Archivi categoria: abbonamento

La comunicazione invasiva e il marketing a martello

di Cristiano Abbadessa

Ogni tanto qualcuno ci scrive lamentando l’assenza, sul nostro sito, di un recapito telefonico per contattare la segreteria, la redazione o la direzione editoriale. Ovviamente non si tratta di una banale dimenticanza, ma di una scelta voluta.
Ci sono diversi motivi di carattere pratico e organizzativo a giustificare la nostra richiesta che il contatto avvenga esclusivamente via e-mail, a partire dal fatto che se in una mail si fa riferimento a un contatto precedente chiunque può recuperare nell’archivio l’intera sequenza storica del rapporto intercorso, mentre di quel che ci si è detti in una telefonata resta traccia solo nella memoria dei due interlocutori; per ragioni analoghe, in molti casi è fondamentale che resti un documento scritto della comunciazione, a evitare controversie o interpretazioni discordanti. Tuttavia, la motivazione principale della nostra scelta sta nell’eccessiva invadenza del mezzo telefonico e nelle ripercussioni che questo avrebbe sul nostro lavoro.
Ho fatto una rapida stima dei contatti quotidiani, immaginando anche quale potrebbe essere l’uso del recapito telefonico da parte di quegli autori che non hanno condiviso le nostre valutazioni, o che hanno invece superato il primo step e ci hanno inviato il manoscritto in lettura (e attendono impazienti un responso), o che hanno pubblicato con noi (o stanno per farlo). Anche facendo una previsione al ribasso, saremmo raggiunti da un numero di telefonate sufficiente a impedire, o danneggiare gravemente, il ritmo del lavoro e la concentrazione; soprattutto considerando che un lavoro redazionale, o di valutazione, richiede molta attenzione e molta cura, e non è facile riprendere il filo dopo un’interruzione. L’unica soluzione sarebbe disporre di una persona che dedichi gran parte del suo tempo a fare il lavoro di segreteria e di filtro; ma non abbiamo questa disponibilità, e in ogni caso una barriera che rimbalza i tentativi di comunicazione non sarebbe quanto auspicato da chi ci chiede il libero accesso telefonico.
Certo, nella scelta pesa il mio personale e atavico difficile rapporto con il telefono, mezzo di comunicazione mai amato, più freddo della presenza e meno fedele della scrittura. Ma, soprattutto, mezzo invasivo, prepotente, che pretende reperibilità e disponibilità senza alcun rispetto per i tempi e gli impegni di chi viene chiamato. Non è un caso che consideri l’e-mail la migliore invenzione tra quelle partorite in ambito telematico e comunicativo: sono stato fra i primi ad averla, mentre ben più tardi mi sono rassegnato ad acquistare un telefono cellulare (peraltro, lo tengo sempre spento e lo uso solo per comunicazioni più o meno concordate). L’e-mail (come skype, che va benissimo anch’esso) è rispettosa, dà modo all’interpellato di rispondere quando ne ha voglia e tempo, e proprio per questo non ammette il tono seccato o infastidito; certo, è buona educazione rispondere, ma coi propri tempi e modi. Ha grandi potenzialità di comunicazione, ma è ideale per chi non ama sentirsi “sempre connesso”, sempre disponibile per tutti e in qualunque momento. Perché la comunicazione è bellissima, ma è tanto più efficace quando avviene tra soggetti che liberamente scelgono di praticarla, senza dover rispondere a sollecitanti costrizioni.
