Gli operatori culturali, il lavoro e la Costituzione

di Cristiano Abbadessa

Durante il festival abbiamo incontrato e ascoltato scrittori, musicisti, pittori e artisti di varia specie. Quasi tutti (le eccezioni si contano davvero sulle dita di una mano) esercitano la loro arte in forma “dilettantista” (non dilettantesca), ovvero per pura passione e senza alcun significativo ritorno economico; per vivere fanno altro, e alla produzione artistica e culturale dedicano il tempo possibile, sacrificando altre libertà e, talvolta, altri doveri.
Abbiamo incontrato anche colleghi editori, gestori di locali e spazi culturali, librai, operatori della comunicazione. Per quanto possa apparire strano, anche la stragrande maggioranza di costoro fa per vivere un altro lavoro e dedica il tempo “libero” alla promozione della cultura.
I più fortunati, sia tra gli artisti e gli scrittori, sia tra coloro che in qualche modo portano avanti una piccola impresa del settore cuturale, campano facendo lavori che hanno una qualche attinenza con le loro capacità, offrendo servizi o addirittura impiegandosi in società più grandi che in qualche modo di parola, comunicazione o promozione si occupano. I più versatili, o meno fortunati, la sfangano (talora benissimo) facendo lavori che con la letteratura o l’arte non hanno nulla a che vedere, e che ne sono in alcuni casi distantissimi.

Mi viene in mente che un articolo della Costituzione, il 4, dice qualcosa al riguardo, e integralmente lo riporto.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Dunque, il lavoro è un diritto e un dovere, ma è all’ambito del dovere che attiene la facoltà di scelta del cittadino, che è personale e libera, purché concorra al progresso materiale o spirituale della società. Non si fa, in questa sede, menzione di limiti esterni alla scelta personale posti in ragione della redditività economica, giacché spetta alla Repubblica, ci dice l’articolo 4, promuovere le condizioni che rendano effettivo il diritto a un lavoro secondo inclinazione.
Credo che le opere e le performance di tanti che ho visto esibirsi durante questo festival concorrano nobilmente al progresso spirituale della società, e che potrebbero farlo in maniera tanto più significativa se gli scrittori e gli artisti potessero svolgere queste loro attività a tempo pieno. Se, insomma, venissero promosse quelle condizioni per cui chi dimostra attitudine e capacità ha il diritto/dovere di fare di queste attività un lavoro.
Ora, immagino che molti dei nostri amici scrittori, artisti, editori, librai e quant’altro siano persone serie, dotate di buone qualità anche in altri campi, e che svolgano con applicazione ed efficienza quei lavori che, remunerati, danno loro da vivere. So però per certo, conoscendo bene alcuni casi, che non sempre questi lavori concorrono al progresso materiale (sullo spirituale sorvolo) della società, quanto piuttosto al benessere e alla ricchezza del datore di lavoro.
Siamo, insomma, sempre a girare intorno alla solita questione. Perché, Costituzione alla mano, l’unica discriminante per stabilire chi di arte e letteratura ha il diritto di vivere e chi no dovrebbe essere solo l’effettiva possibilità (capacità) di contribuire attraverso l’opera al progresso della società. E sappiamo che oggi a dare la patente di artista professionista è il mercato, con gli esiti che ben conosciamo. Parafrasando una celebre battuta di Clemenceau sulla guerra, mi viene da dire che il mercato è una cosa troppo seria per lasciarlo in mano ai capitalisti e ai pubblicitari, e che qualche strumento di riequilibrio, nello spirito della Costituzione, dovrebbe essere messo in atto per dare a tutti uguali opportunità e premiare il merito (e non la potenza di fuoco dell’investimento).
Sarà perché di questi tempi sono alle prese con altri articoli disattesi (il 47, per dire, ma anche il 25 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo), ma sempre più mi convinco che la Costituzione sia ormai una splendida dichiarazione d’intenti che quasi più nulla ha a che fare con un paese pienamente asservito ad altre logiche, fra l’altro estranee e in aperto contrasto con lo spirito della nostra Carta. Ed è un vero peccato, per il paese stesso e, nello specifico, per quegli operatori che cercano di produrre e far circolare la cultura nelle sue varie forme.

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