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La narrazione e la dietrologia: due momenti della riflessione

di Cristiano Abbadessa

Contravvengo a una delle norme auree stabilite al momento della creazione di questo blog, che dovrebbe dare spazio a “libri, autori e lettori di Autodafé”. Questa volta parlerò di un libro e di un autore che nostri non sono, pur non escludendo affatto che l’autore sia anche lettore di opere di Autodafé e mi permetta quindi di salvare la forma e la regola. Lo faccio volenieri, un po’ perché non è incoerente dedicare attenzione a un autore per certi versi vicino e un po’ perché il libro mi offre uno spunto preciso per tornare, come vedremo, su un tema che ho affrontato una settimana fa e sul quale il nostro Antonio Sofia si è espresso con considerazioni molto pertinenti e propedeutiche al ragionamento che qui svilupperemo.
Il libro in questione è Quando il comunismo finì a tavola (sottotitolo, più esplicativo: Trentatré anni per smettere di mangiare bambini), edito da Caratterimobili. L’autore è Fernando Coratelli, buon animatore della scena letteraria milanese, col quale ci siamo incontrati in diverse occasioni e al quale ci accomunano senza dubbio alcune sensibilità. Durante una delle iniziative cui abbiamo partecipato (la giornata del libro al Balubà Café, organizzata dalla libreria Il mio libro sul modello della festa catalana di Sant Jordi), Fernando Coratelli ha presentato questa sua opera, difficilmente catalogabile, tanto da aver scherzosamente lamentato di essere finito, nelle librerie, tra i saggi e non tra le opere di narrativa. Scelta forse discutibile ma non peregrina, perché la narrazione è in questo libro un tenue filo, con l’aggiunta di un prologo e di un epilogo maggiormente letterari e inseriti quasi di forza e pretesto, a mio modesto avviso, tra le parti meno riuscite dell’opera.
Il libro, invece, è nel suo insieme estremamente godibile. Non è questa la sede per farne una recensione, ma per dare l’idea dirò che, nei contenuti anche se non nella struttura, si richiama un po’ a Il più mancino dei tiri di Edmondo Berselli. Si tratta, in sostanza, di considerazioni e ricordi che, seguendo alcune precise tappe cronologiche, si sviluppano in realtà a ruota libera mescolando con sapienza molti ingredienti: c’è tanta politica (e lo si capisce dal titolo), tanta storia contemporanea, molto sport, molta musica, parecchio costume e un po’ di gastronomia a fare da filo rosso (in senso letterale). Il tutto in una visione soggettiva che, con felice invenzione, mette a confronto l’alter ego dell’autore (più ego che alter, direi) e un interlocutore adeguatamente pretestuale.
Oltre a ricordarmi Berselli, più immodestamente il libro mi ha anche ricordato la serie di blog con pretesa di narrazione cronachistica che tenni per due anni qualche tempo fa. Vi si avvicina per i temi e per alcune invenzioni di contorno, anche se diversissimi sono gli scopi (qui una summa da condensare in un breve libro compiuto e finito; là una narrazione in divenire che si nutriva di tutto e si moltiplicava) e le scelte di contestualizzazione (qui un autore che si confronta con un altro personaggio; là un autore che si scomponeva in tre diversi protagonisti che interagivano tra loro).
