Tabucchi e la narrazione di impegno civile

di Cristiano Abbadessa

Di solito, fedele al motto che campeggia in testa alla pagina, cerco di parlare di nostri autori e nostre opere, evitando commenti e confronti con titoli e scrittori dell’intero panorama editoriale, presente o passato. Farò, in occasione della morte di Antonio Tabucchi, una parziale eccezione. Parziale, perché pur parlando di Tabucchi e della sua figura ben mi guarderò dal cimentarmi in una rilettura critica della sua opera omnia o, più banalmente, dal riservargli un giornalistico coccodrillo. Prendo invece spunto dal lutto, e soprattutto dai ricordi, per qualche considerazione che, infine, ha molto a che fare con l’esistenza e la storia della nostra casa editrice. E premetto che se le prime due riflessioni sono più generali e letterarie, le due ultime sono più personali e politiche.
Anzitutto, Tabucchi è, per me, un esempio paradigmatico della tesi che, spesso non condivisa, affermo con frequenza: un autore (scrittore, regista, pittore o quant’altro) ha a disposizione una o due opere per dire, davvero con efficacia, qualità e passione, quel che ritiene di importanza fondamentale comunicare al mondo; il resto della produzione è perlopiù mestiere, magari di buon livello ma privo dei connotati del capolavoro. Tabucchi ha firmato il suo capolavoro con Sostiene Pereira, vi ha affiancato un paio di discreti romanzi, qualche altro di minor spessore e infine una vasta saggistica: alla fine, come scrittore lo identifichiamo in una sola opera, e senza fargli torto. Il bello è che Tabucchi, in certa misura, è stato il primo ad avere consapevolezza di tutto questo. Non per nulla, non è stato anzitutto uno scrittore e un creatore, bensì uno studioso e un critico (il massimo studioso di Pessoa, secondo gli stessi portoghesi); ha scritto romanzi per diletto e per passione civile, e quando ha avuto qualcosa di davvero importante da dire ha creato il capolavoro, senza pretendere nulla di più e nulla di diverso. La sua biografia, se da un lato conferma che lo scrittore troppo prolifico è spesso un mestierante ripetitivo, racconta di converso che “chiunque”, al verificarsi di determinate coincidenze, è in grado di elevare la propria voce alta e nitida sopra il chiacchiericcio intellettuale e di produrre la grande opera. Il che può suonare condanna per gli aspiranti scrittori di professione, ma anche ottimo augurio per gli autori capaci di “sentire” qual è la loro precisa missione.
Viene poi da sé che il romanzo più famoso di Tabucchi, ma in fondo anche altri un po’ meno riusciti, ben rappresenta quel che si può intendere per “narrativa attenta alla realtà sociale dell’Italia contemporanea”. Tabucchi è riuscito, in particolare, a costruire un esempio di romanzo civile e fortemente schierato pur parlando di altri luoghi e altre epoche. Sostiene Pereira, che ha per teatro il Portogallo dell’ascesa di Salazar, venne letto da tutti gli italiani, indipendentemente dalle personali opinioni, come un grido di allarme di fronte a un temuto possibile nuovo regime, nei giorni della prima vittoria elettorale del demagogo Berlusconi alleato con i razzisti del nord e i fascisti del centro-sud (i sostantivi non sono miei: rendono ovviamente la percezione che Tabucchi aveva di questi soggetti). La valenza politica del romanzo, in cui la libertà d’espressione diventava testimonianza di libertà tout-court, ha forse persino nuociuto al pieno riconoscimento del valore letterario dell’opera, inevitabilmente esaltata (anche strumentalmente) da una parte e avversata da un’altra. Resta però l’esempio, tema attorno al quale si arrovellano e talora polemizzano aspiranti nostri autori, di come si possa parlare di ieri per raccontare l’oggi: a patto, però, di saper cogliere quell’essenza tematica che permette a tutti un’immediata identificazione.
Il primo ricordo personale è invece legato alla non casuale coincidenza dell’uscita di Sostiene Pereira con una mia vicenda professionale strettamente avviluppata ai temi, per certi versi persino ai dettagli, del romanzo. Un doloroso contrasto nato sui temi della libertà di informazione e della repressione del dissenso che, nei fatti, dimostra quanto i timori di “regime” denunciati da Tabucchi non fossero affatto campati in aria, nell’Italia di quegli anni. Una vicenda che si risolse poi positivamente, dopo anni, ottenendo giustizia anche grazie all’esistenza di quell’articolo dello Statuto dei Lavoratori che è oggi al centro del dibattito politico. E, nell’intreccio di queste casuali coincidenze, mi viene naturale pensare che oggi ancora stiamo aspettando una voce civile capace, attraverso la letteratura, di lanciare un allarme sul nuovo rischio di regime, quello attuale, tanto evidente da essere persino teorizzato nelle pubbliche riflessioni del professor Monti sui “guasti” del consenso nella democrazia e nei processi decisionali.
Infine, a Sostiene Pereira (e mi scuso se forse vi ho già accennato in altra occasione) è legata una vicenda personale ben più leggera, ma altrettanto istruttiva. Mi accadde infatti parecchi anni fa di prestare il romanzo a qualcuno, per poi scoprire, senza poter più ricostruire il percorso, che il libro non mi era stato restituito. Preso dalla voglia di rileggerlo, cercai per almeno un paio d’anni Sostiene Pereira in tutte le maggiori librerie, a cominciare da quelle del suo editore, senza trovarne traccia e senza che nessuno sapesse essermi d’aiuto. Alla fine, neppure troppo tempo fa, un piccolo libraio riuscì a farsi recapitare una copia, su mia ordinazione. Non so se l’introvabilità del capolavoro di Tabucchi fosse solo un’esemplare dimostrazione delle storture e delle stupidità del grande mercato distributivo editoriale, oppure se in qualche modo quell’oblio celasse la volontà di togliere dalla circolazione un’opera ancora scomoda. È un dubbio che mi tengo, sapendo che in entrambi i casi si tratta di una circostanza istruttiva. Così come mi tengo la certezza che, da oggi, Pereira, Damasceno Monteiro e le altre creature di Tabucchi torneranno rapidamente alla luce, tirate in migliaia di copie sotto il ghigno soddisfatto degli sciacalli per i quali la morte di un uomo altro non è che “una splendida opportunità” di guadagno.

