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L’e-book e il distributore che deprezza gli editori

di Cristiano Abbadessa

Fin dalla nostra costituzione, come sapete, abbiamo deciso di realizzare anche in formato digitale tutte le opere selezionate per la pubblicazione nel tradizionale formato cartaceo. E, come si può vedere già dalla nostra home-page sul sito, abbiamo scelto come distributore e come store principale BookRepublic, società all’epoca appena costituitasi.
All’inizio BookRepublic ha stretto una serie di accordi con editori medi e piccoli. Questo, pur senza poter produrre risultati fantasmagorici in un settore che ancora doveva iniziare a esistere o quasi, ha garantito una discreta visibilità a tutti noi: le offerte, le iniziative speciali, le vetrine e le promozioni si alternavano in modo equo, dando spazio a tutti, e le strategie di marketing sul prodotto specifico ricevevano fra l’altro il contributo di suggerimenti e proposte che venivano dallo stesso distributore e venditore.
Nel giro di alcuni mesi anche i grandi editori, inizialmente freddini e forse anche indecisi sulle scelte di fondo, sono entrati massicciamente nell’editoria digitale e, seppure in via non certo esclusiva e talora neppure prioritaria, sono entrati a far parte dell’offerta distributiva di BookRepublic, la cui piattaforma si è qualificata come la più completa in ambito italiano. Buon per loro, anche se ovviamente la presenza dei grandi editori e dei relativi bestseller ha tolto spazio e visibilità ai piccoli pionieri che da subito avevano sposato il progetto, con le inevitabili conseguenze.
Poi BookRepublic ha deciso di darsi anche all’attività editoriale; e qui la scelta fa già meno piacere, perché ancora una volta ci si ritrova in quella situazione, ben nota nella filiera tradizionale, in cui il distributore nonché venditore è anche produttore in proprio. Comunque, inizialmente è parso che i prodotti editoriali pensati da BookRepublic avessero un loro specifico, fossero sostanzialmente diversi dal libro tradizionale, più agili e brevi, pensati per un consumo in modalità definita, con tempi brevi di lettura, foliazioni ridotte e prezzi conseguentemente bassi.
Infine però, come orgogliosamente rivendicato nelle ultime dichiarazioni uscite anche sulla stampa nazionale in occasione della tradizionale festa di fine stagione, quello che era nato come un distributore su piattaforma digitale ha preso a pubblicare, da editore, anche titoli del tutto tradizionali, sposando la moda dell’autopubblicazione e sostenenendone la validità. In sostanza, BookRepublic prende dei prodotti “finiti”, cui manca solo la trasformazione in formato epub (che comporta poche ore di lavoro) e li mette in vendita, spartendo gli incassi con l’autore: la trasformazione in epub è l’unica attività “editoriale” che viene svolta, mentre tutto il resto del lavoro resta, evidentemente, a carico dell’autore. Non essendoci i costi di una tradizionale produzione industriale su carta (né per l’autore né per l’editore), la proposta risulta allettante per gli aspiranti autori e l’editore, che in realtà esercita solo l’attività di distribuzione e vendita (tolto quel minimo lavoro di grafica), può permettersi di invadere il mercato con opere a bassissimo prezzo.
Come ovvio, ciascun autore è libero di decidere per l’autopubblicazione, anche se questo termine può voler dire tutto e il suo contrario; perché io resto ben fermo nell’idea che un attore non può recitare tutte le parti in commedia, e che, quindi, un autore serio, anche avendone le capacità professionali, non farà mai il lavoro dell’editor e della redazione sulla sua propria opera. Dunque, nel nostro caso dovremmo avere autori che, a pagamento, rifiniscono la creazione ricorrendo a valide agenzie di servizi editoriali. Oppure, come temo, avremo dei libri “fatti in casa” che vengono allegramente pubblicati senza alcun lavoro editoriale e redazionale alle spalle.
È a questo punto che mi sorgono degli interrogativi. Come vengono scelti e con quali garanzie i libri “autopubblicati” che BookRepublic immette sul mercato? Per caso, BookRepublic dà per scontato che gli autori provvedano in proprio a pagarsi i costi redazionali, oppure più semplicemente ritiene che l’attività di un editore tradizionale sia in buona parte inutile? O, al limite, non gliene importa nulla?
E, dall’altra parte, in mancanza di chiare risposte a questi interrogativi mi nascono domande circa l’atteggiamento che gli editori presenti nella distribuzione di BookRepublic dovrebbero coerentemente tenere di fronte a una partnership con chi, forse, giudica inutile la loro funzione. A maggior ragione qualche dubbio sulla presenza in catalogo viene a me, visto che la nostra casa editrice ha sempre posto al centro del proprio essere (come editore, ma anche come fornitore di servizi) l’importanza di un accurato e attento lavoro redazionale svolto da professionisti. Onestamente, non mi fa molto piacere collaborare con chi, neppure a mezza bocca, sostiene nei fatti e nei proclami che il futuro è nell’autopubblicazione (senza nulla dire circa le forme di garanzia sulla qualità del prodotto, che sono poi una tutela per il lettore e non un’ubbia dell’editore).
Come sempre, pongo le domande e apro il dibattito. Poi, se del caso, faremo anche le scelte conseguenti.

