L’arte del narrare e il bisogno di una vocazione editoriale

 di Cristiano Abbadessa

Mi gira in mente un giudizio che, ormai un po’ di anni fa, veniva usato per sintetizzare lo spessore degli interventi politci dell’attuale presidente della Camera, Gianfranco Fini: non dice nulla, ma lo dice bene. Tale definizione riassumeva una buona capacità logica e una discreta oratoria, che però facevano aggio sulla mancanza di contenuti, o sulla mancanza di chiarezza degli stessi. Si era in effetti in una delicata fase di transizione del leader (all’epoca) della destra più estrema, che si riposizionava in alleanze non sempre facili da far digerire alla base e che, d’altra parte, cercava di acquisire una patente di rispettabilità democratica che ancora molti gli negavano. Non interessa, qui, seguire i percorsi di Fini o valutare l’efficacia di quella sua comunicazione impeccabilmente dilatoria. Interessa invece ricordare che quel giudizio, pur suonando esplicitamente caustico, non nascondeva del tutto una certa ammirazione per l’abilità, ritenuta “tutta politica”, di incantare a parole per mascherare l’assenza di sostanza. E, infatti, anche tra coloro che professavano idee radicalmente diverse e provenivano da una storia di netto contrasto con la destra, Fini veniva generalmente considerato “un abile politico”.
Se l’assenza di contenuti non impediva di esprimere ammirazione in politica (terreno che, per sua natura, dovrebbe essere in realtà quello dell’azione e delle scelte), figuriamoci quanto la pura e sola estetica può essere ritenuta importante in campo letterario, laddove non appare un necessario rapporto tra pensiero e azione. E, quindi, si continua a lodare la ricercatezza stilistica anche quando è fine a se stessa e a sottolineare, da parte della critica più che del pubblico, i meriti artistici di uno scrittore più che la densa sostanza del suo narrare.
È un tema che ho gia più volte trattato, e suscitando reazioni non concordi. D’altra parte, si tratta di una questione assolutamente centrale per Autodafé, visto che lo spessore dei contenuti e la capacità di narrare prestando attenzione a determinati aspetti sono alla base della nascita stessa della casa editrice e della sua ragion d’essere. Eppure, questa precisa vocazione del “narrativo presente” stenta a essere riconosciuta come elemento fondante di questa casa editrice e come denominatore comune che deve ritrovarsi, nelle differenze di generi e di stili, in tutti i nostri autori.
Insomma, nella contesa del primato fra cosa dire e come dirlo ci si imbatte spesso e volentieri. Per esempio, sono stato ieri a Roma, all’affolatissima e appassionata presentazione del romanzo Ali e corazza del nostro Daniele Trovato: e anche qui ho visto intrecciarsi e inseguirsi, ma forse troppo poco amalgamarsi (e, per fortuna, non contrapporsi), i riconoscimenti alla qualità letteraria dello scritto e alla creazione di una protagonista di grande spessore con la sensibilità per la precisa rappresentazione di luoghi e persone che tratteggiano inequivocabilmente la realtà sociale italiana. O, ancora, ritrovo la redazione impegnata nell’eterna diatriba con l’aspirante autore respinto di turno, il quale asserisce infine che non esistono altro che romanzi buoni e romanzi cattivi, e che la pretesa di definire un ambito tematico è estranea alla letteratura.
Verrebbe da invitare a seguire il dibattito che, di questi tempi, affiora di tanto in tanto sulla stampa, rievocando l’epoca delle case editrici a forte vocazione identitaria e confrontandole con quelle odierne e le loro politiche onnivore e gelatinose. Spesso, è vero, si tratta di riletture nostalgiche e di elogi dei “bei tempi andati”, ma non si può negare che se le grandi case editrici hanno assunto dimensioni tali da essere quasi costrette a una dimensione poliedrica, le piccole e medie dovrebbero forse valutare con più attenzione se ha senso stremarsi in una concorrenza indifferenziata o se sarebbe preferibile provare a caratterizzarsi secondo inclinazioni e convinzioni.
Certo, il nostro nuovo assetto organizzativo, e l’importanza che rivestiranno i servizi editoriali, consentono ad Autodafé di dissipare qualche equivoco e di restituire chiarezza alla nostra vocazione originaria. La scheda di valutazione della proposta editoriale (a pagamento), ben più ampia della sintetica e cortese risposta che abbiamo finora inviato a tutti, permette di chiarire il valore oggetivo di una proposta, coi suoi pregi e i suoi difetti, separando questa valutazione da quella successiva e più soggettiva riferita alla compatibilità dell’opera in questione col progetto editoriale di Autodafé. La casa editrice potrà continuare a scommettere, investendo, su quelle opere narrative di respiro sociale che costituiscono l’elemento fondativo della nostra esistenza. I bravi autori potranno continuare a lavorare con la nostra redazione e usufruire dei nostri servizi, se questa è la loro scelta e se noi sapremo meritarci la fiducia, ma saranno chiamati a investire anch’essi e a scommettere sul proprio valore. Ci pare che tutto questo non possa che essere un ulteriore elemento di chiarezza circa la natura, il ruolo e la funzione di un piccolo editore.

