L’acquisto “etico” in editoria. Quali sono i criteri?

di Cristiano Abbadessa

Leggo, su Repubblica di lunedì scorso, i risultati dell’ultimo monitoraggio realizzato da Demos & Pi (l’isituto diretto da Ilvo Diamanti, per capirci meglio) sul tema “Gli Italiani e lo Stato”. Tra i vari indici di fiducia (nelle istituzioni, nei partiti, nelle imprese, nei servizi pubblici e privati, e via discorrendo), mi soffermo su quello che tenta di fotografare le forme di partecipazione politica e sociale dei cittadini. In fondo alle varie voci, mi colpisce un dato: il 41% dei cittadini italiani afferma di effettuare acquisti di prodotti in base a motivi etici, politici o ecologici.
Mi colpisce perché è un dato abnorme, che sicuramente non corrisponde, nella realtà, alla prima impressione della lettura. Equivocando sulle leggi della statstica e della demoscopea, infatti, verrebbe da pensare che 41 italiani su 100 effettuino acquisti principalmente in base a motivi etici, politici o ecologici. Oppure si potrebbe pensare che il dato indichi l’incidenza media delle scelte etiche sul volume di spesa dei cittadini: per esempio, se io (italiano medio) spendo in acquisto diecimila euro all’anno (al netto delle spese per la casa e di quelle spese per le quali non ho alcuna libertà di scelta), più di quattromila li spendo consapevolmente, scegliendo in base a valori etici o politici i miei fornitori di beni e servizi; o, in generale, si potrebbe ipotizzare che su cento miliardi spesi in consumi dai cittadini italiani, oltre quaranta siano indirizzati da scelte etiche, politiche o ecologiche. Sarebbero cifre sublimi e devastanti, in grado di produrre gli effetti di una vera rivoluzione.
Ovviamente non è così. Visto che le due fitte pagine di commento ai dati non aiutano, dedicando al consumo critico esattamente mezza riga, per capirne di più bisogna leggere con attenzione la nota metodologica; la quale ci precisa che la percentuale fa riferimento al numero di persone che “hanno preso parte almeno una volta nell’ultimo anno a ciascuna attività ecc”. Il che non ci dice veramente nulla o quasi: perché se ha un vago senso sapere che il 16% dei cittadini ha preso parte “almeno una volta nell’ultimo anno” a manifestazioni pubbliche di protesta (che non ci sono tutti i giorni), ben poco ci serve sapere che il 41% degli italiani “almeno una volta nell’ultimo anno” ha fatto un acquisto tenendo presenti motivazioni etiche, politiche ed ecologiche. Servirebbe sapere, come sopra, quale percentuale di acquisti obbedisce a ragioni valoriali o quale fetta di mercato viene a essere definita sulla base delle motivazioni etiche; ma questo, ovviamente, non ci è dato sapere.
Secondo i sociologi, in ogni caso, questo dato, pur tanto criptico nei suoi reali significati, è comunque molto significativo di una tendenza in atto, ovvero di una maggiore attenzione al consumo critico e consapevole. E possiamo fidarci, anche accettando di limitarci alla constatazione che ci sono quattro italiani su dieci che talvolta compiono scelte di acquisto eticamente motivate.
Il problema, posto che l’universo degli eticamente sensibili vada considerato abbastanza ampio, è allora capire quali sono i settori di mercato in cui si compiono scelte critiche e consapevoli e quali sono invece quelli in cui si procede all’acquisto senza porsi troppi problemi o domande. Il sospetto, va da sé, è che la “consapevolezza” finisca per esaurirsi nelle scelte alimentari (magari solo nel marchio bio), nel boicottaggio della tal multinazionale che si sa o si dice sfrutti il lavoro dei bambini di qualche angolo del mondo, nel guardare poco o nulla quel canale televisivo che è di proprietà di un noto uomo-anche- politico che il tal consumatore avversa (o nel non rinnovare una polizza di assicurazione con quella compagnia, o nel non andare in quei cinema, o nel non andare a vedere quella squadra di calcio, e via di seguito, perché tutte sono proprietà di quel noto uomo-anche-politico).
È abbastanza evidente che ci sono settori in cui il consumo critico è diventato da tempo, almeno per la parte più sensibile della popolazione italiana, un’abitudine; tanto è vero che si discute semmai su quali siano i criteri dirimenti, per esempio in campo alimentare, per considerare davvero etica ed efficace una determinata scelta di consumo. Altri settori, invece, sembrano immuni da ogni valutazione critica e etica. Tra questi, e ho già avuto modo di dirlo, vi è l’editoria, in specie libraria, poiché spesso l’acquisto di un libro viene di per sé considerato scelta nobile ed eticamente positiva; quindi non si va molto per il sottile e non si stanno a fare troppe distinzioni, comprando semplicemente quel che si pensa possa piacere o interessare (poi, magari, c’è qualcuno che non compra i libri della tal casa editrice perché è di proprietà del solito uomo-anche-politico, ma siamo alla monomania, spesso anche disinformata, perché poi le case editrici controllate dal soggetto in questione sono sempre più di quelle che conosciamo).
Personalmente, sono fermamente convinto che anche l’acquisto di un libro possa obbedire a scelte etiche consapevoli, e che acquistare un titolo piuttosto che un altro abbia una valenza che può andare molto al di là della soddisfazione del gusto personale. Ma mi piacerebbe sapere quali sono, secondo chi ci legge, le motivazioni sensibili che possono indirizzare, nel nostro settore, una scelta “etica, politica o ecologica”, per dirla con il monitoraggio. Con la preghiera di privilegiare, in questa riflessione, l’atteggiamento del lettore, lasciando da parte per un attimo il proprio, eventuale, essere anche autori.

