AAA autori cercasi: astenersi migranti, no anonimi

di Cristiano Abbadessa

Una delle soddisfazioni maggiori del nostro lavoro, per quanto effimera, è la stima che ci viene decretata dagli autori ai quali rispondiamo che le loro opere, per contenuti o per stile, non possono essere prese in considerazione per una pubblicazione. Molti, una volta ricevuta la notizia negativa, ci riscrivono ringraziandoci, perché, se non altro, siamo tra i pochi a rispondere alle proposte e a fornire un minimo di motivazione. A fronte dei tantissimi aspiranti scrittori che ci hanno ringraziato dopo la “bocciatura”, ve ne sono alcuni, ma che si contano davvero ulle dita di una mano, che non hanno accettato la valutazione e hanno polemizzato, anche con sgarbo. Volendo anche presumere (e noi dobbiamo farlo per forza) che la risposta fornita dalla nostra redazione fosse cortese e non dovesse dare adito a rimostranze, possiamo comunque concludere che abbiamo incontrato una percentuale di presuntuosi o maleducati infinitamente inferiore alla percenuale media che si ritrova nella vita di tutti i giorni. Il che può far pensare che la categoria degli aspiranti scrittori includa esemplari umanamente un po’ più sensibili e cortesi rispetto alla popolazione italiana nel suo insieme.
Fin qui tutto bene. E si tratta di questioni cui ho già fatto cenno altre volte. Quel che invece mi lascia un po’ sorpreso riguarda le proposte provenienti da una particolare categoria di autori.
Sono infatti arrivate in redazione, nel corso di un anno e passa, alcune proposte (in verità pochissime) avanzate da aspiranti autori italiani residenti all’estero: migranti in via definitiva o comunque per un tempo non breve, con il rientro in patria non ancora nei programmi futuri (o in programma di lì ad almeno un paio d’anni).
Nessuna delle proposte pervenuteci da questi autori era meritevole di pubblicazione: ora per scarsa attinenza tematica al nostro progetto editoriale, ora per una qualità discutibile. In ogni caso, dopo aver motivato la nostra scelta, la redazione si è permessa di spiegare a questi aspiranti autori che una piccola casa editrice non potrebbe mai pubblicare opere di un autore che risiede stabilmente all’estero, perché la presenza fisica dell’autore alle iniziative promozionali è essenziale e perché il legame con un territorio, o con una comunità, è ulteriore elemento di forza.
Puntualmente, tutti gli autori residenti all’estero cui abbiamo fatto presente questo problema, ci hanno risposto in tono molto piccato, sottolinenado che nulla avevano da eccepire sulla valutazione delle loro opere, ma che non dovevamo permetterci di porre in discussione delle scelte di vita personali.
Ora, è chiaro che la questione non dovrebbe essere posta in questi termini, salvo malintesi. Nessuno ha mai pensato di discutere le scelte di vita personali (magari a volte forzate dalle scarse opportunità offerte dal nostro paese, e perciò vissute con un disagio interiore che non predispone al dialogo; oppure rivendicate orgogliosamente come atti di coraggio compiuti da chi sente di avere la capacità di mettersi in gioco); però dovrebbe essere ovvio che, come sempre, compiere alcune scelte apre delle strade ma ne preclude altre.
Non sarà allora inutile provare a ricordare, a bocce ferme e senza che ci siano “casi personali” in questione, che per un piccolo editore è assolutamente impensabile fare a meno della presenza fisica e della fattiva collaborazione dell’autore al momento di promuovere un libro. Ed è il motivo per cui, allo stesso modo, non possono essere prese in considerazione le proposte editoriali di autori che, per varie e a volte comprensibili ragioni, pretendono di mantenere l’anonimato. Un autore che non esiste, o che non è presente, è per il piccolo editore un lusso insostenibile: pubblicarlo, vuol dire decretare il sicuro fallimento dell’opera, cosa che poi non può far piacere neppure all’autore stesso, come ovvio.
Peraltro, se fin qui ho parlato delle esigenze del piccolo editore, sarà bene ricordare anche che gli stessi editori medi o grandi prevedono, per gli autori da promuovere, stressanti tour in varie tappe e sedi, e che non ammettono latitanze o ritrosie. In effetti, se un autore anonimo o residente all’estero vede accettata una sua proposta, più che gioire ha di che preoccuparsi: perché vi potrà leggere il segnale inequivocabile di un libro (il suo) che viene pubblicato per fare volume di produzione, ma che non verrà promosso o sostenuto.
Esiste, in una mitologia arcaica che ogni tanto riaffora, l’ingenua convinzione che l’opera anonima o dell’autore invisibile sia destinata al successo per l’attrazione che eserciterebbe sui lettori quell’alone di mistero che la circonda. Ma si tratta, va detto con chiarezza, di pie e inopportune illusioni.
Probabilmente i casi che ho evocato, e che mi hanno spinto a questa ricapitolazione, sono solo il frutto di un pizzico di ignoranza circa quello che è oggi il mestiere dell’autore, coi suoi annessi e connessi.
Oppure, temo, sono la spia di una più diffusa sensazione: che quello dell’autore non sia un mestiere ma un’attività da esercitare a tempo perso, nei ritagli concessi da altre occupazioni, e per il quale non è richiesta la metodica e quotidiana fatica e tantomeno la presenza; una sorta di sport amatoriale nel quale si può eccellere senza sforzo e senza allenamento, limitandosi alla saltuaria esibizione. Ma, se così fosse, la cosa sarebbe ancora più grave.

