La valutazione dell’opera (e dell’autore)

di Cristiano Abbadessa

Fin dalla nascita della nostra casa editrice, ci siamo assunti l’impegno di rispondere “entro quattro mesi” a tutti coloro che ci avessero inviato proposte editoriali. Una scelta che gli autori hanno gradito, ma che ha incontrato l’incredulità e il sarcasmo di tanti vecchi volponi del settore: “impossibile”, la sentenza più frequente, seguita da considerazioni sull’inutilità di un impegno tanto gravoso.
Abbiamo continuato a rispondere a tutti, ritenendo che si tratti semplicemente di una non derogabile questione di educazione. Tanto che, a un certo punto, il tutti è diventato un quasi tutti, ma solo perché abbiamo deliberatamente e dichiaratamente escluso dal diritto alla risposta coloro che erano tanto maleducati da non fare neppure un minimo sforzo nel presentare la loro proposta, scansando l’osservanza di tutte (ma proprio tutte) le indicazioni da noi fornite, magari inviando un messaggio finto amichevole per dire “ho postato due racconti qui (link): andate a vederli, se vi interessano vi mando gli altri. ciao”.
La lettura e la valutazione delle proposte inviateci non sono, alla fine, un impegno troppo gravoso. Semmai, qualche considerazione andrebbe fatta sulle risposte che diamo e quelle che si aspettano gli aspiranti autori.
Lascio ovviamente da parte tutti gli autori che hanno suscitato un iniziale interesse e coi quali si è instaurato un breve o lungo dialogo, per soffermarmi su quelli la cui proposta è stata immediatamente scartata. In sostanza, per incappare in questa sorte, una proposta editoriale presentata ad Autodafé deve avere una delle seguenti due caratteristiche: o essere per tema del tutto incompatibile con la nostra linea editoriale (narrativa attenta alla realtà sociale dell’Italia contemporanea), o essere inadeguata per quanto riguarda la qualità; non considero il caso di opere che siano palesemente estranee alla linea editoriale e per giunta di scarsa qualità, perché di norma la lettura della sinossi è sufficiente a non procedere oltre nell’analisi.
Quando spieghiamo a un autore che la sua opera è stata scartata perché incompatibile con la linea editoriale, in genere riceviamo un ringraziamento per l’attenzione accordata. Certo, ci sono casi curiosi di autori che pretenderebbero di imporre il loro punto di vista su quel che debba considerarsi realtà sociale contemporanea, ma si tratta di esigua e indomabile minoranza. Semmai, qualche problema in più sorge quando la valutazione di incompatibilità non è immediata, e la redazione, nel rispondere, fa trapelare una certa conoscenza dell’opera nel dettaglio; perché in alcuni casi accade allora che l’autore chieda una valutazione più completa, una scheda di lettura o un parere critico: tutti servizi editoriali che siamo ben in grado di fornire, ma che non possono rientrare nel lavoro di scrematura, che richiedono tempo e cura e che debbono perciò, per dirla schietta, essere adeguatamente retribuiti. Un servizio che molti autori potrebbero gradire, in particolare tra quelli che hanno denotato buon valore letterario e che noi stessi, al di là dell’incompatibilità tematica, sproniamo a proseguire nella ricerca di un editore.
Qualche problema in più, al momento di rispondere, si pone quando la “bocciatura” riguarda opere pienamente compatibili, per temi e contenuti, con la nostra linea editoriale, ma del tutto insufficienti dal punto di vista letterario. Dire (o far capire con chiarezza) a un autore che la sua opera è “brutta” significa di norma ricevere in risposta insulti e accuse di incompetenza, come conferma l’esperienza di tutti coloro che fanno un lavoro di valutazione. Certo, a volte si può condire il giudizio motivandolo, sottolineando alcuni aspetti, lasciando la sensazione che ci siano gravi carenze ma che forse possano essere emendate. Spesso, però, un giudizio schietto e onesto, senza scadere nella presunzione e nell’offesa, può essere di maggiore aiuto rispetto a uno edulcorato ad arte.
Perché si capisce la voglia di sognare, il desiderio di dare corpo a una propria passione, l’istintiva voglia di respingere un verdetto che soffoca speranze e illusioni. Però viene anche da chiedersi a quale futuro vada incontro un autore mediocre con un’opera senza qualità. Magari, con l’ostinazione di chi non accetta la sconfitta (o la semplice realtà), è capace di spendere centinaia di euro affidandosi a qualche agente improbabile e poi migliaia per farsi stampare il libro da un editore a pagamento: ovviamente, senza aver migliorato in nulla la propria produzione artistica e senza vendere copie del titolo, se non a pietosi amici.
Ma non sarebbe allora più pietoso che qualcuno, con professionale competenza, cortesia e buone argomentazioni, si assumesse il doloroso incarico di dimostrare all’autore con parole chiare e nette che è meglio, almeno per questa volta (e forse per sempre) lasciar perdere?

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1 Commento

Archiviato in comunicazione, linea editoriale, servizi editoriali

Una risposta a “La valutazione dell’opera (e dell’autore)

  1. Questo è forse l’aspetto più difficile per un editore, perché, per quanto attenta e competente possa essere la persona che valuta un testo, sempre comunque di un giudizio personale si tratta e non è detto che un giudizio personale sia sempre lungimirante o prevegga gli strani percorsi del mercato editoriale.
    Prova ne sia che moltissimi bestsellers, o addirittura capolavori letterari, sono stati rifiutati non di rado da numerosi editori. Superfluo citare i casi de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, o dell’Ulisse di Joyce. Ce ne sono una marea di altri.
    Premesso questo, le scelte valutative sono di certo facilitate da alcuni punti fermi: la cattiva qualità della scrittura, l’inconsistenza del testo, l’evidente (e ripeto: evidente) mancanza di talento e la totale estraneità a una linea editoriale molto precisa e coerente.
    Dunque, nel caso di Autodafé, sicuramente questi punti fermi sono un ottimo ausilio per questo non facile lavoro, specialmente la scelta di una linea editoriale così particolare e, nel panorama italiano, di grande interesse.
    Quanto al piacere (e dovere) dell’onestà nel comunicare all’aspirante scrittore un giudizio non troppo positivo, non credo che questo possa in alcun modo scuotere una speranza radicata, per due motivi: il primo è che appunto opere respinte più volte sono poi diventate capisaldi della letteratura (e questo si spiega facilmente, perché ciò che è troppo nuovo e originale non incontra facilmente i gusti di un pubblico vasto). Il secondo è che in genere il mercato editoriale di cassetta predilige proprio opere mediocri, di autori senza talento e ne fa dei bestsellers – sia pur di breve durata – dando ai loro autori l’illusione di essere degli “scrittori”. La prova è che molti avventizi, che si sono visti scaraventati da un’intervista all’altra, da un festival a un altro, da un premio a un altro, grazie a un’opera prima, destinata a rimanere anche unica, si montano la testa e si autodefiniscono subito”scrittori” per mestiere. Il che è talmente risibile da muovere solo a compassione.
    Per me uno scrittore/scrittrice, è chi ha dedicato la vita, le forze e l’anima a fare questo e, anche se magari vive di altro, ha come scopo quello di rendere un’immagine del mondo attraverso le parole. Che uno sia uno scrittore lo si può dire dopo ben più di un’opera o due.

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