Libro piacevole, dicevo. E, volendo fare un complimento, direi proprio che non l’ho divorato, ma che ho al contrario cercato di centellinarlo. Perché il vero gusto, almeno per me, è stato quello di immaginarmi terzo interlocutore al tavolo coi due protagonisti e di interagire con loro sul filo dei ricordi, delle impressioni, delle riletture, dei giudizi; operazione fra l’altro particolarmente adatta per chi è del 1961 o dintorni come lo sono io (se leggerete il libro capirete perché mi era facile e divertente fare il terzo attore), ma potenzialmente stimolante per chiunque.
Una delle interazioni immaginarie che ho sviluppato durante la lettura, però, voglio ora renderla pubblica, capitando fra l’altro a fagiolo coi temi toccati ultimamente in questa sede.
Almeno un paio di volte (ma forse tre), spiegando al suo interlocutore recenti fatti storici di particolare gravità e dai contorni molto ambigui, il personaggio-autore frena il suo tracciare interpretazioni e scenari giustificando con un “non voglio passare per dietrologo” il suo troncare e ridurre l’analisi. Frase che mi ha colpito e forse disturbato, anche perché ripetuta quanto basta per diventare, in un libro molto breve, una sorta di refrain.
Capisco che dietrologia è diventata una sorta di parolaccia, con la quale si vuole oggi identificare la mania di sfuggire le spiegazioni semplici per mestare in torbidi e improbabili scenari di complotto (altra parola impronunciabile). Capisco, ma non condivido affatto. Perché la dietrologia, per me, è l’arte di capire cosa sta dietro a un evento, quali ragioni lo hanno generato, per quali motivi è accaduto in quelle forme. A rigore, la dietrologia è la base della scienza e del progresso: chi è più dietrologo di un Newton che, arrivandogli in testa una mela matura, anziché lamentarsi per il bozzo o mangiarla felicemente si mette a chiedersi cosa sta dietro un fenomeno che la natura replica da millenni? E quel che vale per Newton vale per tutti coloro che ci hanno fornito le spiegazioni sulle cause e ne hanno descritto i processi.
Dietrologia
ha cominciato a essere una parolaccia quando il potere ha capito che una spiegazione ufficiale di comodo può bastare a nutrire quanti, superficialmente travolti dalla massa di informazioni, si interrogano solo su cosa è accaduto e chi è stato, ma per nulla si interessano al come è avvenuto un fatto e soprattutto perché. Ignorando, fra l’altro, che indagare il come e il capire il perché, spesso rende molto più semplice e veritiero leggere il chi e il cosa.
La storia recente del nostro paese, come l’attualità di questi tempi, è piena di eventi che meritano una riflessione e un’indagine accurata, prima di una spiegazione. Autodafé, come sapete, è nata proprio con questo intento: non fornire verità, comode o scomode che siano, come avviene nella saggistica d’inchiesta, ma proporre una narrazione in grado di stimolare la riflessione e, quindi, la comprensione. Per arrivare a questo, noi ci mettiamo la narrazione, ma è ovvio che spetta al lettore – con la sua cultura, la sua sensibilità, la sua curiosità intellettuale, la sua passione politica – metterci la capacità dietrologica di andare oltre il semplice racconto e di trasformare la pura letteratura in punto di partenza per una crescita civile.
Sono certo che Fernando, per sua formazione e propensione, è in realtà d’accordo con quanto dico. Di più: sospetto che le frasi sul non voler passare per dietrologo siano messe a bella posta, con buon senso di autoironia, in un libro che in realtà di dietrologia è giustamente, e inevitabilmente, ricco. Ma mi piace puntualizzarlo in forma esplicita, per ridare dignità a una scienza che sta alla base della conoscenza e che si è, e non per caso, voluto trasformare in parolaccia.

