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Cari politici, se aveste letto le opere di Autodafé, i forconi non sarebbero una sorpresa

di Cristiano Abbadessa

forconiNon ho capito molto delle proteste di piazza di questi giorni, dei forconi, dei movimenti spontanei e di quanti si sono accodati. Vittima dei miei schematismi, fatico a inquadrarli; e, soprattutto, fatico a cogliere se, oltre alla protesta, esiste un collante di rivendicazioni comuni e compatibili.
Non ne ho capito molto, ma posso dire con serenità che una sollevazione di queso tipo me l’aspettavo. Anzi, mi domandavo come mai non fosse ancora avvenuta. E, per quanto confusi negli intenti, i moti di piazza mi paiono chiarissimi nell’essenza, attesi e inevitabili.
Non possiedo la sfera di cristallo, e non sono un politologo o un sociologo. Però mi so guardare intorno e, soprattutto, per mestiere ho letto, negli ultimi anni, quel che i nostri autori (o gli aspiranti autori) hanno scritto della realtà sociale dell’Italia contemporanea.
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Quando i narratori del presente anticipano il risultato elettorale

di Cristiano Abbadessa

risultati-elezioni-2013-04Le giornate del festival Tra le Righe a Cinisello si sono intrecciate e sovrapposte a quelle elettorali. Molto impegnati nel nostro lavoro, abbiamo finito per risvegliarci dalla faticosa kermesse fieristica giusto in tempo per votare la mattina del lunedì e restare, nel pomeriggio, a rimirare lo sbigottimento dei politici e dei commentatori per gli esiti delle elezioni. Alcuni risultati, hanno detto, contraddicevano i sondaggi; altri andavano ben al di là di quelle che erano le previsioni. Posso dire che, per quanto mi sia avvicinato al voto distratto da mille urgenti incombenze, non sono stato affatto stupito, invece, di quelle tendenze che i commentatori ritenevano imprevedibili almeno nelle dimensioni. Non perché io sia un raffinato politologo (anzi, storicamente, quando mi sono dilettato in qualche previsione elettorale con amici, di solito ci ho preso pochino), ma perché questa volta avevo sottomano un termometro del comune sentire e delle pulsioni di massa che rappresentava (e rappresenta, e rappresnterà) un utilissimo strumento per capire la realtà e prevedere come si sarebbe tradotta in voti. Mi riferisco ai racconti ricevuti e pubblicati per la prima tornata del nostro progetto Narrativo Presente.
Il tema, lo sapete, era “La sovranità appartiene al popolo”; e il richiamo alle imminenti elezioni era presente, neppure sotto traccia. Come spunti, avevamo proposto due frasi: una del presidente Napolitano contro i populismi, l’altra di padre Zanotelli contro il potere finanziario globale; due visioni in qualche modo contrapposte, certamente entrambe contenenti elementi di verità utili a sviluppare una riflessione da riprendere nella creazione narrativa. Come nella filosofia del progetto, le frasi potevano essere lette da molti punti di vista, e ci si poteva ispirare all’una o all’altra o a entrambe, condividendole o meno.
Fra gli autori che hanno partecipato, però, soltanto uno in forma abbastanza esplicita e uno in maniera molto più velata hanno fatto riferimento alla fallibilità del popolo, che può essere manipolato, ricattato, superficiale, soggetto a comportamenti irrazionali, oppure distante dalla cosa pubblica e ripiegato sul proprio particolare. Tutti gli altri racconti hanno invece, con gradazioni e forme giustamente diverse e personali, messo in risalto la figura del popolo come entità “buona”, oppressa, talora apertamente vessata o tenuta in una voluta ignoranza e soggezione; mentre, dall’altra parte, si stagliava la figura di un potere lontano, estraneo, dominante, mai espresso dal popolo stesso e impegnato semmai, attraverso i suoi fedeli servitori (figura ricorrente), a mantenere ben stretto il giogo. Una rappresentazione che ciascun autore ha modellato in forme proprie, più o meno allegoriche, ma che è possibile ritrovare quasi in tutte le opere.
È stato, come dicevo prima, un buon termometro per misurare la temperatura sociale. Anche perché conosco bene alcuni degli autori (non tutti, è chiaro), e so che questa visione non discende necessariamente dalla loro formazione politica o dal personale orientamento. Da narratori del presente, però, hanno fotografato (e trasfigurato) un sentimento comune e diffuso, che ben rappresenta i nostri tempi. Davanti a queste creazioni letterarie ho capito, più di quanto sia riuscito ai sondaggisti con i loro numeri o ai politologi con i loro saggi, che quelle forze politiche oggetto del richiamo presidenziale, quei partiti o movimenti contro i quali era diretto il segnale di allarme del “populismo”, avrebbero ricevuto alle elezioni un premio, e non una punizione. In particolare, tanto per essere più espliciti, lì ho capito che il Movimento 5 Stelle sarebbe andato oltre il 20% e si sarebbe affermato come il più credibile interprete di quel diffuso sentimento che ritrovavo anche nei racconti dei nostri autori.
Sabato scorso, nell’ambito della manifestazione di Cinisello, abbiamo presentato il nostro Narrativo Presente in una tavola rotonda con ospiti di riguardo. È stata una bella chiacchierata, che il tempo non ha consentito di dipanare fino in fondo. Tra gli argomenti rimasti un po’ in sospeso vi era il valore di testimonianza storica che, un domani anche non vicino, avranno questi racconti per quanti, alla ricerca delle tracce della memoria, vorranno ricostruire un periodo della nostra storia rifacendosi a fonti varie, magari pescando i fatti dagli archivi dei giornali ma cercando di cogliere spirito, sentimenti e linguaggi del tempo dalle tracce della narrazione. Credo che l’insieme dei racconti scritti nel mese di gennaio 2013 per Narrativo Presente rappresenterà, in futuro, un ottimo punto di partenza per capire il voto della fine di febbraio e classificarlo come inevitabile conseguenza di un sentire diffuso, ben chiaro a chi ha guardato la realtà e tutt’altro che imprevedibile.
Direi, per gli scopi che ci siamo prefissi, che si tratta di un’ottima partenza.