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1 Commento

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Una risposta a “Tabucchi e la narrazione di impegno civile

  1. Una riflessione amara sull’ultima considerazione. Anche a me è capitata, da lettore, una vicenda editoriale altrettanto paradosale: cercovo di ricostruire l’opera di quello che io ritengo il più grande giornalista italiano dello scorso secolo, Pippo Fava, un intellettuale ucciso dalla mafia nel 1984 per il suo coraggio e per la sua lucidità nel denunciare senza pudore i legami fra Cosa Nostra e i miliardari interessi dell’imprenditoria e della politica. Dopo approfondite ricerche scopro che nulla di ciò che lui ha scritto è stato ristampato negli ultimi vent’anni: e dire che dai suoi romanzi erano stati tratti dei film di fama mondiale (“Palermo or Wolfsburg”per esempio, tratto da “Passione di Michele”, vinse l’orso d’oro a Berlino nel 1980); le tirature delle sue opere erano nell’ordine delle decine, talvolta delle centinaia di migliaia di copie; era diventato anche un’icona della lotta antimafia, proprio nei primi anni ’90, quando la Sicilia sembrava finalmente risorgere, sembrava essersi liberata delle ataviche paure e noi ragazzi per le strade di Palermo sfilavamo tenendoci per mano e costruendo catene di chilometri, accompagnate da bianchi lenzuoli alle finestre. Ed in molti citavano Pippo Fava; in pochissimi l’avevano letto; nessuno l’aveva ristampato. Io ne feci una pesronale missione e raccolsi (ma ci misi vent’anni) tutto ciò che Fava aveva scritto, fotocopiai libri pescati in biblioteche abbandonate, scovai persino un introvabile cofanetto nei mercatini di Ortigia…ed oggi ho uno spazio speciale nella mia biblioteca per lui. Eppure non lo troverete in nessuna libreria a contendere il titolo di best seller all’ultimo successo di Moccia ed di Ibrahimovic. Ma alcuni dei suoi libri (un paio, sì, forse il direttore non ha del tutto torto) sono dei veri e propri capolavori: per Fava non si può neppure sperare che muoia perchè venga rivalutato…l’hanno già trucidato di fronte al Teatro Verga di Catania, dove era andato a prendere la sua nipotina che recitava Pirandello. Ma per chi di voi fosse interessato a leggere la sua prosa asciutta e potente, la sua ironia scanzonata e corrosiva, metto volentieri a disposizione la mia raccolta. Perchè, grazie al lobotomizzato mercato editoriale italiano, credo che ritorneremo a scambiarci clandestinamente i manoscritti che valgono, come in una biblioteca di Babele, brancolando alla ricerca di scrittori che si levino fra la folla dei compilatori automatici di romanzi d’appendice.

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