Cari politici, se aveste letto le opere di Autodafé, i forconi non sarebbero una sorpresa

di Cristiano Abbadessa

forconiNon ho capito molto delle proteste di piazza di questi giorni, dei forconi, dei movimenti spontanei e di quanti si sono accodati. Vittima dei miei schematismi, fatico a inquadrarli; e, soprattutto, fatico a cogliere se, oltre alla protesta, esiste un collante di rivendicazioni comuni e compatibili.
Non ne ho capito molto, ma posso dire con serenità che una sollevazione di queso tipo me l’aspettavo. Anzi, mi domandavo come mai non fosse ancora avvenuta. E, per quanto confusi negli intenti, i moti di piazza mi paiono chiarissimi nell’essenza, attesi e inevitabili.
Non possiedo la sfera di cristallo, e non sono un politologo o un sociologo. Però mi so guardare intorno e, soprattutto, per mestiere ho letto, negli ultimi anni, quel che i nostri autori (o gli aspiranti autori) hanno scritto della realtà sociale dell’Italia contemporanea.
Per questo mi fanno sorridere, e infuriare, i politici attoniti e spiazzati che cercano di esorcizzare (e quindi, prima ancora, di demonizzare) un fenomeno che li ha colti alla sprovvista, di cui nulla mostrano di capire e del quale non sembrano riuscire a farsi ragione, se non ricorrendo alla dietrologia di comodo o alla facile ironia giocata intorno alle contraddizioni più appariscenti (tipo il leader dei rivoltosi che gira in Jaguar).
Ora, è chiaro a tutti, e a me per primo, che in un movimento così spontaneo e articolato possono annidarsi eterodirezioni e strumentalizzazioni, che opportunisti e mestatori possono cavalcare o perlomeno affiancare la protesta con fini precisi, che magari si discostano dalle vaghe intenzioni di chi scende in strada e monta i blocchi. Ma, per una volta, non mi interrogherei sui pochi che stanno dietro e che hanno una strategia; credo invece che sarebbe meglio concentrarsi sulla massa, su chi esprime la rabbia e dà spessore alla sollevazione, mosso da vive ragioni personali e non dall’obbedienza ai presunti disegni di qualcuno che forse spera di tirare i fili.
La verità è che quel che vediamo oggi nelle piazze è il perfetto ritratto dell’Italia che si è andato componendo negli ultimi anni. Un’orda di cittadini sfiduciati e delusi, privi di prospettive, abbattuti e depressi, ma anche in grado di covare un risentimento troppo a lungo represso e pronto a esplodere, senza più un referente istituzionale (Grillo incluso) capace di offrire una reale prospettiva di cambiamento. Una massa acritica, ma incazzatissima, che ha in sommo spregio tutta la classe politica e le sue appendici, i potenti a vario titolo e persino quei “garantiti” che hanno la sola colpa di riuscire ancora a esercitare quei pochi diritti che alla maggioranza sono negati ogni giorno.
Questa è l’Italia che i romanzi, i racconti e le raccolte che abbiamo pubblicato in tre anni ci avevano descritto con chiarezza impietosa. Tutti i sentimenti e le frustrazioni che oggi esplodono, li ritroviamo in forma letteraria nei nostri titoli. Penso, ovvio, soprattutto, alle uscite mensili del Narrativo Presente, dove, e lo avevo già segnalato, ogni tema lanciato è stato interpretato dalla maggior parte degli autori (pubblicati e non: controllate gli archivi sull’Agora) in chiave univoca, pessimista e arrabbiata nel contempo. Ma penso anche a quanto ritroviamo nei romanzi di Autodafé: da uno degli ultimi usciti, Trauma di Stato, con la disperante visione di una Milano sotto ogni soglia di civiltà, fino, per risalire agli inizi, alla amara rassegnazione del laureato-precario delle Nausee di Darwin, in cui l’ironia della narrazione non cela, ma accentua, la condizione del protagonista. E via via con tutti gli altri romanzi e le raccolte di racconti; anche laddove i temi appaiono più sfumati, il senso di tracollo etico, la mancanza di speranza, la rabbia pronta a sfogarsi, l’assenza di fiducia nella politica traspaiono con impietoso nitore.
So per certo che, personalmente, molti dei nostri autori non provano alcuna simpatia per i movimenti di questi giorni. So bene che, per loro cultura e formazione, preferirebbero affrontare i gravi problemi del paese attraverso un’analisi ponderata delle cause, facendo leva sul raziocinio e sulla proposta costruttiva anziché sulla reazione istintiva e distruttiva. Però, con la loro capacità di guardarsi intorno e narrare la società contemporanea, questi stessi autori ci hanno restituito, con disarmante precisione, il ritratto di questa Italia qua, cioè quella che vediamo oggi nelle piazze e per le strade. E, leggendo le loro produzioni letterarie, veniva semmai da chiedersi quanto avremmo dovuto attendere per vedere una manifestazione e uno sfogo di questo tipo. Non se, ma quando: perché era inevitabile che accadesse.
I politici, si dice, vivono in una condizione privilegiata, sotto una campana di vetro, senza più contatto con il paese reale. Vero. Ma se almeno avessero letto qualcuno dei nostri romanzi o dei nostri racconti, anziché rifarsi all’eterno ciclo comunicativo autoreferenziale con cui a vicenda si alimentano, anche senza uscire dalle loro stanze si sarebbero fatti un’idea dei sentimenti del popolo sovrano. E, oggi, eviterebbero quantomeno di essere preda di un’imbarazzante afasia.