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Il lavoro e il passatempo nel mondo editoriale

di Cristiano Abbadessa

Un tempo, se un editore tentava di coinvolgere un critico letterario in una presentazione di un libro aveva buone probabilità di sentirsi rispondere sì o no sulla base di un giudizio che, implicitamente, il critico esprimeva sulla bontà del lavoro svolto; e se il critico decideva di partecipare, lo faceva a titolo gratuito. Non mancavano, già da epoche lontane, coloro che trasformavano il presenzialismo in solide marchette, bravi a monetizzare una prestazione extraprofessionale che la maggioranza dei colleghi svolgeva gratuitamente; erano però, appunto, minoranza, e i casi di pagamento della gentile collaborazione si verificavano quando il critico era abbastanza avido e famoso e l’editore magari poco noto ma ban dotato di mezzi e rampantismo, ma mai quando il rapporto era paritario, tra grandi nomi come tra emergenti.
Il fatto è che, un tempo neppure troppo lontano, era ben chiaro quale fosse il lavoro e quale fosse la passione, il di più che uno metteva gratuitamente. Un critico scriveva da qualche parte, non necessariamente su una testata famosa, e per questo veniva pagato (magari poco, ma da lì traeva da vivere). Se accettava di sponsorizzare un’opera era perché l’aveva apprezzata, perché credeva nel progetto editoriale, perché trovava giusto spendere qualcosa di sé per promuovere un nuovo autore o un nuovo editore. Recensire cose belle e cose brutte faceva parte degli obblighi del lavoro, per il quale era pagato, mentre il passatempo era dare una mano a chi lo meritava.
Oggi, spesso se non sempre, accade l’esatto contrario. Con l’avvento del web, ci sono uno sterminio di blog e siti letterari, talora anche ben fatti, credibili, talvolta individuali ma talaltra persino organizzati e articolati come delle vere e proprie riviste letterarie. Poiché, però, tutto su internet si pretende gratuito, ecco che questi siti o blog non sono dei “prodotti” e non hanno alle spalle delle “imprese” e, di conseguenza, chi ci lavora non viene pagato. Il lavoro (e di lavoro si tratta, perché occupa la maggior parte del tempo e delle energie) non è più la fonte di reddito, che si cerca altrove. E, quindi, il critico usa la sua opera come vetrina della propria professionalità, per guadagnarsi da vivere attraverso ospitate o presentazioni, marchette e prestazioni di vario tipo, dalla scrittura su commissione alla fornitura di sevizi editoriali (specie se il soggetto è collettivo, come per alcuni dei più famosi blog letterari).
In teoria, non vi è nulla di male. Anche perché, a essere onesti, non è che siano solo i critici o quanti scrivono di letteratura a seguire tale prassi. Nel mondo editoriale, a ben vedere, un po’ tutti si arrangiano così: dagli autori (che a volte esercitano tutt’altro mestiere, ma a volte di parole vivono, in forme però meno artistiche e spontanee) agli editori (che, come noi stessi, hanno nella fornitura di servizi editoriali o nella consulenza quella fonte di sostentamento che non viene dalla vendita dei libri pubblicati).
Il problema, però, a mio avviso esiste. Di fronte alla mancanza di un mercato in cui vendere il proprio vero lavoro, molti operatori sono costretti a trasformare in attività professionale, spesso ingrata, le loro capacità, mettendole al servizio di chi può semplicemente pagare. Perché va detto che tante volte ci si guadagna la pagnotta non perché si offra la collaborazione a opere più realistiche e redditizie, ma perché magari si sono raccolte le memorie del personaggio famoso o si è data consulenza su una pubblicazione “artistica” di qualche ricco mercante: gente che paga le opere di suo, ma che non per questo ha poi un mercato.
Il rischio è che, alla lunga, si finisca per considerare lavoro quelle prestazioni professionali fornite solo per raggranellare un po’ di denaro, e che si chiami passatempo quell’attività cui ci si dedica con passione e competenza per gran parte del tempo. Il che, spesso, è un vero equivoco; specie quando, come nei casi citati, il passatempo non è cosa che facciamo per noi stessi ma opera capace di coinvolgere e interessare altre persone (a volte centinaia, o persino migliaia), mentre il cosiddetto lavoro finisce in qualcosa che non appassiona più né chi lo fa né chi lo commissiona.
Alla fine, e ritorno su una mia vecchia idea, il mercato, così come è concepito e regolato, è strumento troppo stupido e troppo poco democratico per essere preso come metro di valutazione della qualità di un’opera e di un’artista. Tantomeno può assurgere a strumento cui delegare la definizione ontologica di una persona.

 

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La recensione perfetta al servizio del lettore