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Cosa succede quando l’informazione diventa pubblicità travestita

di Cristiano Abbadessa

Ci propongono una trasmissione, su una radio locale, dedicata ai libri di Autodafé. La proposta arriva da un intermediario, che spiega di non essere riuscito a ottenere la messa in onda gratuita e che l’emittente (e i curatori del programma) chiedono una “somma irrisoria”, poche centinaia di euro, per dare spazio alle nostre pubblicazioni. Rispondiamo che un programma radiofonico come quello in questione ha ragion d’essere se ha dei contenuti da proporre, e che noi siamo pienamente a disposizione a collaborare attraverso invio di copie ai conduttori, autori pronti a farsi intervistare e quant’altro serva a confezionare la trasmissione; se invece, come pare il caso, si tratta di fare della semplice pubblicità, la cosa è diversa, andrebbe chiamata col suo nome e, infine, non ci interessa.
La storia, in estrema sintesi. è quella che ho raccontato. In più, aggiungo in forma spontanea e non ordinata alcune considerazioni e precisazioni relative alla vicenda.
La prima reazione è di fastidio per quell’aggettivo (irrisoria) che ormai si spende con facilità nel mentre si chiedono investimenti di due o trecento euro, a volte anche qualcosa in più. È una valutazione offensiva, sicuramente fuori luogo se si ragiona con un soggetto economicamente debole come una piccola casa editrice, ma eticamente insopportabile laddove si pensi a quanti con cifre simili, o poco superiori, ci devono campare un mese. Per cui, quando mi sento approcciare da persone che hanno questa disinvolta concezione del denaro, già di puro istinto giro le spalle e me ne vado.
Entrando più nel merito, debbo puntualizzare che al versamento della somma richiesta non corrispondeva, nel caso specifico, neppure il pagamento di un lavoro o di un servizio. Non eravamo, cioè nella situazione in cui l’editore “compra” l’interesse di un conduttore radiofonico, il quale poi si industria a confezionare il programma, perché in realtà i contenuti venivano richiesti direttamente a noi; dovevo essere io, o l’ufficio stampa, o la promozione, a scrivere quel che c’era da dire, e la trasmissione si sarebbe limitata alla lettura di quanto preparato dall’editore (naturalmente, fingendo che il tutto fosse farina del sacco dei conduttori). Siamo quindi nel semplice affitto di un tempo dato, con noleggio di una voce: in sostanza, acquisto di spazio pubblicitario senza alcun valore aggiunto.
Viene poi da chiedersi se una trasmissione così concepita applichi la legge della domanda e dell’offerta nella sua piena reciprocità. Ovvero: sei un piccolo editore in cerca di visibilità, ti chiedo dei soldi per offrirti uno spazio; sei un famoso scrittore che mi farebbe piacere avere nel mio programma letterario, ti pago perché tu ti scomodi a risponderci. Facendo due conti, l’ipotesi è improbabile: se ciò che entra da una parte deve poi uscire dall’altra, il rischio concreto è che non se ne ricavi nulla; a meno che non si sia bravi a valorizzare i contenuti e le presenze per vendere poi spazi pubblicitari (quelli veri, a inserzionisti espliciti), cosa che non pare nelle corde di chi ha ideato il tutto.
Più probabile, invece, che la trasmissione “letteraria” sia pensata appositamente per dare spazio a piccoli editori senza visibilità, in cambio di denaro (e senza metterci alcun lavoro, come dicevo). Siamo quindi, credo, di fronte all’ennesima declinazione del “a pagamento”: dopo l’editore che pubblica solo a spese coperte dall’autore e la libreria che si fa pagare per esporre i libri, ecco il programma radiofonico costruito apposta per sfruttare il bisogno di “esserci” di chi fatica a trovare spazio sui media (siano editori o autori, credo poco importi a chi ha avuto la pensata).
Da ultimo lascio la questione più importante. Chi non è sprovveduto sa benissimo che un inserzionista pubblicitario, specie se di peso, condiziona anche le scelte informative del giornale, della radio o della tv su cui acquista e paga spazi; sappiamo talmente bene che chi fa pubblicità gode di un trattamento di riguardo, da essere in qualche modo in grado di fare la tara ai contenuti informativi: se ci accorgiamo che un dato soggetto economico fa molta pubblicità su quella testata, siamo in certa misura implicitamente avvertiti del fatto che le informazioni che lo riguardano vanno prese con molta cautela. Quando però è lo stesso spazio informativo a trasformarsi in spazio pubblicitario mascherato, la situazione cambia: perché il lettore o l’ascoltatore non hanno strumenti per dubitare, e sono indotti a pensare che quanto un giornalista scrive o un conduttore dice siano libere opinioni, non spot preconfezionati o comunque prepagati (anche qualora, in caso diverso dal nostro, fosse il giornalista o conduttore a realizzare quello che in gergo si chiamava elegantemente pompino).
Il problema mi pare serio. Il ruolo dell’informazione, e della critica, è di occuparsi di ciò che ritiene meritevole per importanza: magari anche in forma non benevola e fino alla stroncatura, ma obbedendo in ogni caso a un criterio che si fonda sulla libertà di scelta e di giudizio. Se ciò di cui si parla (e solo bene, a questo punto) è invece il semplice prodotto di un banale acquisto di spazio pubblicitario, è opportuno che la cosa venga esplicitata. Altrimenti siamo nel campo della truffa e, alla lunga, in un autolesionista circolo vizioso destinato a togliere credibilità ai mezzi di informazione.

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Diritti e garanzie nell’economia di mercato (non solo editoriale)

