Hobby, mestieri e ambientazioni nella scrittura. Parliamo di note e glossari

di Virginia Less

Le storie che invento sono quasi sempre ambientate a mare. I personaggi lo amano, oppure lo temono; molti vanno in barca, preferibilmente a vela, e io racconto, quando mi sembra il caso, cosa avviene quando navigano.
Da regatante della domenica e crocerista mediterranea vado per mare da tanti anni; mi interessa e diverte, ha caratterizzato da sempre la vita familiare e mi fa piacere parlarne. Il mare bisogna conoscerlo e rispettarlo, qualunque sia il mezzo di cui ci serviamo per stare a galla. Sfruttare per muoversi la forza del vento, sembra ad alcuni il sistema più naturale (oltre ai remi, lenti e faticosi) e piacevole; penso che il messaggio meriti di figurare nella narrazione.
Il filone è abbastanza praticato: Iperborea ha pubblicato negli ultimi anni diverse storie ambientate nei mari nordici; per esempio Il cerchio celtico di Björn Larsson, un thriller di successo per gli amanti di sette e misteri, che mescola bizzarri intrighi con faticose navigazioni minuziosamente raccontate. Per quanto mi riguarda, scrivo di vela amatoriale ai nostri giorni. Aggiornata e resa più tecnologica, essa è alla portata di chiunque abbia interesse a praticarla, mentre agli alti livelli non può ormai definirsi tale e richiede super professionisti atleticamente preparati. Le prestazioni degli scafi da competizione, che utilizzano materiali e strumentazione d’avanguardia, sono oggi davvero sbalorditive: Hydroptere, un cat ultra tecnologico, ha toccato i 61 nodi (prima di rovesciarsi), ma anche i monoscafi da regata che attraversano l’Atlantico planano, in certe condizioni, a quasi trenta.
La premessa a beneficio dell’hobby prediletto serve a introdurre alcune perplessità letterarie che mi si presentano e vorrei sottoporre agli autori e lettori di Autodafé. Nei testi che scrivo figurano situazioni nautiche, raccontate secondo me in modo semplificato e comprensibile, ma facendo uso della terminologia specifica, il che può generare qualche difficoltà. Cito alla rinfusa qualcuno dei termini in cui rischiano di imbattersi i miei “dieci lettori”: orzata, terzarolo, poggiare, randa, amantiglio, osteriggio, sentina routier, tangone, bozzello, strallo, fiocco, vang, bugna, pagliolo, sartia, paterazzo, spinnaker.
Un certo numero di vocaboli marinareschi compare in Mal di mare, dove descrivo nel dettaglio un paio navigazioni a vela, e da parte dell’editore non sono stati mossi rilievi sulla comprensibilità del testo. Se ne sono però lamentati alcuni lettori: il primo già nel corso di una presentazione, ad apertura di pagina, e in seguito altri, abbastanza in confidenza da farmelo notare durante gli incontri del gruppo di lettura di cui faccio parte. E insomma, pur dicendo di gradire (meno male) l’ambientazione, hanno deplorato l’assenza di qualche nota esplicativa, che avrebbe evitato di restare spiazzati nel bel mezzo della storia.
Il problema rimane aperto: ho appena terminato un romanzo, velico quanto i racconti (per giunta “arricchito” da qualche digressione filosofica). Vorrei aprire una discussione, ampliando un po’ il tema, per confrontarmi utilmente nel blog con chi probabilmente ha opinioni diverse.