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Lo spallone e le Cayman. Un breve racconto e la riflessione

di Cristiano Abbadessa

Stavolta il mio contributo parte da una narrazione. Reale e realistica, ma quasi (sottolineo il quasi) letteraria.

Un po’ di anni fa, verso la fine del secolo scorso, ero molto in amicizia con una ragazza parecchio più giovane di me. Niente di torbido, sia chiaro. La ragazza era amica mia e anche di mia moglie, ci frequentavamo non separatamente e condividevamo momenti piacevoli.
La ragazza era molto simpatica e molto vitale; non le difettavano la franchezza e un pizzico di sguaiataggine, che sempre mi intriga se è naturale. Era anche molto bella, ma questo non c’entra, o c’entra solo di riflesso.
Essendo giovane, vivace e bella la ragazza aveva stili e ritmi di vita assai diversi dai nostri. E l’amicizia, che era franca e aperta, si nutriva anche di questa curiosità antropologica, appagando la curiosità verso un mondo di aperitivi, discoteche, orari assurdi e trasgressioni che non era il nostro. E che era molto diverso da quello che era stato il nostro passato trasgressivo e irregolare, pure esistito.
La ragazza, per parte sua, frugava tramite noi nel mondo degli adulti, dal quale era attratta. Non mancava di chiedere qualche consiglio, come si fa con dei fratelli maggiori, o forse degli zii ancora abbastanza giovani. Del resto aveva poco più di vent’anni, e io mi avvicinavo ormai alla quarantina; anche mia moglie, che pure è ben più giovane di me, aveva risolutamente doppiato i trenta.
La frequentazione era iniziata per ragioni di lavoro, ma si era trasformata presto in amicizia. E così sarebbe continuata per qualche anno, tra racconti di avventure improbabili, confessioni di pene d’amore, confronto sulle diverse visioni del mondo. Il filo si sarebbe fatto più tenue con il passare del tempo, quando fra noi e la ragazza, cresciuta in fretta, si sarebbe per paradosso fatto più profondo il solco anagrafico, e non necessariamente nel rispetto delle gerarchie ufficiali. Ma questo sarebbe appunto avvenuto più avanti.
A quell’epoca, la ragazza era ancora vogliosa di godere appieno quella che per lei era “la vita”. E, nonostante qualche avventura, qualche storiaccia intricata e qualche pensiero proibito, per un bel po’ di tempo si era mantenuta libera e disponibile, senza legami solidi e men che mai formali.
Un giorno, finalmente, raccontò che aveva una relazione seria, una specie di fidanzato, come si divertiva a chiamarlo. E, naturalmente, ci teneva a farcelo conoscere. Così organizzammo una cena, una delle tante ospitate della compagnia di quei tempi, invitando la ragazza e il suo compagno e un’altra coppia o due (ora non ricordo bene) di amici che pure avevano con lei grande familiarità.

