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Il manoscritto e la fatica inutile

ambientedi Cristiano Abbadessa

Dalla nostra sede legale mi arriva una busta bianca, priva di mittente e di francobolli, quindi presumibilmente consegnata a mano. La apro e ci trovo un manoscritto. Il che non è normale, perché noi non riceviamo manoscritti, chiediamo sinossi preliminari, se vogliamo leggere l’opera ce la facciamo spedire via mail. E, infine, perché la nostra sede non è la redazione.
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Quando il libraio non paga

Cambialedi Anna Chiello Già un paio di anni fa avevamo trattato il tema dei cattivi pagatori nel settore editoriale, sinceramente stupiti dal fatto che in quel momento i cattivi pagatori fossero alcune (sottolineiamo alcune) librerie indipendenti molto note, con una riconosciuta patente di “virtuosi del mondo culturale” e “eticamente sensibili”. Questa volta, eccezionalmente, tolgo la parola al direttore editoriale per riprendere quel discorso, ma da un punto di vista più materiale, pratico se vogliamo, ma sostanziale per la sopravvivenza di un piccolo editore quale noi siamo. Continua a leggere

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Cari politici, se aveste letto le opere di Autodafé, i forconi non sarebbero una sorpresa

di Cristiano Abbadessa

forconiNon ho capito molto delle proteste di piazza di questi giorni, dei forconi, dei movimenti spontanei e di quanti si sono accodati. Vittima dei miei schematismi, fatico a inquadrarli; e, soprattutto, fatico a cogliere se, oltre alla protesta, esiste un collante di rivendicazioni comuni e compatibili.
Non ne ho capito molto, ma posso dire con serenità che una sollevazione di queso tipo me l’aspettavo. Anzi, mi domandavo come mai non fosse ancora avvenuta. E, per quanto confusi negli intenti, i moti di piazza mi paiono chiarissimi nell’essenza, attesi e inevitabili.
Non possiedo la sfera di cristallo, e non sono un politologo o un sociologo. Però mi so guardare intorno e, soprattutto, per mestiere ho letto, negli ultimi anni, quel che i nostri autori (o gli aspiranti autori) hanno scritto della realtà sociale dell’Italia contemporanea.
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Book City e i giornalisti. Servitù senza memoria