La prima questione, più generica, riguarda la licenza o l’opportunità, per l’autore, di attingere largamente alla propria “competenza” specifica. Anche qui gli esempi abbondano: un gran numero di romanzi convoca il lettore nei tribunali, specie americani, lo fa assistere a operazioni chirurgiche e lezioni universitarie, giocare in borsa, impratichirsi di autopsie o analisi chimiche e via elencando. Non si tratta di digressioni o scorci: l’intera narrazione si svolge all’interno del settore professionale prescelto. Non è possibile, credo, riunirli in una categoria, quella dei romanzi di mestiere (o come chiamarla), poiché appartengono a vari generi, dal sentimentale al giallo, passando per l’avventuroso. Quando sono ben riusciti, cioè i topoi prescelti e la narrazione vanno a liete nozze, le professionalità utilizzate nella scrittura possono costituire un motivo di attrazione. Altrimenti gli autori rimangono avvocati, giudici, biologi, naviganti che non raccontano storie, ma parlano in vario modo delle loro materie ed esperienze, e il lettore se ne accorge.
La seconda questione è specifica e pongo subito la domanda: quando un’opera di narrativa contiene riferimenti disciplinari, usa terminologie tecniche e insomma fa riferimento a competenze che il lettore non è tenuto ad avere, è proponibile corredarla di qualche informazione? I miei lettori chiedevano delle note, ma non mi sembra il caso; hanno una ragion d’essere nei testi di studio, manuali e simili, evocano letture obbligate e spesso sgradite. Salvo che per attribuire la paternità di una citazione o titolo, in un romanzo risulterebbero incongrue e noiose. Nelle pagine che scrivo, il termine randa avrebbe in alto il suo numeretto e a piede si leggerebbe: “vela triangolare inferiormente inferita (fissata) sul boma (vedi) e anteriormente all’albero”. E quando la rinomino, poco oltre: “vedi nota pag. X”. Assurdo.
Sarei invece favorevole a fornire di un glossario, semplice e ridotto, anche i libri di narrativa, se le materie lo richiedono. Viene collocato a fine volume, subito prima dell’indice; il lettore può dare un’occhiata per cercare il vocabolo (privo di evidenze grafiche) che lo lascia in dubbio. Troverà una definizione minimale, e magari approfondirà altrove per suo conto. Se non ne avverte la necessità, è libero di ignorare tranquillamente quelle pagine. Mi sembra però una scortesia obbligarlo a leggermi con accanto un dizionarietto nautico, e temo anche l’abbandono da parte sua.
Il glossario figura in un numero non elevatissimo di romanzi, ma la pratica è tutt’altro che nuova. Aggiungo che personalmente l’avrei apprezzato in alcuni che menzionano molti titoli e autori, oppure luoghi poco noti e anche in certi legal thriller e gialli tecnologici; ricordo con piacere quello, tutto giocato all’interno di un laboratorio zeppo di virus micidiali, che ne era fornito. Quanto ai romanzi marinareschi, sono i più frequentemente corredati di glossari, il che mi legittima a caldeggiarli. Citerò per tutti la fortunata serie (pubblicata in Italia da Longanesi e in edizione economica da Tea) di Patrick O’ Brian, morto nel 2000: i suoi personaggi, il capitano Jack Aubrey e il medico Maturin, navigano per l’intero globo attraverso ben venti volumi – il film Master and Commander è tratto dal primo – tutti forniti di glossario. Ponderoso, perché si parla di navi ottocentesche e la documentazione è molto accurata. Ne ho davanti uno di ben 18 pagine, oltre ai disegni e l’elenco delle attrezzature. Lo trovo ben fatto e mi suggerisce un’altra considerazione: i glossari, utili a chi ignora la materia, possono meritare l’apprezzamento del conoscitore, a tutto vantaggio dell’opera.