di Cristiano Abbadessa

È certamente a causa delle mie inclinazioni politiche, ma negli ultimi tempi mi capita sempre più spesso di rimpiangere l’assenza di un forte dirigismo (e, perché no?, di una buona dose di intervento pubblico) quale contraltare, o perlomeno elemento calmierante, delle storture dell’economia di mercato. Fra l’altro, sotto sotto, non devo essere il solo ad avere questi pensieri; ma, troppo spesso, evitando di mettere in discussione il sistema nel suo insieme si finisce per accapigliarsi all’infinito su questioni che, pur non essendo marginali, sono destinate a non trovare piena e soddisfacente soluzione finché restano inscritte in un contesto dato e non mutabile. Ne è un esempio, a mio avviso, la stessa eterna e feroce diatriba sulla modifica dell’articolo 18 quale elemento cardine della riforma del mercato del lavoro: un problema non falso, ma certo meno decisivo di quanto potrebbe invece essere una riforma capace di contemplare forme di garanzia per l’accesso e la permanenza nel mercato del lavoro (non con il diritto a quel posto fisso, ma con il reale diritto a un posto di lavoro adeguato). Solo che, per l’appunto, una riforma del genere avrebbe necessariamente forti contenuti dirigisti e statalisti, in urto con tutte le norme comunitarie e con le regole degli accordi sovranazionali.
Pensieri del tutto simili mi vengono in mente leggendo alcune delle reazioni al Festival dell’Inedito. Reazioni giustificate e spesso ben motivate, tanto da aver indotto a un parziale ripensamento dell’iniziativa e da aver causato una mezza marcia indietro di organizzatori, promotori e testimonial. Ma anche reazioni che qualche volta vanno un po’ sopra le righe, come quando sento parlare del diritto dell’aspirante autore a essere preso in esame e valutato (ovviamente gratis) dagli editori. Avendo un profondo rispetto di quelli che dovrebbero essere i diritti fondamentali, alcuni citati in Costituzione o negli statuti fondativi dei grandi organismi internazionali, mi permetto di dire che qui il termine suona davvero eccessivo e usato a sproposito.
Meglio: non lo sarebbe se tale aspettativa fosse accompagnata da una riflessione più ampia, di sistema, per l’appunto. Perché risulta poco coerente, o un po’ furbesco, essere a favore delle leggi del libero mercato fino alle loro estreme conseguenze quando si ragiona, per esempio, da consumatori (e penso ai tanti sostenitori dello sconto selvaggio come sinonimo di libertà) e poi invocare garanzie che con tali leggi confliggono apertamente. Se ragioniamo secondo le logiche di mercato, nessun autore può pretendere che la sua opera venga valutata, perché sarà libera scelta degli editori stabilire se e quanto tempo dedicare alla selezione di nuovi aspiranti scrittori, in base alla redditività di questo investimento. Così come non ci si deve stupire se qualche operatore dell’editoria “scopre” che esiste un mercato costituito dagli autori che vogliono pubblicare a qualunque costo (anche pagando di tasca propria). E non si deve gridare allo scandalo se il mercato, condizionato e orientato da chi controlla la filiera e la comunicazione, premia i calciatori autobiografi e le conduttrici di programmi tv, i comici che scrivono libri per ridere e quelli che vorrebbero scrivere prendendosi sul serio, penalizzando invece autori con tutti i quarti letterari in regola.
Per dirla tutta, io, personalmente, ci starei anche a rivedere in modo radicale le regole del gioco. Ci starei a un sistema centralista che si preoccupasse di offrire garanzie a chi scrive, a chi edita, a chi commercia al dettaglio, e naturalmente a chi legge; magari mettendo risorse a disposizione, garantendo a tutti l’opportunità di “provarci” e affidando a un riscontro il più possibile democratico, basato sull’apprezzamento qualitativo del lettore, la trasformazione della semplice ambizione in diritto a esercitare un’attività artistica e culturale in forma professionale. Ci starei a una reale estensione dei diritti, ben sapendo però che ad essi corrisponderebbero anche dei precisi doveri nei confronti della collettività. Io ci starei a eliminare gli orpelli della pubblicità e della promozione drogata per sottopormi a un tribunale del popolo, così come ci starei a rinunciare al ruolo imprenditoriale per diventare un pubblico servitore in ambito culturale. Mi accontenterei anche di meno, per la verità; ma un di meno che sia comunque un forte temperamento del liberismo selvaggio, un accesso garantito e regolamentato al mercato, un livellamento delle opportunità non solo di partenza.
Naturalmente nulla di tutto questo mi sembra alle viste. Ma temo che anche tra coloro che, punti sul vivo, reclamano diritti improponibili dentro un sistema di libero mercato, ben pochi sarebbero pronti e favorevoli a un cambiamento radicale. L’importante è rendersi conto che se si accetta un sistema se ne accettano anche le regole (almeno quelle fondanti e basilari).

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Festival dell’Inedito: riflettiamo sul vero messaggio dei grandi editori

