La comunicazione invasiva e il marketing a martello

di Cristiano Abbadessa

Ogni tanto qualcuno ci scrive lamentando l’assenza, sul nostro sito, di un recapito telefonico per contattare la segreteria, la redazione o la direzione editoriale. Ovviamente non si tratta di una banale dimenticanza, ma di una scelta voluta.
Ci sono diversi motivi di carattere pratico e organizzativo a giustificare la nostra richiesta che il contatto avvenga esclusivamente via e-mail, a partire dal fatto che se in una mail si fa riferimento a un contatto precedente chiunque può recuperare nell’archivio l’intera sequenza storica del rapporto intercorso, mentre di quel che ci si è detti in una telefonata resta traccia solo nella memoria dei due interlocutori; per ragioni analoghe, in molti casi è fondamentale che resti un documento scritto della comunciazione, a evitare controversie o interpretazioni discordanti. Tuttavia, la motivazione principale della nostra scelta sta nell’eccessiva invadenza del mezzo telefonico e nelle ripercussioni che questo avrebbe sul nostro lavoro.
Ho fatto una rapida stima dei contatti quotidiani, immaginando anche quale potrebbe essere l’uso del recapito telefonico da parte di quegli autori che non hanno condiviso le nostre valutazioni, o che hanno invece superato il primo step e ci hanno inviato il manoscritto in lettura (e attendono impazienti un responso), o che hanno pubblicato con noi (o stanno per farlo). Anche facendo una previsione al ribasso, saremmo raggiunti da un numero di telefonate sufficiente a impedire, o danneggiare gravemente, il ritmo del lavoro e la concentrazione; soprattutto considerando che un lavoro redazionale, o di valutazione, richiede molta attenzione e molta cura, e non è facile riprendere il filo dopo un’interruzione. L’unica soluzione sarebbe disporre di una persona che dedichi gran parte del suo tempo a fare il lavoro di segreteria e di filtro; ma non abbiamo questa disponibilità, e in ogni caso una barriera che rimbalza i tentativi di comunicazione non sarebbe quanto auspicato da chi ci chiede il libero accesso telefonico.
Certo, nella scelta pesa il mio personale e atavico difficile rapporto con il telefono, mezzo di comunicazione mai amato, più freddo della presenza e meno fedele della scrittura. Ma, soprattutto, mezzo invasivo, prepotente, che pretende reperibilità e disponibilità senza alcun rispetto per i tempi e gli impegni di chi viene chiamato. Non è un caso che consideri l’e-mail la migliore invenzione tra quelle partorite in ambito telematico e comunicativo: sono stato fra i primi ad averla, mentre ben più tardi mi sono rassegnato ad acquistare un telefono cellulare (peraltro, lo tengo sempre spento e lo uso solo per comunicazioni più o meno concordate). L’e-mail (come skype, che va benissimo anch’esso) è rispettosa, dà modo all’interpellato di rispondere quando ne ha voglia e tempo, e proprio per questo non ammette il tono seccato o infastidito; certo, è buona educazione rispondere, ma coi propri tempi e modi. Ha grandi potenzialità di comunicazione, ma è ideale per chi non ama sentirsi “sempre connesso”, sempre disponibile per tutti e in qualunque momento. Perché la comunicazione è bellissima, ma è tanto più efficace quando avviene tra soggetti che liberamente scelgono di praticarla, senza dover rispondere a sollecitanti costrizioni.
Ora, potete immaginare una persona che ha queste inclinazioni quale tipo di reazione possa avere nei confronti dei piazzisti telefonici. E potete immaginare quanto la reazione possa inasprirsi tanto più il venditore è insistente e molesto. Al punto che, anche nei confronti dei fornitori di servizi o beni che effettivamente acquisto, finisco per mantenere i rapporti con coloro che limitano il contatto a sporadiche circostanze e toni rispettosi, mentre finisco per cancellare dall’orizzonte quelli che mi tampinano con pervicace frequenza. Quindi, coerentemente, ho volentieri sospeso per una decina di giorni i miei appelli relativi all’abbonamento, quando mi è stata più o meno fatta balenare l’immagine dell’importuno e insicuro fidanzatino del “mi ami? ma quanto mi ami?”. Ciò non toglie che tra una decina di giorni tireremo le somme, e a questo punto mi pareva perlomeno doveroso ricordarvelo, senza altro aggiungere. O forse sì, perché se io sono fatto in un certo modo, può essere che molti siano fatti in maniera del tutto diversa; e non posso fare a meno di notare che quando ho scrollato le coscienze con accorati appelli qualche adesione è arrivata, mentre l’indifferenza domina quando lascio rispettosamente spazio alla maturazione di una scelta ponderata e non forzata.
A proposito di somme da tirare e di abbonamento: qualcuno ha provato a chiedere, o a capire, quale sia la soglia minima fissata per far partire la campagna. Non risponderò a questa domanda: mi limiterò a dire che il numero non fa ovviamente riferimento a stime o percentuali basate sull’universo dei lettori italiani, ma che è una proiezione realistica del piccolo pianeta formato da quanti hanno lavorato con noi, ci hanno espresso pubblica stima e incoraggiamento, hanno seguito e apprezzato il nostro lavoro; e aggiungerò che si tratta di una soglia minima cui corrisponderebbe un incasso ragionevole, che darebbe un senso all’iniziativa anche dal punto di vista gestionale.
Numeri non ne faccio, pubblicamente. Anche perché quando li ho fatti, gli interlocutori si sono equamente divisi tra coloro che hanno trovato la soglia esageratamente alta, irraggiungibile e totalmente utopistica, e quanti l’hanno considerata davvero minima, irrilevante, poco oltre la cerchia amicale e non significativa di un nuovo modello di commercializzazione. Io posso solo ribadire che il raggiungimento di quella soglia, per noi, sarebbe un punto di partenza ottimale; certo, non l’obiettivo definitivo, ma sicuramente una base su cui costruire con qualche certezza in più.
Ma numeri non ne faccio. Perché vorrei proprio evitare che qualcuno sia indotto a dire “la mia prenotazione è inutile, tanto non ce la faranno mai” oppure “la mia prenotazione è superflua, tanto raggiungeranno con facilità la soglia per partire, poi mi aggregherò”. Chi sta pensando se aderire, sappia senza equivoci che la sua prenotazione è assolutamente vitale. Poi, ciascuno si regola come crede.