Ora, potete immaginare una persona che ha queste inclinazioni quale tipo di reazione possa avere nei confronti dei piazzisti telefonici. E potete immaginare quanto la reazione possa inasprirsi tanto più il venditore è insistente e molesto. Al punto che, anche nei confronti dei fornitori di servizi o beni che effettivamente acquisto, finisco per mantenere i rapporti con coloro che limitano il contatto a sporadiche circostanze e toni rispettosi, mentre finisco per cancellare dall’orizzonte quelli che mi tampinano con pervicace frequenza. Quindi, coerentemente, ho volentieri sospeso per una decina di giorni i miei appelli relativi all’abbonamento, quando mi è stata più o meno fatta balenare l’immagine dell’importuno e insicuro fidanzatino del “mi ami? ma quanto mi ami?”. Ciò non toglie che tra una decina di giorni tireremo le somme, e a questo punto mi pareva perlomeno doveroso ricordarvelo, senza altro aggiungere. O forse sì, perché se io sono fatto in un certo modo, può essere che molti siano fatti in maniera del tutto diversa; e non posso fare a meno di notare che quando ho scrollato le coscienze con accorati appelli qualche adesione è arrivata, mentre l’indifferenza domina quando lascio rispettosamente spazio alla maturazione di una scelta ponderata e non forzata.
A proposito di somme da tirare e di abbonamento: qualcuno ha provato a chiedere, o a capire, quale sia la soglia minima fissata per far partire la campagna. Non risponderò a questa domanda: mi limiterò a dire che il numero non fa ovviamente riferimento a stime o percentuali basate sull’universo dei lettori italiani, ma che è una proiezione realistica del piccolo pianeta formato da quanti hanno lavorato con noi, ci hanno espresso pubblica stima e incoraggiamento, hanno seguito e apprezzato il nostro lavoro; e aggiungerò che si tratta di una soglia minima cui corrisponderebbe un incasso ragionevole, che darebbe un senso all’iniziativa anche dal punto di vista gestionale.
Numeri non ne faccio, pubblicamente. Anche perché quando li ho fatti, gli interlocutori si sono equamente divisi tra coloro che hanno trovato la soglia esageratamente alta, irraggiungibile e totalmente utopistica, e quanti l’hanno considerata davvero minima, irrilevante, poco oltre la cerchia amicale e non significativa di un nuovo modello di commercializzazione. Io posso solo ribadire che il raggiungimento di quella soglia, per noi, sarebbe un punto di partenza ottimale; certo, non l’obiettivo definitivo, ma sicuramente una base su cui costruire con qualche certezza in più.
Ma numeri non ne faccio. Perché vorrei proprio evitare che qualcuno sia indotto a dire “la mia prenotazione è inutile, tanto non ce la faranno mai” oppure “la mia prenotazione è superflua, tanto raggiungeranno con facilità la soglia per partire, poi mi aggregherò”. Chi sta pensando se aderire, sappia senza equivoci che la sua prenotazione è assolutamente vitale. Poi, ciascuno si regola come crede.

