Archivi categoria: ebook

Promozione Autunno Ebook

2013_PromoEbookAutunno

Lascia un commento

14 ottobre 2013 · 12:56

Fast e slow. Il mezzo e il messaggio, il libro e il tempo

ebookBookdi Cristiano Abbadessa

Sabato sera ho partecipato a una riunione informale per gettare le basi per la prossima edizione del Festival Letteratura Milano. Credo che l’argomento vi interessi, ma non abbiatevene a male se non parlerò, qui e ora, dei progetti sul tappeto. Vi ho comunicato dove mi trovavo sabato sera solo per dire che, dato l’impegno, non ho potuto vedere in diretta la partita fra Inter e Pescara.
Chi mi segue conosce la mia passione calcistica. La partita in questione non era, anche soggettivamente, fra le più interessanti e imperdibili. Tuttavia, proprio per la mia nota dipendenza, un’occhiata a quanto accaduto in campo volevo darla: ho registrato l’incontro e, senza saperne il risultato, la mattina dopo, appena alzato, ho consumato rapidamente le immagini, procedendo a velocità doppia e accelerando ulteriormente quando vi erano pause, sostituzioni e infortuni. In questo modo, l’ora e mezzo di partita è stata condensata in poco più di mezz’ora di visione. Un consuno fast, senza dubbio.
La domenica pomeriggio ho visto la prima mezz’ora di Manchester United contro Liverpool, poi ho messo il resto della partita in registrazione per guardare le gare della serie A italiana. Più tardi, ho ripreso la visione del classico confronto inglese da dove l’avevo lasciata. Siccome l’incontro era importante e piacevole, ho limitato al massimo le accelerazioni, e l’ho visto quasi tutto a velocità normale, rispettandone i tempi e godendone i dettagli. Un consumo slow, quindi, seppur posticipato.
Qualcuno potrà far notare che ho avuto facoltà di opzione tra lentezza e velocità perché stavo guardando due registrazioni, potendo con ciò scegliere se pigiare o meno il tasto dell’avanzamento veloce. Vero fino a un certo punto. Nella serata, per dire, ho visto in diretta Milan-Sampdoria, che non mi interessava granché ed era anche piuttosto noiosa. Pur non potendo velocizzare alcunché, ho pertanto scelto di vagare tra diversi eventi, e alla partita italiana di calcio ne ho aggiunta una francese, una del campionato italiano di basket e persino qualche robusta sbirciata ai play-off del football americano. Con il vecchio metodo dell’isterico zapping ho perciò imposto agli eventi un consumo fast, seppure in diretta.