di Cristiano Abbadessa

Alla fine siamo arrivati dove immaginavo. Forse prima del previsto, e con una schiettezza che credo debba indurre tutti a qualche riflessione. Mi riferisco al Festival dell’Inedito, iniziativa che ha già suscitato molti commenti in rete, e al suo significato.
Non mi soffermerei troppo a lungo sui contenuti della proposta, che potete leggere e valutare nel sito indicato. E non mi stupisco del primo tenore dei commenti, tutti negativi, di scrittori o aspiranti tali, che bocciano il Festival bollandolo come sordida e neppure troppo astuta forma di editoria a pagamento. Che gli autori non vogliano pagare per pubblicare è legittimo e risaputo: pochi e malvolentieri pagano servizi editoriali che non sono finalizzati alla pubblicazione ma alla crescita professionale (come quelli che proponiamo noi stessi), pochissimi accettano di sottoporsi alla trafila classica dell’editoria a pagamento vera e propria (forse non così pochissimi, visto che gli editori a pagamento continuano a esistere; diciamo che probabilmente chi vi ricorre non si manifesta nei blog e nei dibattiti in rete).
Va però detto, per essere precisi, che la formula del Festival non assomiglia né alla fornitura di servizi editoriali (perché l’esca succulenta è proprio il traguardo della pubblicazione) né all’editoria a pagamento classica, che la pubblicazione la garantisce, seppure in cambio di un corrispettivo spesso anche esoso. Con il Festival siamo arrivati alla “terza via”, che è quella della grande riffa, dove tanti pagano e uno vince, e se paghi poco non vinci ma se paghi di più aumenti le tue possibilità di successo.
Questa mi sembra, nella sostanza, l’idea di chi ha lanciato l’iniziativa. Il Festival vero e proprio, con la sua esposizione fiorentina, mi sembra in tal senso un mero pretesto e l’aspetto persino un po’ cialtronesco dell’operazione, perché non credo davvero che una misteriosa e indefinita preview online, un banchetto e la possibilità di presentare (ma a chi?) un’opera ancora in cantiere servano a costruire contatti o percorsi. Il paradosso è che gli organizzatori puntano proprio sull’evento per fare cassa; perché, onestamente, il prezzo richiesto per la prima iscrizione in cambio della quale viene fornita una scheda di valutazione dell’opera completa è bassino (in effetti non ripagherebbe i costi di una lettura professionale), mentre i 400 euro che sborseranno i partecipanti al festival (più altri eurini se vogliono alcuni “servizi” aggiuntivi) in cambio di nulla o quasi sono davvero la “polpa” dell’incasso. Deposito Siae e offerte di stampa a prezzi scontati sono corollari che riportano, questi, sì verso l’editoria a pagamento o il semplice taglieggiamento.
Il cuore della proposta, come dicevo, sta dunque nella grande lotteria: tanti partecipanti, uno o due che arriveranno a pubblicare, sebbene non si sappia con chi. In questo senso, l’idea potrebbe anche avere successo: se gli organizzatori pensano di replicare la formula e se non sarà un totale flop in termine di adesioni (cioè, se arriveranno almeno un po’ di opere decenti e qualche autore capace), sarà loro interesse arrivare davvero alla pubblicazione, con grandi marchi, di un paio di partecipanti, lanciandoli anche in maniera adeguata e aggressiva sul mercato; e, considerando i nomi degli editori in ballo e le relative potenzialità promozionali e mediatiche, è pure possibile che venga fuori almeno un titolo capace di fare cassetta.
Credo sia questo l’elemento che potrebbe far decollare l’iniziativa, pubblicamente subissata di critiche o peggio. In realtà, anche quella della riffa non è un’idea nuova: ci sono piccoli editori, spesso di dubbia fama, che ogni tanto lanciano imprecisati concorsi promettendo la pubblicazione del vincitore. I costi sono più contenuti (magari neppure troppo: dai 50 ai 100 euro, ma senza il passaggio obbligato per un costoso e inutile spazio espositivo), e qualche decina di iscritti garantisce di poter pubblicare un titolo a costo zero o giù di lì. Naturalmente non a tutti riesce il buco nella ciambella: perché un editore sconosciuto ha scarso appeal e nulla garantisce, in termini di vendita, dopo la pubblicazione, quindi può capitare che raccatti poche adesioni; invece i grandi nomi coinvolti nel Festival dell’Inedito possono rappresentare una sorta di miraggio per tanti aspiranti.
Quello che però mi sembra davvero importante, al netto delle considerazioni personali che ciascuno può fare, è che partecipando al lancio di questo Festival alcuni grandi nomi dell’editoria hanno lanciato un messaggio che dovrebbe essere considerato con attenzione: oggi si possono pubblicare libri, specie se di narrativa, soltanto se i costi di realizzazione e produzione sono già coperti prima di andare in stampa. Perché il mercato è saturo, il 99% dei titoli pubblicati non vende neppure quanto serve per ripagare i costi vivi e editare libri sta diventando un’operazione in perdita. Sta insomma accadendo quel che già accaduto in altri ambiti dell’editoria: il prodotto in sé si fa in perdita, e allora vale la pena di farlo solo se si ha lo spirito del mecenate o, più frequentemente, se la propria presenza in quel tipo di mercato editoriale è funzionale ad altre finalità, secondo la politica tipica dei grandi gruppi che devono tutelare, attraverso la circolazione delle idee, interessi di altro genere.
Sul Festival si è liberi di pensare quel che si vuole, e di ritenerla una risposta pasticciata e poco etica a una crisi manifesta. Ma il mesaggio è, appunto, che ormai anche i grandi editori ci dicono che la crisi è talmente grave che vale la pena di “sporcarsi le mani” con proposte di questo tenore. Gli aspiranti scrittori ci sono: se vogliono pubblicare si accomodino e, da soli o in solido coi loro colleghi, mettano le risorse economiche per consentire a un editore di produrre un libro che si è già ripagato ancor prima di arrivare in libreria. La morale sul rischio imprenditoriale è sempre affascinante, ma nella pratica fuori luogo: perché qui non si parla di rischio, ma di certezza di produrre in perdita.
Noi continuiamo a pensare che la strada non sia questa. Per una casa editrice nata con le nostre finalità, far pagare agli autori il costo della produzione è inutile, assai prima che immorale: perché tutto si risolve in un’operazione autoreferenziale che non produce alcuna circolazione di idee, né riflessioni sulla realtà sociale del nostro paese.
Continuiamo però a ritenere che i lettori, se esistono, dovrebbero farsi carico, in una qualche forma, di questa scommessa sulla capacità del buon editore di scovare autori di qualità. Perché il messaggio degli organizzatori del Festival è chiaro: se non è già prepagato, oggi un libro non può essere pubblicato. Ed è un messaggio che vale per tutti.

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Se gli editori sono troppi, l’autore ci perde o ci guadagna?