di Cristiano Abbadessa

Proseguo, come promesso, le mie riflessioni sugli intermediari tra autore e lettore, e dopo aver parlato dei librai mi dedico questa volta ai recensori, di qualsiasi livello e visibilità.
Preciso subito che cercherò di spiegare quale dovrebbe essere, a mio parere, la recensione ideale ragionando da lettore e non da editore. Anche perché verrebbe spontaneo dire che per un editore le recensioni ideali sono quelle che parlano dei suoi libri e che ne parlano bene; il che, peraltro, non è neppure del tutto vero, come vedremo poi. Meglio, quindi, partire da quel che io mi aspetto, come lettore, quando leggo una recensione (e non necessariamente letteraria).
Diffido, anzitutto, di quelle recensioni in cui l’estensore vuole dimostrare che sarebbe stato tanto più bravo dell’autore o, ancor peggio, dell’editor, muovendo critiche che sfociano spesso nel tecnicismo e proponendo al lettore una sorta di riscrittura critica dell’opera. A volte, se il recensore è bravo per davvero, possono anche essere esercizi godibili, seppure un po’ da iniziati alla materia; quasi sempre, però, fanno trasparire la sensazione della rivalsa che un mancato autore o un mancato editor cerca di prendersi nei confronti di chi è stato più fortunato o coraggioso di lui. Magari il recensore è davvero un eccellente autore incompreso o un editor mancato per sfortunate vicissitudini, ma mettere questo spirito vendicativo nella recensione finisce per lasciare sempre il retrogusto della frustrazione malcelata. Che al lettore, infine, non interessa per nulla.
Aggiungo, e qui so che l’affermazione potrà suscitare dissensi, che poco mi interessa anche il giudizio critico in quanto tale, espresso in voti, stellette o formule di varia derivazione scolastica o agonistica e a stento accompagnato da due righe di dileggio o di sconfinata ammirazione. Per carità, non voglio togliere ai recensori, spesso a quelli amatoriali, il gusto di ergersi per un attimo a professori ed esprimere la loro secca valutazione; ma questa, da sola, nulla ci dice, salvo che al recensore l’opera è piaciuta o no, se non è accompagnata da solide motivazioni, da un’analisi approfondita dell’opera, dalla descrizione dei punti di forza e di debolezza, che cominciano a consentire al lettore di farsi anche una propria idea circa il contenuto. L’elogio o la stroncatura, a volte, possono anche essere interessanti per il lettore; ma, per paradosso, non nel senso che lo obbligano a prendere per oro colato la valutazione del recensore. Voglio dire che a volte, specie in rete, un lettore può scegliersi un recensore di cui si fida e tenerne in conto il giudizio, ma capita anche, e faccio il caso personale, che io legga recensioni di noti critici letterari o cinematografici solo perché scrivono sul tal giornale, che da sempre leggo perché nel suo insieme mi aggrada, e che mi sia reso conto nel tempo, per comprovata esperienza diretta, di essere quasi sistematicamente in disaccordo con le loro valutazioni; ecco allora che la recensione positiva o negativa, specie alla luce delle motivazioni, può benissimo essere letta al contrario, e che io ritenga potenzialmente interessante un libro o un film che quei recensori hanno bocciato, e che viceversa non sia per nulla attratto da quell’opera verso la quale si sperticano in elogi.