Perché vi ho ragguagliato sulle mie visioni televisive del weekend sportivo? Perché, nel contempo, ho visto lo Slow Reading Manifesto  lanciato da Antonio Tombolini. E tra le due questioni, al di là dell’apparenza, c’è un nesso.
Non sintetizzo qui tutti i contenuti del manifesto, che potete leggere da soli. Mi soffermo però sulla considerazione, di Tombolini, che il piacere dello slow reading possa essere messo in pericolo non tanto dall’ebook in quanto tale (cui è ampiamente favorevole), ma dalla pubblicazione in digitale di opere brevi, con immagini “più da guardare che da leggere” e, in generale, dall’essere in rischioso contatto con un mondo (quello della rete web), che per definizione è fast e rischia di distrarre il lettore. Il manifesto, fra le molte indicazioni, suggerisce la lettura soltanto di ebook che siano “il buon caro, vecchio libro, solo che è digitale”; e, in aggiunta, prescrive che il libro sia lungo, “tale da non consentire la lettura completa in un’unica sessione”.
Non sono d’accordo. E non lo sono per due considerazioni, la prima più specifica e la seconda più generale.
La considerazione specifica riguarda le potenzialità del mezzo (la pubblicazione in digitale) che sono certamente diverse da quelle della tradizionale pubblicazione cartacea: non è questione di far graduatorie tra le opportunità in più e quelle in meno, ma di prendere atto che si tratta di mezzi diversi. Dire che in digitale vanno solo pubblicati libri che sono (o potrebbero) essere in modo identico pubblicati su carta è un anacronismo: è come se il cinematografo fosse nato soltanto per far vedere in molte sale una rappresentazione teatrale recitata su un unico palcoscenico; o come se la televisione avesse riproposto solo le forme e gli stili del cinema (i film) e della radio, senza esplorare e inventare proprie specificità. È anche come pensare, per restare nel tecnologicamente avanzato, che si conversi e ci si scambi idee nel medesimo modo e nei medesimi linguaggi attraverso una e-mail, skype o un social network; che sono invece, come noto, modalità ben distinte per uso, tempo e lessico. Insomma, il cartaceo consente determinate produzioni (fra le quali c’è il libro), così come il digitale ne consente altre (fra le quali c’è il libro, ma non solo); e credo che tutte le opportunità mediatiche vadano sfruttate nella maniera più intellligente e adatta al contenuto.
La considerazione più generale si rifà al racconto iniziale delle mie (tele)visioni sportive. La scelta tra una fruizione slow e fast non si determina semplicemente in forme ontologiche, ma ha a che fare, oltre che coi gusti personali, coi contenuti. C’è chi ama la lettura tutta d’un fiato e chi centellina il tempo, chi consuma un libro senza interruzioni e chi lo spezzetta in molte porzioni; e fin qui è questione di gusti (e di possibilità: quando faccio un viaggio in aereo di tre o quattro ore, mi capita di leggere “in un’unica sessione” romanzi che non sono né brevi né superficiali). Ma neppure la stessa persona ha, nei confronti di ogni libro, i medesimi comportamenti. Non è sufficiente, almeno per me, stabilire che un libro è un libro (o che una partita di calcio è una partita di calcio) per optare in via definitiva per un consumo fast o slow; neppure se restringiamo il campo e parliamo solo di opere di narrativa. Ciascuno ha i propri tempi di lettura, spesso dettati dalle esigenze quotidiane; ma, anche potendo scegliere, non tutti i libri meritano la stessa metrica. E non si tratta neppure di una banale questione di lunghezza: se prendo in mano L.A. Confidential di James Ellroy (500 pagine fittissime) e Il viaggio dell’elefante di José Saramago (200 pagine un poco più ariose), mi rendo conto che il primo è almeno tre volte più corposo del secondo; eppure, se non voglio perdermi nei meandri della storia e dei personaggi, Ellroy preferisco divorarlo nel minor tempo possibile, mentre Saramgo amo sbocconcellarlo a piccole dosi giornaliere per godere appieno il valore di ogni parola. Il primo è un romanzo fast per natura, così come il secondo è inevitabilmente slow; e non è importante quale sia il supporto, né dove e come eserciti la mia lettura.
Come sapete, Autodafé sta per lanciare una nuova collana di ebook, attraverso il progetto Narrativo Presente. Si tratterà, per scelta, di opere di contenute dimensioni. Il che non vuol dire che, essendo brevi e in digitale, debbano essere per forza letture fast. Saranno raccolte di racconti e, alla fine, sarà il lettore a scegliere tra il consumare d’un fiato l’intera raccolta e il lento assaporare ogni singolo racconto. Come è giusto che sia.
Quel che è certo, fast o slow che sia il reading, è che si tratta di un progetto editoriale e di un prodotto che, per molteplici ragioni, non sarebbe pensabile né possibile realizzare nella tradizionale versione cartacea. E, credo, questo significa utilizzare le potenzialità di un mezzo avendo un messaggio da comunicare.

