Le pecore e i leoni: le scelte etiche e la risposta del mercato

di Cristiano Abbadessa

Prendo spunto da un paio di notiziole di cronaca, in apparenza tra curiosità e costume, per riflettere su tematiche che abbiamo già toccato, ma che mi pare possano essere rilette in miglior luce una volta preso atto dei due episodi che vi riporto.
Il primo, forse, alcuni di voi lo conosceranno già, perché ha avuto una sua eco divertita su vari giornali e nella rete. È accaduto che il ministero dell’istruzione, università e ricerca abbia pubblicato qualche tempo fa il bando per una tesi di dottorato di ricerca, mi pare per l’università di Siena, dal titolo: “Dalla pecora al pecorino: la filiera del latte di produzione ovina ecc ecc”. Poiché tale bando, per norma comunitaria, va pubblicato in diverse lingue europee, il ministero ha messo in rete, fra le altre, la versione in inglese. Nella quale, il titolo della tesi così era tradotto: “From sheep to doggy style…”. Dove il doggy style (alla maniera del cane) è, per gli inglesi, quella modalità di accoppiamento sessuale che nell’italiano gergale è detta alla pecorina. Non trovando il termine “pecorino”, si sono scusati i funzionari ministeriali, il traduttore automatico aveva scelto di rendere in inglese la “pecorina”.
Molti hanno riso, come sempre capita di fronte a questi equivoci a sfondo sessuale (un po’ come avviene per i bambini, che trovano irresistibilmente divertente qualunque frase contenga la parola cacca). Anch’io, in prima battuta; ma poi mi sono parecchio indignato. In primo luogo perché ancora una volta trovavo conferma alla diffusa convinzione che la comunicazione in rete si ritiene possa esimersi da qualsiasi controllo qualitativo: siccome internet dà spazio a chiunque (anche analfabeta, ciarlatano, falsificatore, incompetente e via di seguito), allora anche chi fa una comunicazione formale o istituzionale, come nel caso, si ritiene autorizzato a muoversi con assoluta approssimazione e a costo zero. Più grave, però, è la successiva considerazione: se anche il ministero dell’istruzione e dell’università ritiene più opportuno servirsi di un traduttore automatico che di un professionista della materia, siamo davvero un paese senza alcuna speranza. Perché, ad onta delle parole sul salvataggio dell’Italia, sulla fiducia da dare ai giovani, sull’importanza di un titolo di studio e di una qualificazione professionale, ecco che al dunque il ministero preposto è il primo che evita di servirsi di un laurato in lingue (e dire che ci hanno fatto una testa così sulla necessità di imparare bene l’inglese, sullo storico ritardo degli italiani troppo provinciali, e via cantando) e si affida a un traduttore automatico gratuitamente disponibile online. Proprio un bell’esempio e una bella morale di disinvestimento nella formazione (che peraltro possiamo trarre solo grazie al pecoreccio incidente, perché qualsiasi altro errore meno divertente sarebbe passato sotto silenzio).
L’altra vicenda, di certo meno nota, l’ho incrociata quasi per caso in uno spezzone in coda a un tg regionale di qualche giorno fa. La notizia che apriva il servizio era una manifestazione di animalisti contro l’insediamento di un circo a Varese o dintorni, per protestare contro l’utilizzo degli animali nelle attività circensi. Le immagini del sit-in occupavano pochi secondi, seguiti dalla raccolta di un po’ di interviste per dare voce a chi protesta, a chi è contro la protesta, a chi si batte per la dignità degli animali e a chi vorrebbe vederli nello spettacolo: la solita sfilata di opinioni che, ormai, hanno preso il posto dell’informazione e del racconto dei fatti. In ultimo, però, sono stato catturato dal racconto di uno dei Medini (non ricordo più quale, tra i tanti della famiglia), che raccontava al proposito l’istruttiva esperienza del suo circo.
Qualche anno fa, ha spiegato il Medini in questione, era stato convinto dalle osservazioni di chi si batteva contro lo sfruttamento degli animali nel circo, e aveva deciso di mettere le bestie a riposo e di proporre uno spettacolo basato solo sui numeri degli artisti umani: giocolieri, contorsionisti, clown, trapezisti. Il nuovo spettacolo attraeva pochi spettatori, ma il Medini contava in una qualche forma di appoggio alla sua scelta etica da parte delle associazioni che tanto si erano battute affinché finalmente qualche circo facesse questo coraggioso passo. Ma nessuno si era fatto vivo, e il Medini non riusciva più neppure a trovare chi gli concedesse gli spazi per piazzare il tendone, in ragione della scarsa resa economica dell’evento, degli affitti che non poteva pagare, della morosità del suo circo. Alla fine, snobbato dal pubblico e ignorato da chi lo aveva indotto alla scelta, il Medini ha deciso di riprendersi gli animali, con domatori e ammaestratori, e di rimettere in piedi lo spettacolo tradizionale, che bene o male funziona.
Mi è venuto sin troppo facile il paragone con quel che succede nell’editoria. Il mondo, e in specie il mondo della rete, è pieno di community, blogger, pensatori più o meno associati pronti a dettare le regole etiche, a pronunciare scomuniche, a stilare pagelle di buoni e cattivi: gli editori a pagamento sono il diavolo, quelli che non rispondono sono dei cafoni, quelli che non leggono il manoscritto per intero sono dei superficiali prevenuti, quelli che non pubblicano gli esordienti sono dei biechi servi del marketing. Se un editore, però, compare sulla scena rispettando tutti i canoni etici, gli riservano un timido applauso iniziale e poi lo lasciano nel suo brodo, ben guardandosi non dico da una qualche stabile forma di sostegno e promozione, ma persino dal semplice acquisto dei libri.
Chi si batte perché gli imprenditori (non importa se editori o circensi, alimentari o metallurgici) facciano scelte etiche, credo dovrebbe sentire l’obbligo morale e materiale di premiare poi queste scelte in forma concreta; e non solo, ammesso che questo succeda, a titolo personale. Diciamo che dovrebbe, nel dire bene e promuovere, metterci almeno la stessa appassionata foga che ci mette nel maledire, censurare e boicottare. Altrimenti, perdonate la franchezza, ho il sospetto che sia solo uno dei tanti frustrati inaciditi incazzati col mondo, che gode solo quando può dire male e essere contro, ma per nessuna ragione direbbe bene di qualcosa o si schiererebbe a favore di qualcuno.