Questo paradosso aiuta a riassumere quel che, come lettore, mi aspetto da un buon recensore: che mi aiuti a capire se il libro (o il film, o quant’altro) può piacere a me, non se è piaciuto a lui. Mi aspetto, quindi, che me lo rappresenti nel modo più sintetico ma efficace possibile. Che ne inquadri innanzitutto il genere, le tematiche, l’ambientazione. Che mi dica se la trama è lineare e coinvolgente o è un puro pretesto per altri scopi. Che mi aiuti a capire se la struttura della narrazione è complessa o semplice, funzionale o artificiosa. Che mi introduca allo stile dell’autore, evidenziandone le caratteristiche. Che mi faccia intuire quelli che per l’autore dovrebbero essere i punti di forza del libro. Che mi dica se il linguaggio è ironico, se i dialoghi sono realistici, se i personaggi hanno il giusto spessore, se lo sguardo del narratore esplora il contesto o indugia nell’introspezione. Poi, alla fine, potrà anche esprimere il suo giudizio e spiegare se secondo lui l’autore è riuscito validamente a raggiungere gli obiettivi che si era prefissato; ma l’importante è che cominci a farmi “respirare” il libro e a farmi capire se a me, lettore con gusti precisi, potrebbe interessare, e poi piacere, o no.
Che poi, a ben vedere, il mio desiderio di lettore finisce qui per coincidere con quello di editore. Perché se una recensione negativa e poco motivata, con evidenza, non fa piacere e rischia di allontanare potenziali lettori che magari troverebbero quell’opera di loro gusto, è anche vero che una recensione positiva, ma sempre poco motivata, rischia di indurre all’acquisto lettori con altre preferenze, e la valutazione elogiativa del critico rischia di ribaltarsi in un passaparola sfavorevole tra i lettori, poiché chi ha letto il libro non ha letto quel che cercava.
In realtà, la situazione è anche più complessa. Perché un libro si presta spesso a diverse chiavi di lettura, a volte possiede diversi livelli, e chiama in causa sensibilità differenti; come si dice, il libro, quando viene letto, diventa “del lettore”, e ciascun lettore, recensore compreso, può scorgervi alcuni aspetti e non vederne altri. Porto, per chiarire, l’esempio di tre recensioni recentemente lette in rete, tutte su Diecipercento e la Gran Signora dei tonti, della nostra Antonella Di Martino. Sono, tutte e tre, delle buone recensioni; non perché sono positive nel giudizio (lo sono), ma perché in tutti e tre i casi i recensori cercano di entrare nello spirito dell’opera e di renderne partecipe il lettore, spiegandone in breve sintesi le peculiarità. A leggerle, però, sembra quasi che si parli di tre libri diversi. E, personalmente, se fossi un ignaro lettore anziché l’editore, di una direi che mi rappresenta un libro che mai acquisterei in base ai miei gusti, una mi restituisce un’opera che forse potrebbe interessarmi, una terza mi seduce e mi induce a correre in libreria. Nessuno dei tre recensori, sia chiaro, “ha sbagliato”: tutto quello che ci rendono nei loro commenti, in effetti, nel libro lo si ritrova. Ma siccome ciascun recensore ha sottolineato quel che per lui era lo spirito della narrazione e ne costituiva il punto di forza, ciascuno ha finito per evidenziare tre aspetti diversi.
Quindi, la riflessione sulla funzione della recensione finisce con un appello: non ai recensori, ma ai lettori. Leggete le recensioni, leggetele con occhio critico, andate oltre la crosta del giudizio e cercate, anche se il recensore non sempre vi aiuta, di entrare nello spirito dell’opera e nel cuore dell’autore. E leggete più recensioni che potete, perché, nell’immensa libertà che la letteratura concede al lettore, è l’unico modo per cercare di farsi una prima, ma ampia e sfaccettata, idea di un’opera.