2 commenti

Archiviato in abbonamento, comunicazione

La nicchia di mercato e il nuovo editore

di Cristiano Abbadessa

Venerdì sera mi trovavo in centro a Milano, per una riunione serale che nulla aveva a che vedere col lavoro editoriale ma che riguardava la mia passione calcistica. Queste riunioni hanno una cadenza mensile e, di solito, prima di andarci mi fermo a mangiare un panino in un locale in piazza Santo Stefano. Si tratta di una delle più antiche paninoteche cittadine, ormai: un vero residuato degli anni Ottanta, nello stile e nelle proposte; ma onestissimo nei prezzi, plausibile nella scelta della materia prima e gradevolmente frequentato.
Consumata la frugale e calorica cena, vado alla cassa a pagare (anche questo mi piace: se non c’è troppo caos, si può pagare alla fine, così da mettere direttamente nel conto un caffè o un digestivo, se te ne viene voglia). Davanti alla cassa c’è uno di quegli antichi microbazar in plastica trasparente, sorta di acquari in cui navigano coloratissime confezioni di cicche, caramelle e altre minuzie da asporto; l’insieme, però, è curiosamente sovrastato da due libri, verticalmente disposti con le loro copertine in bella mostra. La presenza dei libri, nel contesto, è già di per sé curiosa, ma quel che mi colpisce è che una delle due opere è un romanzo a suo tempo propostoci dall’autore: una curiosa storia border line sulla quale avevamo un po’ riflettuto prima di avanzare una proposta editoriale, con il risultato che l’autore si era nel frattempo accordato con altra casa editrice. Chiedo alla proprietaria come mai espongano dei libri, e quel libro in particolare, e mi dice che l’autore è un frequentatore abituale della paninoteca. Conversiamo un po’, le rendo conto dei motivi della mia curiosità, rispondo a qualche domanda sul mestiere dell’editore, mi diverto per una serie di coincidenze e infine saluto e vado alla mia riunione.
L’episodio mi riporta, non certo per la prima volta, a riflettere sul nostro ruolo di talent scout in ambito letterario. Nel caso particolare, ovviamente, questo autore, una volta contattato, mi aveva già informato dell’accordo raggiunto con altro editore; e, in generale, devo dire che non si è trattato dell’unico caso in cui un’opera ci è stata “soffiata”, così come in altri casi è apparso evidente che alcuni autori avevano preferito noi ma avevano ricevuto anche altre proposte concrete. Senza contare, come mi è già capitato di sottolineare, che alcuni romanzi di buon valore, ma vistosamente incompatibili per temi con il nostro progetto editoriale, hanno prevedibilmente trovato in tempi rapidi un editore interessato.
La conclusione è che, forse, i buoni scritti riescono in ogni caso a diventare libri, e non sono destinati a giacere nei cassetti in attesa di un editore particolarmente illuminato. Ed è perciò probabile che i nostri autori, in assenza di Autodafé, avrebbero comunque visto pubblicate da qualcuno le loro opere, e il panorama letterario italiano non sarebbe stato in nessun modo depauperato (in effetti, so che qualche nostro autore stava ormai per rinunciare a proporsi, ma solo per il disgusto delle troppe proposte di pubblicazione a pagamento, spesso indecenti, ricevute).
Si potrebbe ora discutere su alcune qualità degli editori che hanno (o avrebbero) pubblicato opere che ci sono piaciute, sottolineando magari che non tutti svolgono quello specifico lavoro redazionale che, insieme agli autori, ci porta spesso a pubblicare dei libri ripensati e rivisti, talora a fondo, rispetto ai manoscritti originali. Sappiamo che molti editori sono più spicci e superficiali, ma sappiamo anche che ne esistono di validi e attenti.
E torna, quindi, l’eterna domanda che ci sentiamo porre fin dalla nostra nascita: ma, nell’attuale panorama italiano, si sentiva proprio la necessità di una nuova casa editrice?
Quando abbiamo fondato Autodafé, naturalmente, la nostra risposta è stata sì. Non tanto perché ritenessimo insostituibile il nostro apporto professionale all’affollato mondo dell’editoria, quanto perché avvertivamo tutti la mancanza di una casa editrice specializzata in narrativa attenta al sociale, capace di raccontare l’Italia contemporanea attraverso il registro letterario. E, di più, avvertivamo la mancanza di opere che si ponessero in questo solco.
È chiaro che se i nostri autori avessero trovato altri piccoli editori le loro opere, che rappresentano appunto esempi di narrazione sociale, sarebbero state comunque pubblicate. Ma, come già accaduto ad altri, i loro libri sarebbero rimasti soffocati nelle spire di una proposta editoriale fatta di cataloghi che si nutrono soprattutto di fantasy e psicologismo, di riflessioni autobiografiche e di fantascienza, di storie d’amore e di scanzonata chick-lit. Con Autodafé pensavamo di dare un porto sicuro e il giusto risalto a quegli autori che sanno guardarsi intorno e raccontare l’oggi, piuttosto che ripiegarsi su se stessi o fuggire nella fantasia.
Molte volte, attraverso questo blog, ho cercato di interrogare chi ci segue per avere una conferma circa la bontà della nostra scelta. Ora, attraverso l’abbonamento, la risposta che chiediamo non è più teorica accademia letteraria ma concreta adesione. Se Autodafé ha, nel panorama editoriale, la funzione per cui è nata, serve un tangibile segno di riconoscimento. Altrimenti vorrà dire che, tutto sommato, l’editoria italiana potrà benissimo fare a meno di noi e della nostra specifica proposta.