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2 commenti

Archiviato in cultura, etica, governo, lavoro, sostegno

2 risposte a “Le pecore e i leoni: le scelte etiche e la risposta del mercato

  1. fabriziocoppola

    Io, per parte mia, ho perso la speranza. E l’ho persa proprio a causa di queste belle anime che sventolano ai quattro venti manifesti di correttezza salvo poi essere più conservatori e retrogradi di coloro che perlomeno sinceramente si dichiarano tali. Trovo sempre più insopportabile questa (non)intellighenzia sempre schierata e pronta a schierarsi ma che non è in grado di cambiare di un solo millimetro la propria vita perché in fondo gli va bene così. Hanno solo bisogno di sentirsi bene per un istante spedendo un tweet sulla morte di David Foster Wallace (del quale magari nulla hanno letto…) prima di riprendere il telecomando e sintonizzarsi su Sanremo – che ovviamente commenteranno acidamente ma che guardandolo continuano a tenerlo in vita. L’Italia in fondo è sempre stata così e non c’è proprio nulla che possa farci pensare che prima o poi cambierà.

  2. Andrea Del Testa

    Totalmente d’accordo con quanto espresso. L’ipocrisia dei predicatori di etica è insopportabile. Come professionista del sociale avrei molte cose da dire. Anche il terzo settore non sfugge a queste dinamiche. Gli enti che proteggono alcune categorie deboli, spesso, accampando la perenne mancanza di fondi e di risorse umane, non sono altrettanto etici con chi ci lavora all’interno. Molti di noi vivono ogni giorno questa contraddizione

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