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Il manoscritto e la fatica inutile

ambientedi Cristiano Abbadessa

Dalla nostra sede legale mi arriva una busta bianca, priva di mittente e di francobolli, quindi presumibilmente consegnata a mano. La apro e ci trovo un manoscritto. Il che non è normale, perché noi non riceviamo manoscritti, chiediamo sinossi preliminari, se vogliamo leggere l’opera ce la facciamo spedire via mail. E, infine, perché la nostra sede non è la redazione.
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Quando il libraio non paga

Cambialedi Anna Chiello Già un paio di anni fa avevamo trattato il tema dei cattivi pagatori nel settore editoriale, sinceramente stupiti dal fatto che in quel momento i cattivi pagatori fossero alcune (sottolineiamo alcune) librerie indipendenti molto note, con una riconosciuta patente di “virtuosi del mondo culturale” e “eticamente sensibili”. Questa volta, eccezionalmente, tolgo la parola al direttore editoriale per riprendere quel discorso, ma da un punto di vista più materiale, pratico se vogliamo, ma sostanziale per la sopravvivenza di un piccolo editore quale noi siamo. Continua a leggere

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Se nessuno vuole vendere libri

di Cristiano Abbadessa

Provo a tornare, dedicandoci un paio di post, sulla questione del libro “edito e prepagato”, tentando di motivare le ragioni di questa necessità, che può apparire a prima vista opportunistica pretesa. In questa prima parte, lo faccio dando un’occhiata alle figure professionali della filiera editoriale.
Riparto, ancora una volta, da uno sguardo al corposo archivio in cui raccogliamo le proposte di collaborazione che vengono inviate alla nostra casa editrice. La stragrande maggioranza riguarda, come prevedibile, coloro che si offrono per un’attivita di tipo redazionale, con curriculum che vanno a coprire tutto il possibile mansionario: lettori, redattori, correttori di bozze, e via salendo fino a chi si propone come editor di collana o direttore editoriale. Non sono pochi nemmeno quanti si offrono come grafici (qui inteso come impaginatori), per lavori di segreteria, per pubbliche relazioni e ufficio stampa, per l’organizzazione di eventi e presentazioni, per la cura e l’implementazione di spazi web. Tutte proposte plausibili, spesso e volentieri motivate da un buon bagaglio di studi ed esperienze; proposte frustate dal fatto che i soci di Autodafé si sono divisi questi compiti e li svolgono in proprio, ma certamente ragionevoli. Infine, e non sono pochi, ci sono quanti si propongono come illustratori, disegnatori, traduttori, grafic-designer (qui inteso come creatori di copertine); tutte figure professionali di cui non ci serviamo, e per le quali forse basterebbe una vaga conoscenza della casa editrice e dei suoi prodotti per risparmiare l’invio di un curriculum che certamente non ci può servire (parlo della minima conoscenza che si può acquisire attraverso il sito, dove si vede quali sono le nostre copertine, che i libri non sono illustrati e che non pubblichiamo autori stranieri; anche se riterrei doveroso che chi invia una proposta di lavoro avesse almeno preso in mano qualche libro dell’editore cui si rivolge).
In questa ampia offerta mancano del tutto (o quasi) proposte relative all’attività commerciale. Qualcuno accenna a questo aspetto, ma più che altro dando l’impressione di immaginare di poter essere in grado di tenere i rapporti con un distributore, non però di occuparsi in prima persona dei contatti con le librerie, dell’organizzazione di fiere e banchetti, della creazione di una piccola rete di vendita per conto della casa editrice. Forse gli agenti e i venditori non pensano sia utile proporsi a un editore, ma eventualmente a un distributore; obiezione discutibile, nell’attuale mercato editoriale, e comunque non suffragata dalle considerazioni che seguono.
Oltre alle proposte individuali di lavoro, infatti, nelle nostre caselle mail arrivano anche offerte aziendali. Che, nella quasi totalità (a parte qualche service editoriale a ciclo completo), riguardano il processo di produzione, e segnatamente la fase di stampa (già più raro trovare chi offre anche un magazzino). Proposte plausibili, che vengono girate al socio che si occupa del processo di produzione, ma ancora una volta monotematiche.
Anche qui, non dico che nessun distributore “adulto” (magari piccolo, di nicchia e specializzato) viene a cercarci, ma non esiste nessuna struttura o compagine che pensi di esplorare il settore, sondi l’interesse, provi a capire se i piccoli editori sarebbero interessati a una società in grado di occuparsi di distribuzione e vendita, curando in particolare i rapporti con le librerie indipendenti.
Eppure, guardando anche alla realtà dei nostri “colleghi e concorrenti”, mi sento di dire che questo tipo di attività promozionale e commerciale avrebbe buone opportunità. Anche perché suppongo che troverebbe una buona accoglienza presso i librai indipendenti, specie medio-piccoli, che si rivolgono al grande distributore per creare il magazzino coi soliti titoli noti, ma probabilmente gradirebbero la mediazione di una struttura competente e affidabile per la scelta dei titoli da scoprire, senza sfiancarsi nella gestione di una miriade di contatti coi singoli piccoli editori. Qualche libraio preferisce il contatto diretto, selezionando con cura pochi interlocutori e diventando il punto di riferimento per un numero limitato di editori (abbiamo anche noi i “nostri” punti vendita privilegiati); ma i più, legittimamente, ambirebbero a poter tenere i contatti con un ragionevole e circoscritto numero di distributori organizzati e seri, ciascuno con un proprio carnet di editori, magari con specializzazioni di settore.
Francamente mi stupisce un po’ il fatto che tra i numerosi amanti della letteratura e dei libri nessuno si senta vocato, a livello individuale o collettivo (cioè con l’ambizione e la capacità di costruire una piccola società), per l’attività di promozione e vendita. Anche perché ritengo che questo tipo di lavoro non sia adatto al famoso venditore generico (quello che “sa vendere di tutto a chiunque”), ma richieda competenza specifica, amore per la letteratura, capacità di analisi e di sintesi, conoscenza del prodotto e delle esigenze di tutti gli attori della filiera.
Possibile che tra i tantissimi amanti dei libri non esista nessuno con queste attitudini e con la voglia di provare a esplorare un terreno che, così concepito, è quasi vergine e potrebbe essere fertile?
Perché è vero che, in un’economia di mercato, l’editore che sopravvive dovrebbe essere quello che riesce a vendere i propri libri. Ma esiste, oggi, qualcuno disposto a occuparsi per davvero, e come attività principale, della vendita dei libri dei piccoli editori?