2 commenti

Archiviato in abbonamento, linea editoriale

Un premio, un articolo e una maggiore visibilità. Ma il 15 novembre si avvicina.

di Cristiano Abbadessa

Gli eventi e i temi si addensano, fornendo continui spunti stimolanti. E, per prima cosa, è giusto partire da un paio di buone notizie che ci mettono, per così dire, agli onori della cronaca.
Cominciamo dalla soddisfazione per il primo premio toccato a un autore di Autodafé. Per chi non l’avesse già vista su fb, la notizia è che per la xxiii edizione del Premio delle Arti – Premio della Cultura il riconoscimento per la sezione narrativa è andato a Pervinca Paccini con i suoi Vuoti a perdere. Un premio che ci rende felici anche perché strameritato: un tangibile riconoscimento al valore di un’opera che qualche tempo fa, proprio per l’incomprensibile scarto tra l’evidente qualità letteraria e l’andamento modesto delle vendite, mi aveva indotto a chiedere ai lettori quale tipo di prevenuta antipatia nutrissero per le raccolte di racconti. Ed è sperabile che al riconoscimento critico segua quantomeno la curiosità dei lettori.
A breve giro, al premio è seguito l’articolo che Il Giornale ci ha dedicato nelle sue pagine culturali, anch’esso già abbondantemente rilanciato sul web. Al netto di alcuni svarioni, soprattutto relativi alla biografia del sottoscritto – che non si chiama Carmine (avevo sempre pensato che Emilio Fede sbagliasse apposta i nomi di alcuni personaggi per dileggio, e invece dev’essere un semplice difetto dei giornalisti del gruppo) e che in editoria ha fatto mille cose ma mai il traduttore –, una buona presentazione, persino con qualche paragone forse troppo ambizioso (che fa sempre piacere, peraltro), e che soprattutto coglie lo spirito di quella proposta fortemente innovativa che abbiamo lanciato proponendo l’abbonamento-sostegno. E, anche qui, è sperabile che l’intuizione del giornalista apra la strada a una riflessione da parte di chi ci segue.
Ma non tutti i segnali, in questo senso, sono positivi. E non mi riferisco alle crude cifre delle prenotazioni finora raccolte, ma alla sensazione che non sia stata fino in fondo percepita la portata della proposta, con le sue implicazioni di opportunità e di necessità.
Mi riallaccio, per provare a spiegare, al commento postato da Paolo Gandino, che offre notevoli motivi di riflessione. È evidente che non risponderò qui alle sue domande e obiezioni, anche perché si tratta di questioni in larga parte già trattate in questo blog; immagino che Gandino sia un nuovo frequentatore di queste pagine, forse indirizzato da una ricerca che gli ha evidenziato quel malizioso titolo “AAA Autori cercasi” che in realtà voleva solo essere la parodia di certe inserzioni e del loro linguaggio. Non ritornerò quindi sui temi già affrontati, per non tediare chi ci segue fedelmente, limitandomi semmai a sottolineare che da mesi cerchiamo di raccontare il mondo dell’editoria e alcune sue regole, specie quegli aspetti meno conosciuti che troppi, per interesse o per pigrizia, non hanno ritenuto opportuno portare all’attenzione pubblica. E che, quindi, non siamo qui a dettare le regole dell’editoria che vogliamo, ma a cercare di fornire una rappresentazione veritiera dell’editoria contemporanea, che