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11 commenti

Archiviato in piccoli editori, scrittori

11 risposte a “AAA autori cercasi: astenersi migranti, no anonimi

  1. Vi invito a fare un salto sul mio sito ufficiale 😉

  2. Fare l’autore è una delle cose più complicate in assoluto. Almeno io me ne rendo conto. Se uno di dedica molto tempo si accorge della fatica di scrivere veramente bene, di eliminare ripetizioni, passaggi non chiari nel testo, peggio ancora se la chiarezza è nel presentare personaggi e/o trama. Una struttura errata in una scrittura perfetta fa comunque crollare tutto. In genere quando una casa editrice risponde, anche se per dire che non si è stati selezionati io esulto, perché c’è stato comunque un riscontro. Sicuramente esistono anche persone che non accettano giudizi sul proprio testo, ma a tal punto che senso ha scrivere se uno vuol pubblicare? Mi sembra abbastanza chiaro che scrivere per gli altri impone un giudizio e deve essere accettato. Il problema nasce quando dal giudizio non si chiarisce perché il testo non va, se un autore si è dedicato molto. Un autore non sempre ha gli strumenti per capire da solo dove sistemare il testo, perché se ne avesse, allora presenterebbe il suo testo in maniera impeccabile o comunque diversa… Non ho capito se il giudizio che dà la vostra casa editrice è generico oppure se dipende dal testo ricevuto. In ogni caso vi faccio i miei complimenti perché qualcosa viene pur detto. E ce ne sono persone che non capiscono che essere scrittori è difficile. Quando anche si dedica molto tempo sembra che uno non riesca a far venire fuori un buon testo, che piaccia e che abbia i requisiti per essere apprezzato. Non si va da nessuna parte se non si scrive molto. Se poi uno lo fa saltuariamente nei ritagli di tempo e pretende il massimo allora non ha capito cosa voglia dire scrivere. C’è da accettare i propri limiti. E ci sarebbe anche da capire come fare per migliorare in autonomia… Il che è più difficile.
    Poi c’è anche il caso che uno scrive un buon testo che una casa editrice non accetta perché non è veramente in linea con quello che pubblicano. Ma da qui a capire se sia questo, o il problema risiede nel testo, o entrambe le cose, credo sia impossibile 🙂 .
    In bocca al lupo per le vostre valutazioni.

    • Pigi S.

