Il recensore, l’editor e l’autore

di Cristiano Abbadessa

Leggo sul sito di Qlibri la recensione del nostro “Tramonti d’Occidente”, il romanzo di Emilia Blanchetti uscito a maggio (http://www.qlibri.it/narrativa-italiana/romanzi/tramonti-d’occidente/). Si tratta di una recensione interessante, che consiglio a tutti di leggere, indipendentemente dal fatto di avere o meno conoscenza diretta dell’opera in questione. Anche perché, finalmente, ci dà modo di affrontare alcune questioni partendo dal concreto commento a un’opera da noi edita, e non dai dialoghi sui massimi sistemi o dai riferimenti letterari classici.
Il recensore, in almeno un paio di passaggi chiave, denuncia la mancanza di un editor, che avrebbe dovuto intervenire in maniera decisa per eliminare quelli che, a suo parere, sono i limiti più vistosi del romanzo. Essendo io l’editor in questione, avrei forse di che risentirmi e mostrarmi contrariato, ma non mi pare il caso. Mi limito a far notare che l’editor c’è, e ha lavorato con l’autrice nei modi e nelle quantità che loro due sanno e che, per ovvia correttezza, nessun altro è tenuto a sapere. Fin qui, dunque, mi limiterei a suggerire al recensore di usare per il futuro una maggior cautela, evitando di parlare di mancanza e spiegando semmai perché il lavoro dell’editor non viene ritenuto adeguato, o non è condiviso dal recensore (il quale, in definitiva, esprime opinioni).
Lo spunto offerto da questa recensione è però troppo ghiotto, per chi ricorda il dibattito qui avvenuto sul ruolo dell’editor, per essere lasciato cadere senza dedicargli la dovuta attenzione.
Perché il recensore su un punto è molto chiaro: se un libro ha difetti strutturali, debolezze o ridondanze di trama, personaggi sbiaditi o caricaturali, troppi eventi o colpi di scena fuori luogo, di questi “errori” il primo (forse unico) responsabile è l’editor. Dell’autrice, in effetti, non viene analizzata altro che la qualità stilistica della scrittura e l’espressione di alcune osservazioni sociopolitiche, quasi che l’idea originaria, pur appartenendole, dovesse essere considerata una mera traccia da sviluppare attraverso l’opera della casa editrice.
È ovviamente superfluo, dato il mio ruolo di parte in causa, precisare che non condivido le osservazioni del recensore nello specifico, e tantomeno alcune sue proposte di ristrutturazione radicale dell’opera.
Tuttavia, non mi sento affatto di trascurarne il punto di vista, da lui dato per scontato, sul ruolo dell’editor. E non ritengo possibile far finta di nulla di fronte all’eloquente dimostrazione che il lettore (e in specie il lettore avveduto, buon consumatore di libri e capace di una certa analisi critica) dà ormai per acquisito che determinate scelte spettino all’editor, e che i risultati ne qualifichino la capacità d’intuire cosa cambiare e il coraggio (o l’autorevolezza) di imporre il proprio punto di vista.
Non è, ci tengo a chiarirlo, un modo di intendere il ruolo dell’editor che coincide con il mio; perché troppo apparentato a quella logica che poi conduce alla realizzazione dei libri a tavolino, con le scelte di fondo dettate dagli uffici marketing e gli scrittori confinati al ruolo di fonte ispiratrice o di calligrafi per bella copia (ruoli che si esercitano in alternanza con una buona redazione). Però, questa recensione mi sembra tracciare in modo realistico i contorni della figura dell’editor per come oggi è percepita. E, piaccia o no, è una realtà con cui non si può evitare di fare i conti.