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Gli economisti sono in grado di prevedere il futuro. Barando

di Cristiano Abbadessa

Rieccoci. Ancora immersi nel clima di vacanze, nel caldo, nello strascico del riposo. Presto, quindi, per tornare a parlare di letteratura, di libri, di editoria. Meglio prolungare la sospensione estiva, restando in qualche modo attaccati ai divertimenti del periodo di vacanza. E siccome la vacanza, per me, è stata principalmente una totale immersione nelle Olimpiadi, proprio a queste mi ricollego; non per raccontare, però, emozioni ed entusiasmi, passioni e delusioni, ma per commentare una notizia su cui mi è caduto l’occhio almeno in un paio di occasioni, e che ben si presta a qualche considerazione.
La notizia è che due economisti hanno elaborato e pubblicato sul Financial Times, prima dei Giochi, una previsione sul numero di medaglie che sarebbero state vinte da ciascun paese partecipante: una previsione, a loro dire, basata esclusivamente su un modello econometrico che teneva presente fattori “oggettivi” quali il Pil, la popolazione e il reddito pro-capite; con la sola parziale correzione verso l’alto a favore del paese ospitante i Giochi (la Gran Bretagna) e, in minor misura, del paese che aveva ospitato l’edizione passata e di quello che ospiterà la prossima (Cina e Brasile, rispettivamente), in quanto tale elemento determina dei vantaggi non solo immediati (anche a base di favoritismi e veri e propri furti), ma incide in forma più ampia e durevole sugli investimenti nazionali nello sport.
A giochi fatti, risulterebbe che le previsioni degli economisti ci hanno azzeccato al 95%, che è percentuale considerevole e quasi sbalorditiva. Vero che non erano entrati nel merito del valore delle medaglie, indicando solo i podi senza distinguere tra vincitori e piazzati, che è quanto nel medagliere olimpico fa davvero la differenza; però il livello di esattezza rimane comunque impressionante.
Peccato che, andando nel dettaglio, si faccia presto a scoprire qualche particolare che non convince. Non occorre esssere degli economisti, infatti, per domandarsi con un certo stupore in quale modo il modellino econometrico possa aver azzeccato in pieno l’abissale distanza tra le moltissime medaglie della Cina e il quasi nulla dell’India: due paesi che non sono al medesimo livello di sviluppo ma che comunque si trovano spesso accomunati nelle definizioni economiche, e che sportivamente sono invece lontanissimi (grande potenza la Cina, subcontinente depresso l’India). E, tanto per restare nel gruppo dei BRIC, meraviglia che gli economisti ci abbiano preso con il fallimento quasi totale dei brasiliani, rappresentanti di un altro paese economicamente in forte ascesa e che per giunta (secondo il loro modellino) avrebbe dovuto trarre vantaggi dalla prossima ospitata olimpica del 2016. E si potrebbe continuare, domandandosi come mai i due pronosticatori avessero addirittura immaginato un medagliere più ricco per Cuba, che non ha raccolto poco e che è peraltro un paese con gravi difficoltà economiche, oppure chiedendosi se davvero i modelli economici dicono che la nostra sciagurata Italia vale il doppio della Spagna (come certificato dal medagliere olimpico e dalle puntuali previsioni dei due economisti).
Insomma, è fin troppo facile sospettare che il modello econometrico c’entrasse fino a un certo punto nel pronostico. E che quella pubblicata sul Financial Times prima dei Giochi sia in realtà una previsione abbondantemente corretta da criteri squisitamente sportivi, magari dando anche un’occhiata alle celebri ipotesi di Sports Illustrated, che è per competenza una sorta di Bibbia degli sport olimpici. E adeguandosi di conseguenza.
Ottimi pronosticatori e bravi lettori di altrui previsioni, dunque, i nostri amici economisti. Ma, in fondo, anche due ciarlatani. Naturalmente ciarlatani ben sponsorizzati, vista la soddisfazione con cui molti giornali, senza troppo sottilizzare sulla stranezza delle previsioni rispetto alla realtà economica, si sono affrettati a celebrare il successo dell’oroscopo econometrico, approfittandone ancora una volta per raccontarci la favoletta che l’economia può spiegare tutto e persino prevederlo.
A me, invece, i due professori sembrano un po’ quegli abili maghi e lettori di tarocchi che, senza parere, riescono a sapere tutto dal cliente ed elaborano una previsione razionale del probabile, fingendo di averlo letto nelle stelle o nelle carte. E, guardando oltre le Olimpiadi, mi sembra che gli economisti facciano fatica persino a prevedere la realtà economica stessa, qui e ora. Altro che strologare sulle medaglie delle gare sportive.

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