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Se il libraio diventa critico letterario. Il ruolo degli intermediari fra autore e lettore

di Cristiano Abbadessa

Negli ultimi mesi, complici la latitanza o l’inefficienza di buona parte dei nostri distributori, abbiamo avuto modo e necessità di stringere rapporti diretti e più stretti con alcuni librai. Talvolta il rapporto è nato dall’interesse del libraio stesso, altre volte siamo stati noi a cercare la disponibilità di qualche punto vendita indipendente che ci sembrava interessante. In questo secondo caso, può capitare che il libraio risponda o che neppure si degni. Se risponde, può succedere che ordini direttamente qualche copia di alcuni titoli, andando a fiuto, a volte con un certo entusiasmo per la nuova proposta editoriale e a volte dando il senso di un fastidio che fa prevedere la grama sorte di quelle copie che ristagneranno per qualche mese su uno scaffale periferico; oppure succede che dia risposta altrettanto immediata ma opposta, declinando l’offerta e spiegando magari che non desidera rapporti con singoli editori o con piccoli editori. Infine, può anche capitare che il libraio chieda qualche titolo per leggerlo, prima di decidere se ordinare delle copie da esporre al pubblico; dopo averle lette, ci manifesta il suo interesse o il suo disinteresse, e la conseguente decisione di ordinare o meno.
È ovvio che una manifestazione di interesse fa molto piacere all’editore, così come una “bocciatura” demoralizza. Debbo tuttavia preliminarmente dire che, poiché ci lamentiamo spesso della curiosa filiera dell’editoria in cui di solito i venditori nulla sanno del prodotto, la mia istintiva simpatia e il mio ringraziamento vanno comunque a questi librai che si sobbarcano la fatica di scegliere leggendo, e che, indipendentemente dal verdetto, li sento più affini rispetto a quelli che decidono solo in base alle loro strategie di mercato e di posizionamento. Per questo motivo, di solito, non condivido le forme di risentimento che alcuni tra noi manifestano quando un libraio, come per fortuna raramente capita, rifiuta i nostri titoli dopo averne letto qualcuno; mi consolo con la maggioranza che, invece, esprime un giudizio positivo, ringrazio comunque e vado avanti.
Tuttavia, l’altro giorno sono rimasto un po’ sconcertato di fronte al garbato rifiuto di un libraio. A lasciarmi perplesso, infatti, in questa circostanza sono state le motivazioni, che mi hanno fatto riflettere. Perchè il nostro, seppure in forma molto sintetica, si è espresso nei termini propri del critico letterario, soppesando pregi e difetti delle due opere che gli avevamo inviato in visione (fra l’altro, due di quelle con le migliori recensioni e le maggiori vendite); ma, e qui sta il punto, lo ha fatto riconducendo il tutto a un giudizio estremamente personale, fondato infine su quel che gli piaceva e non gli piaceva in base al suo gusto e al suo canone letterario (evidentemente piuttosto rigido, fra l’altro, essendo le due opere in questione assai diverse tra loro per stile).
Ora, io mi aspetterei da un libraio un criterio di scelta un poco diverso. Restando valido quanto detto sopra, e quindi apprezzando il fatto che non vengano ordinati dei titoli tanto per farlo e lasciarli a impolverarsi senza essere in grado di consigliarli a nessuno, riterrei però che un librario dovrebbe capire se un’opera è buona nel suo genere, e quindi consigliabile a chi quel genere e quello stile li apprezza; il fatto che a lui personalmente quel genere non piaccia, dovrebbe essere fattore del tutto secondario. Anche nell’interesse del libraio stesso, voglio dire, che altrimenti rischia di ridursi a vendere una manciata di titoli che sposano esattamente il suo gusto.
Una scelta basata sul solo criterio del mi piace, non mi piace è riduttiva e rischiosa. Noi stessi, per dire, non scegliamo cosa pubblicare in base a un unico giudizio. Abbiamo i nostri paramentri oggettivi, certo, a cominciare dalla compatibilità con una tematica precisa (la realtà sociale). Ma quando arriviamo a chiedere un manoscritto, lo sottoponiamo a diverse letture, di persone che non hanno gli stessi gusti e le stesse inclinazioni di genere e stile. E, per norma che ci siamo dati, pubblichiamo opere che qualcuno tra noi ha ritenuto “ottime”, anche se a qualcun altro sono piaciute pochino, mentre evitiamo di pubblicare quelle che, anche unanimemente, sono giudicate piacevoli, decorose e nulla più; perché le prime hanno le qualità per farsi amare almeno da una fetta di pubblico, mentre le seconde sono compitini sufficienti che non colpiscono la fantasia di nessuno. Poi in redazione si può lavorare a valorizzare pregi e smussare difetti, ma l’opera grezza deve già possedere un suo fascino preciso.
Ho voluto brevemente spiegare come procediamo nella scelta dei titoli perché ritengo che, con ruoli diversi, editore, recensore e libraio siano infine degli intermediari tra la creazione dell’autore e il gusto, mai sindacabile, dei diversi lettori. Io, da direttore editoriale, non necessariamente pubblico opere che devono piacere a me in quanto lettore; ma devo saperne riconoscere le potenzialità (se esistono) e devo fidarmi del giudizio di chi ha maggiore dimestichezza con quel genere e quello stile, decidendo insieme se l’opera è in grado di piacere al suo pubblico. Lo stesso, a maggior ragione e con la predisposizione a presentare un’offerta più ampia (se non si tratta una libreria di genere), dovrebbe fare il libraio; che ha il compito, non certo facile, di entrare in sintonia con opere che personalmente non gli dicono nulla, ma che potrebbero essere eccellenti per molti dei suoi clienti lettori. I quali, a loro volta, chiedono di essere indirizzati, dopo aver espresso le prorie propensioni, verso titoli che possano essere di loro gusto, e non di gusto del libraio.
Ruolo difficile quello del libraio consigliere, certo diverso da quello dell’editore, seppure con alcuni punti di contatto. E certamente diverso da quello del recensore, sulla cui funzione di intermediario tornerò la prossima volta.

