L’attentato di Brindisi e il realismo della narrazione

di Cristiano Abbadessa

Sono giornate brutte, e per chi sta a Milano (e non solo a Milano, a quanto vedo), basta dare un’occhiata al cielo per condividere l’affermazione. In realtà sono anche giornate difficili, almeno soggettivamente, in cui vicende personali e professionali portano gli interrogativi sul futuro a farsi incomodi e pressanti, il tutto in quel quadro di incertezza economica che ben conosciamo. In più, sono anche giornate tragiche, con un fine settimana segnato dai lutti dell’attentato alla scuola di Brindisi e del terremoto in Emilia. Tutti eventi, a parte il maltempo, che si presterebbero a considerazioni da condividere, in qualche modo istruttive o comunque capaci di far riflettere. Ma per oggi, più che al ragionamento, preferisco affidarmi alle sensazioni.
Tra i fatti di questi giorni, quello che personalmente mi ha più colpito è stato l’attentato alla scuola Morvillo di Brindisi; che, in apparenza, è il più lontano dalla mia realtà quotidiana. E non mi ha colpito per i suoi possibili significati politici (nonostante si porti appresso un carico di simbolismi forti, certamente voluti e non casuali), ma perché, nel leggere o ascoltare i frammenti di notizie e resoconti, mi è sembrato di essere dentro le vite di chi da quel tragico fatto è stato direttamente colpito.
Ho letto di recente diversi articoli dedicati al fenomeno dell’immedesimazione del lettore con gli eventi che accadono al protagonista di una narrazione letteraria. Non è questo, a rigore, il caso: eppure, se nulla della mia storia personale mi accomuna alle vittime dell’attentato brindisino, è pur vero che molto mi sembra di conoscere delle loro vite e della loro quotidiana esistenza.
Tale empatia mi deriva dalla lettura, e poi dal lavoro svolto con l’autore, del romanzo Il mare di spalle, di Antonio Sofia. Tante, persino troppe, sono le coincidenze, anche se il finale prende altre strade e se le motivazioni episodiche sono forse diverse. Però, quei luoghi, quella terra, quelle vite adolescenti, quelle ragazze a scuola, persino la coincidenza di un nome che ritorna e accomuna una protagonista del romanzo e una ragazza ora ferita gravemente… È come se il prima, il vissuto di quelle ragazze, delle loro famiglie e del contesto sociale mi fossero noti, già svelati e narrati con partecipazione da chi aveva conosciuto e descritto.
È, fra l’altro, una sorta di cortocircuito tra cronaca e letteratura, con un movimento di andata e ritorno per tornare al punto di partenza del reale. Perché il romanzo di Antonio Sofia prende spunto da un fatto di cronaca di più di dieci anni fa, per certi versi analogo a questo, sebbene esplicatosi in modalità tali da farne una vicenda assai meno mediatica e d’impatto. E da quello spunto l’autore ha ricostruito, in libera e totale finzione narrativa, le vite di un gruppo di adolescenti e preadolescenti, di giovani e famiglie, in una città che non è Brindisi ma che pure le assomiglia. Oggi, quel che l’autore ha immaginato e raccontato nel dettaglio della finzione narrativa riaffiora di nuovo negli squarci dei reportage cronistici, che tratteggiano similitudini impressionanti.
Prima di ogni altra considerazione e prima di capire il significato di quell’atto omicida, è questo che mi ha colpito e coinvolto. Poi, certo, la riflessione potrebbe estendersi, e forse si è già estesa, a come la  politica e i media, il potere, tendono a raccontarci questa storia e a darne delle spiegazioni, secondo quelle modalità che ben conosciamo e che, a seconda dell’utilità del momento, oscillano dalla rassicurazione omertosa alla drammatizzazione che genera paura. Anche di queste raffigurazioni, peraltro, ritrovo traccia in alcuni dei nostri romanzi, che magari parlano di casi nient’affatto simili a questo ma ci ripropongono quelle modalità di comunicazione, o di copertura, che oggi vediamo messe in pratica.
Questa, però, è già un’altra storia, che pure ha a che fare con la letteratura, ma che riguarda la comprensione e la riflessione, la possibilità di capire chi, ma soprattutto come e perché.
Questioni importanti, su cui merita di tornare con più calma e partendo da altri presupposti. Lasciando, all’oggi, il senso del dolore e della partecipazione emotiva.

