Il marketing fatto in casa

di Cristiano Abbadessa

Autodafé è nata come casa editrice intenzionata a dare spazio a opere di narrativa italiana capaci di stimolare nel lettore un’attenzione e una riflessione intorno alla realtà sociale contemporanea del nostro paese.
È chiaro che questo specifico è stato in parte dettato dagli intenti, diciamo anche dai bisogni, di chi alla casa editrice ha dato vita. Ed è chiaro che chi ha generosamente lavorato a questo progetto lo ha fatto perchè si impegnava a realizzare qualcosa che sentiva di saper fare e voler fare.
D’altra parte, però, è anche naturale che, prima di dare il via a un’iniziativa imprenditoriale, si faccia un minimo di analisi di mercato. Nel nostro caso, ci è parso indiscutibile che l’offerta, nell’ambito della “fetta di mercato” che avevamo scelto, non era sovrabbondante e che la concorrenza non era talmente forte da non lasciare spazio a nuove proposte. Perché, non solo a nostro avviso, non è che gli scaffali delle librerie pullulino di opere di narrativa italiana con le caratteristiche sopra indicate.
Se lo spazio lasciato dall’offerta c’era, e c’è, un po’ più complesso diventa stabilire quanto forte sia la domanda, da parte dei lettori, di opere come quelle da noi pubblicate. Questa, per un imprenditore, è una verifica che va fatta innanzitutto in sede di progetto (di business plan, si dovrebbe dire), ma che va anche verificata costantemente cammin facendo. Spesso con metodi artigianali, intuizione e buon fiuto; specie se non si hanno a disposizione migliaia di euro da gettare sul tavolo, con periodica frequenza, per sistematiche analisi di mercato commissionate a professionisti del settore.
Non nascondo che il blog, in parte, dovrebbe contribuire anche a questa funzione di monitoraggio. Operando su un campione ristretto (ma neppure troppo), e tuttavia particolarmente sensibile e capace di fare opinione nel suo piccolo, è uno strumento che può offrire qualche elemento di riflessione all’editore, dandogli la misura dell’efficacia di alcune scelte e suggerendogli alcuni possibili correttivi. Non a caso la testata del blog recita di “libri, autori e lettori di Autodafé”: perché fosse subito evidente che non volevamo aprire uno spazio di discussione letteraria (ce ne sono altri eccellenti) o un dibattito sui massimi sistemi dell’editoria (idem), ma che cercavamo un confronto con chi ci è più vicino, con chi ci conosce, con chi ci apprezza o critica sul punto perché parla con cognizione di causa.
Questo marketing fatto in casa ha una sua ragion d’essere e può avere una sua efficacia. A patto, ovviamente, che i partecipanti diano il loro contributo.
So benissimo che alcuni abituali frequentatori di questo spazio hanno attitudine e familiarità a interagire, dire la loro, prendere posizione; così come altri, spesso per semplice timidezza o per presunta inadeguatezza, si limitano a leggere e pensare, senza mai commentare. Lo si può capire, in linea di massima. Magari lo si capisce un po’ meno quando il contributo richiesto prevede un’opinione secca, quasi neppure motivata, come quella che ho invocato sulla diffusa ritrosia nei confronti dei racconti. Perché in effetti, lo dico con franchezza, poche risposte hanno colto il senso della domanda e lo scopo dell’indagine: alcune sono state molto argomentate ed esplicative, ma sempre orientate ad analizzare il comportamento di “altri” (ovvero: “a me i racconti piacciono, ma forse a molti non piacciono per i seguenti motivi”); altre hanno decisamente divagato, enumerando i grandissimi autori di racconti del passato (ma ci sarebbero anche del presente: e questo, tuttavia, non sposterebbe il senso della domanda inevasa) o dibattendo se scrivere un bel racconto sia più o meno facile che scrivere un buon romanzo (e non era questa la questione).
Sia ben chiaro, però: non sto facendo le pulci a chi ha detto la sua, quanto piuttosto constatando che pochi hanno trovato modo di rispondere a una domanda semplice, diretta e che chiedeva una risposta soggettiva (quindi, per definizione, parziale ma non “sbagliata” o “non all’altezza”). Temo che per far funzionare meglio questo strumento di marketing casereccio servano forme di sondaggio ancor più immediate; forse delle griglie, dei questionari, delle semplici caselle da barrare.
Proverò a parlarne al webmaster.

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2 commenti

Archiviato in comunicazione, linea editoriale, promozione

2 risposte a “Il marketing fatto in casa

  1. Caro Cristiano, spero di non essere troppo invadente, dato che sono appunto una dei vostri frequentatori abituali e che, per mestiere, oltre che per l’interesse del blog, mi sento di dare il mio contributo a una nuova casa editrice che mi pare abbia scelto una strada non solo interessante, ma che credo la porterà lontano.
    In effetti, nella mia risposta al post sui racconti, ho cercato di dare una spiegazione argomentata e un po’ meno scontata o generica delle altre sul perché i racconti vendano meno, come dicono tutti gli editori. Il fatto è che a me invece piacciono molto e quindi avrei solo dovuto dire: io non rispondo perché mi piacciono. O non rispondere per nulla.
    Mi scuso.

  2. Un sondaggio mi sembra lo strumento adatto. Previsto dalla bacheca di wordpress.

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