Il fidanzato non era simpatico. Soprattutto, era uno che parlava sempre e solo del suo lavoro. E, ancor peggio, era uno che faceva un lavoro che faticavamo tutti a considerare tale. Era, per quanto si capiva, una specie di moderno spallone, che faceva arrivare (anche fisicamente) capitali nei paradisi fiscali e teneva i rapporti con quei gestori compiacenti. Per cui il suo pur continuo parlare di lavoro era sempre a mezza bocca, tra l’ammiccamento e il segreto da preservare. Se ne coglieva il senso grazie alle continue telefonate che faceva o riceveva col suo cellulare, e ai suoi commenti sbruffoni a corredo.
Era, ai nostri occhi, un mezzo delinquente; dove il mezzo si riferisce più che altro all’involontaria incompiutezza. In verità non posso dire con certezza che tutti i suoi maneggi fossero illegali, anche se aveva il gusto di lasciarlo intendere. Magari certi trasporti di capitale potevano anche trovare qualche appiglio di apparente legalità, ma il senso del suo operare non lasciava dubbi sui mezzi e sui fini.
La serata fu di grande imbarazzo. Avesse almeno cercato di parlare d’altro, di raccontare di viaggi, di mostrare passione per il cinema o lo sport, forse si sarebbe potuto far finta di niente. Invece il tipo aveva l’aria di pavoneggiarsi, si sentiva molto figo per quel che faceva e per le responsabilità che aveva (era anche lui poco più che un ragazzo, in definitiva), e a tutti i presenti durava grande fatica non dirgli in faccia quel che pensavano di lui e dei suoi traffici.
Non lasciammo passare molti giorni per far capire alla nostra amica, con la dovuta educazione ma con l’inequivocabile chiarezza che il rapporto ci consentiva, cosa pensassimo del suo fidanzato. E facemmo intendere molto bene che la sua presenza non era gradita, perché non gli avremmo usato una seconda volta la cortesia di non trattarlo da miserabile bandito.
L’amicizia con la ragazza non ne risentì. Anche perché, per fortuna, il fidanzamento con quel soggetto non durò che qualche settimana.
Non è difficile, per chi mi conosce, sapere dalla lettura di quali fatti di cronaca mi sia venuta la voglia di raccontare questa storia.
Ma, a pensarci, la semplice narrazione si presta a tante altre riflessioni, e si può uscire dai riferimenti troppo evidenti per trasformare l’atteggiamento etico in ontologico, e applicarlo ad altri contesti. Per dire, come già fatto altre volte, al mondo editoriale e ai rapporti tra grandi e piccoli.
Il racconto, però, non ha finalità così dirette. È nato da un impulso: un fatto è riaffiorato alla memoria e si è tradotto in brevissima narrazione, forse soltanto in una semplice traccia. E, quale ne sia l’origine, ci rende un’immagine della società di oggi e dei suoi protagonisti.
È sullo sviluppo di questo processo che vorrei portare la vostra attenzione. La prossima volta.

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L’ambientazione del romanzo tra necessità narrative e marketing

