamenti consimili tornerebbero utili) quali canali sarebbe meglio prediligere per raggiungere la giusta utenza. Recensioni? Web? Pubblicità tradizionale? Partecipazione ad eventi? Altre ed eventuali? Giro la risposta a chi sicuramente ne sa molto più di me.

  5. Temo che le forme di promozione possibili e utili siano quelle che avete già indicato.
    Sul web, nella maggior parte dei siti e blog in cui si recensiscono libri, su FB, dove esiste anche la possibilità di promuovere un prodotto, libri inclusi, pagando un tot al giorno (si può decidere la durata della promozione e il costo, che non è altissimo) e questa ultima modalità potrebbe essere adottata più per la casa editrice in toto che per un singolo volume. Partecipare ad eventi, tranne quelli troppo onerosi, (come Torino, dove il posto si paga a peso d’oro), rilasciare interviste a radio e TV anche locali.
    Inviare i libri da recensire a quotidiani e riviste, creare eventi in proprio, tra cui proporre che qualche autore parli agli studenti delle scuole superiori, anche della propria città, oppure presentare la casa editrice in un incontro pubblico a cui partecipino gli autori, ecc. ecc.

    Di sicuro ne avrete già fatte di queste cose, ma è ovvio che per avere visibilità, è necessario uscire allo scoperto il più possibile. Il web offre molte possibilità. Il networking è utilissimo davvero. E’ che ci vuole tempo e pazienza per farlo. Ma funziona abbastanza.

    Un’altra idea sarebbe quella di collegarsi a un agente letterario serio. Ci avete provato? Potrebbe dare dei frutti, non si sa mai. Anche se gli agenti letterari in Italia, almeno quelli che hanno una reputazione seria, in genere sono molto altezzosi.

    Io nel mio piccolo lo sto facendo. Tra qualche giorno pubblicherò sul mio blog la recensione del primo romanzo tra quelli che mi avete inviati e la pubblicherò su FB.

    Per chi non l’avesse fatto, vi invito comunque a leggere l’intervista alla Bauer, di cui ho postato il link su Letteratura arte talento e squali, perché da grande traduttrice (è francese) di molta narrativa italiana, ha il polso VERO di come va la situazione in Italia e ne parla senza peli sulla lingua. Inoltre denuncia la poca attenzione che esiste per le piccole case editrici.

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