Autodafé, i nuovi titoli e il progetto editoriale: la “narrativa sociale”

di Cristiano Abbadessa

Ieri ho sfogliato l’impaginato definitivo, pronto per la stampa, delle tre opere che saranno pubblicate fra un paio di settimane. Controllo che non vi siano errori di assemblaggio (sul testo, il lavoro è ormai concluso da tempo) e rileggo le quarte di copertina. Ancora una volta, come finora è sempre capitato al momento di chiudere il prodotto, sono fiero e soddisfatto del nostro lavoro.
Quelle in uscita sono tre opere, per molti aspetti, diverse e distanti tra loro. Lo sono per la struttura narrativa, per lo stile proprio dei singoli autori, per le scelte lessicali, per il ritmo della narrazione. Lo sono, in maniera molto evidente, per l’ambientazione (una border line metropolitana dove si incontrano uomini di potere e persone che strappano la vita a fatica; una piccola cittadina di provincia in cui tutto ruota attorno a tradizionali e ipocriti legami familiari; una Milano di due epoche separate da una trentina d’anni e unite da legami d’amicizia e militanza politica) e per i protagonisti-narratori (una transgender d’alto bordo; una giovane donna ferma nei propositi ma a suo modo ingenua; un uomo di mezza età, integrato ma non pentito, specchio di una generazione che possiede il passato ma guarda al presente e al futuro).
Sono tre romanzi che ben si distinguono per le loro caratteristiche letterarie, tanto da poter essere ascritti a generi diversi. E, per chi ama semplificare, sono anche opere che pongono al centro un tema dominante che in nulla sembra unificarle.
Eppure, anche questa volta, un filo rosso ben visibile le lega tra loro. Perché, nella diversità degli stili e degli approcci, sono opere che ci raccontano questa Italia, che mettono la rete di relazioni sociali (nell’ampiezza di questa accezione) a elemento fondante della narrazione, che interpellano il lettore (più o meno esplicitamente, secondo lo stile proprio dell’autore) invitandolo a una riflessione etica, morale e valoriale su se stesso e sul nostro paese.
Sono, tipicamente, tre romanzi editi da Autodafé. Tre nuovi titoli che vanno ad aggiungersi ai precedenti, componendo il quadro di quella letteratura “attenta alla realtà sociale dell’Italia contemporanea” su cui abbiamo fondato il nostro progetto. Dodici titoli diversi per genere e per stile (e che quindi, per naturale gusto e propensione individuale, non a tutti i lettori piaceranno in identico modo), ma con il connotato comune di offrire una solida storia e una buona narrazione a tutti quei lettori che amano, durante o alla conclusione della lettura, ritrovarsi a frullare in testa qualche considerazione non banale e qualche interrogativo di un certo spessore. Un’offerta pensata per tutti coloro che, in breve, credono che anche la lettura (e la lettura della narrativa) possa essere un momento di elevato impegno civile.
Se guardo a quanto abbiamo fatto, lo ripeto, sono fiero di aver mantenuto la barra nella direzione indicata alla nascita del nostro progetto.
Tuttavia, se rileggo i molti interventi generati da questo blog, mi accorgo che, a dispetto di una reiterata richiesta, proprio su questo aspetto nessuno o quasi si è dato pena di approfondire. Molti hanno dato contributi frequenti e accesi ai dibattiti specificamente letterari (penso al ruolo dell’autore, dell’editor, e via di seguito); un partecipe interesse si è avvertito quando abbiamo svelato alcuni meccanismi legati al funzionamento dell’industria editoriale; una minore, ma non insifìgnificante, attenzione è stata riservata ad alcuni nostri titoli, sempre pesandone però in primis (o unicamente) la qualità letteraria. Pochissimo, direi nulla, è stato speso per confermare, smentire o correggere la nostra iniziale sensazione, quella che ha originato la nascita della casa editrice: ovvero la constatazione che nel panorama letterario italiano mancasse, e se ne avvertisse la mancanza, una narrativa attenta principalmente alle dinamiche sociali del nostro paese, a fronte di una ridondante produzione di storie avviticchiate intorno alla psiche del (più spesso della) protagonista.
Nel breve volgere di un anno, e con tutte le difficoltà di partenza di una piccola casa editrice, non può essere solo il mercato, con i dati di vendita, a dire se l’individuazione di questo bisogno è stata un atto di sensibilità sociale e letteraria o è stato un clamoroso malinteso. E non possono dircelo i grandi media, che della nostra esistenza ancora non si sono accorti.
Per questo, insisto, mi piacerebbe che a dircelo fossero le persone che ci seguono e ci leggono. Per avere il conforto a un progetto che deve poter contare su un suo pubblico, o per prendere atto di una realtà diversa.

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3 commenti

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3 risposte a “Autodafé, i nuovi titoli e il progetto editoriale: la “narrativa sociale”

  1. Se le cose vanno bene (e piaccia o no, in questo Paese le cose sono andate alla grande per anni), tutto quello che stona viene messo da parte. Una certa narrativa, o un certo cinema non piace. Non perché esiste un Grande Vecchio che manovra o manipola: ma perché le persone non desiderano brutte storie. Non le vogliono proprio. La verità come la libertà, spaventa. E questo è un problema perché per quanto si faccia, poi ci si scontra con l’individuo che sceglie di infischiarsene.
    Certo, quando tante “certezze” scricchiolano e franano (come in questi ultimi due, tre anni), si comincia a riflettere, a osservare con occhio critico quello che ci circonda. È tuttavia un processo lento, e non è detto che al termine ci sarà chissà cosa.
    Per me la rivoluzione è spiegare alle persone che la mediocrità è una scelta, non un destino imposto da un fato cattivo e cinico. Questo Paese deve comprendere che arte e bellezza sono una faccenda che riguarda tutti. Ma per tanti, forse la maggioranza, anche con la bufera che soffia e strappa, saranno sempre e solo un mucchio di sciocchezze.

  2. Temo di non avere molta dimestichezza con questo paese in cui le cose andavano alla grande finché non si sono guastate negli ultimi due o tre anni, ho visto un’altra Italia.
    In generale sulle grandi masse, a scuola come nell’arte e nella cultura, le persone si educano con l’offerta. Per fare un esempio, quando una RAI con finalità diverse da quella attuale, ingaggiava fior di professionisti per sceneggiare “I fratelli karamazov” o “I miserabili”, il pubblico li seguiva eccome. Era un pubblico meno scolarizzato, non di certo per natura più incline alle “storie tristi” e, suppongo, altrettanto invischiato nelle proprie umane vicende, ma si creava un’offerta culturale tesa a formarne il palato.
    Poi si scelse scientemente un’altra strada, non per opera di un grande vecchio, ma per logiche commerciali.

  3. Nella mia recensione a “Le nausee di Darwin” mi pare di aver messo invece molto bene in luce proprio l’aspetto di cui il post parla e non solo le qualità letterarie del testo.

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