      Per aver avuto due distinte esperienze di tal genere con loro, posso testimoniare personalmente a Giovanni che lo staff di Autodafè si prodiga in valutazioni che hanno dell’impensabile nel panorama editoriale nazionale. Si prendono la briga di dirti, innanzitutto, se il testo è buono in sè. Se ha dei problemi, lacune, etc. cercano di indicarteli. In secondo luogo, ti spiegano se il tuo lavoro è coerente con le loro scelte editoriali. Se sì, ti mostrano in quali punti non sia accettabile per una eventuale selezione da parte loro. Sono peraltro molto aperti al dialogo e a rettifiche successive, perdendo altro tempo per indicarti la direzione giusta.
      Fanno per di più dei generosi distinguo, spiegandoti se quel determinato aspetto non vada bene per loro, ma sia comunque presentabile per altri editori, o se proprio sia da cassare. Un simile comportamento, tanto scrupoloso e professionale, credo sia davvero difficile incontrarlo, in questo campo, in altre realtà italiane, di qualunque dimensione esse siano. Quelli di Autodafè si comportano nè più nè meno come si dice facciano gli editori nordamericani: robe che, se paragonate al resto (o alla più parte) degli editori nostrani, sembrano appartenere a delle cronache marziane…

      • Wow. Non ho mai incontrato un editore così. Mai. Sono rarissimi. Buono a sapersi.

      • cristiano abbadessa

        Gli elogi fanno sempre piacere, però è necessaria qualche precisazione, per evitare equivoci.
        Noi rispondiamo a tutti coloro che ci inviano correttamente (seguendo cioè le nostre indicazioni) proposte di pubblicazione. Nel motivare il nostro non interesse, ci limitiamo a sottolineare se la scelta sia dovuta principalmente a scarsa attinenza tematica col nostro progetto o se sia prevalente la valutazione stilistica e strutturale dell’opera. Non forniamo schede di valutazione, anche perché questo è un lavoro diverso, tanto è vero che lo proponiamo nei nostri servizi editoriali (a pagamento), che comprendono schede di valutazione di una proposta editoriale o di un’opera completa.
        Questi servizi a pagamento, ovviamente, riguardano solo gli autori e le opere cui non siamo interessati per una pubblicazione. In tal senso, il caso di Pigi è particolare, perché si tratta di autore la cui opera è stata ritenuta interessante e, quindi, analizzata “gratuitamente” come prima fase di un rapporto tra autore e potenziale editore.
        In una parola: Autodafé vuole essere cortese con tutti, ma l’investimento professionale viene fatto solo per le opere potenzialmente interessanti; altrimenti, si tratta di un servizio che deve essere giustamente retribuito.

  3. A.

    Caro direttore, sa che al momento oltre alla professione del reddito l’esistenza mi ha favorito del dono di poter esser papà di una meravigliosa bambina. Ciò non toglie che non dimentico la professione che più realizza il senso di anni di studio e impegno: non sarà mai un semplice riempitivo, un semplice hobby, quanto meno per i sacrifici che almeno a me richiede in termini di salute, sonno e organizzazione. Spero di terminare nei prossimi mesi il romanzo che ho iniziato da circa un anno a scrivere e di potervelo sottoporre in continuità col primo che avete generosamente pubblicato. Intanto comunque vi seguo e mi complimento per le iniziative e gli ottimi risultati dei colleghi autori!

  4. Antonio, congratulazioni! I figli sono una cosa bellissima! E auguri per i tuoi libri.
    Comunque è vero, anche se non ho avuto rapporti di tipo editoriale con Autodafé, per la mia lunga esperienza nel mondo dell’editoria, vedo da molti particolari la diversità di questa casa editrice e la sua correttezza. E’ un segnale importante nell’Italia di oggi.