5 commenti

Archiviato in calcio, ebook, lettori, NarrativoPresente

L’e-book e il distributore che deprezza gli editori

di Cristiano Abbadessa

Fin dalla nostra costituzione, come sapete, abbiamo deciso di realizzare anche in formato digitale tutte le opere selezionate per la pubblicazione nel tradizionale formato cartaceo. E, come si può vedere già dalla nostra home-page sul sito, abbiamo scelto come distributore e come store principale BookRepublic, società all’epoca appena costituitasi.
All’inizio BookRepublic ha stretto una serie di accordi con editori medi e piccoli. Questo, pur senza poter produrre risultati fantasmagorici in un settore che ancora doveva iniziare a esistere o quasi, ha garantito una discreta visibilità a tutti noi: le offerte, le iniziative speciali, le vetrine e le promozioni si alternavano in modo equo, dando spazio a tutti, e le strategie di marketing sul prodotto specifico ricevevano fra l’altro il contributo di suggerimenti e proposte che venivano dallo stesso distributore e venditore.
Nel giro di alcuni mesi anche i grandi editori, inizialmente freddini e forse anche indecisi sulle scelte di fondo, sono entrati massicciamente nell’editoria digitale e, seppure in via non certo esclusiva e talora neppure prioritaria, sono entrati a far parte dell’offerta distributiva di BookRepublic, la cui piattaforma si è qualificata come la più completa in ambito italiano. Buon per loro, anche se ovviamente la presenza dei grandi editori e dei relativi bestseller ha tolto spazio e visibilità ai piccoli pionieri che da subito avevano sposato il progetto, con le inevitabili conseguenze.
Poi BookRepublic ha deciso di darsi anche all’attività editoriale; e qui la scelta fa già meno piacere, perché ancora una volta ci si ritrova in quella situazione, ben nota nella filiera tradizionale, in cui il distributore nonché venditore è anche produttore in proprio. Comunque, inizialmente è parso che i prodotti editoriali pensati da BookRepublic avessero un loro specifico, fossero sostanzialmente diversi dal libro tradizionale, più agili e brevi, pensati per un consumo in modalità definita, con tempi brevi di lettura, foliazioni ridotte e prezzi conseguentemente bassi.
Infine però, come orgogliosamente rivendicato nelle ultime dichiarazioni uscite anche sulla stampa nazionale in occasione della tradizionale festa di fine stagione, quello che era nato come un distributore su piattaforma digitale ha preso a pubblicare, da editore, anche titoli del tutto tradizionali, sposando la moda dell’autopubblicazione e sostenenendone la validità. In sostanza, BookRepublic prende dei prodotti “finiti”, cui manca solo la trasformazione in formato epub (che comporta poche ore di lavoro) e li mette in vendita, spartendo gli incassi con l’autore: la trasformazione in epub è l’unica attività “editoriale” che viene svolta, mentre tutto il resto del lavoro resta, evidentemente, a carico dell’autore. Non essendoci i costi di una tradizionale produzione industriale su carta (né per l’autore né per l’editore), la proposta risulta allettante per gli aspiranti autori e l’editore, che in realtà esercita solo l’attività di distribuzione e vendita (tolto quel minimo lavoro di grafica), può permettersi di invadere il mercato con opere a bassissimo prezzo.
Come ovvio, ciascun autore è libero di decidere per l’autopubblicazione, anche se questo termine può voler dire tutto e il suo contrario; perché io resto ben fermo nell’idea che un attore non può recitare tutte le parti in commedia, e che, quindi, un autore serio, anche avendone le capacità professionali, non farà mai il lavoro dell’editor e della redazione sulla sua propria opera. Dunque, nel nostro caso dovremmo avere autori che, a pagamento, rifiniscono la creazione ricorrendo a valide agenzie di servizi editoriali. Oppure, come temo, avremo dei libri “fatti in casa” che vengono allegramente pubblicati senza alcun lavoro editoriale e redazionale alle spalle.
È a questo punto che mi sorgono degli interrogativi. Come vengono scelti e con quali garanzie i libri “autopubblicati” che BookRepublic immette sul mercato? Per caso, BookRepublic dà per scontato che gli autori provvedano in proprio a pagarsi i costi redazionali, oppure più semplicemente ritiene che l’attività di un editore tradizionale sia in buona parte inutile? O, al limite, non gliene importa nulla?
E, dall’altra parte, in mancanza di chiare risposte a questi interrogativi mi nascono domande circa l’atteggiamento che gli editori presenti nella distribuzione di BookRepublic dovrebbero coerentemente tenere di fronte a una partnership con chi, forse, giudica inutile la loro funzione. A maggior ragione qualche dubbio sulla presenza in catalogo viene a me, visto che la nostra casa editrice ha sempre posto al centro del proprio essere (come editore, ma anche come fornitore di servizi) l’importanza di un accurato e attento lavoro redazionale svolto da professionisti. Onestamente, non mi fa molto piacere collaborare con chi, neppure a mezza bocca, sostiene nei fatti e nei proclami che il futuro è nell’autopubblicazione (senza nulla dire circa le forme di garanzia sulla qualità del prodotto, che sono poi una tutela per il lettore e non un’ubbia dell’editore).
Come sempre, pongo le domande e apro il dibattito. Poi, se del caso, faremo anche le scelte conseguenti.

