Finzioni: il potere è già dei lettori

di Cristiano Abbadessa

Ho letto il Libretto Rosa di Finzioni, documento che in questi giorni si è conquistato un ampio spazio nei dibattiti letterari sulla rete.
L’ho letto, dico subito, con qualche difficoltà e qualche disagio. Perché le prime cose che mi saltano all’occhio sono il tono arrogante e il linguaggio sprezzante che trasudano da ogni riga. Non mi stupisce, perché deve essere l’ennesimo effetto della grillizzazione dei blog: quel fenomeno per cui, sulla scia del guru del vaffanculo, si ritiene che il diritto all’ascolto vada conquistato a suon di incazzature, strepiti e disprezzo. È una forma espressiva, o forse un modo di essere e di porsi, che ho già notato in moltissimi blog, anche tra i blog letterari e nelle community che vanno per la maggiore in questo campo. Pur non essendo una novità, ciò non toglie che tale modo di esprimersi mi urti e mi metta in stato di diffidenza: perché è difficile ipotizzare un dialogo con chi, a premessa, tratta gli editori come gaglioffi, gli autori come frustrati, i critici come vecchi rimbambiti invidiosi e, in generale, tutti gli “altri” come persone che poco valgono o che agiscono per secondi e inconfessabili fini. (A proposito, e per dare un’idea dell’estremismo verbale e concettuale, suggerisco un confronto tra quanto da me scritto su autori e opere, ovviamente discutibile ma credo argomentato, con le trancianti conclusioni sullo stesso tema esposte al punto 5 del Nonalogo di Finzioni.)
Oltretutto, trovo che questi toni inutilmente alti e acrimoniosi, in un dibattito che potrebbe essere sobrio e pacato, finiscano anche per svilire quella sana indignazione civile che, a volte, va effettivamente spesa e che giustifica un linguaggio conseguentemente aspro. Perché sappiamo tutti che il cazzo! gridato dal mite esasperato ha un valore comunicativo forte, mentre la stessa parola perde ogni significato quando diventa un semplice intercalare volgare o modaiolo.
Superato questo scoglio iniziale, cerco di entrare nel merito dei contenuti proposti dalla redazione di Finzioni. Ma, onestamente, non ci riesco. Perché il Nonalogo, ripulito dalle intemperanze, si fonda su un affastellare concetti spesso contraddittori: alcuni condivisibili e altri no, soggettivamente parlando, come è normale che sia; ma troppo spesso con una debolezza nella visione d’insieme che non consente di articolare un discorso consequenzialmente logico e realistico, che non chieda tutto e il suo contrario.boicottaggio
Ma, soprattutto, a non essere infine comprensibile è lo scopo, il fine ultimo dell’operazione. Perché, nel suo apparente rivolgersi ai lettori, la redazione di Finzioni non si capisce se si erga a organo dirigente della massa lettorale, se si proponga come sindacato di consumatori di parole, se solleciti dei comportamenti ai propri seguaci o chieda invece risposte adeguate a degli interlocutori (gli editori, la filiera produttiva… i critici no, perché li irride e basta). Manca, al dunque, la chiarezza su chi debba considerarsi l’emittente del messaggio, e manca l’individuazione del destinatario.
In tutto questo, però, manca soprattutto una constatazione basilare e mancano, ovviamente, le scelte conseguenti. Perché nel Libretto si finge di ignorare che il potere è già oggi in mano ai lettori, e che già dentro questo sistema, vituperato e inadeguato, a decretare successi e fallimenti, prosperità o estinzione di autori e editori sono pur sempre le scelte compiute dai lettori. Principalmente, è bene ribadirlo per fare una bella immersione di realismo, attraverso gli acquisti: al momento cioè di scegliere non solo un titolo piuttosto che un altro, ma anche dove comprarlo, privilegiando quale tipo di punto vendita e quale filiera produttiva.
Se, come sostiene, Finzioni parla a nome di una repubblica dei Lettori, potrebbe forse allora fare uno sforzo di vero coraggio. Uscire dal labirinto del dileggio gratuito sparso a piene mani, in realtà poco o nulla incisivo, e compiere delle scelte dichiarate. Che significa, in soldoni, non avere paura di promuovere e, soprattutto, di boicottare. Perché questo è l’unico vero modo di incidere. E anche, peraltro, l’unica cartina di tornasole che ti dice se stai veramente parlando a nome di qualcuno, se hai perlomeno un seguito e una capacità di incidere, o se invece sei soltanto l’avanguardia di te stesso.