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2 commenti

Archiviato in ambientazione, etica, governo, NarrativoPresente, scrittori

2 risposte a “Cari politici, se aveste letto le opere di Autodafé, i forconi non sarebbero una sorpresa

  1. Grazie, bellissimo articolo. In questi giorni agitati non so più cosa pensare e ogni opinione, tra l’altro così bene espressa, mi è di aiuto nel tentare di capire, ragionare, riflettere.

  2. “DOV’ERANO GLI ADULTI?!”

    Bra è una ridente cittadina di circa 30mila abitanti, nella quale convivono diverse etnie, soprattutto albanesi, marocchini, cinesi, e poi quelli da cui ci si deve sempre guardare: i piemontesi.

    Non so, come in ogni città ci sono il ricco, il medio e il povero, salvo poi scoprire che l’anno scorso un povero di quelli veri è morto dal freddo in un magazzino dismesso nell’indifferenza generale.

    Salvo poi vedere che il nostro sindaco rifiuta molti aiuti agli indigenti ma fa fiorire rotonde in ogni dove.

    Che dire? Saremo stati 700, e va bene, non ci si poteva aspettare la manifestazione di Torino.

    L’età media sarà stata 16-17 anni.

    Dov’erano gli adulti?

    Dov’erano i professori, i genitori, i pensionati, i commercianti, i lavoratori, i disoccupati?

    Perchè non c’erano i ventenni, i diplomandi?

    Sì, ok, una parte di quei ragazzi sarà stata lì per tagliare un giorno di scuola, ma sono stati davvero più ipocriti del commerciante che ha chiuso mezza giornata ben sapendo che il pomeriggio avrebbe chiuso ugualmente?

    O di quello che chiudeva perchè incitato dai manifestanti, per poi riaprire appena passato il corteo?

    Per far sgombrare la strada stavano caricando, con la forza, un ragazzo sulla volante, e non potevo non intervenire, anche perchè era un amico di mio figlio.

    Hanno cambiato registro solo dopo che ho chiesto perchè lo stavano portando via! Solo quando ho proposto che prendessero i documenti di tutti!

    Un vegano secco secco di 19 anni con gli occhiali come Harry Potter, mentre i bastardi sono in giro a delinquere liberamente!

    C’era un infiltrato della questura che li stava terrorizzando a gruppi di tre dicendo loro, per SEI ore consecutive, cosa sarebbe successo se non si fossero dispersi! E sosteneva di essere un manifestante di Torino venuto in aiuto!

    Dov’erano le loro madri, i loro padri? Nessuno a difenderli, nessuno a tutelarli, nessuno a consigliarli.

    C’erano ragazzi che ci credevano, e c’erano persone che li deridevano, e li insultavano.

    Erano così belli, invece, con la loro capacità di sognare ancora!

    Quelli chiudevano non per protestare contro il sistema, ma per timore di atti vandalici, non si sono neanche posti il problema di capire, di ascoltare.

    Perchè anche se molti di quei ragazzi non sapevano esattamente quali siano le ragioni della protesta, e non le sapevano spiegare, altrettanti avevano un sacco di cose da dire, di informazioni da dare, di progetti da esporre…

    Insieme ai cori “Letta, Letta, Vaffanculo!” c’erano anche frasi come “il futuro non aspetta, protestate con noi” o “ha voglia di passare cinque minuti ad ascoltarci?”

    Insomma, quei ragazzi sono i figli di quelli che negli ultimi vent’anni, o forse trenta hanno ignorato lo sfascio graduale del sistema e si sono sfondati di Mediaset e Milan, i nipoti di quelli che sono in pensione da mille anni e ne vivranno altri mille!

    Quei ragazzi, che per una volta han provato a “FARE” qualcosa, sono i figli di quelli che hanno usato la tv come educatore, quelli che non hanno mai avuto nulla da dire loro!

    Quei ragazzi, ieri, e sono rimasta con loro fino alle 17, stavano cercando disperatamente una guida, un orecchio, una spalla.

    Quei ragazzi non erano lì per protestare!

    Erano lì per farsi prendere per mano!

    Stavano cercando un cazzo di adulto, uno che dicesse loro cosa fare e come farlo, almeno per una volta.

    Non fosse che questo smarrimento mi ricorda quello del preludio al ventennio fascista, sarebbe un ricordo meraviglioso.

    Io sono fiera di esser stata lì accanto a loro a rendermi ridicola, se era il caso, e trovo che siano stati davvero coraggiosi.

    Ed erano bellissimi.

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