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Recensioni e lavoro di squadra. E un pulpito poco credibile per lezioni di etica

 di Cristiano Abbadessa

Leggo un intervento dello scrittore e “creativo della comunicazione” Antonio Steffenoni, pubblicato a pagina 178 dell’ultimo numero del Venerdì di Repubblica. L’autore, giocando un po’ col racconto e un po’ con l’ironia, se la prende con quegli autori che recensiscono (segnatamente sul web) i libri pubblicati da altri autori della loro stessa casa editrice; lo considera un sistema furbetto e a basso costo per fare promozione, ma soprattutto una scorciatoia priva di etica (ergo “immorale”, dovremmo concludere).
Viene il sospetto, forse ingiusto, che il “creativo della comunicazione” rosichi un po’, di fronte a un sistema di promozione intuitivo e a basso costo che deprezza i preziosi consigli che fornisce per mestiere (sempre supponendo che un “creativo” dispensi costosi consigli per fare campagne con poca spesa, perché a fare campagne buttando sul tavolo carrettate di soldi son buoni tutti). Ma il vero problema, in questo caso, temo non sia il predicatore ma il pulpito.
Non c’è neppure bisogno che mi confessi reo (ma reo di che?): se andate tra le recensioni evidenziate nell’apposita pagina del nostro sito, troverete senza difficoltà alcuni autori-recensori che hanno detto la loro, sul web, sulle opere dei loro compagni di squadra. Ci sono anche altre recensioni, ovviamente, e il lettore è libero di ritenerle più credibili di quelle firmate da un autore sotto contratto con Autodafé. La recensione di un’altra opera pubblicata dal proprio editore è, specie nelle piccole realtà, un modo di fare squadra, perfettamente normale, spesso accompagnato dalla conoscenza personale e dalla stima reciproca; e peraltro in nulla dissimile dalle paginate che Repubblica, o altri giornali del gruppo, dedicano alle opere letterarie (e non solo) di loro brillanti giornalisti, spesso edite da case editrici amiche o collegate.
Fin qui potremmo dire che siamo alla pari, perché basta cliccare il nome del recensore di un romanzo, sul web, per saperne vita morte e miracoli; così come, di norma, la grande stampa evidenzia l’appartenenza di un autore recensito al proprio gruppo. O forse proprio pari no, perché comunque il piccolo editore non sollecita e non paga i suoi autori per recensire altri autori della stessa squadra: si tratta di una libera scelta, motivata da reale apprezzamento per l’opera e dalla sincera convinzione che essa meriti un po’ di visibilità (a meno che non si pretenda una forma di masochismo per cui se a un nostro autore proprio non piace un’opera di un “collega” la debba per forza recensire e stroncare). Non so se della stessa libertà godono tutti i giornalisti che, per consegna ed essendo a libro paga, recensiscono opere dei loro colleghi.
Dove però il contrasto si fa davvero stridente, è nelle recensioni “altre”. Perché se un contributo di visibilità alle nostre opere può venire anche da autori pubblicati da Autodafé, è vero però che tutte le altre recensioni sono, nel nostro caso, totalmente disinteressate, mai prezzolate o sollecitate con secondi e terzi fini. Viceversa, una recensione su un grande giornale (o radio, o tv) il più delle volte arriva solo se l’editore è un inserzionista pubblicitario; e tanto più solidi sono i legami di sponsorizzazione, tanto più ampio e frequente sarà lo spazio disponibile. Se non fai pubblicità, spazio per le recensioni non ne trovi. Magari i giornali dedicheranno qualche riga a un editore che si è inventato un’iniziativa che “fa notizia”, ma le opere resteranno mestamente confinate nell’ombra: non stroncate, o non recensite per inadeguatezza, ma semplicemente ignorate perché l’aautore non è noto e l’editore non è inserzionista.
Allora, se vogliamo parlare di etica e trasparenza, lancerei io una sfida a Repubblica e a tutte le altre grandi testate giornalistiche. Quando pubblicate una recensione (ma potrebbe valere per qualunque spazio dato a ogni tipo di azienda), diteci tutto, ma proprio tutto: chi è l’editore, quali sono i soci che partecipano al capitale, quali sono i suoi consulenti, i suoi agenti per la promozione e la distribuzione. E, soprattutto, pubblicate accanto al nome della tal casa editrice il tot che investe in pubblicità annualmente sulle testate del vostro gruppo. Così, giusto per amore di chiarezza e per rendere più trasparenti i meccanismi di scelta e selezione.
Altrimenti, per favore, risparmiate di dare spazio a certe prediche sulla presunta etica. Perché diventa forte il rischio che, più che dal pulpito di un tempio dell’informazione, sembrino provenire dalla balconata di un lupanare dove si pratica la prostituzione intellettuale.

(NB: se qualche calciofilo dubita che abbia ripreso l’ultima espressione da una celebre intemerata di José Mourinho, sappia che non ne rivendico la primogenitura, perché è ben più vecchia, ma che comunque il concetto l’avevo io stesso gia ampiamete espresso in altra sede)

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L’arte del narrare e il bisogno di una vocazione editoriale