  5. Mi sembra evidente che autori lontani e anonimi non si confanno granchè all’editoria, salvo casi particolari. Concordo anche -come pensarla diversamente? – sull’impegno serio e costante che la scrittura richiede. La presunzione autorale è poi segno di immaturità e chi ritiene di essere pubblicabile dovrebbe accogliere quale occasione di crescita un giudizio motivato.
    Lo scrivere va inteso come un “mestiere” o professione che richiede doti e studio per essere ben praticata…Certo, ma occorre aggiungere che si tratta “fatalmente” o quasi di un secondo lavoro. Non è il mio caso, per via dell’età, il che mi consente un sereno distacco.
    Ho letto, non più di un anno fa, l’elenco degli scrittori italiani che riuscirebbero a vivere esclusivamente, cioè al netto di attività collaterali (scuole di scrittura, consulenze editoriali, presenzialismi vari…), dei propri libri e – se ben ricordo – non superavano la trentina. Cento erano quelli davvero ricchi nell’intero pianeta.
    Chi scrive, anche con qualche risultato incoraggiante, deve quasi sempre vedersela con la quotidianità di un’altra occupazione e le “distrazioni” conseguenti. Basta scorrere la biografia di vari autori noti per incontrare occupazioni d’ogni sorta, fino al Pennacchi ex-operaio della mia provincia.
    Certo nessuno è costretto a cimentarsi nell’impresa; se la si intraprende vi si trova diletto. Proporrei di paragonare lo scrittore aspirante o emergente al serio sportivo amatoriale, che dedica volentieri all’attività prescelta tutto il tempo libero, cura e perseveranza.

  6. Paolo Gandino

    Mi stavo appunto accingendo a inviarle un manoscritto quando sono incappato nelle perentorie avvertenze contenute nel suo articolo del 24 ottobre – articolo che si presta a svariate riflessioni. Considero, in effetti, discriminatoria, l’introduzione della categoria “migrante” in letteratura e miope che la si adoperi – non so se in forma di pregiudizio – verso chi, per scelta o fatalità – risieda all’estero. E’ tutta da provare che uno scrittore espatriato – o non legato a una comunità, linguistica o culturale – non possieda uno sguardo più lucido o acuto sulla sua terra d’origine. Potrei fare diversi esempi, ma mi limito a due casi esemplari, noti a chiunque: Joyce e Beckett. Nel secondo caso – annoto per inciso – si arriva a darsi una seconda lingua come strumento espressivo più limpido ed essenziale. Quanto all’assenza fisica dell’autore per le varie attività promozionali – perché scrivere è un mestiere – ritengo che sia un lusso sostenibile da qualunque editore se la qualità del testo è eccellente. O forse ci si dovrebbe accordare sul significato di “mestiere”. Se gli si attribuisce il valore di attività artigianale – conoscenza dei materiali e degli strumenti – di cura ossessiva della struttura – dal largo insieme fino all’infinitesimo della virgola – non posso che darle ragione. Non condivido, invece, un’accezione servile – e anche venale – del vocabolo, se ciò comporta obbligazioni mondane, tronfie presentazioni di se stessi, ciarle e cenette. Anzi, proprio in considerazione del “mestiere” , considero uno sperpero del proprio patrimonio creativo – che sia esiguo o abbondante – qualunque concessione ad attività extra-letterarie. Mi risulta che è sulla base di questo assioma che si sono condotti gli scrittori che reputiamo – che reputo – dei maestri. Inutile stilarne la lista, ma è difficile immaginare Flaubert – che si tagliava le penne d’oca, tanto per sottolineare il divario tra l’artigiano e lo scrittore seriale – fare i tour promozionali. Ed è altrettanto inutile ricordare che Proust derogò alla propria legge inflessibile – scrivere e basta – solo per difendere Flaubert da una maldestra critica di Thibaudet, articolo che rivoluzionò la visione vigente dello scrivere bene e male. Ora, per una neonata casa editrice – che naturalmente dovrà ragionare in termini di target, segmenti di mercato, clienti di nicchia – forse sarebbe opportuno dedicarsi alla cernita – severa o anzi: severissima – dell’ eccellenza, senza badare alla provenienza. E’ un peccato che si ragioni ancora in termini di successo quando l’esperienza – o un minimo senso della tradizione – ci insegna che spesso il successo è inversamente proporzionale alla qualità e che chiunque appresti per i suoi contemporanei ottiche nuove raramente è riconosciuto per quello che è. Il successo – e non lo dico per confortare i velleitari e i mediocri – non è certo la finalità dell’artista, ma una conseguenza, talvolta casuale, di un insieme di contingenze imprevedibili. Non lo si deve deprezzare né disprezzare, ma mi sembra una mitologia,quanto quella rimproverata ai dilettanti, digiuni di “cose” editoriali. A questo proposito, infine – i bistrattati amateur – diciamo che quando saranno autori – retribuiti – potranno dedicarsi con libertà maggiore a questa futile perversione che è la letteratura. Che ottengano risultati migliori, è da vedersi. Ora mi dica lei se devo desistere dall’inviarle il manoscritto. O, inviandolo, provare a convincerla che quanto le dico è vero.