non è quella di Proust o di Flaubert. In particolare, ci anima l’intento di raccontare la fatica e le speranze di un piccolo editore che in questo mondo cerca il proprio posto, come mi fa notare Giulio Mozzi con la sua precisazione (anche se credo che buona parte della differenza tra quanto detto da me e da Giulio nasca da un semplice equivoco relativo alla definizione di tutto quel che sta, per dimensione, tra Mondadori-Einaudi e Autodafé, con le relative scelte promozionali; perché credo che, dalle rispettive prospettive, l’uno definisca “piccolo” ciò che per l’altro è “medio o medio-grande”). Per capirci, dunque, mi guardo bene dal ritenere e sostenere che questo sistema editoriale sia “il migliore dei mondi possibili”, ma so per certo che è con questo che dobbiamo fare i conti; e che, per esempio, le presentazioni non sono, per il piccolo editore e i suoi autori, la ricerca del “successo”, ma un tassello indispensabile alla pura e semplice sopravvivenza.
A proposito di conti, il primo conto da fare, e qui ho la sensazione che spesso ci si dimentichi di questo, è quello banalmente economico. So che molti storcono la bocca e arricciano il naso, ma per quanto “culturale” una casa editrice resta anzitutto un’impresa; e, come ogni impresa, deve far qudrare i conti. Troppo spesso ho la sensazione che si chieda all’editore (che deve essere puro e non certo a pagamento) di accollarsi oneri e rischi a prescindere, di aprire le porte a quanti più autori possibile, di editare tutti i libri che lo meritano da un punto di vista strettamente qualitativo. Bello e nobile, ma il fatto è che produrre libri costa e che questi costi devono essere coperti da qualcuno; poiché non siamo ricchi mecenati (e spero nessuno rimpianga il mecenatismo), l’unico modo di coprire i costi, una volta messa in moto la macchina con i primi investimenti, è attraverso gli incassi, ovvero le vendite.
In linea teorica, gli incassi di un libro dovrebbero consentire perlomeno di ripagare chi ha lavorato a realizzare il prodotto fisico, dall’autore fino al magazziniere. Questo se i lettori vanno a comprare direttamente il libro presso il magazzino della casa editrice. Se invece, come accade, la vendita avviene attraverso una filiera, bisogna che i soldi incassati siano sufficienti ancha a ripagare i lavoratori di questa filiera, che può essere più o meno corta (e più è lunga, più copie vendute servono per coprire i costi crescenti). Al momento, tanto per esser chiari, tutto questo non avviene, per quanto ci riguarda: e da qui nasce la necessità di intervenire in maniera radicale.
Mi preme ricordare che il 15 novembre, ormai prossimo, non è un punto di partenza ma di arrivo. Nessuno pensi a quella data come a quella in cui partirà la campagna di abbonamento di Autodafé; pensatela invece come la data in cui scadono i termini per prenotare l’abbonamento ad Autodafé.
Perchè la campagna, poi, partirà in base alle prenotazioni raccolte. E se le prenotazioni non raggiungeranno un obiettivo minimo che ci siamo dati, allora rinunceremo a questa forma alternativa di vendita. E se dovremo rinunciare a questa forma alternativa di vendita, be’, credo che i nostri amici più attenti e avveduti abbiano intuito quali possono essere le conseguenze.