 di Cristiano Abbadessa

Mi gira in mente un giudizio che, ormai un po’ di anni fa, veniva usato per sintetizzare lo spessore degli interventi politci dell’attuale presidente della Camera, Gianfranco Fini: non dice nulla, ma lo dice bene. Tale definizione riassumeva una buona capacità logica e una discreta oratoria, che però facevano aggio sulla mancanza di contenuti, o sulla mancanza di chiarezza degli stessi. Si era in effetti in una delicata fase di transizione del leader (all’epoca) della destra più estrema, che si riposizionava in alleanze non sempre facili da far digerire alla base e che, d’altra parte, cercava di acquisire una patente di rispettabilità democratica che ancora molti gli negavano. Non interessa, qui, seguire i percorsi di Fini o valutare l’efficacia di quella sua comunicazione impeccabilmente dilatoria. Interessa invece ricordare che quel giudizio, pur suonando esplicitamente caustico, non nascondeva del tutto una certa ammirazione per l’abilità, ritenuta “tutta politica”, di incantare a parole per mascherare l’assenza di sostanza. E, infatti, anche tra coloro che professavano idee radicalmente diverse e provenivano da una storia di netto contrasto con la destra, Fini veniva generalmente considerato “un abile politico”.
Se l’assenza di contenuti non impediva di esprimere ammirazione in politica (terreno che, per sua natura, dovrebbe essere in realtà quello dell’azione e delle scelte), figuriamoci quanto la pura e sola estetica può essere ritenuta importante in campo letterario, laddove non appare un necessario rapporto tra pensiero e azione. E, quindi, si continua a lodare la ricercatezza stilistica anche quando è fine a se stessa e a sottolineare, da parte della critica più che del pubblico, i meriti artistici di uno scrittore più che la densa sostanza del suo narrare.
È un tema che ho gia più volte trattato, e suscitando reazioni non concordi. D’altra parte, si tratta di una questione assolutamente centrale per Autodafé, visto che lo spessore dei contenuti e la capacità di narrare prestando attenzione a determinati aspetti sono alla base della nascita stessa della casa editrice e della sua ragion d’essere. Eppure, questa precisa vocazione del “narrativo presente” stenta a essere riconosciuta come elemento fondante di questa casa editrice e come denominatore comune che deve ritrovarsi, nelle differenze di generi e di stili, in tutti i nostri autori.
Insomma, nella contesa del primato fra cosa dire e come dirlo ci si imbatte spesso e volentieri. Per esempio, sono stato ieri a Roma, all’affolatissima e appassionata presentazione del romanzo Ali e corazza del nostro Daniele Trovato: e anche qui ho visto intrecciarsi e inseguirsi, ma forse troppo poco amalgamarsi (e, per fortuna, non contrapporsi), i riconoscimenti alla qualità letteraria dello scritto e alla creazione di una protagonista di grande spessore con la sensibilità per la precisa rappresentazione di luoghi e persone che tratteggiano inequivocabilmente la realtà sociale italiana. O, ancora, ritrovo la redazione impegnata nell’eterna diatriba con l’aspirante autore respinto di turno, il quale asserisce infine che non esistono altro che romanzi buoni e romanzi cattivi, e che la pretesa di definire un ambito tematico è estranea alla letteratura.
Verrebbe da invitare a seguire il dibattito che, di questi tempi, affiora di tanto in tanto sulla stampa, rievocando l’epoca delle case editrici a forte vocazione identitaria e confrontandole con quelle odierne e le loro politiche onnivore e gelatinose. Spesso, è vero, si tratta di riletture nostalgiche e di elogi dei “bei tempi andati”, ma non si può negare che se le grandi case editrici hanno assunto dimensioni tali da essere quasi costrette a una dimensione poliedrica, le piccole e medie dovrebbero forse valutare con più attenzione se ha senso stremarsi in una concorrenza indifferenziata o se sarebbe preferibile provare a caratterizzarsi secondo inclinazioni e convinzioni.
Certo, il nostro nuovo assetto organizzativo, e l’importanza che rivestiranno i servizi editoriali, consentono ad Autodafé di dissipare qualche equivoco e di restituire chiarezza alla nostra vocazione originaria. La scheda di valutazione della proposta editoriale (a pagamento), ben più ampia della sintetica e cortese risposta che abbiamo finora inviato a tutti, permette di chiarire il valore oggetivo di una proposta, coi suoi pregi e i suoi difetti, separando questa valutazione da quella successiva e più soggettiva riferita alla compatibilità dell’opera in questione col progetto editoriale di Autodafé. La casa editrice potrà continuare a scommettere, investendo, su quelle opere narrative di respiro sociale che costituiscono l’elemento fondativo della nostra esistenza. I bravi autori potranno continuare a lavorare con la nostra redazione e usufruire dei nostri servizi, se questa è la loro scelta e se noi sapremo meritarci la fiducia, ma saranno chiamati a investire anch’essi e a scommettere sul proprio valore. Ci pare che tutto questo non possa che essere un ulteriore elemento di chiarezza circa la natura, il ruolo e la funzione di un piccolo editore.

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