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5 commenti

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5 risposte a “Finzioni: il potere è già dei lettori

  1. Pigi S.

    Già il fatto che, per dare nome a una serie di nove precetti, non abbiano trovato di meglio che chiamarla “nonalogo” (costruito maldestramente su ‘decalogo’) toglie la voglia di proseguirne la lettura. Per gente che propugna a spada tratta l’esigenza della bella scrittura, la partenza con un neologismo tanto pisquano appare come un biglietto da visita assai scadente. Quel che mi chiedo io è: ma è mai possibile che in tutta la redazione non si sia riuscito a trovare un povero tapino che avesse frequentato a suo tempo almeno una misera quarta ginnasio, così da poter suggerire, chessò, un ‘enneagono’, o, tanto meglio, un più eufonico ‘ennagono’?

  2. Grazie per aver segnalato l’esistenza di questa cosa a me sconosciuta (non pratico molto i fenomeni alla moda). Ho letto il “nonalogo”. A parte che mi ha ricordato “Come un romanzo” di Pennac, se in effetti non proprio tutto è da condannare, perché comunque denuncia una situazione generale che, pur con molte eccezioni, non aiuta la letteratura del nostro paese, e che io stessa ho toccato con mano in moltissime occasioni, poi assume toni deliranti e di fatto nega quello che prima affermava. L’idea che “l’autore dura un attimo” e le dichiarazioni del paragrafetto relativo, non solo sono ingenue e poco informate, ma risibili. Per costoro l’autore è un semplice braccio meccanico che si limita a ingurgitare e risputare idee già dette, che poi deve togliere il disturbo e lasciare che siano i lettori a fare letteratura.
    Allora perché la letteratura non se la fanno direttamente i lettori?
    Dice: “è solo l’opera che conta, nel suo infinito dialogo con i lettori”: Come se l’opera non fosse opera di qualcuno e il dialogo non fosse tra autore e lettori attraverso l’opera.
    Altra affermazione che dimostra poca dimestichezza con la storia e la letteratura stessa è: “le più grandi (era meglio dire le maggiori) religioni sono fondate sul libro.” No, le uniche religioni del libro sono l’ebraismo e le due che da esso derivano, cioè il cristianesimo e l’islam e sono le uniche monoteiste. E oltretutto intolleranti. Non è detto che siano le più grandi.
    Di queste perle il testo è disseminato. E poi mi fa pensare tanto ai collettivi studenteschi del ’68, quando si facevano dei “seminari” su argomenti come Marx e la Bibbia, o la letteratura è del popolo.
    Non so, mi viene molta nostalgia della tradizione orale. Lì non c’erano né lettori, né editori, né autori, né critici, né festival della letteratura fiere del libro fiere della vanità e premi letterari.
    C’era solo il narrare.

  3. A.

    Non sono andato oltre l’elenco dei nove punti. Davanti ad affermazioni come “Il mondo è” o “Il futuro è” non posso che considerare l’impresa troppo ambiziosa per i miei mezzi. Inoltre in generale trovo gli elenchi interessanti solo quando hanno a che vedere con le formazioni della Roma, quelle ufficiali prima che scenda in campo. Già quelle ipotizzate dai giornalisti mi stuccano.

  4. Non conoscevo Finzioni, che a prima vista sembra uno dei tanti siti letterari, né il suo libretto. Del quale m’infastidiscono in primis lo stile inelegante e, più gravemente, l’incoerenza dell’argomentazione.
    Meno il discorso sulla caducità dell’autore: forse è solo una traduzione molto rozza del suo radicamento socio- culturale, espresso nell’opera, che lo racchiude, comunica e tramanda.
    Quanto all’ipostasi del lettore, la trovo tanto ingenua da risultare commovente, quanto il “buon selvaggio” di Rousseau. Come può questa immaginaria creatura collettiva esercitare l’intatto e “naturale” (?) buon senso critico se il sistema ha già tanto alterato l’ambiente (cioè l’offerta libraria più in vista) con le proprie deprecabili logiche?
    Il lettore andrebbe piuttosto aiutato ad auto – educarsi, come Emilio appunto, – anche dagli intellettuali onesti (non credo siano rimasti in vita solo i 50 di Finzioni)- onde prendere in mano una sorta di lanterna di Diogene per farsi luce nel labirinto letterario.
    Messi da parte i toni agitati, trovo invece condivisibili buona parte delle critiche all’editoria e ai suoi sistemi di scelta e promozione.
    Coglie nel segno, direi, Giorgio Vasta che commenta Borges. (da “La stampa” di ieri ):
    “(…) è sempre più evidente che pratica letteraria e pratica editoriale sono modi attraverso cui un sistema sociale descrive se stesso. Dimmi che cosa scrivi, e come, e che cosa valuti, selezioni e pubblichi; dimmi quali sono le estetiche che mobiliti nella costruzione di una scena, quali le retoriche reclutate nell’impostazione di un periodo; descrivimi i tic, i totem, i tabù della tua prospettiva editoriale: distendimi davanti agli occhi questi scenari e ti dirò chi sei.”

  5. Pingback: #LibrettoRosa - che se ne dice? | Finzioni

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