La nicchia di mercato e il nuovo editore

di Cristiano Abbadessa

Venerdì sera mi trovavo in centro a Milano, per una riunione serale che nulla aveva a che vedere col lavoro editoriale ma che riguardava la mia passione calcistica. Queste riunioni hanno una cadenza mensile e, di solito, prima di andarci mi fermo a mangiare un panino in un locale in piazza Santo Stefano. Si tratta di una delle più antiche paninoteche cittadine, ormai: un vero residuato degli anni Ottanta, nello stile e nelle proposte; ma onestissimo nei prezzi, plausibile nella scelta della materia prima e gradevolmente frequentato.
Consumata la frugale e calorica cena, vado alla cassa a pagare (anche questo mi piace: se non c’è troppo caos, si può pagare alla fine, così da mettere direttamente nel conto un caffè o un digestivo, se te ne viene voglia). Davanti alla cassa c’è uno di quegli antichi microbazar in plastica trasparente, sorta di acquari in cui navigano coloratissime confezioni di cicche, caramelle e altre minuzie da asporto; l’insieme, però, è curiosamente sovrastato da due libri, verticalmente disposti con le loro copertine in bella mostra. La presenza dei libri, nel contesto, è già di per sé curiosa, ma quel che mi colpisce è che una delle due opere è un romanzo a suo tempo propostoci dall’autore: una curiosa storia border line sulla quale avevamo un po’ riflettuto prima di avanzare una proposta editoriale, con il risultato che l’autore si era nel frattempo accordato con altra casa editrice. Chiedo alla proprietaria come mai espongano dei libri, e quel libro in particolare, e mi dice che l’autore è un frequentatore abituale della paninoteca. Conversiamo un po’, le rendo conto dei motivi della mia curiosità, rispondo a qualche domanda sul mestiere dell’editore, mi diverto per una serie di coincidenze e infine saluto e vado alla mia riunione.
L’episodio mi riporta, non certo per la prima volta, a riflettere sul nostro ruolo di talent scout in ambito letterario. Nel caso particolare, ovviamente, questo autore, una volta contattato, mi aveva già informato dell’accordo raggiunto con altro editore; e, in generale, devo dire che non si è trattato dell’unico caso in cui un’opera ci è stata “soffiata”, così come in altri casi è apparso evidente che alcuni autori avevano preferito noi ma avevano ricevuto anche altre proposte concrete. Senza contare, come mi è già capitato di sottolineare, che alcuni romanzi di buon valore, ma vistosamente incompatibili per temi con il nostro progetto editoriale, hanno prevedibilmente trovato in tempi rapidi un editore interessato.
La conclusione è che, forse, i buoni scritti riescono in ogni caso a diventare libri, e non sono destinati a giacere nei cassetti in attesa di un editore particolarmente illuminato. Ed è perciò probabile che i nostri autori, in assenza di Autodafé, avrebbero comunque visto pubblicate da qualcuno le loro opere, e il panorama letterario italiano non sarebbe stato in nessun modo depauperato (in effetti, so che qualche nostro autore stava ormai per rinunciare a proporsi, ma solo per il disgusto delle troppe proposte di pubblicazione a pagamento, spesso indecenti, ricevute).
Si potrebbe ora discutere su alcune qualità degli editori che hanno (o avrebbero) pubblicato opere che ci sono piaciute, sottolineando magari che non tutti svolgono quello specifico lavoro redazionale che, insieme agli autori, ci porta spesso a pubblicare dei libri ripensati e rivisti, talora a fondo, rispetto ai manoscritti originali. Sappiamo che molti editori sono più spicci e superficiali, ma sappiamo anche che ne esistono di validi e attenti.
E torna, quindi, l’eterna domanda che ci sentiamo porre fin dalla nostra nascita: ma, nell’attuale panorama italiano, si sentiva proprio la necessità di una nuova casa editrice?
Quando abbiamo fondato Autodafé, naturalmente, la nostra risposta è stata sì. Non tanto perché ritenessimo insostituibile il nostro apporto professionale all’affollato mondo dell’editoria, quanto perché avvertivamo tutti la mancanza di una casa editrice specializzata in narrativa attenta al sociale, capace di raccontare l’Italia contemporanea attraverso il registro letterario. E, di più, avvertivamo la mancanza di opere che si ponessero in questo solco.
È chiaro che se i nostri autori avessero trovato altri piccoli editori le loro opere, che rappresentano appunto esempi di narrazione sociale, sarebbero state comunque pubblicate. Ma, come già accaduto ad altri, i loro libri sarebbero rimasti soffocati nelle spire di una proposta editoriale fatta di cataloghi che si nutrono soprattutto di fantasy e psicologismo, di riflessioni autobiografiche e di fantascienza, di storie d’amore e di scanzonata chick-lit. Con Autodafé pensavamo di dare un porto sicuro e il giusto risalto a quegli autori che sanno guardarsi intorno e raccontare l’oggi, piuttosto che ripiegarsi su se stessi o fuggire nella fantasia.
Molte volte, attraverso questo blog, ho cercato di interrogare chi ci segue per avere una conferma circa la bontà della nostra scelta. Ora, attraverso l’abbonamento, la risposta che chiediamo non è più teorica accademia letteraria ma concreta adesione. Se Autodafé ha, nel panorama editoriale, la funzione per cui è nata, serve un tangibile segno di riconoscimento. Altrimenti vorrà dire che, tutto sommato, l’editoria italiana potrà benissimo fare a meno di noi e della nostra specifica proposta.