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13 commenti

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13 risposte a “Hobby, mestieri e ambientazioni nella scrittura. Parliamo di note e glossari

  1. L’idea del glossario, meglio se completato da belle immagini, mi sembra buona. Aggiungerei qualche link utile per chi volesse approfondire l’argomento. Lo confesso: adoro le contaminazioni:-) Per esempio, ho apprezzato moltissimo “Il bacio della donna ragno” di Manuel Puig, zeppo di note e citazioni inserite con uno scopo espressivo. La soluzione di questo problema potrebbe essere più di un rimedio, un valore aggiunto per il libro.
    Un saluto:-)

  2. Ho appena acquistato “Mal di mare”, ma ancora non ho iniziato a leggerlo – appena mi impiglierò fra rande e fiocchi, ti farò sapere se mi sono più divertito a perdermi nella magia fonosimbolica di suoni misteriosi e poco familiari, ma evocatici, oppure se viceversa avrei preferito il salvagente di un piccolo glossario, che comunque credo debba sempre conservare un’autoironia dilettantesca per esorcizzare inopportune seriosità accademiche.

  3. Paolo Gandino

    Gentile Signora, il problema da lei sollevato non ha ragion d’essere, a meno che lei non sia una divulgatrice di cose marinare, il che cambia la natura dei suoi interlocutori, futuri marinaretti. A controprova, chiedo di immaginare Conrad e Melville che eliminano ogni tecnicismo dal racconto, eliminando così il principale generatore di quello che i narratologi denominano “effetto di realtà”. E c’è anche chi, nello scrupolo nomenclatorio è andato oltre, ad esempio il Golding della trilogia marinara, che c’impone tutto il vocabolario dell’antica marineria inglese : faticoso, ma alla fine dà i suoi frutti. In genere non c‘è scrittore che, esperto o erudito – e se non tale, costretto a diventarlo – non suffraghi con elementi probatori –e tali sono i “tecnicismi” – la veridicità della finzione o che non si documenti scrupolosamente prima di nominare. Vale sempre come esempio Flaubert, esperto ortopedico in « Mme Bovary », e il nostro Gadda, che sul linguaggio della tecnica aveva le idee molto chiare e radicali ( si veda “Le belle lettere e i contributi espressivi delle tecniche”,1929): ma non stiamo a fare i pedanti. In breve: la precisione è sempre la benvenuta, come il dettaglio: il lettore imparerà qualche parola in più, sarà costretto al dizionario, science avec patience/le supplice est sûr (Rimbaud) E insomma, se un alfiere è “in fianchetto” è in fianchetto e non c’è modo di dirlo altrimenti.

  4. Per carità, ho divulgato altre discipline; con la marineria mi diletto senza altri fini. La prima questione riguardava la felice riuscita delle scritture “imbevute” di arti e mestieri, tutt’altro che assicurata.
    Per chi decide di praticarle, lo “scrupolo nomenclatorio” è d’obbligo: il lettore fatichi e cresca. Imparando, ad esempio, che ( in un veliero d’epoca) il paterazzo è ciò che congiunge la formaggetta e il capo di banda, mica un cavetto qualunque.
    Ma, avendolo caro – di lettori il bel paese scarseggia-, perché non agevolargli il “sicuro supplizio” con un piccolo glossario?

  5. A.

    Condivido l’idea del glossario. Lettore di manga fuori tempo massimo, riconosco un assoluto valore agli strumenti di corredo al testo, specialmente quando agevolano l’interpretazione di mondi, tecnici o culturali, generalmente non di comune patrimonio. Un glossario comunque non esaurisce le nozioni, è semplicemente un ponte verso l’eventuale approfondimento. Non disdegno però l’approccio di Paolo Gandino: per questo credo che la valutazione sulla necessità del glossario e l’eventuale cura dello stesso siano oggetto del lavoro dell’editore più che dell’autore. Saluti Virginia!