di Cristiano Abbadessa

Qualche giorno fa, nel telegiornale regionale del primo pomeriggio, mi sono imbattuto in una delle veloci presentazioni culturali dedicate in rapida sequenza a mostre, libri, concerti e quant’altro. Guardando le immagini, mi è subito parso di riconoscere la location della breve intervista in cui l’autrice spiegava il suo libro: a dispetto di un abbondante quarto di secolo trascorso e delle numerose ristrutturazioni (a cominciare dal solito malefico campetto di calcio in sintetico al posto della ruvida pelata di un tempo), gli spazi e la dislocazione degli edifici principali mi richiamavano l’oratorio in cui avevo trascorso buona parte della fanciullezza e un po’ di gioventù. Infatti, il giornalista ha di lì a poco confermato che proprio lì si trovavano e che in quell’oratorio l’autrice in questione aveva ambientato il suo romanzo (una storia d’amore giovanile metropolitana, se ho ben capito).
Un paio d’anni fa è uscito invece un romanzo intimo e generazionale di un’altra scrittrice (anche e soprattutto regista cinematografica), buona parte del quale è ambientato nel liceo che entrambi abbiamo frequentato, seppure con leggera sfasatura temporale (lei è più giovane di tre anni, se non sbaglio). Dunque, i due luoghi in cui ho trascorso la gran parte del mio tempo tra i dieci e i vent’anni di età (che corrispondono al momento più intenso della formazione etica, morale, sociale, politica e culturale) sono entrambi diventati, seppure solo di recente, due luoghi letterari, di quelli dove si organizzerebbero i percorsi per turisti se le due autrici fossero Kafka o anche solo Vázquez Montalbán.
Al momento non ho letto nessuno dei due romanzi, ma ne sono ovviamente tentato. Della regista che ha raccontato la storia della sua giovinezza e del mio liceo so che si è attenuta rigorosamente alla realtà, che ci sono persino miei compagni di classe ben riconscibili tra i personaggi, che l’identificazione è inevitabilmente forte e immediata: peraltro, ho un preciso ricordo di lei ragazzina timida e introversa, perchè suo malgrado era una celebrità di riflesso (sto parlando della figlia del più famoso tra i leader dell’Autonomia, tanto per non fare nomi). Della giornalista di un notissimo quotidiano nazionale che ha ambientato il suo romanzo nel mio oratorio, invece, so poco o nulla: ne leggo gli articoli (che sono di cronaca), non so che età abbia di preciso, so per certo di non averla conosciuta in gioventù e so anche che il romanzo esplora il mondo adolescenziale di oggi, a differenza di quello di cui sopra che è ambientato nel mondo adolescenziale degli anni settanta.

Penso alla mia curiosità per queste due opere, certo molto diverse tra loro, e mi (vi) pongo qualche domanda.
Passo in rassegna i libri pubblicati dalla nostra casa editrice. Alcuni hanno ambientazione reale ben definita, precisa e rigorosa, con i toponimi citati e gli scenari descritti in vivo dettaglio per come sono (o come erano), ben riconoscibili: penso al romanzo e ai racconti di Paccini, ai romanzi di Blanchetti, Casalino, Petrovich e Boscolo, anche se in quest’ultimo l’ambientazione più importante sfuma per necessità, essendo il mare aperto. Abbiamo poi autori che hanno mascherato sotto nomi di fantasia luoghi precisi e ben identificabili, in cui tutti i microtoponimi cambiano designazione ma restano con evidenza di facile individuazione per chi ha capito il giochino: i romanzi di Minetti e Damiani, e i racconti di Less ne sono esempio significativo. Infine, abbiamo opere in cui il luogo non è indicato, rimane volutamente senza nome e gli elementi per dargli una collocazione geografica precisa sono giocati in modo da suggerire risposte possibili ma da non consentire una certa identificazione. Certo, Sofia ci racconta una città meridionale di mare, e un riferimento storico ci suggerisce anche quale potrebbe essere: ma i dettagli sfumano e si rendono talora sovrapponibili ad altre città gemelle. Di Martino ambienta in una località della provincia profonda, che tale è con evidenza ma della quale nulla ci aiuta a stabilire neppur vagamente le coordinate geografiche. Trovato, fra l’altro premiato ieri a Roma con un prestigioso riconoscimento, ci porta in una metropoli e ai suoi margini, più probabilemnte a Roma che a Milano ma senza averne certezza, e lasciando accuratamente sfumate le ambientazioni dei singoli episodi.
A scanso di qualunque equivoco, preciso che sono pienamente convinto della bontà delle scelte compiute da tutti i nostri autori. Definire e descrivere andava bene dove è stato fatto perché i luoghi erano protagonisti, così come certe allusioni scoperte ma non dichiarate funzionano per storie dal valore non inestricabilmente legato all’ambientazione, mentre la sostanziale non definizione è adatta laddove gli scenari sono sovrapponibili a realtà geografiche diverse senza che nulla si perda. Le scelte corrispondono a esigenze narrative, e in tal senso sono perfette.