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2 commenti

Archiviato in abbonamento, comunicazione

2 risposte a “La comunicazione invasiva e il marketing a martello

  1. Purtroppo la verità “sociale” più tristemente autentica è quella che il direttore ha espresso, con amaro umorismo, nel post sulla parabola dei due figli: nello pseudovillaggio del web la volatilità non riguarda tanto il medium elettronico, ma soprattutto la natura assolutamente aleatoria della maggior parte dei rapporti, che illudono di potere essere definiti “umani”, ma che si manifestano, alla resa dei conti, come inesistenti. E questo imbarbarimento dei rapporti è addiruttura uscito dal web per contagiare la vita reale, dove spesso, se organizzi un evento, devi dividere per quattro il numero delle persone che ti hanno garantito la loro presenza, per calcolare gli effettivi partecipanti.
    Ad ogni modo, indipendentemente dai “consigli per gli acquisti”, forse sarebbe interessante una descrizione quanto più precisa possibile dei servizi cui l’abbonamento darà accesso. Potrebbe essere il modo meno “invasivo” per sollecitare gli incerti ed animare il dibattito. A me ad esempio, per parlare di temi frivoli, piacerebbe ricevere gli otto volumi in un bel cofanetto “Autodafè”, da poter esibire in bella mostra nella mia libreria.

    • Pigi S.

      Io invece non sopporto i cofanetti. Ma io non faccio testo: non so mai che farmene e va sempre a finire che li separo dai libri che dovrebbero contenere e ci infilo dentro svariati oggetti, spesso per niente inerenti. Ma mi chiedevo se, come segno distintivo dell’abbonato/sostenitore rispetto al semplice e saltuario acquirente, non si potesse far giungere al domicilio dell’iscritto all’abbonamento gli otto romanzi scelti autografati personalmente dai rispettivi autori. Credo sarebbe un bell’incentivo (penso anche abbastanza attuabile)

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