La recensione perfetta al servizio del lettore

di Cristiano Abbadessa

Proseguo, come promesso, le mie riflessioni sugli intermediari tra autore e lettore, e dopo aver parlato dei librai mi dedico questa volta ai recensori, di qualsiasi livello e visibilità.
Preciso subito che cercherò di spiegare quale dovrebbe essere, a mio parere, la recensione ideale ragionando da lettore e non da editore. Anche perché verrebbe spontaneo dire che per un editore le recensioni ideali sono quelle che parlano dei suoi libri e che ne parlano bene; il che, peraltro, non è neppure del tutto vero, come vedremo poi. Meglio, quindi, partire da quel che io mi aspetto, come lettore, quando leggo una recensione (e non necessariamente letteraria).
Diffido, anzitutto, di quelle recensioni in cui l’estensore vuole dimostrare che sarebbe stato tanto più bravo dell’autore o, ancor peggio, dell’editor, muovendo critiche che sfociano spesso nel tecnicismo e proponendo al lettore una sorta di riscrittura critica dell’opera. A volte, se il recensore è bravo per davvero, possono anche essere esercizi godibili, seppure un po’ da iniziati alla materia; quasi sempre, però, fanno trasparire la sensazione della rivalsa che un mancato autore o un mancato editor cerca di prendersi nei confronti di chi è stato più fortunato o coraggioso di lui. Magari il recensore è davvero un eccellente autore incompreso o un editor mancato per sfortunate vicissitudini, ma mettere questo spirito vendicativo nella recensione finisce per lasciare sempre il retrogusto della frustrazione malcelata. Che al lettore, infine, non interessa per nulla.
Aggiungo, e qui so che l’affermazione potrà suscitare dissensi, che poco mi interessa anche il giudizio critico in quanto tale, espresso in voti, stellette o formule di varia derivazione scolastica o agonistica e a stento accompagnato da due righe di dileggio o di sconfinata ammirazione. Per carità, non voglio togliere ai recensori, spesso a quelli amatoriali, il gusto di ergersi per un attimo a professori ed esprimere la loro secca valutazione; ma questa, da sola, nulla ci dice, salvo che al recensore l’opera è piaciuta o no, se non è accompagnata da solide motivazioni, da un’analisi approfondita dell’opera, dalla descrizione dei punti di forza e di debolezza, che cominciano a consentire al lettore di farsi anche una propria idea circa il contenuto. L’elogio o la stroncatura, a volte, possono anche essere interessanti per il lettore; ma, per paradosso, non nel senso che lo obbligano a prendere per oro colato la valutazione del recensore. Voglio dire che a volte, specie in rete, un lettore può scegliersi un recensore di cui si fida e tenerne in conto il giudizio, ma capita anche, e faccio il caso personale, che io legga recensioni di noti critici letterari o cinematografici solo perché scrivono sul tal giornale, che da sempre leggo perché nel suo insieme mi aggrada, e che mi sia reso conto nel tempo, per comprovata esperienza diretta, di essere quasi sistematicamente in disaccordo con le loro valutazioni; ecco allora che la recensione positiva o negativa, specie alla luce delle motivazioni, può benissimo essere letta al contrario, e che io ritenga potenzialmente interessante un libro o un film che quei recensori hanno bocciato, e che viceversa non sia per nulla attratto da quell’opera verso la quale si sperticano in elogi.