  6. Cara Virginia, intervengo offrendo quella che è la mia lunga esperienza di traduttrice, consulente editoriale e curatrice di molte opere di varie letterature, epoche e soggetti. Concordo in toto con Paolo Gandino sull’opportunità di evitare glossari di sorta in presenza di termini tecnici riferiti a uno specifico ambito. Brutto davvero. Leggendo gli interventi, intendevo citare infatti Conrad e Melville, ma poi l’ha fatto lui stesso. In genere è uso, per quanto riguarda la narrativa, evitare introduzioni e glossari, a meno che non ci si trovi in presenza di termini in lingue straniere all’interno della lingua originale, che andranno tradotti ed esplicati in un glossario (come per esempio per la narrativa angloindiana, quando nel testo compaiono termini in una delle lingue indiane o quella irlandese con termini gaelici), oppure in brevi note a piè di pagina. Se, come nel tuo caso, il testo abbonda di termini marinari, non vedo perché il lettore non possa o fornirsi di vocabolario o andare su internet o lasciarsi affascinare dall’atmosfera di mare anche non conoscendo il significato di ogni termine tecnico. Ma un glossario per spiegarli, mai!
    Piuttosto suggerirei, come a volte accade, di premettere al testo un disegno di un’imbarcazione corredato di riferimenti e didascalie a indicare le parti che la compongono, così come a volte si fa con cartine di luoghi fantastici o piantine, ambientazione della narrazione. Proprio come nel disegno del tuo post, magari più particolareggiato.
    Sarebbe già sufficiente e comunque istruttivo. E potrebbe diventare una tua sorta di firma.

    • Cara Francesca, rispetto la tua esperienza e il tuo punto di vista: un glossario non si usa, è considerato brutto come il prezzo su un quadro. Ma non è sempre un crimine infrangere regole e tradizioni. Certo, la consapevolezza è d’obbligo. Anch’io immaginavo l’inserimento di una o più immagini. Azzarderei anche un linguaggio giocoso nelle spiegazioni. Ti sembra improponibile? Rispetto la tua opinione, ma persevero nell’orrore:-)