di Cristiano Abbadessa

Primo atto. Giovedì scorso, di mattina, rivedo una vecchia amica, con cui ero tornato in contatto un po’ più di un anno fa perché il marito intendeva sottoporci un suo libro. Non gli avevamo proposto un contratto, un po’ perché lo scritto era davvero agli estremi confini della nostra linea editoriale, un po’ perché si trattava di un’opera monumentale, di quelle che richiedono uno sforzo redazionale notevole, una mole di lavoro impressionante e che comportano spese di produzione decisamente elevate; una di quelle opere, insomma, che un editore decide di pubblicare solo se ci crede fino in fondo, senza trascinarsi dietro dubbi di sorta. L’amica mi dice che il marito ha infine trovato un editore, e che il libro è di prossima uscita. Ne sono lieto e glielo dico, confermandole la natura dei nostri dubbi. Ma, siccome la circostanza in cui ci siamo ritrovati è dolorosa, il discorso cade e non ci penso su più di tanto.
Secondo atto. Sempre giovedì, ma nel tardo pomeriggio, partecipo alla presentazione milanese di Diecipercento e la Gran Signora dei tonti, della nostra Antonella Di Martino. Ambiente informale, molti dei presenti ormai si conoscono, la presentazione diventa occasione di una chiacchierata ad ampio respiro, in cui vengo coinvolto. Dopo aver spiegato i nostri criteri di scelta, mi viene chiesto se ci è capitato di pentirci di una bocciatura, di vedere un’opera da noi scartata avere successo dopo la pubblicazione con altro editore. Rispondo di getto che non mi risulta che titoli da noi scartati siano diventati dei bestseller da decine di migliaia di copie o dei casi editoriali; ma aggiungo subito che bisognerebbe però chiedere i dati di vendita a tanti piccoli editori, perché in effetti molti autori passati al nostro vaglio hanno poi pubblicato con altre case editrici: e sapere se hanno venduto nell’ordine delle migliaia di copie, o delle centinaia, o delle decine, fa una bella differenza.
Nei giorni a seguire torno a riflettere su una realtà cui avevo già accennato in uno dei miei primi interventi, ma senza approfondirla a dovere. Se prendo in mano l’elenco degli autori e delle opere cui abbiamo dedicato una minima attenzione, chiedendo il manoscritto e discutendo tra noi l’opportunità di proporre un contratto, mi rendo conto che moltissimi hanno poi pubblicato, nel giro di breve tempo, con altri editori. In alcuni casi siamo stati battuti sul tempo, altre volte abbiamo scartato l’opera perché non ci convinceva fino in fondo (magari più per temi e punto di vista che per qualità), ma riconoscendole una sostanziale dignità letteraria. Addirittura abbiamo visto pubblicare opere da noi scartate senza indugio, per totale incompatibilità temetica con la linea editoriale, nelle quali però avevamo intravisto il germe di uno stile non disprezzabile.
Insomma, se traccio un bilancio, vedo che quasi tutte le opere ottime, buone o discrete passate per la nostra redazione hanno infine trovato un editore. Ovviamente ciascun editore segue i propri parametri di scelta: c’è quello che cerca una qualità letteraria elevata e quello che si accontenta di uno scritto gradevole e leggibile; c’è chi insegue temi e generi alla moda e chi persegue invece una propria precisa linea editoriale; c’è chi cerca un prodotto già “maturo” nello stile e persino nella redazione e chi guarda soprattutto alle idee e ai contenuti, riservandosi di migliorare con l’autore la fluidità della narrazione; c’è chi vuole autori in grado di autopromuoversi o spendibili come “personaggi” e chi procede seguendo i propri canali distributivi, magari limitati ma collaudati e sicuri. Alla fine, in ogni caso, è piuttosto facile che un’opera di buon livello trovi il suo sbocco verso il mare magno del mercato.
Mi viene in mente che nel mondo editoriale sento spesso ripetere una frase fatta: ci sono ormai più scrittori che lettori. Frase pronunciata di solito dagli editori, in parte per lamentarsi della mole di proposte ricevute, ma soprattutto per spiegare che è più facile produrre libri che venderli. Visto che, però, tutto quel che è pubblicabile viene in effetti pubblicato (e magari non venduto), non sarà anche vero che ci sono più editori che scrittori?
Sono ovviamente due paradossi, ma neppure troppo. I lettori sono più degli scrittori, ma tutti i libri scritti e pubblicati superano di gran lunga la capacità di “consumo” dell’universo dei lettori. Allo stesso modo, ci sono più scrittori che editori, ma per costruire i propri cataloghi gli editori, nel loro insieme, devono davvero raschiare il barile della produzione letteraria degna di questo nome.
Se ripenso alla nostra breve storia, mi accorgo di quanto sia cambiato nel giro di soli due anni. Siamo partiti da una situazione in cui molti autori validi andavano ancora proponendo buoni libri scritti ormai da qualche anno, ma rifiutati dagli editori; l’editoria a pagamento era fenomeno relativamente nuovo, che appariva una soluzione plausibile anche ad autori con legittime aspirazioni, di fronte al silenzio degli editori “puri”; nel limbo dell’autopubblicazione (che ancora non poteva contare sulla versione ebook) giacevano dimenticate ottime opere, in attesa di essere scoperte e ripescate (cosa che abbiamo fatto). Oggi riceviamo solo proposte fresche di composizione, gli editori a pagamento sono percepiti come l’ultima spiaggia dei falliti che non si rassegnano, l’autopubblicazione è un’alternativa consapevole e non un deposito di ambizioni frustrate. Se prima l’offerta degli autori era largamente superiore alla domanda degli editori (da cui la nascita dell’editoria a pagamento, come ovvia risposta a un vasto mercato di aspiranti scrittori), oggi il contratto di edizione diventa il paritario punto di incontro di due desideri: la voglia degli scrittori di vedere pubblicata la propria opera e la necessità degli editori di dotarsi di un catalogo sufficientemente ampio.
Come editore, questo riequilibrio tra domanda e offerta, e perciò nei rapporti di forza (anche contrattuali) dovrebbe preoccuparmi. In realtà credo che la mutazione in atto porterà a un cambiamento nell’interpretazione dei ruoli, che uscirà dagli schemi tradizionali e offrirà nuove possibilità tanto agli autori quanto agli editori, purché entrambe le categorie sappiano cogliere i segnali di mutamento e le nuove opportunità. Nel frattempo, non posso fare a meno di registrare le immediate conseguenze, che credo abbiano a che fare con quanto scrivevo la scorsa settimana a proposito del tracollo qualitativo delle proposte ricevute nel nostro secondo anno. (Oppure, può essere che il livello delle proposte sia calato perché inizialmente molti buoni autori avevano guardato al nuovo editore sperando che potesse diventare un attore di medio calibro e non uno dei tanti piccoli editori specializzati. Il che non cambia la sostanza del problema, confermando semmai che i piccoli editori sono troppi e, in genere, non soddisfano le aspettative degli autori).
Dopo tanto riflettere, mi sorgono alcune domande, che volentieri propongo per un’auspicata discussione collettiva.
In primo luogo: anche gli autori hanno la mia stessa sensazione che gli editori sul mercato siano tanti e forse troppi? E, in caso affermativo, come si pongono di fronte a questa realtà: affinando i criteri di scelta o ipotizzando percorsi alternativi?
Seconda questione. Fino a poco tempo fa, riuscire a suscitare l’interesse di un editore significava veder valutata in modo positivo la propria opera: di fronte alla sovrabbondanza dell’offerta autoriale, il riscontro del giudizio dell’editore era un certificato di qualità, a prescindere dalla conclusione di un accordo. Non hanno anche gli autori la sensazione che, ora, la presenza di molti (troppi) editori finisca per portare sul mercato anche opere appena dignitose, facendo venire meno quell’opera di selezione che un tempo era un primo credibile metro di valutazione del proprio lavoro?
E infine. Se oggi è più facile pubblicare, questo significa che aumenta ulteriormente la produzione libraria, in un mercato già soffocato e in cui l’offerta supera la domanda dei lettori. Considerando che la visibilità di un piccolo editore è comunque limitata, ogni singolo titolo pubblicato vede perciò ridursi fortemente, di fronte a una concorrenza sterminata, le possibilità non dico di “sfondare”, ma anche solo di ripagarsi. Al di là della soddisfazione di “essere pubblicati”, vale davvero la pena di fare tanti sforzi per trasformare semplicemente la propria forma di invisibilità? Ovvero, vale davvero la pena di entrare nel mercato editoriale per far leggere la propria opera a parenti, amici e conoscenti?