1 Commento

Archiviato in distribuzione, ebook, editoria a pagamento, piccoli editori

Non è il governo dei poteri forti? E allora parliamo di Iva sugli e-book

di Cristiano Abbadessa

Nel corso del dibattito parlamentare sulla fiducia, il nuovo presidente del consiglio Mario Monti ha tenuto a precisare, anche con una punta di infastidita ironia, che il suo nuovo governo non è, come dicono molti e da diverse parti politiche, espressione dei famigerati “poteri forti”. Affermazione su cui sarebbe lecito avanzare qualche riserva, vista la storia personale di Monti e dei suoi ministri, le circostanze che hanno portato all’insediamento di questo governo e persino le procedure, costituzionalmente piuttosto atipiche, che hanno portato alla nomina del nuovo esecutivo. Ma si tratta di questioni politiche sulle quali non è qui il caso di indagare oltre.
Proviamo allora a prendere per buona l’affermazione, chiedendo però qualche riscontro concreto. E, tralasciando per un attimo la verifica dell’indipendenza dai veri “poteri forti” della finanza internazionale e dell’economia politica globalizzata, accontentiamoci in prima battuta di vedere come il governo si comporta coi “poteri deboli”, ovvero con quei gruppi dominanti tutti autoctoni che hanno finora occupato, a partire dalla non controversa figura del presidente-operaio-imprenditore, il governo nazionale; poteri che magari fuori dai confini italiani contano poco e vengono snobbati con sufficienza, ma che in casa nostra hanno dettato legge e leggi, facendo del conflitto d’interessi una barzelletta che è persino diventato stucchevole evocare.
Il settore editoriale è un buon terreno su cui misurare la dichiarata indipendenza del professor Monti, trattandosi di uno dei settori dell’economia nazionale in cui più è evidente la concentrazione di denari e poteri nelle mani di una ristretta oligarchia, che condiziona il mercato interno dettandone le regole di funzionamento e controllando direttamente tutte le fasi della filiera. E un buon banco di prova, in questo campo, rappresenta la questione dell’Iva sugli e-book, che è oggi al 21% (mentre quella sui libri cartacei è al 4). Questione che, fra l’altro, è certamente di competenza dell’esecutivo (e non del legislativo, che è il parlamento) e che potrebbe tornare di piena attualità, visto che si ventila un ulteriore possibile ritocco di questa forma di tassazione.
Siccome di una riduzione dell’Iva sugli e-book beneficerebbero tutti gli editori, grandi e piccoli, va forse spiegato perché questo provvedimento sarebbe in realtà un riequilibratore del mercato e non un favore ai soliti grandi squali. Il fatto è che, a oggi e nel mercato italiano, l’e-book è molto più importante per i piccoli editori che per i colossi del settore. Basta guardare la ripartizione delle quote del mercato degli e-book, dove si riducono di molto le posizioni dominanti ed emergono più facilmente soggetti diversi dai soliti noti; e se è vero che questo dato era addirittura clamoroso fino a qualche mese fa (perché i grandi editori hanno a lungo nicchiato e si sono rassegnati di contraggenio alla vendita degli e-book con un certo ritardo), è vero anche che sostanziali e incoraggianti differenze rispetto al mercato dei libri tradizionali resistono anche oggi che tutti gli editori mettono a disposizione la versione elettronica di ogni opera edita. Va da sé che, mentre per un grande editore l’e-book rapprenta lo zerovirgolazero e qualcosa del suo fatturato, per un piccolo spesso costituisce una percentuale che comincia con un numero primo.
