Cosa succede quando l’informazione diventa pubblicità travestita

di Cristiano Abbadessa

Ci propongono una trasmissione, su una radio locale, dedicata ai libri di Autodafé. La proposta arriva da un intermediario, che spiega di non essere riuscito a ottenere la messa in onda gratuita e che l’emittente (e i curatori del programma) chiedono una “somma irrisoria”, poche centinaia di euro, per dare spazio alle nostre pubblicazioni. Rispondiamo che un programma radiofonico come quello in questione ha ragion d’essere se ha dei contenuti da proporre, e che noi siamo pienamente a disposizione a collaborare attraverso invio di copie ai conduttori, autori pronti a farsi intervistare e quant’altro serva a confezionare la trasmissione; se invece, come pare il caso, si tratta di fare della semplice pubblicità, la cosa è diversa, andrebbe chiamata col suo nome e, infine, non ci interessa.
La storia, in estrema sintesi. è quella che ho raccontato. In più, aggiungo in forma spontanea e non ordinata alcune considerazioni e precisazioni relative alla vicenda.
La prima reazione è di fastidio per quell’aggettivo (irrisoria) che ormai si spende con facilità nel mentre si chiedono investimenti di due o trecento euro, a volte anche qualcosa in più. È una valutazione offensiva, sicuramente fuori luogo se si ragiona con un soggetto economicamente debole come una piccola casa editrice, ma eticamente insopportabile laddove si pensi a quanti con cifre simili, o poco superiori, ci devono campare un mese. Per cui, quando mi sento approcciare da persone che hanno questa disinvolta concezione del denaro, già di puro istinto giro le spalle e me ne vado.
Entrando più nel merito, debbo puntualizzare che al versamento della somma richiesta non corrispondeva, nel caso specifico, neppure il pagamento di un lavoro o di un servizio. Non eravamo, cioè nella situazione in cui l’editore “compra” l’interesse di un conduttore radiofonico, il quale poi si industria a confezionare il programma, perché in realtà i contenuti venivano richiesti direttamente a noi; dovevo essere io, o l’ufficio stampa, o la promozione, a scrivere quel che c’era da dire, e la trasmissione si sarebbe limitata alla lettura di quanto preparato dall’editore (naturalmente, fingendo che il tutto fosse farina del sacco dei conduttori). Siamo quindi nel semplice affitto di un tempo dato, con noleggio di una voce: in sostanza, acquisto di spazio pubblicitario senza alcun valore aggiunto.
Viene poi da chiedersi se una trasmissione così concepita applichi la legge della domanda e dell’offerta nella sua piena reciprocità. Ovvero: sei un piccolo editore in cerca di visibilità, ti chiedo dei soldi per offrirti uno spazio; sei un famoso scrittore che mi farebbe piacere avere nel mio programma letterario, ti pago perché tu ti scomodi a risponderci. Facendo due conti, l’ipotesi è improbabile: se ciò che entra da una parte deve poi uscire dall’altra, il rischio concreto è che non se ne ricavi nulla; a meno che non si sia bravi a valorizzare i contenuti e le presenze per vendere poi spazi pubblicitari (quelli veri, a inserzionisti espliciti), cosa che non pare nelle corde di chi ha ideato il tutto.
Più probabile, invece, che la trasmissione “letteraria” sia pensata appositamente per dare spazio a piccoli editori senza visibilità, in cambio di denaro (e senza metterci alcun lavoro, come dicevo). Siamo quindi, credo, di fronte all’ennesima declinazione del “a pagamento”: dopo l’editore che pubblica solo a spese coperte dall’autore e la libreria che si fa pagare per esporre i libri, ecco il programma radiofonico costruito apposta per sfruttare il bisogno di “esserci” di chi fatica a trovare spazio sui media (siano editori o autori, credo poco importi a chi ha avuto la pensata).
Da ultimo lascio la questione più importante. Chi non è sprovveduto sa benissimo che un inserzionista pubblicitario, specie se di peso, condiziona anche le scelte informative del giornale, della radio o della tv su cui acquista e paga spazi; sappiamo talmente bene che chi fa pubblicità gode di un trattamento di riguardo, da essere in qualche modo in grado di fare la tara ai contenuti informativi: se ci accorgiamo che un dato soggetto economico fa molta pubblicità su quella testata, siamo in certa misura implicitamente avvertiti del fatto che le informazioni che lo riguardano vanno prese con molta cautela. Quando però è lo stesso spazio informativo a trasformarsi in spazio pubblicitario mascherato, la situazione cambia: perché il lettore o l’ascoltatore non hanno strumenti per dubitare, e sono indotti a pensare che quanto un giornalista scrive o un conduttore dice siano libere opinioni, non spot preconfezionati o comunque prepagati (anche qualora, in caso diverso dal nostro, fosse il giornalista o conduttore a realizzare quello che in gergo si chiamava elegantemente pompino).
Il problema mi pare serio. Il ruolo dell’informazione, e della critica, è di occuparsi di ciò che ritiene meritevole per importanza: magari anche in forma non benevola e fino alla stroncatura, ma obbedendo in ogni caso a un criterio che si fonda sulla libertà di scelta e di giudizio. Se ciò di cui si parla (e solo bene, a questo punto) è invece il semplice prodotto di un banale acquisto di spazio pubblicitario, è opportuno che la cosa venga esplicitata. Altrimenti siamo nel campo della truffa e, alla lunga, in un autolesionista circolo vizioso destinato a togliere credibilità ai mezzi di informazione.

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