Le presentazioni e le strane usanze delle (pseudo)librerie romane

di Cristiano Abbadessa

Roma, per noi di Autodafé, non è una piazza facile. Non lo è per motivi legati alla distribuzione e per tante piccole disfunzioni, che in massima parte da noi dipendono e di cui dobbiamo farci carico. Ma, va detto, non lo è anche perché si incontrano difficoltà figlie di usi e costumi che altrove, per fortuna, non hanno (ancora) preso piede.
È il caso delle presentazioni dei libri appena usciti. Evento che a Roma, come in nessun altro luogo, richiede un grande sforzo di pazienza e la disponibilità a inghiottire qualche boccone amaro.
Il fatto è che alcune librerie romane (o bookshop, o altri nomi più o meno alla moda che in ogni modo sottintenderebbero la vendita di libri come attività primaria) rivolgono all’editore proposte francamente imbarazzanti per l’allestimento di una presentazione presso la loro sede. In sostanza, chiedono una cifra fissa (talora molto alta) per “l’affitto” del locale, vi aggiungono l’organizzazione del “rinfresco” (a prezzi da ristorante per gourmand), propongono qualche servizietto aggiuntivo a costi tanto esorbitanti da apparire ridicoli, ma dulcis in fundo, non rinunciano a un’unghia di percentuale sull’incasso dei libri venduti nel corso dell’evento.
Ora, è chiaro che qualcosa, anche sul piano logico, non funziona.
In tutte le presentazioni organizzate in libreria, come ovvio, il libraio trattiene una percentuale sulle vendite. Ma non chiede un euro in aggiunta. Perché la libreria organizza l’evento per attrarre nuovi clienti, per confermarsi punto di riferimento culturale di una certa zona, e più semplicemente per vendere libri, dato che quello è il suo mestiere. In carico all’editore (o all’autore) resta l’organizzazione, che può prevedere qualche spesa accessoria (per esempio per chi presenta). E di solito le librerie si incaricano del rinfresco, al massimo chiedendo una condivisione di piccole spese.
Se invece che in libreria organizzo la presentazione in un locale che ha per attività principale la somministrazione di cibi e bevande, nulla mi viene fatto pagare e, soprattutto, l’intero incasso delle vendite di libri resta all’editore. Chi mette a disposizione lo spazio conta di rifarsi con le consumazioni dei partecipanti; e sta semmai all’editore la facoltà di offrire all’ospite un contributo fisso in cambio di prezzi calmierati in favore dei lettori convenuti.
Se, infine, affitto uno spazio nudo e crudo, allora sì pago una cifra iniziale al proprietario, ma poi organizzo rinfresco ed evento come mi aggrada, e continuo a tenermi tutto quanto ricavato dalle vendite. Le quali, peraltro, in occasione di presentazioni non in libreria, si fanno a un prezzo scontato.
Si tratta, dunque, di fare un po’ di chiarezza sulla propria attività: il libraio vende libri, il barista aperitivi e tartine, il proprietario di un capannone dismesso affitta spazi: e queste sono le loro fonti di reddito. Scegliere di organizzare un evento (decidendo con chi e per che cosa) è una forma di promozione, una voglia di visibilità maggiore: e magari ci si investe sopra qualcosina, non il contrario. Altrimenti si arriva all’assoluto nonsenso di quella libreria che, dopo aver vigorosamente ribadito che sono loro a decidere a chi dare spazio, mi chiede un migliaio di euro (oltre al resto) per pubblicizzare agli iscritti della sua mailing list la presentazione di un libri; sprofondando nell’assurdo di un evento che loro organizzano, ma che non pubblicizzano se non lo pago io, anche a costo di avere la sala vuota: il che è un bel cortocircuito comunicativo.
Ora, io sono anche libero di rivolgermi a un organizzatore di eventi, di pagare uno spazio, un catering, un presentatore e la comunicazione; ma, a quel punto, è come minimo ovvio che gestisco in assoluta libertà, e senza balzelli percentuali, la vendita di libri. E, in ogni caso, chi sceglie di svolgere per attività principale, e remunerativa, quella di affittare locali e organizzare rinfreschi, abbia almeno la decenza di togliere dalla propria ragione sociale la parola libreria (o bookshop, che di certo deve suonare molto più trendy).

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1 Commento

Archiviato in distribuzione, librerie, promozione

Una risposta a “Le presentazioni e le strane usanze delle (pseudo)librerie romane

  1. Temo che, la storia del libraio romano buzzurro (non trovo altro termine, a parte quello di squalo) sia il risultato di un andazzo generalizzato che contamina ormai tutto e tutti in questo paese che ha per ministro della cultura (con la c minuscola) quella che sappiamo e che della cultura non ha più nemmeno l’indirizzo di casa.
    Il grande calderone romano, dove è probabile che l’infinita serie di politici/calciatori/attricette e attricetti/amiche/presentatori/opinionisti e amici si diano da fare per presentare al mondo i loro capolavori letterari (in genere scritti da negri, detti più elegantemente ghostwriters) sa che di quei volumi non venderà nemmeno una copia e che gli accorsi saranno lì solo per farsi vedere nei posti “giusti”. Così avranno escogitato di grassare gli editori – l’uno vale l’altro – per trarre il loro bel tornaconto sempre e comunque.
    Ma questo non è che la conferma della visione che ormai si ha della cultura: solo un mezzo per far soldi pochi (o tanti se possibile), maledetti e subito.

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