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5 commenti

Archiviato in comunicazione, critica letteraria, linea editoriale, piccoli editori, servizi editoriali

5 risposte a “L’arte del narrare e il bisogno di una vocazione editoriale

  1. Pigi S.

    Personalmente resto sempre d’accordo con l’idea di letteratura formulata a suo tempo da Leo Spitzer, che avvisava: “Oratio vultus animi”. In altre parole, lo stile, per non rimanere uno sterile gioco fine a se stesso, deve rispecchiare il contenuto, e ad esso in qualche modo asservirsi, se non si vuole correre il rischio di edificare una bella facciata di cartapesta, completamente vuota dietro.

  2. Paolo Gandino

    E, quindi, si continua a lodare la ricercatezza stilistica anche quando è fine a se stessa e a sottolineare, da parte della critica più che del pubblico, i meriti artistici di uno scrittore più che la densa sostanza del suo narrare.

    In altre parole, lo stile, per non rimanere uno sterile gioco fine a se stesso, deve rispecchiare il contenuto, e ad esso in qualche modo asservirsi, se non si vuole correre il rischio di edificare una bella facciata di cartapesta, completamente vuota dietro.

    Quanto a Spitzer, citato dal vostro lettore e illustre esempio proprio di critica stilistica – cioè di attenzione spasmodica alla qualità e alla struttura della frase – sarebbe forse il caso di rimandare il colto lettore al suo saggio su Proust, dove ciò che sembra ridondante esornazione rivela una sua precisa necessità nell’eccesso contemplativo che la precede. Questo per dire, semplicemente, che perdura il cliché rudimentale per cui la “ricercatezza stilistica” o “lo sterile gioco” dello stile sono in fondo gli equivalenti delle cornicette floreali apposte ai “pensierini” dello scolaretto: ornamento, brillantezza superficiale, specchietto per le allodole. Ora, il problema dello stile – che si confonde con una grossolana idea di bellezza, o di piacevolezza: gli aggettivi, in primis, qualche metafora stravagante e altri espedienti – è fondamentalmente un problema di visione. Più si vede “personalmente” – e attentamente – e più si sprofonda nell’oggetto, più si avverte la necessità di una lingua che restituisca quella visione individuale. E’ a quel punto che la necessità dello stile si impone, non come premessa deliberata di fare del “bello”, ma di approssimarsi il più possibile alla verità impossibile, al limite adoperando un vocabolario spolpato e una sintassi asciutta. A Beckett fu chiesta la ragione della sua scelta di passare al francese – lui che padroneggiava magistralmente l’inglese – e la sua risposta, magnifica, fu per sentirsi “mal armé”, risposta che meriterebbe una riflessione approfondita. Certo, pochi come lui, hanno fatto tabula rasa della “ bellezza” come viene intesa generalmente dagli scrittori post-romantici, ingenuamente convinti che l’opulenza sia sinonimo di stile. Stile: quello che sarebbe auspicabile, utopia, sarebbe un laboratorio – pensateci voi – che si occupi di analizzare paragrafi singoli per evidenziarne pregi e pecche, aderenza al pensiero e alla “realtà”, accento originale, coerenza testuale e rispetto del “vero” nei suoi aspetti più materiali. (Rimando a una nota di Gadda, a quel tempo ignoto, che rimproverava a un noto scrittore del suo tempo la descrizione di una nave piena di inesattezze tecniche; o quella recensione di Musil al “Tramonto dell’Occidente” di Spengler”, dove smaschera tutti gli strafalcioni matematici del saggista più letto e commentato dell’epoca; e poi, in “Minima Moralia”, tutti i rilievi di Adorno sulla lingua, ad esempio sull’uso dei due punti e sulle frasi fatte; aggiungo anche al menu, da vero pedante, la corrispondenza di Flaubert come utile breviario e l’articolo di Proust sull’uso del passato remoto e della punteggiatura in Flaubert. Sulla base di queste indicazioni basterebbe analizzare un paragrafo di Citati per capire di quale pasta dilettantesca sia fatto il suo pensiero) Insomma,il materiale non manca e i vostri editor potrebbero esercitare il loro acume, ma sarebbe preferibile lavorare sui più celebrati, non per stroncare – esercizio inutile – ma per mostrare che lo stile non è una variabile accessoria, ma l’unico indizio della credibilità e della verità di un artista. Lo so, chiedo troppo, ma a scuola è così che si procede: sintassi e ortografia, poi i contenuti, grandi e piccoli. Infine i voti. Ora, se obietto, gentile Abbadessa, è per solidarietà con quanti tentano strade nuove – imprese nobilissime negli intenti ma che mi sembrano destinate, proprio per l’angustia dogmatica delle premesse e il vizio d’origine, a un rapido insuccesso.

    • Pigi S.

