Impresa e capitale. Una buona idea è solo roba da ricchi?

di Cristiano Abbadessa

Fra i commenti all’ultimo post, colpisce la “giunta” del nostro Fabrizio: «Di imprenditori che non vogliono assumersi alcun rischio d’impresa non sappiamo più cosa farcene in questo paese». Sentenza prontamente condivisa, in esplicito, da Antonio Sofia, e probabilmente da molti altri che non si sono manifestati.
Una frase secca che, istintivamente, trova il plauso di molti, compreso il mio. Soprattutto, credo, perché pesa su tutti noi, noi cittadini, qualche decennio in cui il rischio d’impresa è stato tranquillamente scaricato sulla collettività a suon di leggi fatte su misura: prepensionamenti pagati da tutti per risanare uno, provvedimenti ad aziendam, protezionismi assortiti, interventi arbitrari sul mercato, consumi forzosamente indirizzati verso un settore dichiarando fuorilegge beni perfettamente funzionanti ma di colpo obsoleti, pericolosi e illegali. Siccome le maggiori imprese di questo paese hanno fornito e forniscono, da almeno tre decenni (ma probabilmente da quasi un secolo), tale esempio tutt’altro che virtuoso, si può ben capire come la misura dell’indignazione sia colma e come il cittadino comune sia stanco di pagare di tasca propria gli errori e le lentezze di imprenditori incapaci, buoni solo a sventolare la minaccia del licenziamento di massa e la fuga all’estero per strappare nuovi benefici al governo di turno (quando il governo non è diretta espressione di queste stesse aziende).
Per evitare pericolose confusioni, è però bene fare qualche precisazione, evitando di sovrapporre al concetto di rischio d’impresa l’idea che l’imprenditore debba mettere i soldi di tasca propria. In realtà, nell’economia di mercato e nel sistema liberista, la figura dell’imprenditore non necessariamente coincide con quella del capitalista, inteso come colui che mette il capitale nell’impresa. È una delle leggi basilari dell’economia contemporanea, e la vediamo concretamente declinata nelle forme – lecite e illecite, accettabili o riprovevoli – più disparate: dalla grande azienda che prospera grazie alla quotazione in borsa (che è una forma di finanziamento diffuso, anche se ci siamo abituati a considerarla altro) alle imprese di qualunque dimensione ampiamente indebitate con le banche (e di fatto sorrette, o strozzate, dalla concessioni di prestiti che prelevano denaro del risparmio dei correntisti), dalle piccole società in cui non necessariamente coincidono le figure del socio di capitale e del socio lavoratore alle piccolissime aziende che ricorrono a forme di finanziamento atipico (che possono andare dall’illegale e devastante usura alla nobile e futuribile invenzione del microcredito). Per legge, l’imprenditore deve ovviamente rispondere della gestione di queste forme di finanziamento e del loro buon utilizzo; ma in questo, e non nel mettere di suo i quattrini, sta l’assunzione del rischio d’impresa.
Se ci pensate, è bene che sia così; semmai, ma questo è altro discorso, dovrebbero essere più trasparenti le modalità di accesso ai finanziamenti. Ma il fatto che imprenditore e capitalista non per forza coincidano è un elemento indispensabile, perché altrimenti dovremmo concedere solo ai ricchi la facoltà di intraprendere, limitando chi ricco non è alla possibilità di aprire attività imprenditoriali minime, di sussistenza. Una buona idea imprenditoriale, invece, non viene per forza in mente a qualcuno già foderato di soldi; anzi, spesso l’appartenenza a un ceto sociale non privilegiato fornisce lo stimolo per intuizioni migliori; e la possibilità di arrivare (attraverso un finanziamento che apporti il capitale necessario al’avviamento) a sottoporre al giudizio del mercato la bontà dell’idea è un elemento di giustizia e di mobilità sociale.
Tutto questo, per la verità, c’entra ben poco con il caso della Libreria Kmzero. Lì, concordo con Fabio Giallombardo, si tratta semplicemente di una scelta di mercato, come avviene per le cosiddette case editrici a pagamento: in un caso e nell’altro il mercato non viene individuato nei lettori, ma rispettivamente nei piccoli editori bisognosi di visibilità e nei nuovi autori desiderosi di pubblicare. Cosa che, come ho già detto altre volte, dal punto di vista dell’analisi di marketing può anche essere una scelta vincente. Ma è chiaro che, in questo modo, non si stanno cercando partner che condividano il rischio d’impresa, ma più semplicemente clienti che paghino il servizio offerto, sia esso l’esposizione su uno scaffale o la stampa di un libro; la vendita al pubblico è puro pretesto, e il mercato sta altrove (a monte).
Il problema del finanziamento delle piccole attività imprenditoriali, però, resta aperto. E merita, secondo me, una riflessione da parte di tutti, evitando la facile ed erronea tentazione di liquidare la questione dicendo che i soldi dovrebbe metterli l’imprenditore. Perché, come ho detto sopra, non è vero ed è pure pericoloso. Certo, l’imprenditore deve assumersi i rischi della gestione e deve esserne responsabile, i patti e i diritti devono essere chiari, così come devono essere ben marcati i confini tra l’acquisto di un prodotto o servizio e la partecipazione alla formazione di un capitale societario. Ma, in un quadro di reciproche garanzie, lo studio di forme di partecipazione alla capitalizzazione della piccola impresa di rilevanza sociale credo sia tema da approfondire con coraggio e fantasia.