  7. cristiano abbadessa

    Intervengo nel dibattito, e vorrei farlo (quasi) esclusivamente da lettore, lasciando per un momento da parte il mio ruolo e persino la mia esperienza professionale.
    Anzitutto, direi che il problema posto per le ambientazioni nei mondi delle arti, dei mestieri e degli hobby dovrebbe, come ha accennato Francesca, porsi anche per i luoghi non immaginari. Ci sono infatti romanzi ambientati in luoghi precisi ed esistenti, ricchissimi di riferimenti toponomastici che per molti lettori nulla rappresentano. A rigore, dunque, se ipotizziamo un glossario per la vela, dovremmo anche immaginare di fornire una piantina della città o del territorio in cui si svolge l’azione. E, più in generale, potremmo ritrovarci a pensare un corredo adeguato per ogni tipo di romanzo, perché sempre vi saranno degli elementi che, se non sono di fantasia, sono chiari e indicativi per alcuni lettori, misteriosi e insignificanti per altri.
    Ho introdotto questo aspetto perché mi serve per alcuni ragionamenti successivi, ma non mi soffermo qui sulla questione cartografica, né sulle note; perché ho detto che voglio parlare da lettore, e le cartografie (anche per ragioni di costi) e le note (per antiche e rigide consuetudini) obbediscono a regole che mi costringerebbero a parlare da redattore o direttore editoriale. Mi limiterò, dunque, alla questione glossari.
    Dico subito che io, da lettore, non acquisto né acquisterò mai un romanzo corredato da un glossario.
    Per spiegare il motivo, mi concedo di fare una rappresentazione delle varie tipologie che si trovano di fronte a un romanzo con forti connotazioni d’ambientazione, che siano toponomastiche, tecnico-professionali, riferite a mestieri o divertimenti non importa. E direi che si possono dare, commariamente, tre casi.
    Nel primo, il lettore condivide con l’autore la perfetta conoscenza dei tecnicismi e dei riferimenti. Presumo leggerà l’opera con maggior piacere, se ben scritta, e potrà godere della forza evocativa di luoghi o situazioni che gli sono familiari e che gli riporteranno alla mente esperienze vissute, calandolo con maggiore partecipazione nel racconto. Molti lettori, d’altra parte, comprano romanzi anche per il fatto che parlano di luoghi o di situazioni che ben conoscono.
    Nel secondo caso, il lettore è totalmente o quasi ignorante rispetto all’ambientazione scelta, ma è ben deciso a “farsi una cultura” sull’argomento. Poniamo, nell’esempio, un lettore che nulla sa di vela ma che è affascinato da questo mondo e che desidera leggere e capire un’opera narrativa qui ambientata. Può sfruttare mille supporti, comprarsi libri tecnici e manuali, interrogare internet, cercare strumenti adeguati; ma, per cominciare, potrebbe anche fargli piacere trovare aiuto e conforto in un glossarietto che non gli sveli tutti i segreti della nautca da diporto, ma gli chiarisca gli elementi essenziali presenti nell’opera. Credo che i lettori animati da questo spirito siano pochi, ma possono esistere.
    Nel terzo caso, che come mi confermano gli interventi precedenti credo sia largamente maggioritario, il lettore è piuttosto ignorante rispetto a una serie di elementi tecnici, ma non ha nessuna intenzione di documentarsi in modo specifico sull’argomento. Leggerà l’opera, e potrà probabilmente goderne quasi appieno la qualità se la mancata conoscenza di qualche termine o riferimento non gli ostacolerà la lettura: o perché il contesto fa capire, grosso modo, di cosa si sta parlando, o perché il particolare è in fin dei conti poco rilevante e non limita in alcun modo il pieno apprezzamento per altri aspetti qualitativi della narrazione.
    Da lettore, amo ovviamente i buoni romanzi ambientati in luoghi o situazioni a me familiari. Preferisco leggere una storia che si svolge a Barcellona, o che ha riferimenti calcistici, o che è ambientata nel mondo dell’editoria o in una scuola a una che si svolge a Madrid, o che ha riferimenti alle corse automobilistiche, o che è ambientata nel mondo della finanza o in un ospedale. Ma, se il contesto mi aiuta a capire o a procedere senza nulla perdere, non è affatto detto che le ambientazioni meno familiari riducano il mio apprezzamento per l’opera, pur dovendo rinunciare a qualche suggestione. Se, invece, il romanzo è “riservato” a chi ha specifica e approfondita conoscenza dell’ambientazione, può benissimo essere che io trovi l’opera non di mio gusto, perché non la comprendo: ma non è un dramma e può accadere, anche se le quarte di copertina dovrebbero, se oneste, aiutare a evitare l’inconveniente.
    Il problema deriva allora dal messaggio che mi viene lanciato con la presenza del glossario, se c’è. Perché io, come molti, non lo interpreto come una semplice “possibilità” (brutta o bella che sia, è altro discorso), ma come un sorta di “avvertimento”; è come se l’editore mi stesse dicendo: in questo romanzo ci sono così tanti tecnicismi, e così rilevanti per la comprensione, che se non li conosci non puoi né capire né apprezzare l’opera. E quindi, se non mi interessa questa forma di erudizione sull’argomento (o perché non mi affascina l’argomento in sé o perché non voglio informarmi attraverso un’opera di narrativa), io il libro non lo prendo in mano.
    Da editore, dunque, oltre alle auree norme della buona letteratura (che Francesca ha riassunto) devo tener presente cosa guadagno e cosa perdo, in termini di lettori, facendo il saldo tra quanti potrebbero apprezzare meglio l’opera grazie a un glossario e quanti neppure la prenderebbero in considerazione proprio perché c’è un glossario. Così come devo fare il saldo fra quanti da un’opera di narrativa si aspettano il rispetto di determinate convenzioni e quanti gradiscono le sperimentazioni e il superamento delle regole. Infine, come ovvio, devo decidere se io, editore, voglio fare questo tipo di sperimentazione e se intendo pubblicare opere in cui questa “necessità” possa presentarsi.

    • Non lo compreresti nemmeno se il glossario fosse proposto in termini giocosi?
      Io lo comprerei molto volentieri, comunque, un romanzo con glossario: per curiosità, perché adoro le contaminazioni, perché non mi dispiacciono le complicazioni. La mia predisposizione personale non depone in favore del glossario: non sono una lettrice normale:-) Ma l’esperienza di Virginia insegna che anche altri tipi di lettori potrebbero gradire un glossario. Forse la soluzione migliore, la più sicura, rimane l’inserimento di un’immagine proposto da Francesca.