Mi resta però la curiosità di capire quanto una storia, purché adatta, guadagni un “qualcosa in più” quando l’ambientazione è precisa, quando il lettore può essere affascinato e attratto dalla possibilità di ritrovare in letteratura luoghi conosciuti e per lui significativi. Forse queste caratteristiche possono, per così dire, limitare il “bacino d’utenza”; è però un fatto che, tra le nostre opere, quella che ha fatto registrare un piccolo boom a livello locale è proprio quella in cui compaiono luoghi che sono un preciso riferimento per una popolazione definita e limitata che li sente suoi (per capirci, non è lo stesso se parlo del liceo di provincia o di piazza Duomo a Milano).
Da editore, sono propenso a credere che, con un occhio al marketing, le ambientazioni siano utili e paganti. Da direttore editoriale, mai sacrificherei una buona storia a considerazioni banalmente e superficialmente commerciali, a volte aleatorie. E così la domanda resta in sospeso, e la giro a chi mi legge.
Rispondendomi anch’io, da lettore, che un certo valore aggiunto nell’ambientazione definita ed evocativa ci deve però essere. Tanto è vero che ho accomunato in questo post e nella mia curiosità un romanzo genrazionale che sono quasi certo mi piacerebbe molto (e di cui tanti mi hanno parlato bene) e una storiella che credo non mi interesserebbe gran che. Spartiscono solo il fatto di essere due storie ambientate nei luoghi della mia giovinezza: e non è, evidentemente, poco.

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La narrazione e la dietrologia: due momenti della riflessione