4 commenti

Archiviato in abbonamento, piccoli editori

Libri, librai e librerie. Quando la scelta non è possibile

di Cristiano Abbadessa

Registro con attenzione il commento di Fabio Giallombardo, pubblicato su questo blog al momento di sottoscrivere la prenotazione per l’abbonamento (prenotazione indispensabile, lo ricordo: sulla base delle adesioni raccolte decideremo come modulare e gestire nel dettaglio l’operazione). Lo leggo con calma e cura perché, in poche righe, condensa diversi temi interessanti.
Mi soffermo sulla frase che introduce il concetto posto a chiusura: «Naturalmente spero che questa nuova e lodevole iniziativa di vendita online non sostituisca in nessun modo la vendita al dettaglio presso le librerie». Su questo, in prima battuta, posso tranquillizzarlo: la campagna di abbonamento e sostegno, proprio per come è stata pensata e proposta, non può andare a sostituire la vendita dei nostri titoli anche attraverso il canale tradizionale delle librerie. A riprova, come avrete forse notato (o saputo tramite facebook o newsletter), siamo finalmente riusciti, dopo estenuanti solleciti e faticose verifiche, a pubblicare sul nostro sito un primo elenco di librerie che hanno a disposizione le nostre opere o che possono ordinarle, ricevendole in tempi brevi, in quanto in stretto e costante contatto coi nostri distributori o direttamente con noi (ovviamente, scusate la pedante precisazione, non è che al momento tutte queste librerie abbiano tutti i nostri titoli sugli scaffali: però ci conoscono e possono evadere celermente qualunque ordine).
La proposta di abbonamento e sostegno, per sua natura, non può considerarsi rivolta all’intero e indistinto universo dei potenziali lettori. È chiaro, come sempre Fabio ha fatto notare, che per aderire bisogna essere convinti della bontà del progetto editoriale nel suo insieme e avere una certa consapevolezza circa il significato del gesto. Abbiamo immaginato di trovare un riscontro positivo in chi ci segue da tempo, in chi ha apprezzato l’insieme della nostra produzione, in chi ha validi motivi per sostenere il progetto di un piccolo editore specializzato in narrativa di qualità e con un taglio sociale. Accanto agli abbonati, è naturale, resteranno i molti lettori occasionali, quelli che in un anno acquisteranno un nostro titolo o forse due, ma ai quali non è pensabile chiedere di più.
Questo, peraltro, non vuol dire che non sussistano forti perplessità sulla politica commerciale delle librerie, come più volte sottolineato, e come ci sembrino per certi versi poco comprensibili soprattutto le scelte dei librai indipendenti (quelli “di catena” hanno altre logiche, però, a modo loro, perseguono con coerenza un obiettivo, inevitabilmente diverso dal nostro). Come ho già cercato di far capire, il progetto di distribuzione diretta, quando è nato, aveva il sogno di evolvere fino a declinarsi come una proposta fatta da un pool di editori: cosa che avrebbe offerto una più ampia scelta di titoli ai lettori e che avrebbe consentito, magari con il supporto di una struttura “consortile” creata allo scopo, di aprire un canale di trattativa con le librerie. Perché, questo è bene ribadirlo, molte librerie rifiutano in modo assoluto il contatto coi singoli editori.
Ed è a questo punto che si inserisce l’unico motivo di dissenso con quanto scrive Fabio. Il quale, come già altri prima di lui, ci ribadisce che «la maggior parte dei lettori ama comprare i libri esclusivamente in libreria». Ora, so benissimo che le cose stanno così, che la libreria ha per molti lettori una valenza simbolica insostituibile e che esistono anche motivi “etici” per sostenere la filiera nel suo insieme. Tuttavia, devo far presente che il lettore può raccontarci che preferisce acquistare in libreria, a patto che questa sia una libera scelta. E una scelta, per essere tale, si basa sul presupposto dell’esistenza di almeno due alternative. In realtà, come più volte spiegato, spesso e volentieri le alternative non esistono: molti titoli di piccoli editori non hanno alcun accesso alle librerie, e quindi nelle librerie, semplicemente, non possono essere acquistati.
Su cause e responsabilità di questa situazione ci siamo espressi ampiamente più volte, e stavolta vorrei evitare di ripetere le riflessioni filosofiche o sistemiche. Analizzare i problemi va bene, ma al dunque bisogna anche trovare delle risposte e delle soluzioni. E quindi – chiedo al lettore che vuole acquistare in liberia e che «per decenni non cambierà per nulla al mondo le proprie abitudini» – come si comporta quando viene a conoscenza dell’esistenza di un libro che gli interessa ma che non riesce a trovare né ordinare in alcuna libreria della sua città? Preferisce rinunciare all’ipotesi di acquisto, e non leggerlo, o preferisce che gli venga data un’alternativa? Spero che la risposta vera sia la seconda.
E proprio perché l’abbonamento a un singolo editore non può essere la soluzione alternativa per quel lettore (magari occasionale), ecco che il grande problema di un canale di vendita diretto e alternativo resta aperto e da affrontare con approccio più “laico”.