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Impresa e capitale. Una buona idea è solo roba da ricchi?

di Cristiano Abbadessa

Fra i commenti all’ultimo post, colpisce la “giunta” del nostro Fabrizio: «Di imprenditori che non vogliono assumersi alcun rischio d’impresa non sappiamo più cosa farcene in questo paese». Sentenza prontamente condivisa, in esplicito, da Antonio Sofia, e probabilmente da molti altri che non si sono manifestati.
Una frase secca che, istintivamente, trova il plauso di molti, compreso il mio. Soprattutto, credo, perché pesa su tutti noi, noi cittadini, qualche decennio in cui il rischio d’impresa è stato tranquillamente scaricato sulla collettività a suon di leggi fatte su misura: prepensionamenti pagati da tutti per risanare uno, provvedimenti ad aziendam, protezionismi assortiti, interventi arbitrari sul mercato, consumi forzosamente indirizzati verso un settore dichiarando fuorilegge beni perfettamente funzionanti ma di colpo obsoleti, pericolosi e illegali. Siccome le maggiori imprese di questo paese hanno fornito e forniscono, da almeno tre decenni (ma probabilmente da quasi un secolo), tale esempio tutt’altro che virtuoso, si può ben capire come la misura dell’indignazione sia colma e come il cittadino comune sia stanco di pagare di tasca propria gli errori e le lentezze di imprenditori incapaci, buoni solo a sventolare la minaccia del licenziamento di massa e la fuga all’estero per strappare nuovi benefici al governo di turno (quando il governo non è diretta espressione di queste stesse aziende).
Per evitare pericolose confusioni, è però bene fare qualche precisazione, evitando di sovrapporre al concetto di rischio d’impresa l’idea che l’imprenditore debba mettere i soldi di tasca propria. In realtà, nell’economia di mercato e nel sistema liberista, la figura dell’imprenditore non necessariamente coincide con quella del capitalista, inteso come colui che mette il capitale nell’impresa. È una delle leggi basilari dell’economia contemporanea, e la vediamo concretamente declinata nelle forme – lecite e illecite, accettabili o riprovevoli – più disparate: dalla grande azienda che prospera grazie alla quotazione in borsa (che è una forma di finanziamento diffuso, anche se ci siamo abituati a considerarla altro) alle imprese di qualunque dimensione ampiamente indebitate con le banche (e di fatto sorrette, o strozzate, dalla concessioni di prestiti che prelevano denaro del risparmio dei correntisti), dalle piccole società in cui non necessariamente coincidono le figure del socio di capitale e del socio lavoratore alle piccolissime aziende che ricorrono a forme di finanziamento atipico (che possono andare dall’illegale e devastante usura alla nobile e futuribile invenzione del microcredito). Per legge, l’imprenditore deve ovviamente rispondere della gestione di queste forme di finanziamento e del loro buon utilizzo; ma in questo, e non nel mettere di suo i quattrini, sta l’assunzione del rischio d’impresa.
Se ci pensate, è bene che sia così; semmai, ma questo è altro discorso, dovrebbero essere più trasparenti le modalità di accesso ai finanziamenti. Ma il fatto che imprenditore e capitalista non per forza coincidano è un elemento indispensabile, perché altrimenti dovremmo concedere solo ai ricchi la facoltà di intraprendere, limitando chi ricco non è alla possibilità di aprire attività imprenditoriali minime, di sussistenza. Una buona idea imprenditoriale, invece, non viene per forza in mente a qualcuno già foderato di soldi; anzi, spesso l’appartenenza a un ceto sociale non privilegiato fornisce lo stimolo per intuizioni migliori; e la possibilità di arrivare (attraverso un finanziamento che apporti il capitale necessario al’avviamento) a sottoporre al giudizio del mercato la bontà dell’idea è un elemento di giustizia e di mobilità sociale.
Tutto questo, per la verità, c’entra ben poco con il caso della Libreria Kmzero. Lì, concordo con Fabio Giallombardo, si tratta semplicemente di una scelta di mercato, come avviene per le cosiddette case editrici a pagamento: in un caso e nell’altro il mercato non viene individuato nei lettori, ma rispettivamente nei piccoli editori bisognosi di visibilità e nei nuovi autori desiderosi di pubblicare. Cosa che, come ho già detto altre volte, dal punto di vista dell’analisi di marketing può anche essere una scelta vincente. Ma è chiaro che, in questo modo, non si stanno cercando partner che condividano il rischio d’impresa, ma più semplicemente clienti che paghino il servizio offerto, sia esso l’esposizione su uno scaffale o la stampa di un libro; la vendita al pubblico è puro pretesto, e il mercato sta altrove (a monte).
Il problema del finanziamento delle piccole attività imprenditoriali, però, resta aperto. E merita, secondo me, una riflessione da parte di tutti, evitando la facile ed erronea tentazione di liquidare la questione dicendo che i soldi dovrebbe metterli l’imprenditore. Perché, come ho detto sopra, non è vero ed è pure pericoloso. Certo, l’imprenditore deve assumersi i rischi della gestione e deve esserne responsabile, i patti e i diritti devono essere chiari, così come devono essere ben marcati i confini tra l’acquisto di un prodotto o servizio e la partecipazione alla formazione di un capitale societario. Ma, in un quadro di reciproche garanzie, lo studio di forme di partecipazione alla capitalizzazione della piccola impresa di rilevanza sociale credo sia tema da approfondire con coraggio e fantasia.