Va poi aggiunto che l’e-book riduce le differenze determinate dalla diversa capacità di investimento pubblicitario: certo, il lettore che ha già deciso cosa comprare è per forza condizionato dalla qualità e dalla quantità della comunicazione messa in campo, e qui i grandi editori conservano il loro vantaggio di partenza. Questa è però la stessa, particolare, situazione del lettore che entra in libreria ordinando a colpo sicuro quel titolo. Ma vi sono poi i lettori che entrano in libreria aggirandosi tra gli scaffali, curiosando, leggendo le quarte di copertina e facendo dopo la loro scelta; e in questo caso vi è una bella differenza tra l’aggirarsi in una libreria che ti propone in evidenza alcuni titoli e altri li nasconde nel retrobottega, e navigare nei siti degli store di e-book, dove la condizione di partenza è grossomodo uguale per tutti. E, in generale, va detto che distributori e venditori di e-book praticano una politica diversa da quella delle catene librarie (ovviamente, perché le catene sono proprietà di chi sappiamo), ruotando molto di più gli spazi di maggiore visibilità, le offerte e le opportunità promozionali.
La questione dell’Iva è importante, come abbiamo già avuto modo di spiegare. L’Iva al 21% infatti azzera (e, anzi, ribalta la situazione) il risparmio che l’editore realizza, con l’e-book, grazie all’assenza di una produzione industriale e della spesa per la materia prima (la carta). Se, a oggi, l’e-book può essere messo in vendita a un prezzo inferiore rispetto allo stesso titolo cartaceo è solo grazie alla filiera più corta (l’e-book nasce con un distributore che è anche venditore), con un ricarico inferiore delle percentuali spettanti alla parte commerciale. Ma questo margine di risparmio per l’editore si va assottigliando, con l’entrata in gioco dei grandi store (da Ibs fino a Amazon), che rivestono nell’e-commerce la stessa funzione della libreria, che non sono distributori ma venditori e che portano quindi la filiera dell’e-book ad assomigliare ormai, anche nei costi, a quella del libro tradizionale. E, a questo punto, il rischio sarà di svendere e-book in perdita o metterli in vendita a un prezzo più alto del titolo cartaceo, determinando la crisi di un settore dove il piccolo editore avrebbe le armi per competere; o comunque riassegnando un vantaggio al grande editore che, nella sua economia di scala, può scegliere se snobbare gli e-book (vendendoli a prezzi alti e contribuendo ad affossare il settore) o se assorbire gli effetti di una vendita sotto costo praticando una sorta di dumping.
Sarebbe quindi il caso che la voce dei piccoli editori si levasse, con una certa forza, per chiedere che l’Iva sugli e-book venga parificata a quella sui libri cartacei e portata al 4%. E sarebbe bene che la flebile voce di Autodafé non restasse isolata.
Vogliamo chiamarlo appello? Va bene. Vediamo se qualche piccolo editore sottoscrive e vediamo se riusciamo a farci sentire dal governo del professor Monti.

Lascia un commento

Archiviato in distribuzione, ebook, piccoli editori