      • cristiano abbadessa

        Qui siamo nel campo del gusto personale. Non comprerei un romanzo con glossario “giocoso”, perché mi sembrerebbe un’aggravante (se è indispensabile il glossario, o un altro apparato, mi aspetto che sia tecnicamente ineccepibile). E, di mio, non amo né contaminazioni né complicazioni. Poi, da editore, credo abbiamo dimostrato la massima apertura alle contaminazioni intelligenti (mi convincono meno, invece, le “complicazioni” cercate e volute), che hanno un loro pubblico di lettori.
        Su “Mal di mare” posso dire solo che l’idea di un glossario neppure mi ha sfiorato, pur essendo del tutto digiuno di vela. Al di là delle valutazioni generali sulla ammissibilità o meno dei glossari nella narrativa, ritengo che i racconti siano pienamente godibili senza essere velisti, che i termini tecnici, ove rilevanti, siano a grandi linee comprensibili dal contesto e che quel che proprio non si comprende sia del tutto marginale e nulla sottragga a un’opera ricca di tanti altri spunti.

      • Certo, siamo nell’ambito del gusto personale. Ho anche scritto che mi rendo conto di aver gusti strambi, quindi non ci sono dubbi. Ma non è detto che un glossario giocoso non possa essere anche “tecnicamente ineccepibile”! Io ne ho scritti di glossari tecnici che voi umani non potreste immaginarvi:-) Il gioco era molto apprezzato, ma vi garantisco che non mi era concessa la minima inesattezza!

  8. Lo schieramento sugli opposti fronti non stupisce.
    Ho già detto quanto “armoniosamente”, una storia debba saper accostare il lettore ad argomenti per così dire ” connotati”, se riesce ad essere appunto una narrazione riuscita.
    Come lettrice mi sono misurata volentieri con materie poco familiari, se l’opera era attraente, traendone qualche profitto con o senza glossario.
    Quello a cui penso non deve certo presentarsi come un semaforo rosso che avverte “Vade retro, lettore imperito!”. Credo anche di saper risolvere nel testo i termini tecnici che uso; vedrei le paginette che li citano ( o disegni: un’idea simpatica) non tanto come una “necessità”, ma come una piccola cortesia per il lettore più pigro. Ce ne sono tra gli estimatori di gialli – genere notoriamente interclassista – che non immagino fuggire atterriti dalla pericolosità di una ventina di definizioni a fine testo.
    Va da sé che spetti poi all’editore decidere cosa intende pubblicare.

  9. Certamente che ci sono gusti personali all’interno dei quali c’è spazio per una numerosa serie di varianti. Diciamo che nell’editoria, come Cristiano conferma, ci sono delle regole generali che valgono per la narrativa, pur se si possono infrangere, in modi anche creativi.
    Faccio l’esempio di quello che ho fatto io. Quando tradussi “Cuccette per signora”, di Anita Nair, il suo secondo romanzo, best seller nel mondo ma soprattutto in Italia, e con più di un milione di copie vendute solo da noi, dopo aver tradotto già una serie di altri scrittori indiani e redatto i relativi glossari (significato dei termini in hindi, malayalam o sanscrito inseriti nel testo inglese), mi ero stufata del solito glossario e così ebbi l’idea di chiedere all’autrice le ricette di cucina che cita nel libro, i cui nomi sono in malayalam e che lei non precisa. Ne trassi un ricettario, corredato da una mia nota esplicativa, che inserii alla fine del romanzo e l’idea ebbe un tale successo, che dopo l’edizione italiana, tutte le altre edizioni in tutte le lingue, quella inglese compresa, hanno poi inserito il ricettario. In questo modo ho risolto e mi sono divertita.

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