di Cristiano Abbadessa

Contravvengo a una delle norme auree stabilite al momento della creazione di questo blog, che dovrebbe dare spazio a “libri, autori e lettori di Autodafé”. Questa volta parlerò di un libro e di un autore che nostri non sono, pur non escludendo affatto che l’autore sia anche lettore di opere di Autodafé e mi permetta quindi di salvare la forma e la regola. Lo faccio volenieri, un po’ perché non è incoerente dedicare attenzione a un autore per certi versi vicino e un po’ perché il libro mi offre uno spunto preciso per tornare, come vedremo, su un tema che ho affrontato una settimana fa e sul quale il nostro Antonio Sofia si è espresso con considerazioni molto pertinenti e propedeutiche al ragionamento che qui svilupperemo.
Il libro in questione è Quando il comunismo finì a tavola (sottotitolo, più esplicativo: Trentatré anni per smettere di mangiare bambini), edito da Caratterimobili. L’autore è Fernando Coratelli, buon animatore della scena letteraria milanese, col quale ci siamo incontrati in diverse occasioni e al quale ci accomunano senza dubbio alcune sensibilità. Durante una delle iniziative cui abbiamo partecipato (la giornata del libro al Balubà Café, organizzata dalla libreria Il mio libro sul modello della festa catalana di Sant Jordi), Fernando Coratelli ha presentato questa sua opera, difficilmente catalogabile, tanto da aver scherzosamente lamentato di essere finito, nelle librerie, tra i saggi e non tra le opere di narrativa. Scelta forse discutibile ma non peregrina, perché la narrazione è in questo libro un tenue filo, con l’aggiunta di un prologo e di un epilogo maggiormente letterari e inseriti quasi di forza e pretesto, a mio modesto avviso, tra le parti meno riuscite dell’opera.
Il libro, invece, è nel suo insieme estremamente godibile. Non è questa la sede per farne una recensione, ma per dare l’idea dirò che, nei contenuti anche se non nella struttura, si richiama un po’ a Il più mancino dei tiri di Edmondo Berselli. Si tratta, in sostanza, di considerazioni e ricordi che, seguendo alcune precise tappe cronologiche, si sviluppano in realtà a ruota libera mescolando con sapienza molti ingredienti: c’è tanta politica (e lo si capisce dal titolo), tanta storia contemporanea, molto sport, molta musica, parecchio costume e un po’ di gastronomia a fare da filo rosso (in senso letterale). Il tutto in una visione soggettiva che, con felice invenzione, mette a confronto l’alter ego dell’autore (più ego che alter, direi) e un interlocutore adeguatamente pretestuale.
Oltre a ricordarmi Berselli, più immodestamente il libro mi ha anche ricordato la serie di blog con pretesa di narrazione cronachistica che tenni per due anni qualche tempo fa. Vi si avvicina per i temi e per alcune invenzioni di contorno, anche se diversissimi sono gli scopi (qui una summa da condensare in un breve libro compiuto e finito; là una narrazione in divenire che si nutriva di tutto e si moltiplicava) e le scelte di contestualizzazione (qui un autore che si confronta con un altro personaggio; là un autore che si scomponeva in tre diversi protagonisti che interagivano tra loro).
Libro piacevole, dicevo. E, volendo fare un complimento, direi proprio che non l’ho divorato, ma che ho al contrario cercato di centellinarlo. Perché il vero gusto, almeno per me, è stato quello di immaginarmi terzo interlocutore al tavolo coi due protagonisti e di interagire con loro sul filo dei ricordi, delle impressioni, delle riletture, dei giudizi; operazione fra l’altro particolarmente adatta per chi è del 1961 o dintorni come lo sono io (se leggerete il libro capirete perché mi era facile e divertente fare il terzo attore), ma potenzialmente stimolante per chiunque.
Una delle interazioni immaginarie che ho sviluppato durante la lettura, però, voglio ora renderla pubblica, capitando fra l’altro a fagiolo coi temi toccati ultimamente in questa sede.
Almeno un paio di volte (ma forse tre), spiegando al suo interlocutore recenti fatti storici di particolare gravità e dai contorni molto ambigui, il personaggio-autore frena il suo tracciare interpretazioni e scenari giustificando con un “non voglio passare per dietrologo” il suo troncare e ridurre l’analisi. Frase che mi ha colpito e forse disturbato, anche perché ripetuta quanto basta per diventare, in un libro molto breve, una sorta di refrain.
Capisco che dietrologia è diventata una sorta di parolaccia, con la quale si vuole oggi identificare la mania di sfuggire le spiegazioni semplici per mestare in torbidi e improbabili scenari di complotto (altra parola impronunciabile). Capisco, ma non condivido affatto. Perché la dietrologia, per me, è l’arte di capire cosa sta dietro a un evento, quali ragioni lo hanno generato, per quali motivi è accaduto in quelle forme. A rigore, la dietrologia è la base della scienza e del progresso: chi è più dietrologo di un Newton che, arrivandogli in testa una mela matura, anziché lamentarsi per il bozzo o mangiarla felicemente si mette a chiedersi cosa sta dietro un fenomeno che la natura replica da millenni? E quel che vale per Newton vale per tutti coloro che ci hanno fornito le spiegazioni sulle cause e ne hanno descritto i processi.
Dietrologia
ha cominciato a essere una parolaccia quando il potere ha capito che una spiegazione ufficiale di comodo può bastare a nutrire quanti, superficialmente travolti dalla massa di informazioni, si interrogano solo su cosa è accaduto e chi è stato, ma per nulla si interessano al come è avvenuto un fatto e soprattutto perché. Ignorando, fra l’altro, che indagare il come e il capire il perché, spesso rende molto più semplice e veritiero leggere il chi e il cosa.
La storia recente del nostro paese, come l’attualità di questi tempi, è piena di eventi che meritano una riflessione e un’indagine accurata, prima di una spiegazione. Autodafé, come sapete, è nata proprio con questo intento: non fornire verità, comode o scomode che siano, come avviene nella saggistica d’inchiesta, ma proporre una narrazione in grado di stimolare la riflessione e, quindi, la comprensione. Per arrivare a questo, noi ci mettiamo la narrazione, ma è ovvio che spetta al lettore – con la sua cultura, la sua sensibilità, la sua curiosità intellettuale, la sua passione politica – metterci la capacità dietrologica di andare oltre il semplice racconto e di trasformare la pura letteratura in punto di partenza per una crescita civile.
Sono certo che Fernando, per sua formazione e propensione, è in realtà d’accordo con quanto dico. Di più: sospetto che le frasi sul non voler passare per dietrologo siano messe a bella posta, con buon senso di autoironia, in un libro che in realtà di dietrologia è giustamente, e inevitabilmente, ricco. Ma mi piace puntualizzarlo in forma esplicita, per ridare dignità a una scienza che sta alla base della conoscenza e che si è, e non per caso, voluto trasformare in parolaccia.