      Gandino mi trova perfettamente d’accordo e credo, col mio post precedente, di non aver detto nulla di diverso da lui. L’unica narrativa che personalmente mi interessa è quella che abbia qualche cosa da dire e che trovi un modo, meglio se fin’allora inesplorato, per dirla. Proust, Gadda, Joyce, Fenoglio, Celine, Giovanni Testori, come pure Conrad, Flaubert, Melville, etc. etc.: il loro è un bellissimo stile, che però non cede mai alle ‘bellurie’. La costruzione frastica, la ricerca capziosa della parola lì sono sempre in qualche maniera indispensabili (e mai gratuite), proprio per condurre meglio il lettore alla materia del narrare. Adoro gli scrittori che licenziano una pagina dopo aver a lungo lottato con la musa: questo è sperimentalismo. Detesto chi non ha alcunchè da esprimere, ma gli piace menarla con frasi ben confezionate e parole ampollose: quello è marinismo. (Detesto peraltro, e forse ancor più, chi ha una storia, ma la butta lì con un linguaggio dozzinale: quello è Ammaniti).

  3. Paolo Gandino

    E’ probabilmente vero : lei non ha detto niente di diverso, ma, come vede, lo stile è tutto e in questo caso il suo intervento forse difettava di trasparenza. In effetti sembrava che lei ribadisse l’anacronistico antagonismo forma e contenuto, con la funzione di valletto riservata alla prima, quando, è assodato, i contenuti sono pretesti o trampolini. Qualcuno deve ancora spiegare in maniera definitiva perché la vita dei minatori sia più degna di essere trasformata in letteratura di quella del germano reale. Per quale ragione, dovrei appassionarmi alle vicende del muratore X o dell’emigrante Y e non alla ricetta del risotto milanese, quando a divulgarla alla massaia è Carlo Emilio Gadda? Insomma, quanta realtà mi rivela il romanzo di B. – trecento pagine di amori, morte e tradimenti – e quanta una battuta di Estragon? La prima ben poca e la seconda moltissima e ciò in ragione di quella perfezione – misura, funzionalità,condensazione – che è nient’altro che la frase meditata. Mi permetto una citazione, ad uso dei bloggers: Meditare ogni frase. Eliminare ogni luogo comune, impietosamente. (…) Non si può cedere,neppure per un minuto,all’inerzia… In genere,quasi ogni mia frase deve essere meditata. Quasi tutte,anche quelle apparentemente brevi, semplici, dimesse,hanno in sé qualcosa di meditazione e avventura. (Guimaraes Rosa) Ma non dimentichiamo mai che «Un solo problema vale veramente la pena di essere meditato,e cioè quello del vivere giusto.( Musil,“L’uomo senza qualità”,Cap.62)
    In fondo, è a questo che ci avvia lo stile.

  4. Temo che qui ci sia un grande equivoco di fondo: si confonde lo stile con il bello stile, quello che Pigi definisce “marinismo”. Un conto è la vuota ricercatezza, la leziosità, la ridondanza retorica e insomma la maniera. Un altro conto è quell’impronta unica, riconoscibile, quella forma che è la sola per esprimere quella sostanza. Ci sono casi in cui la forma E’ il contenuto. La poesia è tale. Ma anche la grande letteratura. La storia da raccontare, in sé, non significa nulla. Può essere una storia molto semplice nei suoi contenuti, o molto complessa. Tutta la storia della letteratura è la storia del COME si narra qualcosa e non di COSA si narra. Che uno abbia una storia da raccontare, alla letteratura, non interessa. Ma “come” la si abbia a raccontare e “perché” la si racconti. E’ così per ogni forma d’arte. Quante migliaia di Madonne con Bambino sono state dipinte? Eppure, ciò che distingue i capolavori dalla maniera, è tutto nel COME sono state dipinte e cosa quel COME significasse. Quante storie d’amore sono state narrate? Gli schemi sono davvero pochi. Lui e lei. Lui lei e il cattivo. Lui lei e l’altro/altra. Lui lei e loro. (Meno frequenti, ma anche, lui e lui. Lei e lei.)
    Non ricordo chi avesse ridotto i Promessi Sposi a: Lucia; tutti la vogliono.
    Uno dei maggiori e dei primi best sellers europei? I dolori del giovane Werther. Eppure Goethe prese la storia dal breve trafiletto di un giornale. .
    Proust? Uno che non la smette di rimuginare ossessivamente perché dorme male ed è pieno di fisime.
    Robinson Crusoe? Defoe anche prese la storia da una breve notizia di cui era venuto a conoscenza.
    L’arte della retorica, che quei pitocchi arricchiti dei nostri politici hanno ridotto al mercimonio e che stuprano quotidianamente, era nata in Grecia, in India e presso i Celti per esprimere le abissali sottigliezze del pensiero speculativo.
    Dunque, giustamente “spessore dei contenuti e capacità di narrare”. Non ce l’hanno tutti questa arte e non si impara. Casomai si affinano gli strumenti per farlo. Si affinano – e faticosamente – per tutta la vita. Ma lo spessore dei contenuti o si ha o non si ha. Per quello di sicuro non c’è scuola di scrittura che tenga.

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