Questo paradosso aiuta a riassumere quel che, come lettore, mi aspetto da un buon recensore: che mi aiuti a capire se il libro (o il film, o quant’altro) può piacere a me, non se è piaciuto a lui. Mi aspetto, quindi, che me lo rappresenti nel modo più sintetico ma efficace possibile. Che ne inquadri innanzitutto il genere, le tematiche, l’ambientazione. Che mi dica se la trama è lineare e coinvolgente o è un puro pretesto per altri scopi. Che mi aiuti a capire se la struttura della narrazione è complessa o semplice, funzionale o artificiosa. Che mi introduca allo stile dell’autore, evidenziandone le caratteristiche. Che mi faccia intuire quelli che per l’autore dovrebbero essere i punti di forza del libro. Che mi dica se il linguaggio è ironico, se i dialoghi sono realistici, se i personaggi hanno il giusto spessore, se lo sguardo del narratore esplora il contesto o indugia nell’introspezione. Poi, alla fine, potrà anche esprimere il suo giudizio e spiegare se secondo lui l’autore è riuscito validamente a raggiungere gli obiettivi che si era prefissato; ma l’importante è che cominci a farmi “respirare” il libro e a farmi capire se a me, lettore con gusti precisi, potrebbe interessare, e poi piacere, o no.
Che poi, a ben vedere, il mio desiderio di lettore finisce qui per coincidere con quello di editore. Perché se una recensione negativa e poco motivata, con evidenza, non fa piacere e rischia di allontanare potenziali lettori che magari troverebbero quell’opera di loro gusto, è anche vero che una recensione positiva, ma sempre poco motivata, rischia di indurre all’acquisto lettori con altre preferenze, e la valutazione elogiativa del critico rischia di ribaltarsi in un passaparola sfavorevole tra i lettori, poiché chi ha letto il libro non ha letto quel che cercava.
In realtà, la situazione è anche più complessa. Perché un libro si presta spesso a diverse chiavi di lettura, a volte possiede diversi livelli, e chiama in causa sensibilità differenti; come si dice, il libro, quando viene letto, diventa “del lettore”, e ciascun lettore, recensore compreso, può scorgervi alcuni aspetti e non vederne altri. Porto, per chiarire, l’esempio di tre recensioni recentemente lette in rete, tutte su Diecipercento e la Gran Signora dei tonti, della nostra Antonella Di Martino. Sono, tutte e tre, delle buone recensioni; non perché sono positive nel giudizio (lo sono), ma perché in tutti e tre i casi i recensori cercano di entrare nello spirito dell’opera e di renderne partecipe il lettore, spiegandone in breve sintesi le peculiarità. A leggerle, però, sembra quasi che si parli di tre libri diversi. E, personalmente, se fossi un ignaro lettore anziché l’editore, di una direi che mi rappresenta un libro che mai acquisterei in base ai miei gusti, una mi restituisce un’opera che forse potrebbe interessarmi, una terza mi seduce e mi induce a correre in libreria. Nessuno dei tre recensori, sia chiaro, “ha sbagliato”: tutto quello che ci rendono nei loro commenti, in effetti, nel libro lo si ritrova. Ma siccome ciascun recensore ha sottolineato quel che per lui era lo spirito della narrazione e ne costituiva il punto di forza, ciascuno ha finito per evidenziare tre aspetti diversi.
Quindi, la riflessione sulla funzione della recensione finisce con un appello: non ai recensori, ma ai lettori. Leggete le recensioni, leggetele con occhio critico, andate oltre la crosta del giudizio e cercate, anche se il recensore non sempre vi aiuta, di entrare nello spirito dell’opera e nel cuore dell’autore. E leggete più recensioni che potete, perché, nell’immensa libertà che la letteratura concede al lettore, è l’unico modo per cercare di farsi una prima, ma ampia e sfaccettata, idea di un’opera.