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L’attentato di Brindisi e il realismo della narrazione

di Cristiano Abbadessa

Sono giornate brutte, e per chi sta a Milano (e non solo a Milano, a quanto vedo), basta dare un’occhiata al cielo per condividere l’affermazione. In realtà sono anche giornate difficili, almeno soggettivamente, in cui vicende personali e professionali portano gli interrogativi sul futuro a farsi incomodi e pressanti, il tutto in quel quadro di incertezza economica che ben conosciamo. In più, sono anche giornate tragiche, con un fine settimana segnato dai lutti dell’attentato alla scuola di Brindisi e del terremoto in Emilia. Tutti eventi, a parte il maltempo, che si presterebbero a considerazioni da condividere, in qualche modo istruttive o comunque capaci di far riflettere. Ma per oggi, più che al ragionamento, preferisco affidarmi alle sensazioni.
Tra i fatti di questi giorni, quello che personalmente mi ha più colpito è stato l’attentato alla scuola Morvillo di Brindisi; che, in apparenza, è il più lontano dalla mia realtà quotidiana. E non mi ha colpito per i suoi possibili significati politici (nonostante si porti appresso un carico di simbolismi forti, certamente voluti e non casuali), ma perché, nel leggere o ascoltare i frammenti di notizie e resoconti, mi è sembrato di essere dentro le vite di chi da quel tragico fatto è stato direttamente colpito.
Ho letto di recente diversi articoli dedicati al fenomeno dell’immedesimazione del lettore con gli eventi che accadono al protagonista di una narrazione letteraria. Non è questo, a rigore, il caso: eppure, se nulla della mia storia personale mi accomuna alle vittime dell’attentato brindisino, è pur vero che molto mi sembra di conoscere delle loro vite e della loro quotidiana esistenza.
Tale empatia mi deriva dalla lettura, e poi dal lavoro svolto con l’autore, del romanzo Il mare di spalle, di Antonio Sofia. Tante, persino troppe, sono le coincidenze, anche se il finale prende altre strade e se le motivazioni episodiche sono forse diverse. Però, quei luoghi, quella terra, quelle vite adolescenti, quelle ragazze a scuola, persino la coincidenza di un nome che ritorna e accomuna una protagonista del romanzo e una ragazza ora ferita gravemente… È come se il prima, il vissuto di quelle ragazze, delle loro famiglie e del contesto sociale mi fossero noti, già svelati e narrati con partecipazione da chi aveva conosciuto e descritto.
È, fra l’altro, una sorta di cortocircuito tra cronaca e letteratura, con un movimento di andata e ritorno per tornare al punto di partenza del reale. Perché il romanzo di Antonio Sofia prende spunto da un fatto di cronaca di più di dieci anni fa, per certi versi analogo a questo, sebbene esplicatosi in modalità tali da farne una vicenda assai meno mediatica e d’impatto. E da quello spunto l’autore ha ricostruito, in libera e totale finzione narrativa, le vite di un gruppo di adolescenti e preadolescenti, di giovani e famiglie, in una città che non è Brindisi ma che pure le assomiglia. Oggi, quel che l’autore ha immaginato e raccontato nel dettaglio della finzione narrativa riaffiora di nuovo negli squarci dei reportage cronistici, che tratteggiano similitudini impressionanti.
Prima di ogni altra considerazione e prima di capire il significato di quell’atto omicida, è questo che mi ha colpito e coinvolto. Poi, certo, la riflessione potrebbe estendersi, e forse si è già estesa, a come la  politica e i media, il potere, tendono a raccontarci questa storia e a darne delle spiegazioni, secondo quelle modalità che ben conosciamo e che, a seconda dell’utilità del momento, oscillano dalla rassicurazione omertosa alla drammatizzazione che genera paura. Anche di queste raffigurazioni, peraltro, ritrovo traccia in alcuni dei nostri romanzi, che magari parlano di casi nient’affatto simili a questo ma ci ripropongono quelle modalità di comunicazione, o di copertura, che oggi vediamo messe in pratica.
Questa, però, è già un’altra storia, che pure ha a che fare con la letteratura, ma che riguarda la comprensione e la riflessione, la possibilità di capire chi, ma soprattutto come e perché.
Questioni importanti, su cui merita di tornare con più calma e partendo da altri presupposti. Lasciando, all’oggi, il senso del dolore e della partecipazione emotiva.

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