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Letteratura: arte, talento e squali

di Francesca Diano

Con trent’anni di editoria alle spalle, con editori “veri”, cioè piuttosto importanti, come traduttrice, consulente editoriale e editor, oltre che come saggista, penso di poter dire qualcosa su questo argomento, che mi appassiona non poco. Ho visto la differenza tra l’editoria italiana e quella straniera, dato che ho pubblicato all’estero e con maggiore soddisfazione e rispetto da parte degli editori che in Italia.
Se Pigi.S sapesse come lavorano e su che base operano le loro scelte quelli che lui chiama gli “editori veri”… arrivando a dire: “Io per esempio, da lettore, non mi fiderei mai di un testo che non è riuscito neppure a passare il vaglio di un editore vero (il quale qui si fa garante stesso della bontà del libro, visto che ci ha creduto a sufficienza da investirci i suoi soldi).”
Consiglio la lettura del delizioso “I ventun modi di non farsi pubblicare” di Fabio Mauri (quello della Mauri Spagnol per intenderci) con prefazione di Eco. Entrambi, ben introdotti nel mondo editoriale come si può immaginare; uno ovviamente editore, l’altro ottimo venditore di se stesso, concordano sul fatto e concludono che farsi pubblicare se non sei già noto è praticamente impossibile. Ed è così.
I guadagni degli editori italiani (e sottolineo italiani) non provengono tanto dall’investire in opere e autori in cui credono, ma dallo scegliere per la maggior parte autori stranieri già affermati e poi autori italiani o già noti – non necessariamente per le loro qualità letterarie – o, se giovani, non eccessivamente dotati di personalità, in modo da poterli manovrare, lucrare sui loro diritti d’autore, creare casi letterari inesistenti per trarne tutto il succo possibile e poi dimenticarli. Non è difficile creare un caso letterario. Non c’è nulla di vero o di serio in questo se non il denaro coinvolto. Mai visto in trent’anni uno degli editori “veri” scegliere di pubblicare qualcosa arrivato direttamente da un autore sconosciuto e  a volte nemmeno conosciuto. Buttano via tutto direttamente. Le definiscono “opere non sollecitate”.
Per quanto riguarda l’editoria a pagamento, esiste ora la possibilità di pubblicare le proprie opere a pochi euro col metodo POD, Print on demand, su siti appositi, nati prima in USA  e poi diffusisi. Questo segnerà per fortuna la fine di tanti imbroglioni che chiedono cifre folli per fare i tipografi e spesso molto male anche quello.
Ovvio che esiste una pletora di persone prive di ogni talento (ma esiste anche nelle arti figurative, come i “pittori della domenica” che non conoscono le basi del disegno ma magari si pagano una mostra) e che aspirano a vedere il proprio nome su una copertina. Ma tutta questa foga non fa male a nessuno, perché tanto non lascerà traccia. Però è gente che si lascia ingannare dal fatto che ormai si fa credere che fare gli scrittori sia “figo”, che lo scrittore sia un divo. Perché è questo che ci è giunto dall’America. Il discorso è molto lungo e complesso e si ricollega alla nascita di questa terribile trovata che si chiama “creative writing”. Un trend nato in America negli anni Trenta e da noi importato col solito ritardo. Gli americani sono pragmatici e credono che la creatività sia una cosa che si può insegnare. Basta seguire un corso di creative writing ed ecco che sei scrittore e puoi iniziare a pubblicare! Dimenticando che, certo, la tecnica è assolutamente fondamentale, MA non serve a nulla senza la creatività, il mestiere, l’esperienza, la cultura, la conoscenza. E il talento.
Dimenticando che scrittori si nasce e poi ANCHE si diventa, non cessando mai, fino alla morte, di imparare. Io credo che un vero scrittore non abbia bisogno di un editor che gli riscriva o scriva il libro (come spesso ho visto fare e a volte ho dovuto fare anche io, anche se mi sono sempre rifiutata di far passare per farina del suo sacco quello che non lo era). Un occhio esercitato è essenziale, che aiuti a portare alla luce errori, sviste, qualche lungaggine. Ma nulla di più.
Comunque, esclusi i presenti ovviamente, posso assicurare che il mondo dei grandi editori italiani è un mondo di squali, che se possono imbrogliano gli autori, che non pagano il dovuto, che creano autori che poi sotterreranno ecc.
Altro che garanzia di chi è passato al vaglio di questa gente!

