Dal tweet all’antologia: la giusta misura della narrazione

di Cristiano Abbadessa

Ho letto le 100 proposte buttate gìù (visto lo stile, credo sia l’espressione corretta) da Renzi e dai suoi nel convegno alla Leopolda. Cerco di non soffermarmi su una valutazione politica del tutto (per quanto mi sia difficile, perché in effetti mancano completamente quei temi che dovrebbero contraddistinguere una proposta politica degna di questo nome e capace di visione d’insieme: dal modello sociale a quello economico, dalle priorità valoriali al sistema istituzionale, dal modello di produzione a quello dei consumi, dai temi della sostenibilità ambientale a quelli della giustizia sociale, per tacere di un qualsiasi riferimento alle istituzioni mondiali ed europee, alla politica estera, ai rapporti con gli organismi internazionali economici e finanziari) e mi concentro sulla mera comprensione delle proposte avanzate, tralasciando quel che manca. Impresa non facile, perché, al netto di una decina di proposte che utilizzano slogan fortemente evocativi e perciò sembrano chiare (e sono poi quelle da cui dissento), la gran massa dei punti si limita a enunciazioni sommarie di titoli e problemi: il tema viene evocato, magari si accenna a cosa andrebbe fatto, ma non si entra mai nel merito del come farlo. Credo sia inevitabile, perché la bellezza di 100 proposte che vorrebbero rivoluzionare il paese sono condensate in una decina di striminzite paginette: ed è ovvio che lo spazio sia troppo poco per spiegare e motivare. Dal vituperato e onnicomprensivo programmone elettorale di 300 pagine del centrosinistra di Prodi siamo passati a un liofilizzato di mezze idee appena vagheggiate.
Lo stesso giorno, mi viene mostrata dalla redazione la mail di un autore, che accompagna la sua proposta editoriale scrivendo “allego il materiale secondo le istruzioni sul vostro sito; oltre a una brevissima sinossi…”. L’aspetto divertente dovrebbe stare nel fatto che, poiché chiediamo in modo esplicito e reiterato che la sinossi sia “ampia ed esaustiva”, un autore che ci invia una sinossi definita “brevissima” non può nel contempo affermare di aver seguito le nostre indicazioni. Ma anche qui, al di là dell’infortunio, mi colpisce la considerazione di quanto risulti difficile trovare il giusto passo e il giusto spazio, dando modo alla redazione di leggere sinossi davvero chiare e comprensibili. E il difetto, in genere, sta proprio nelle dimensioni: perché moltissimi aspiranti autori non riescono proprio ad andare oltre la mezza paginetta in cui appena si abbozza l’idea, mentre altri esagerano descrivendo, seppure in riassunto, ogni scena e ogni episodio della trama, definendo tutte le scelte stilistiche e strutturali, magari persino inserendo autocitazioni esemplificative tratte dall’opera stessa.
Troppa sintesi o eccesso di affabulazione, in politica come nelle sinossi, non aiutano la comunicazione, rendendo poco comprensibili i messaggi o affogandoli nel mare della noia.
In effetti, a pensarci, tale dicotomia si riproduce anche in molte delle opere che ci vengono proposte. Nella maggior parte dei casi si tratta, infatti, di racconti lunghi o romanzi brevi che stiracchiano a stento le 100 pagine di impaginato, oppure di ponderose e ambiziose opere che si snodano (o annodano) per 400 pagine e passa. Cosa che, fra l’altro, pone nello specifico anche qualche problema di commercializzazione del prodotto, per quanto già senta i puristi lamentare che “i libri non si vendono a peso”; a peso no, ma è poi vero che chi compra non è molto contento di sborsare almeno 10 euro per una specie di opuscoletto (che di meno non può costare, perché per fare un libro ci sono costi fissi non comprimibili) o di investirne più di 20 nel tomo di uno scrittore magari esordiente (perché la foliazione fa lievitare inevitabilmente i costi di redazione e produzione, e quindi il prezzo).
Al di là di questi problemi industriali, comunque, la sensazione è che anche molti autori siano presi dalle opposte sindromi della sintesi estrema o dello sproloquio. Non esiste la dimensione ideale di un libro, perché ogni storia necessita del suo giusto spazio: ma troppo spesso mi sono imbattuto in idee appena abbozzate e troppo velocemente risolte, senza il gusto per la narrazione e senza la voglia di costruire una struttura adeguata; così come sono spesso incappato in esibizioni verbose e ridondanti, penalizzate dalla lentezza, dalla quantità e magari anche dal vezzo di inserire in un’unica opera tutte le variazioni stilistiche e tutti i registri narrativi possibili. E, sia chiaro, sto parlando di opere che hanno al fondo, in ogni caso, una buona idea di partenza e di autori che, almeno per lessico e linguaggio, mostrano padronanza della lingua e della scrittura.
La comunicazione, e la narrazione letteraria con essa, sembrano oggi vittime anch’esse della radicalizzazione. Che, in questo caso, oppone i seguaci del modello twitter (tutto si può dire in pochissime parole) agli amanti dell’esibizione di ogni fronzolo (nulla ha senso dire se non utilizzando il massimo numero di parole, necessarie e superflue). A me sembra però che a rimetterci siano quasi sempre, in entrambi i casi, la chiarezza del narratore e la comprensione del lettore. E che, forse, sarebbe il caso di fare qualche sforzo per ritrovare il gusto della giusta misura, conciliando la stretta necessità del concetto e il piacere della parola.

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