3 commenti

Archiviato in abbonamento, lettori, librerie

La parabola dei due figli (ancora sull’abbonamento)

di Cristiano Abbadessa

«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?» (Vangelo di Matteo 21, 28-31).
Forse dipende dal fatto che Gesù parlava agli uomini del suo tempo (la folla, infatti, rispose: «L’ultimo»). Oppure, come direbbe qualcuno, dipende dal fatto che era un inguaribile ottimista intriso di visioni utopistiche. Certo è che ho il forte sospetto che, chiamata a rispondere sinceramente, una folla odierna non potrebbe che individuare nel primo figlio il modello da seguire. Tanto più che la parabola, con un pizzico di malizia, non ci dice se il padre abbia poi saputo chi è andato a lavorare nella vigna, ma sottintende piuttosto che se ne sia disinteressato, lasciando i figli alle prese coi propri doveri e con la propria coscienza.
Oggi molti apprezzerebbero la pronta e disinvolta rassicurazione fornita dal primo figlio, di certo condita da un sorriso aperto e da un apparente attivismo; così come troverebbero degna di biasimo la svogliata ritrosia del secondo, certo accompagnata da un moto di fastidio e manifestata con una risposta mugugnata a mezza bocca. Se poi, per un malaugurato caso, la verità venisse a galla, è facile immaginare il primo figlio pronto, con la massima sfrontatezza, a giustificare l’assenza con sopravvenuti impegni, di certo più incombenti e più importanti nell’ottica della gestione familiare; mentre il secondo rivendicherebbe l’opera svolta con la tigna di chi rinfaccia, con l’ovvio contorno di lamentazioni e facendo pesare il senso del dovere. Molti, insomma, direbbero oggi che il primo figlio ha saputo fornire una buona immagine di sé, mentre il secondo, al di là dei meriti, resta uno che non si sa vendere.
La parabola mi è tornata alla mente perché, ultimamente, mi sono imbattuto in un numero un po’ eccessivo di “primi figli”.
Per esempio, qualche giorno fa avevamo un paio di autrici che, dalle 13 alle 15, avrebbero risposto su facebook alle domande dei lettori, nell’ambito del BookAvenue BookFestival. In mattinata, prima che partisse l’iniziativa, sulle pagine fb era un fiorire di amici che garantivano la loro presenza, che lodavano l’idea, che promettevano la partecipazione. Al dunque, il silenzio totale e un’assenza di partecipanti che si è tradotta in un’improvvisata, e paradossale, reciproca intervista fra le due autrici in linea.
La cosa mi ha lasciato sbigottito, anche se (o forse: proprio perché) sembra rispecchiare un diffuso spirito dei tempi. Tempi in cui, per dire, se si lancia l’idea di una serata in compagnia si viene subissati immediatamente di adesioni entusiastiche, pronunciate però da persone che poi, all’approssimarsi della data, si sfilano via via invocando impegni improvvisi e imprevisti; e, magari, lasciando con un palmo di naso chi aveva atteso qualche giorno a aderire per essere certo della propria presenza e, faticosamente liberatosi, si ritrova con l’appuntamento saltato.
Qualcosa di simile, temo, sta avvenendo anche intorno alla nostra campagna abbonamenti. Che ha subito smosso qualche commento entusiasta e diverse promesse di pubblicizzazione dell’iniziativa, senza invece suscitare voci critiche che potevano anche essere messe nel conto. Incuriosisce però che molti degli entusiasti della prima ora si siano ben guardati dal sottoscrivere l’abbonamento-sostegno seguendo le modalità previste.
Ora, è chiaro che la disponibilità a promuovere e veicolare la nostra campagna è bene accetta e degna di mille ringraziamenti. Non vorrei però che tutti finissero per farsi promotori di una iniziativa alla quale si guardano bene dall’aderire. Abbiamo scartato l’idea di fare un sondaggio sulla proposta e di avviare da subito, invece, le prenotazioni per l’abbonamento effettivo proprio per evitare di ritrovarci vittime di equivoci spiacevoli.
Chi condivide la proposta, per favore, come primo atto aderisca e prenoti il proprio abbonamento. Poi, se gli è possibile e se lo vuole, sarà tanto più benemerito quanto più riuscirà a coinvolgere altri amici, conoscenti e lettori in genere; ma questo, appunto, è il passo successivo. Perché non vorrei che ci ritrovassimo, alla scadenza fissata, circondati da sorrisi rassicuranti ma con tutti i grappoli a marcire nella vigna in cui nessuno ha lavorato.

1 Commento

Archiviato in abbonamento, comunicazione