Vorrei aggiungere due parole anche sulla questione del lavoro di editing, che, a mio avviso, con lo spazio che ha assunto ormai nella “confezione” di un libro, ha ucciso la letteratura.
Oggi infatti è diventato davvero molto difficile, per il lettore,  riuscire a distinguere il talento letterario da un buon artigianato, o solo passabile artigianato, proprio perché in non rari casi un autore invia all’editore lo scheletro del testo, su cui poi viene operato un lavoro di limatura, correzione, ampliamento, taglio, miglioramenti ecc, che tutto sono tranne lavoro dell’autore. Mi è capitato di trovarmi tra le mani, “per errore”, una prima versione di un autore di grande nome, talmente diverso dallo stile a cui ero abituata, da farmi credere che avesse cambiato radicalmente stile. Telegrafico, pieno di errori, trascurato, parti accennate e non sviluppate, contraddizioni ecc. Invece era solo appunto lo scheletro di quello che poi, con il contributo di un editor, sarebbe diventato un romanzo vero e proprio ma diverso, a parte il plot. Ora, se i VERI scrittori che per secoli hanno scritto, lavorato e prodotto capolavori immortali, non hanno avuto bisogno di editor che glieli sistemassero, è perché fare lo scrittore, come fare appunto l’artista, richiede, oltre al talento, delle competenze tecniche che nascono dalla pratica, dall’esperienza, dalla capacità di vedere e capire le cose, dalla immane fatica a cui non si teme di sottostare che fare letteratura richiede. Tutte cose che non ha chiunque. Che non basta un corso di scrittura, pur tenuto da un autore di successo (che non rivelerà MAI i suoi segreti veri o, peggio, quale lavoro i suoi editor fanno per lui) a regalare.
È questa la differenza fra chi fa letteratura e chi scrive. Come tra chi fa arte e chi disegna. Talento, idea,  tecnica e dedizione totale, tutte insieme e tutte allo stesso tempo a concorrere nel creare un’opera che abbia almeno la qualità dell’autenticità. Magari non un capolavoro immortale, ma della buona letteratura.
Poe, nei suoi meravigliosi saggi sulla letteratura, scriveva che “arte e verità sono sorelle”. Se togliete quella verità, togliete l’arte.
Se si potessero cancellare tutti coloro che contribuiscono col loro lavoro a confezionare il prodotto commerciale che ormai è un libro, ecco che non sarebbe più possibile confondere uno scrittore “vero” con uno finto, costruito a tavolino. Sparirebbero gli innumerevoli “casi letterari” che ogni anno nascono come funghi, l’infinito corteo di giovani geni esordienti (ogni secolo si contano al massimo sulle dite di una mano), gli scrittori/opinionisti/presenzialisti/presentatori/vincitori di premi/tuttologi che affollano le presentazioni in libreria.
L’editoria è un’industria commerciale. Stop. Poi, certo, fra tutto questo frastuono si trovano anche gli scrittori veri. Da noi non tanti e se ci sono, sono presto messi nella stanza degli ospiti.
Vogliamo poter tornare a riconoscere un vero scrittore, uno scrittore di talento, uno che faccia letteratura? Torniamo a lasciare che gli scrittori facciano da soli il loro mestiere. Il numero dei manoscritti inutili si ridurrà come per incanto e gli stessi editori avranno più facilità a riconoscere il talento.

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E se avessero ragione gli editori a pagamento?

di Cristiano Abbadessa

Serata inaugurale (o quasi) di una nuova associazione culturale milanese. Il programma prevede un generoso happy hour seguito da un concerto country-rock dei Junkyards, band emergente la cui anima è Fabrizio Coppola, fra le altre cose socio e collaboratore della nostra casa editrice. Presenzio, un po’ per antica amicizia verso Fabrizio, un po’ perché, suppongo per questioni anagrafiche, il repertorio è particolarmente affine ai miei gusti e alla mia non vasta formazione musicale.
Il locale è piccolo, su due livelli. Mi apposto in piccionaia, dove la vista è migliore e non si viene sballottati dai ritardatari ancora accalcati attorno al ricco buffet. Ma la scelta si rivela infelice: dal basso sale il costante brusio, talora decisamente rumoroso, di alcuni gruppetti che conversano imperterriti, cercando di sovrastare la musica del trio (e riuscendoci, devo dire). A occhio, applicando una visione modernamente lombrosiana, noto che si segnalano soggetti appartenenti alla specie del presenzialista mondano, quello che “c’è un nuovo locale e non posso non andarci”, senza badare se il vernissage preveda un’esposizione di manga, la presentazione di un libro o un concerto. Perché, tanto, sanno che all’evento non presteranno che una minima attenzione.
Non è la prima volta che mi capita, peraltro. Così, conversandone anche con chi mi accompagna, provo a pormi qualche domanda.
Di sicuro c’entra la scarsa educazione, verso i musicisti e verso chi li vorrebbe ascoltare. Ma ritengo che ci sia anche qualcosa di più subdolo e sottile: l’abitudine, propria di questa modernità 2.0, di recepire poco e pretendere di comunicare molto (magari ad altri che poco recepiscono, ma questo non è importante). Sarà appunto il nuovo mondo del web, dove la comunicazione non soltanto non è più verticale, ma forse non è neppure orizzontale, ridottasi spesso a un cicaleccio in cui è importante che io possa dire, ma senza sapere se qualcuno mi sta davvero ad ascoltare.

Mi torna in mente uno degli slogan che circolano nel mondo dell’editoria: ormai ci sono più (aspiranti) scrittori che lettori.
Forse non è vero, ma certo la sensazione trova qualche conforto nella diffusa voglia di vedersi pubblicati, e nella predisposizione a frequentare siti e blog dove chi aspira al rango di autore trova una facile tribuna, a fronte della modesta attenzione che viene riservata alle opere pubblicate dagli altri, delle quali non si parla per il semplice motivo che non le si è lette.
Mi viene da pensare, con una punta di sconforto, che forse hanno ragione i cosiddetti editori a pagamento, quelli che pubblicano in cambio di quattrini sborsati dall’autore. Non sono editori, certo: lo so bene, tanto è vero che abbiamo fatto una scelta diversa. Sono, al più, dei fornitori di servizi editoriali (anche se talvolta è difficile stabilire quali). A volte sono persino dei ciarlatani. Eppure, dal punto di vista dell’analisi di mercato hanno ragione loro. L’offerta di autori in cerca di pubblicazione supera ampiamente la domanda; quindi, si trasforma in domanda essa stessa. Il vero mercato non sono i lettori, ma gli aspiranti autori, a quanto pare; e perciò si pensa a realizzare un prodotto (o fornire un servizio) in grado di soddisfare questa richiesta. Semplice legge economica.
Forse è proprio così. Anche in campo letterario, non si ascolta (non si legge), ma si pretende di parlare (di scrivere). Al massimo, si legge qualche nome noto, perché totemico o perché di moda; e, quindi, per il solo motivo che l’aspirante letterato non può proprio esimersi dal conoscere, almeno per sommi capi, certi autori e certe opere. Per il resto, però, l’aspirazione sembra essere quella di vedere il proprio libro pubblicato; magari sapendo benissimo che faticherà a vendere qualche centinaio di copie, con la segreta speranza di “essere scoperti” da qualche creatore di tendenze letterarie, con l’orgoglio di avere comunque il proprio nome sulla copertina di un vero libro, e con la mesta certezza di aver comunicato poco a pochi distratti lettori.
Una mesta certezza che, forse, a qualche autore manca. Ma solo perché non si è mai soffermato a valutare quanta attenzione dedica ai suoi omologhi aspiranti.

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