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3 commenti

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3 risposte a “Impresa e capitale. Una buona idea è solo roba da ricchi?

  1. A.

    Precisazione doverosa la sua e, almeno per me, sottoscrivibile.
    Penso che il senso del rischio d’impresa sia proprio ascrivibile a uno dei più semplici e forse discutibili valori del capitalismo: se il tuo prodotto vende vinci, se non vende perdi. Il fatto che questa semplificazione brutale possa esser vieppiù ritenuta qual drappo rosso per un toro, è anche significativo di come sia artificioso e malriuscito l’innesto del sistema di mercato nel nostro Paese, laddove le garanzie sociali ad attenuare gli effetti disastrosi dell’ascensore made in USA -almeno nella sua vulgata – si sono via via rivelate premessa di contraffazione dell’economia di mercato, premessa generatrice di perverse forme di quella che di fatto diventa una rendita finanziaria. C’è chi può solo vincere nel nostro Belpaese e c’è chi non può giocare. Non è detto che sia solo così, non dico questo. Ma ammetto di non aver mai considerato seriamente il processo a cui lei si riferisce come un’eventualità cui ricondurre i miei sforzi: troppo interiorizzato credo sia il senso di un ruolo o di una funzione, al punto da preferire di esser pluriennale precario nella PA a qualsiasi alternativa. Perché non credo che sia probabile ottenere un investimento sulla mia persona o sulle mie idee e sulla qualità del mio lavoro, se son privo di un background (elemento chiave per la lettura della questione), se non sono munito di una rete di relazioni o se ancor peggio non mi dispongo a ottenerne una. Ecco questa è una variabile importante: non penso che che l’ascensore sociale, occupazionale o imprenditoriale sia completamente bloccato; se uno vuole, se è determinato a compromessi non necessariamente beceri, anche in Italia, persino in Italia ce la può fare a ottenere che qualcuno gli affidi il tempo e le risorse di un’occasione. E questo lo dico non per rivendicare una verginità vagamente snob, bensì per fare ammenda, mea culpa, non è stata solo una morale bigotta a tenermi fuori dai giochi quando potevo provare ad affrancarmi e a giocarmela in altro modo. E’ stato un limite autoimposto, una debolezza, una forma di pigrizia o la consapevolezza di dover gestire la mia esistenza senza negare la mia attitudine. Così ho quadrato il cerchio: posso dire che il “sistema” così com’è non mi piace, per cui mi prendo almeno la libertà di non voler giocare a qualsiasi condizione, senza necessariamente affermare di non poterlo fare. E me ne assumo la responsabilità. D’altro canto trovo che anche l’attitudine richieda confronto, valutazione, studio e una cascata di correzioni in corso d’opera: per cui essere sul mercato con un romanzo, aver ottenuto la fiducia di un editore che ha investito il suo capitale nel mio lavoro, e averlo trovato senza alcuna “rete” che mi facilitasse la ricerca di un contatto felice o l’impatto con lo stesso, per me è stato ed è a oggi motivo di grande fiducia e speranza, cosa per cui non manco di manifestare la mia gratitudine.

    • fabriziocoppola

      Io penso che indipendentemente da dove arrivano i capitali – e mi rendo conto che questo non è un argomento secondario –, chi investe deve essere pronto a correre il rischio d’impresa, e non farlo ricadere su terzi. Da questo punto di vista, anche se dietro la libreria km0 ci fossero degli investitori esterni il succo non cambierebbe. La mancanza di investitori disposti a investire su buone idee imprenditoriali è un fatto quasi endemico al capitalismo italiano – a differenza di quello USA, un paese che come sappiamo ha innumerevoli storture sociali e politiche ma che ha avuto in questo secolo un’etica del capitalismo che li ha portati a essere leader per molti anni.

  2. Certo, l’imprenditore può essere oppure no colui che dispone di capitali.
    Deve comunque riuscire a raccoglierli, sia nella forma monetaria che in altre, per esempio attrezzature, strumenti di supporto, servizi, assistenza… Altrimenti le possibilità di successo, che pure possono nascere da scelte intelligenti e fortunate, si riducono drasticamente. Esistono delle eccezioni, si capisce e di qualcuna ho esperienza diretta. Piccole imprese di servizi, organizzate da giovani in totale autonomia, vanno avanti bene anche qui nel Lazio.
    Il modello liberista classico non presentava, per evidenti ragioni, le odierne distorsioni di mercato, cioè cartelli e oligopoli, leggi e norme che mettono al riparo dalla concorrenza, conflitti d’interesse e quant’altro.
    I rimedi a questi mali hanno ovvia natura politica. Per inciso, ho sempre trovato ridicola l’iscrizione dell’economia tra le naturewissenschaften, echeggiante talvolta ancor oggi nelle parole dei nostri personaggi pubblici, quasi fosse soggetta unicamente all’imperio dei numeri. Si tratta di una disciplina umana, sensibilissima alle scelte e, quando è “sana”, fortemente pervasa di eticità.
    Che non intenderei nella forma ricavabile, con qualche distorsione, dalla celebre opera di Weber e tanto meno dall’esempio statunitense. Non possiamo certo condividere la logica di un profitto “santificato” comunque; semmai quella, teorizzata per esempio da Ugo La Malfa, di un capitalismo cui la politica spiana correttamente la strada considerandolo, sempre nei limiti del giusto, un “pollo da spennare” (la definizione è sua) a vantaggio del progresso complessivo della società, in cui rientrano tutti i servizi fondamentali e anche la tutela degli svantaggiati.

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