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2 commenti

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2 risposte a “L’acquisto “etico” in editoria. Quali sono i criteri?

  1. Da lettore noto e apprezzo (anche se non scelgo soltanto per quello):

    – Il fatto che il libro sia stampato su carta riciclata o, in alternativa, con certificazione FSC (si tagliano gli alberi ma secondo il ciclo di ricrescita naturale riforestando dove serve, anche e la certificazione copre tutta la filiera)
    – Il fatto che il prodotto sia in CopyLeft: soltanto autore/editore possono commercializzarlo ma chiunque può riprodurlo a piacimento basta che citi la fonte e che non vi sia scopo di lucro.
    – Che vi sia un “manifesto” ideale associato, quello di Autodafé sulla realtà dell’Italia conteporanea ad esempio lo condivido e va benissimo (avevo scelto in passato di acquistare libri di altre case perché si presentavano con progetti affini). Naturalemente devo conoscere tale “indirizzo”, quindi deve essere chiaramente indicato sulla quarta di copertina come descrizione della collana o, in alternitiva, ben evidenziato dalla pubblicità della casa editrice se c’è.
    – L’associazione/affiliazione con altre iniziative editoriali di cui condivido gli scopi o laqualità del lavoro: testate giornalistiche, ONLus, aree politiche o manifestazioni dell’editoria indipendente.

    Poi compro anche Mondadori ma i punti sopra possono essere dei plus.

  2. Esiste un’etica nella cultura?
    Direi piuttosto che esiste un’etica nel “modo” in cui si fa cultura, ovvero nell’essere “moralmente corretti” nella divulgazione del pensiero, delle opinioni, della storia. Pertanto, se entrando in libreria ho già un titolo in mente, è a prescindere dall’editore, ma penso piuttosto all’autore.
    Posticipando l’acquisto magari ho la possibilità di trovarlo in un’edizione
    più economica: questa può essere una scelta etica.
    E’ molto apprezzabile poter avere un testo stampato su carta riciclata, ma questa è perlopiù etica dell’ambiente, e i testi sono ancora troppo pochi.
    Non colgo il significato di scegliere un libro in base a un’ “etica” politica: forse in base alla propria “idea” politica, si.
    Al di là dell’acquisto “obbligato” di un testo classico, la scelta individuale si potrebbe rivolgere verso quelle case editrici che sappiamo indipendenti o che promuovono nuovi autori o argomenti. Ma la potremmo definire scelta “etica” o “politica”? Occorre fare attenzione, in quanto i significati dei due termini sembrano confondersi l’uno nell’altro, quando si parla di cultura.
    Infine: noi dobbiamo presumere che un editore pubblichi un libro in buona fede. Ma se, in mala fede, la pubblicazione di un testo per un editore è una scelta “politica”, allora la mia scelta “etica” sarà di non acquistare quel libro, in quanto l’editore non ha rispettato l’ “etica” professionale, non è moralmente corretto. Questo è un aspetto di etica in editoria.

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