Annunci

2 commenti

Archiviato in ambientazione, cultura, scrittori

2 risposte a “L’attentato di Brindisi e il realismo della narrazione

  1. Fabio Giallombardo

    Io oggi in classe non ho fatto regolare lezione, non ho interrogato su Lucrezio e Boiardo, ho deciso di fermarmi. Ho raccontato ai miei ragazzi dell’anno 1993, quando io avevo l’età loro; ho raccontato degli attentati che tutti definivano “anomali”, non attribuibili a “Cosa nostra” e che vent’anni dopo sono chiaramente ascrivibili alla trattativa stato/mafia; ho spiegato chi era Giovanni Falcone e chi Francesca Morvillo; non ho preteso di indurre meccanici parallelismi, ho lasciato che i miei ragazzi esercitassero autonomamente quel senso critico che ho sempre richiesto loro quando leggiamo i classici e colleghiamo frammenti lontani di opere letteraria e loro talvolta presentano accostamenti sorprendenti, insospettabili. Poi sono tornato a casa ed ho visto con disgusto come i media abbiano una stramaledetta fretta di ascrivere l’episodio in una dinamica appiattita sulle turbe di un pazzo, di un mitomane isolato, in guerra col mondo. Ed io in cuor mio mi auguro che abbiano ragione loro, ma mi scoraggia la superficialità con cui affermano che “non può trattarsi di un mafioso, perché aveva le scarpe da tennis”. perché in effetti un mafioso deve avere la coppola in testa, la lupara in spalla e la cadenza strascicata da pizza connection. Viceversa possiamo stare tranquilli, si tratta solo un pazzo mitomane.

  2. A.

    Arrivo in colpevole ritardo, ma arrivo. Direttore, tralascio le considerazioni di rito, significative ma spesso troppo copiaincollabili, sulla solidarietà a chi sta patendo un dramma senza ritorno nel proprio cuore. E vengo più precisamente ad analizzare la mia elaborazione di quanto accaduto: non so quanto sia nelle mie facoltà intendere la realtà e la profonda connessione che intercorre tra simboli e volontà che si rappresentano, tuttavia sabato ero sconcertato dall’afasia dei media rispetto a quanto accaduto. Ho passato la giornata immerso negli articoli dei giornalisti: mafia, sacra corona unita, cupola nera (!!!), arabi, insurrezionalisti, anarchici… E i cortei, e Libera con Don Ciotti, e Vendola con Emiliano e il dirigente scolastico che non era il dirigente su Repubblica e via dicendo. Persino l’instant book sul sito del MIUR scomparso prima di esser pubblicato. Eppure mancava qualcosa di fondamentale e mancava così tanto da risultare molto difficile che l’assenza fosse frutto di una casuale e caotica comunicazione: mancava la storia. Ha presente quando uno scrittore alle prime armi, un talentuoso dico, non riesce a raccontare pur possedendo tutte le risorse formali per farlo? Ci sono stati artisti in passato che hanno ripudiato la “storia” come sanzione di una netta discontinuità col passato. Bene sabato la storia sembrava bandita e in scena è andato uno spettacolo scomposto e avventato, un po’ come in una brutta lirica marinettiana. Ascoltavo, leggevo e dinanzi agli occhi le connessioni, i luoghi e gli interpreti reali del dramma sembravano soffocare all’interno di un quadro di contesto rumoroso, artificioso. Vede, sono cosciente dei miei limiti nell’interpretare e ancor più nel rielaborare quello che vedo e che sento. Ma l’assenza della storia, della narrazione l’ho percepita talmente grave da assurgere quasi a una scomparsa nella scomparsa, come se quel pezzo di terra violato dall’esplosione fosse stato cancellato, come se vivessimo in una pellicola e quella parte del film risultasse semplicemente dissolta nel bianco. Invece una storia c’è. Quello che è accaduto è uno dei momenti di una storia che è il risultato delle storie che in quel punto hanno condiviso un nodo cruciale: la scuola, l’omicida, le vittime, la città di Brindisi. Quell’esplosione non è primariamente conseguenza di un significato simbolico. L’esplosione e la morte sono prima di tutto punti imposti alle vicende umane che hanno animato una sì orripilante crisi. E, scusi se mi dilungo, l’assenza della storia tuonava sabato scorso in maniera terribile, perchè nella storia c’è la verità e rinunciarvi, preferendo o addirittura alimentando una reazione emotiva secondo riassunti più o meno virtuosi del dato, trovo sia stato un atto grave e irresponsabile. Preciso. Non sono in discussione i racconti dei testimoni, del medico o del dirigente che non era il dirigente: quelli riempivano qua e là i palinsesti e a lungo proseguiranno a dilatarsi e contrarsi alla bisogna. Ho avuto la netta impressione che l’ansia di procedere a una ricostruzione di quanto accaduto fosse rimossa. Perché probabilmente la lezione nel nostro Paese è stata imparata troppo bene e quest’ansia è pruriginosa, faticosa, oltremodo esposta al rischio di non estinguersi per una vita o una morte intera. La narrazione deve prodursi secondo altri canali, per approdare a ben altri porti. Eventualmente arrivando a dissolversi nel più silenzioso urlo di piazza mai ascoltato.
    (Nota conclusiva. Le storie però lentamente, a fondo pagina, stanno emergendo. E le mezze verità di cui al Sud ci si vergogna più che in qualsiasi altrove stanno assumendo il contorno di una messa in scena d’avanguardia, la cui opera ingegnosa e rivelatrice è condannata a scorrere alle periferie del Regno finanche compiaciuta).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...