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7 commenti

Archiviato in lettori, scrittori

7 risposte a “Il recensore, l’editor e l’autore

  1. Ho letto con interesse la recensione di ahab, il quale è un frequentatore del forum, non un “professionista”, ma va comunque preso in seria considerazione, come infatti scrive Cristiano. Della Blanchetti ha apprezzato la qualità della scrittura e alcuni spunti, ma il romanzo gli sembra nell’insieme mal riuscito: trovo grave anch’io per esempio ( se c’è davvero) la confusione degli io narranti.
    Ho talvolta collaborato con siti di scrittura e con editori, recensendo autori aspiranti o esordienti; leggerò “Tramonti…” anche per la curiosità di confrontarmi con ahab.
    Quanto all’editing, – l’ho già scritto – ritengo che esso possa giovare molto a un testo valido. Lo “razionalizza”, per così dire, correggendone ridondanze, improprietà, confusioni… Secondo me, un lavoro del genere avrebbe migliorato, per esempio, anche “Acciaio”, comunque ben accolto.
    Ma se di un’opera meritano considerazione soltanto la qualità della scrittura, un paio di spunti e qualche riflessione, non credo si debba affidarla a una struttura “coautorale” per farne un libro. E se ciò avviene, occorre dichiararlo.

  2. Aspetto di leggere il libro per poter dire qualcosa di più in merito. Ovviamente. Però, il tipo di recensione, pur molto attenta e interessante, mostra una debolezza interna, che è proprio quella che ha sottolineato Cristiano: ma insomma, è l’editor che scrive o l’autore? A leggere quel che ha scritto l’autore della recensione, (anche lui ha sottoposto il suo testo a un editor, o questo è il suo mestiere?) parrebbe l’editor. Il che mi pare assurdo, che l’editor abbia o meno un peso nella redazione finale del testo. Io temo, per quanto ho visto, che alcuni editor si siano montati la testa e si sostituiscano all’autore.
    E qui rimando a quello che ho già detto altrove.
    Aggiungo che questo tipo di ruolo molto invadente dell’editor è d’uso soprattutto in USA e un po’ meno in Inghilterra. Ripeto, mi è accaduto di vedere un testo (straniero) prima e dopo l’editing. Praticamente era come vedere lo scheletro e poi l’individuo in carne ed ossa.
    Il che non è certo onesto nei confronti del lettore, che crede di leggere l’opera di un grande autore di best sellers

  3. Eh, cara Virginia, sapessi quante cose non vengono dichiarate….
    E quante cose indegne di qualunque accoglienza vengono bene accolte, ben recensite e pure premiate…..
    Salvo poi sparire nel nulla insieme ai loro autori.
    Mi piacerebbe leggere una Storia della Letteratura Italiana pubblicata nel 2211 (sempre che su questa terra ci sia ancora a quell’epoca chi legge e chi pubblica). Che scriveranno del nostro secolo? Quali giganti rimarranno? E quanti autori, magari rimasti oggi nell’ombra, supereranno la prova del tempo?
    Sempre che il nostro tycoon brianzolo non possegga ancora le maggiori case editrici e il mercato dell’informazione. Non si sa mai…. ci sono esseri immortali, come ci ha insegnato Bram Stoker
    Si accettano opinioni e scommesse.

  4. Giordano Boscolo

    Si sta delineando una nuova categoria di lettori che mi fa sentire, come sempre, indietro di parecchie lunghezze. Lettori in grado non solo di valutare un libro nelle sue singole parti: la storia, lo stile, l’equilibrio o il disequilibrio dell’intreccio, l’eccessiva presenza di personaggi e via discorrendo, ma che riescono pure a stabilire quali sono gli errori e le mancanze imputabili all’editor.
    Devo ammettere che ammiro questo tipo di lettori, e non sto scherzando, così come ammiro quelli che dopo aver visto una partita di calcio riescono subito a capire che cosa avrebbero dovuto fare l’allenatore, l’arbitro, i giocatori e le veline al seguito, per ottenere un risultato diverso.
    Confesso che la mia è soltanto invidia, il riconoscimento di un’inadeguatezza a cui devo porre rimedio a tutti i costi, se non voglio essere irrimediabilmente escluso da qualunque discussione seria intorno all’argomento “libri”.
    Perché al momento attuale, e finché non mi sarò emendato, quando leggo un libro non penso mai all’editor. Non che sia cieco di fronte ai difetti di un’opera, o che mi sfuggano i pregi, solo che mi risulta impossibile dire: “fino a qui è merito/colpa dell’autore e da lì in poi è colpa/merito dell’editor”. Una cosa del genere potrei farla se avessi di fronte le varie stesure con le modifiche dell’uno e dell’altro dei due scriventi, ma questa collazione non è data ai comuni lettori.
    Mi spiaccio di questa mia carenza, mi fa fare certe figure… ricordo che un paio d’anni fa LA grande casa editrice pubblicò un romanzo di enorme successo, opera di un esordiente, che nel giro di pochi mesi vendette millemille copie e fu tradotto in millemille lingue.
    Ora, in casi come questo succede un po’ come con il festival di Sanremo, che lo guardano tutti ma non piace a nessuno. Anche il libro in questione, sembrava che lo avessero letto tutti, io compreso, ma mi venisse un colpo se sono riuscito a trovare un solo lettore a cui era piaciuto. A parte me. Va bene, non tutto funzionava, ma c’è gente che ha tentato di picchiarmi quando provavo a dire quali erano, a mio modesto parere, le qualità del libro.
    Come se non bastasse, ero evidentemente l’unico che non aveva capito che tutto, in quel libro, a partire dal titolo, era opera di una certa eminenza grigia stipendiata dalla grande casa editrice. Una specie di genio, uno Steve Jobs dell’editoria, un tipo che tu gli dai la brutta copia del tema di tuo figlio trota e te lo trasforma in un bestseller mondiale.
    In seguito mi sono informato. Quel tipo esiste davvero e, a quanto dicono tutti (lui compreso), è bravo sul serio.
    O forse non così bravo, perché, sempre secondo il mio modesto parere, il numero funziona soltanto se il trucco non si vede.

