2 risposte a “L’ex assessore Boeri, le vetrine e le periferie

  1. Attendevo il tuo commento e già dal ghigno maligno che deve essere apparso sul tuo volto digitando il titolo (che soddisfazione scrivere “ex”, vero?) c’era tutto quanto poi hai scritto. Posso condividere in parte: alcune cose non le conosco quindi non mi esprimo. Io penso che riguardo alle critiche che muovi tu il discorso da fare sia più ampio e vada oltre il ruolo di un singolo assessore di una pur importante città come Milano: cos’è oggi la cultura? Basta scorrere le striminzite pagine dei quotidiani – o peggio ancora dei domenicali – per rendersi conto che appunto il problema è più ampio. Non per difendere l’ex assessore o il suo lavoro – che pur ha degli aspetti degni di nota (uno fra tutti, e molto importante secondo me, i musei civici gratuiti tutti i giovedì dalle 17.00 fino all’orario di chiusura) – ma per amor di discussione. Oggi o si sta di qua (nelle vetrine scintillanti) oppure se non si è nella condizione di accedere ai succitati ambienti si sta necessariamente di qua. E anche con una punta di orgoglio, aggiungo io. La cultura dell’establishment non può dirsi cultura, secondo me. Vedremo le scelte di Del Corno. Passo e chiudo, un abbraccio e sempre viva Autodafé!

  2. Naturalmente della cultura milanese so quel poco che leggo nei giornali e in rete. La mia opinione, basata su quanto seguo a Roma, è che non bisogna demonizzare il cosiddetto evento, capace di attirare tanta gente, purché non gravi sulla collettività e anzi produca qualche vantaggio.
    Ricordo, quale esempio, che provai meraviglia per l’affollamento del festival della matematica, alcuni anni or sono. Si pagava un biglietto e il pubblico non si addensava soltanto a causa di Nash, famoso per via del film (la fila era lunga centinaia di metri), ma riempiva tutta la grande sala in cui si discettava di logica simbolica, sia pure a livello divulgativo, un argomento non proprio generalista.
    Ora, ammesso che queste resse culturali si chiudano in attivo, le amministrazioni dovrebbero investirne gli utili in attività meno spettacolari, ma di effettiva rilevanza qualitativa, socialmente significative, vantaggiose per gli operatori indipendenti e via elencando.
    Sarebbero d’obbligo consuntivi economici davvero trasparenti, aggettivo ora tanto popolare. Finora non me ne risultano.

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