    • Beh, oggi la prima pubblicazione (ma anche per le successive) di un romanzo, di una raccolta di poesie o racconti implica l’obbligo dell’autore a tenere un certo numero di presentazioni. A meno che non si finisca sotto contratto con Mondadori, Feltrinelli, Fandango, ma penso che anche in quel caso un certo numero di presentazioni siano obbligatorie addirittura per contratto. E poi se io pubblicassi avrei voglia di presentare il mio libro. Non è che in una presentazione uno si va a mettere in mostra perché ha scritto il libro migliore del mondo. Ci sono libri presentati che sembrano interessanti, poi uno li va a leggere e lo butta direttamente nel cestino della carta… Il tuo testo è una tua creatura, la hai curata con l’editor della casa editrice. Insomma non è pensabile di scrivere un libro, farlo pubblicare e poi basta. Va un attimo seguito. Naturalmente l’impegno dipende da te autore, ma anche dalla casa editrice che deve avere dei contatti e non abbandonare l’autore a sé altrimenti è completamente inutile pubblicare questo modo. Se proprio volessi, farei tutto da me con l’autopubblicazione, solo che in tal caso non sto cedendo i diritti a nessuno e sto investendo su di me il 100%. Anche Stephen King che è ben noto a tutti fa le sue presentazioni ogni tanto, fa un tour. Vedo difficie vivere all’estero e pubblicare in Italia, non so in che modo si possa organizzare… Forse dovresti trovare una casa editrice Italiana che pubblica solo in e-book, anche perché credo non ci siano problemi di questo tipo. Magari mi sbaglio, ma non ho mai visto, almeno non ancora, presentare un e-book in una libreria.

  7. Cristiano, scrivi: “sarà bene ricordare anche che gli stessi editori medi o grandi prevedono, per gli autori da promuovere, stressanti tour in varie tappe e sedi, e che non ammettono latitanze o ritrosie”.
    Ho pubblicato per Einaudi e Mondadori, e non mi è mai stato imposto nulla: nemmeno quando fui finalista allo Strega.
    Mentre, quando ho pubblicato per piccoli editori, io per primo mi sono dato una mossa.
    Per l’editore grande la tournée dell’autore diventa importante solo da un certo numero di copie in su (e/o da un certo investimento in su). Diciamo che un autore da dieci, quindici, ventimila copie può starsene tranquillamente a casa. Idem per l’autore che non sia “l’autore del trimestre”. Diciamo che se un editore grande fa 120 novità l’anno, la tournée può essere organizzata per cinque, sei autori. Non di più.
    Le tournée, infatti, costano un sacco e rendono molto poco. Sono utili al piccolo editore, che ne ricava un po’ di visibilità e non ha particolari spese, né potrebbe permettersele; gli autori sono in genere disponibili, entro i limiti delle loro possibilità, a viaggiare a loro spese, a bruciare giorni di ferie per viaggiare, eccetera.
    Servono poco o nulla al grande editore, a meno che non si riesca a mettere in moto il divismo. Ma per il divismo serve, ad esempio, un autore con un corpo adatto. Non si può fare sempre.

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