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2 commenti

Archiviato in abbonamento, linea editoriale

2 risposte a “La nicchia di mercato e il nuovo editore

  1. A.

    Trovo che l’impostazione della linea editoriale sia felice e precisamente felice, proprio per quanto lei afferma: siamo accomunati in Autodafè dall’esigenza di una prospettiva sul reale, non necessariamente condividendone angolo e porzione osservata.
    Tuttavia, lo dico con un minimo di senso della provocazione, non vorrei che questa ottima idea dell’abbonamento possa in qualche modo risuonare affine a quei “Ti amo” da epopea giovanile, quelli che si dicono insinuando con troppo anticipo il senso di una domanda sottesa: “E tu mi ami?”. Di solito finisce che chi non è pronto a prometter il proprio amore scappa, perchè assume che non sarebbe MAI stato pronto o perchè non ha bisogno di prender atto del suo sentimento e subisce l’impegno proposto come una violenza. In un caso o nell’altro però la comunicazione rischia di interrompersi. In generale è pur vero che ho sposato una ragion d’essere anni fa, secondo cui in amore non ci sono tempi nè dubbi (al massimo c’è l’amore nel tempo e nel dubbio), il che vuol dire tutto o nulla, ma in sostanza allineerebbe la proposta e la risposta a un unico momento, assoluto, di giudizio.
    A.

  2. “Se Autodafé ha, nel panorama editoriale, la funzione per cui è nata, serve un tangibile segno di riconoscimento”…
    L’ idea della “fidelizzazione” va forse incontro ai rischi paventati con bel garbo letterario da A., ma accantoniamoli.
    Nutro un certo interesse per le statistiche; quella dei lettori è nota (dati Istat consultabili in rete): meno della metà degli italiani legge almeno un libro all’anno e appena il 15% arriva a 12 o più.
    Ergo, solo chi già conosce e apprezza la proposta di Autodafé sarà indotto a riservarle una quota elevata del suo teorico “monte libri”.
    Gli estimatori si impegneranno magari nel passaparola e allargheranno un po’ il giro. Quale cifra rappresenta in concreto il “tangibile segno di riconoscimento”?
    I libri sono pur sempre dei prodotti immessi nel mercato.
    Anche quelli di nicchia debbono collocare un certo numero di “pezzi” per rimanervi. Ottengono il risultato quando la qualità che li caratterizza viene proposta e anche reclamizzata con le strategie più opportune.
    Alcuni palcoscenici offrono alla piccola editoria (“Più libri più liberi”di Roma, per citarne uno che conosco bene) una grande visibilità, almeno a giudicare dal pubblico che affolla, oltre alla mostra, presentazioni ed eventi vari. Non sono ritenuti praticabili?

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