  5. Chissà se il libro è lo stesso che mi viene in mente… Preferisco rimanere nel dubbio.
    Dell’esistenza di ghost writers ho avuto sospetto fin da giovane. Per arrotondare “aggiustavo” tesi di laurea ( assolvendomi, a torto, per via della modestia e specificità dell’impresa ); mi veniva naturale cercarne traccia leggendo romanzi.
    Rifletto ora su altra questione: l’ autostima dell’autore tanto energicamente sostenuto. L’editor/coautore fa il suo lavoro retribuito, l’editore incassa i proventi e si fregia di premi… Anche lo scrittore, si capisce, e in più gode di una “fama” più o meno duratura. E’ verosimile che entri in (tacita) crisi durante la festa?
    Spero o m’illudo, cara Francesca, che pur nell’ipocrisia assurta a sistema, ogni tanto qualcuno sia onesto almeno con se stesso.

  6. Io il romanzo l’ho letto e, nel mio piccolo, recensito. Posso dire che quelli che il “censore” di Qlibri indica come difetti a me sono parsi invece i punti di forza del tessuto narrativo. Lo spezzarsi continuo del plot, che affianca al destino di Claudio quello di molti altri personaggi non fa altro che rafforzare la sensazione che il vero protagonista del romanzo non sia un semplice individuo, ma appunto l’occidente intero, nell’epoca della propria decadenza. La fluttazione diegetica e lo scarto fra focalizzazione e voce narrante crea quell’effetto corale che unisce l’epica al senso tragico. Insomma, credo che per i libri, come per i vini, esista in certo senso anche la possibilità di recensirli e di inserirli in una sorta di griglia di valore. Ma il rischio più grande è quello di scambiare i propri gusti personali per anatemi immutabili, per tassonomie universali arrivando persino a discernere le pecche dell’editor da quelle dell’autore fino a fare il lisciabusso all’insegnante di lettere delle medie che ha inficiato la sagacia del correttore di bozze. Diciamo più onestamente tutti che le lettura è ermeneusi e se suscita sensazioni, tali devono rimanere in una onesta recensione. Sul valore reale dell’opera si pronunzierà la massa dei lettori e, se sopravvive, la storia.

  7. Sì Virginia, è verosimile che qualcuno entri in crisi durante la festa. Io una ne conosco (nomi non ne faccio) che da quando ha raggiunto un’enorme fama è precipitata in una crisi perenne che ormai l’ha straniata. La stessa autrice i cui ultimi testi vengono abbondantemente ricoperti di muscoli, carne e pelle dai suoi editor. Forse questa crisi è il segno di un’onestà con se stessa? Non so, perché l’atteggiamento esterno è di crescente disprezzo per i suoi colleghi scrittori e per chi l’ha aiutata ai suoi inizi a raggiungere quella fama.
    Immagino che come lei, siano in tanti quelli che, affettando un atteggiamento di superiorità e di genio, in realtà cercano di mettere a tacere la propria cattiva coscienza.

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