Annunci

9 commenti

Archiviato in comunicazione, critica letteraria, lettori

9 risposte a “La recensione perfetta al servizio del lettore

  1. Concordo: sono recensioni utili, esaurienti e perfino piacevoli da leggere. Aggiungerei che consentono di “respirare” il libro meglio delle presentazioni e delle sinossi che avevo scritto io. Infine, devo confessare: apprezzo molto il fatto che siano positive 🙂

  2. Credo che nessuno di noi possa acquistare un libro senza dare una letta, magari anche veloce, alla recensione. E’ come quando qualcuno che conosci ti parla di qualcuno che non conosci: la curiosità di conoscere quest’ultimo è maggiore se l’enfasi della descrizione è particolarmente entusiasmante e vicina ai nostri gusti. Veramente potremmo parlare anche della scelta della copertina che fa l’editor: un abito ci attrae o ci porta fuori strada….(a volte capita!).
    Non posso che essere concorde con ciò che ha esposto Abbadessa: preferisco una breve e onesta recensione piuttosto che un esercizio di scrittura di un critico frustrato. Mi vengono in mente, ad esempio, certi articoli di critica d’arte moderna che dovrebbero essere d’appoggio al lavoro degli artisti ma che altro non sono che iperboliche architetture letterarie, incomprensibili ai più, espressioni di concetti inimmaginati dagli artisti stessi, ma che servono al critico per assecondare la propria vanità.

  3. A me vengono in mente le recensioni di Pietro Citati, che trovo tronfie, ridondanti e grondanti la straordinaria erudizione che vorrebbe dimostrare di padroneggiare e che invece in fin dei conti assai somiglia all’impalpabilità delle nuvole con cui Aristofane gabbava i sofisti. Personalmente trovo quelle recensioni invadenti, spesso fuorvianti e fondamentalmente narcisite, incapaci perciò di dire davvero qualcosa sul libro che dovrebbero presentare: difatti una fondamentale caratteristica di una simile operazione letteraria deve, a mio avviso, essere la passione. Attenzione, non l’entusiasmo ingenuo e sperticato, spesso un po’ sopra le riche, ma semplicemente quella sottile linea empatica che dal lettore comunica invisibile amore per un testo ed invoglia un altro letore a ghernirne il profumo. Recensire è amore di altro, non amore di sè. Ecco perchè, paradossalmente, ritengo che (così come nella maieutica socratica ogni dialogo autentico non può che avvenire oralmente) anche la vera recensione è di per sè una performance orale, avviene all’interno di una conversazione tra due amici ed invoglia uno dei due ad approfondire il testo/interfaccia che l’altro gli sta illustrando. Da parte mia ho letto molti più libri perchè invogliato dal luccichio degli occhi di un amico, che spinto dalla lettura di un giornale o di un sito web. E la mia posizione, per quanto possa apparire estrema, non credo sia del tutto assurda. Ho cercato di proporla, talvolta anche con insperati risultati, in classe: durante un’ora di lezione ognuno portava semplicemente il libro che stava leggendo e lo raccontava agli altri, senza distinzioni fra professori, alunni secchioni o alunni somari. E non mi vergogno a dire che anch’io in questo modo ho scoperto decine di ottimi autori che non conoscevo.

  4. Moltissimi anni fa leggevo le recensioni sui quotidiani e sui mensili specializzati. Ho preso più fregature in quel periodo che in tutta la mia vita. Poi, con il diffondersi dei blog che parlano di libri, autori e case editrici ho trovato la mia fonte di informazioni privilegiata. Molto presto mi sono legata ad un certo numero di blogger, perlopiù semplici lettori come me che si scambiano informazioni, pareri e gusti personali. Ho scovato quelli dei quali condivido una parte delle scelte di lettura ( nel mio caso non è stato difficile, sono abbastanza onnivora per quanto riguarda i generi ) e da allora mi si è aperto un mondo.Devo ai miei amici bloggers molte delle più belle letture della mia vita. Penso che anch’io, nel mio piccolo, in circa 6 anni sono riuscita ad essere utile. Cerco di essere concisa, ma nello stesso tempo di trasmettere agli altri quello che una lettura mi lascia, o quello che mi infastidisce oppure mi lascia perplessa. Lo scambio di opinioni è molto più di un giudizio che ti cade “dall’alto”.

  5. Mi ritrovo nelle parole di Giallolombardo sia a proposito della presunzione intellettuale di certe recensioni che nell’amicale condivisione del libro, sperimentata con piacere e vantaggio nel mio gruppo di lettura. La varietà delle persone si traduce in ricchezza di considerazioni spesso profonde e fuori dagli schemi.
    Condivido anche l’apprezzamento di pattybruce per lo scambio di pareri letterari che si realizza nel web. Chi “naviga” può disporre di una valutazione articolata ed è stimolato a cimentarsi a sua volta , il che lo rende lettore più abile e “accorto”.
    Ritengo comunque che una recensione professionale debba obbedire, pur senza rigidità esagerate, a canoni definiti e riconoscibili. Sono abbastanza codificati, il gusto personale non autorizza a schermarli, il lettore deve poterne ricavare una valutazione utile alla scelta.
    I tronfi sproloqui di alcuni critici di fama non svolgono la loro funzione specifica, in analogia con quei cronisti pennaioli che in un lungo articolo non riescono a dar conto delle famose cinque W.

  6. A.

    Credo non sia trascurabile la differenza tra la critica letteraria e la recensione. La prima ha la responsabilità di fornire un quadro interpretativo coerente, argomentato e non contraddittorio, che restituisca a chi ne fruisce una idea di letteratura, e di letteratura nell’estetica (e di estetica nella definizione che consegue alle premesse storico-filosofiche a monte del travaglio critico stesso). La seconda reputo sia oramai scevra del compito di ossequiare questa organicità, è estemporanea, al massimo può assurgere a tratti di periodicità o tematicità, ma senza il vincolo della sistemizzazione in relazione a quanto asserisce. Trovo utile questa differenza perché ritengo sia accettabile che nel primo caso si realizzi della critica un’ulteriore opera letteraria in sostanza e forma, un contributo che alimenta la riflessione dell’arte sull’arte e dell’arte nel complesso del pensiero umano non può semplicemente asservirsi di pur efficaci contrazioni di senso o basarsi sulle contingenze di un singolo prodotto letterario. Al contrario, penso, che la recensione -di stampo giornalistico, potremmo generalizzare- possa, o addirittura debba, porsi l’obiettivo di una comunicazione limpida, che ponga il singolo prodotto dinanzi al lettore perché sia assistito nella scelta di un percorso a lui affine, per quello che è o quello che non è (o non sa di essere). In questo senso è inderogabile premessa della recensione uno stile agile e fruibile, figlio dell’umile disposizione di chi scrive, così scarico dell’onere di restituire una riflessione più ampia altrimenti necessaria per valorizzare degnamente e verificare seriamente quanto afferma. Considero i due approcci assai distanti, quasi inconciliabili: quando si confondono l’uno nell’altro condannano l’azione a indubbia inefficacia.
    Ci sarebbe una terza forma di commento a un testo letterario: l’idiozia in malafede, animata da secondi fini o presuntuoso pressapochismo. Va riconosciuta, non sempre pedissequamente accettata con fair play, e non va sottovalutato quanto male possa fare, nella diffusione di argomenti pretestuosi, vacuità corrosive, banalità strombazzate nel nome del più atroce e, inevitabilmente triste, de gustibus non disputandum est…

  7. A.

    (Chiedo scusa per le virgole, la bimba in braccio non ha agevolato la scrittura del commento!)

  8. Fabio Giallombardo

    Antonio, se hai bisogno di un corso intensivo tipo CEPU su come si fa a scrivere in equilibrio con più pargoli aggrappati al collo, sappi che io potrei scrivere un tractatus logico-philosophicus in materia! E non sottovalutare le potenzialità dionisiache che alla scrittura può conferire il rapporto agonistico con la pupetta che cerca d’impedirtelo 🙂

  9. A.

    Qualsiasi cosa si faccia è da condividere con la meraviglia giovane di averla vicino eheh Oggi poi, so che il direttore mi concederà il piacere di andare off topic, ho dovuto tenerla tranquilla durante un tesissimo Roma-Inter nonostante sembra che imperversino i primi dentini… 🙂 🙂 🙂 :-).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...