di Cristiano Abbadessa

Spiace ritornare su questioni già affrontate. Spiace perché rischia di annoiare (a me un po’ annoia) e perché ci sarebbero argomenti più interessanti di cui parlare. Poiché, però, per questi ultimi non c’è fretta, il gusto per la verità e la memoria impongono di riparlare del Book City, la rassegna dei “grandi” editori che tra poco andrà in scena a Milano.
Sull’argomento, ricorderete, ho già rivolto una serie di domande all’assessore Boeri, responsabile milanese della cultura, chiedendo alcune delucidazioni (tanto per avere conferma o smentita di voci davvero sgradevoli) e domandandogli ragione di una scelta, politicamente contraddittoria, tutta a favore della grande editoria e a discapito di quella marea di soggetti più piccoli (dagli editori agli autori, dagli artisti ai lettori) che formano il vero tessuto connettivo della realtà culturale milanese. L’assessore non ha finora ritenuto di rispondere, né credo lo farà mai. Diciamo che ha fatto la sua scelta di campo, molto discutibile, e gli si chiederebbe semmai, a questo punto, di avere l’onestà intellettuale di dichiararla.
Ma questa volta a disturbarmi sono stati alcuni articoli di presentazione dell’iniziativa. E devo dire che l’atteggiamento dei giornalisti, in questa vicenda, mi pare ancor meno giustificabile di quello dell’assessore. Perché Stefano Boeri può fare le sue scelte (come quella di dare appoggio e fondi ai grandi editori, ignorando il resto del panorama culturale cittadino), rispetto alle quali dissentiamo, essendo comunque chiamato un domani a rispondere del suo operato in sede politica ed elettorale. Ma i giornalisti, almeno in linea teorica, dovrebbero rappresentare la coscienza critica della società civile, essere al servizio dei lettori e non comportarsi da servi proni ai voleri dei vari potentati.
Al punto, ha dato davvero fastidio veder presentare, in articoli che sembravano più pubblicità redazionali che altro, il Book City come prima rassegna della letteratura milanese, ignorando del tutto il FestivaLetteratura di giugno, che ha avuto un seguito e una partecipazione tutt’altro che trascurabili. E ancor più fastidio ha dato veder riferire senza alcun commento la mirabolante invenzione, che Boeri e gli organizzatori ascrivono al loro genio, del “festival diffuso”, della letteratura portata nei luoghi della città, della cultura che va incontro ai cittadini. Tutti slogan e concetti copiati pari pari dal progetto del FestivaLetteratura, riproposti senza nemmeno cambiare un termine o l’ordine di esposizione.
Tutto ciò infastidisce perché, oltre a non rendere merito a chi ha “inventato” quella che è stata davvero la prima rassegna culturale diffusa sul territorio cittadino, determina una delle più classiche operazioni di occultamento della memoria. Gli stessi giornali che ora dedicano ampio spazio al “primo festival milanese ecc ecc”, infatti, hanno dato bene o male, seppur con minore rilievo, notizia e conto della rassegna di giugno. Sarebbe bastato dare un’occhiata in archivio per evitare di avallare quella pretesa primazia che i “grandi” si ascrivono con noncurante faccia tosta. E magari, se non è chiedere troppa fatica, se qualcuno si fosse preso la briga di andarsi a rileggere lo spirito e gli intenti del FestivaLetteratura (che da mesi sono reperibili in rete) si sarebbe anche accorto che i geniali creatori del Book City altro non hanno fatto che fotocopiare un’idea e un progetto, appropriandosene.
A questo punto, tanto per fare un po’ di informazione, vale forse la pena di raccontare quel che è accaduto. I grandi editori milanesi tramano da tempo per creare una grande manifestazione letteraria nella loro città, frenati però dalle possibili ricadute negative nei rapporti con altri eventi ben radicati e storici, come il Salone di Torino e il Festival di Mantova. Per anni hanno ipotizzato fiere concorrenziali, rassegne festivaliere e altre soluzioni che, però, li mettevano in diretta rotta di collisione con gli eventi esistenti; così, frenati da continue differenze di vedute all’interno del loro circolino, si erano ritrovati a rinviare all’infinito, non trovando la misura né l’accordo per uscire dallo stallo. Il FestivaLetteratura, che ha dato visibilità e spazio al vitalissimo “sommerso” della cultura milanese, li ha quasi costretti a forzare i tempi e superare i distinguo, nella speranza di soffocare nella culla l’evento appena nato facendone subito seguire un altro, ben più reclamizzato. Oltretutto, il festival di giugno ha risolto loro il problema della formula: l’hanno copiata pari pari, trovandola diversa quanto bastava dal Salone torinese e dal Festival mantovano. La pronta sponsorizzazione politica ha fatto il resto.
Di queste dinamiche potrebbe occuparsi qualche giornalista delle pagine culturali, se ne sopravvive qualcuno che non si limita a fare da ufficio stampa per singoli o associati colossi dell’editoria. E sarebbe interessante che le raccontasse al grande pubblico dei lettori.
Quanto alla speranza di soffocare il FestivaLetteratura nella culla, però, i grandi editori hanno certamente sbagliato i conti. Il festival è già in moto per la seconda edizione, si sta radicando con varie iniziative sul territorio, continuerà a esistere e a difendere la formula dalle goffe imitazioni. E poiché il FestivaLetteratura è nato prima e, con buona pace dei replicanti, ha davvero lanciato un diverso approccio alla diffusione della cultura, vale anche in questo caso la regola del paradosso di Zenone: per quanto sia dieci volte più veloce (e più potente), Achille non potrà mai raggiungere la tartaruga.

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Lo spallone e le Cayman. Un breve racconto e la riflessione

di Cristiano Abbadessa

Stavolta il mio contributo parte da una narrazione. Reale e realistica, ma quasi (sottolineo il quasi) letteraria.

Un po’ di anni fa, verso la fine del secolo scorso, ero molto in amicizia con una ragazza parecchio più giovane di me. Niente di torbido, sia chiaro. La ragazza era amica mia e anche di mia moglie, ci frequentavamo non separatamente e condividevamo momenti piacevoli.
La ragazza era molto simpatica e molto vitale; non le difettavano la franchezza e un pizzico di sguaiataggine, che sempre mi intriga se è naturale. Era anche molto bella, ma questo non c’entra, o c’entra solo di riflesso.
Essendo giovane, vivace e bella la ragazza aveva stili e ritmi di vita assai diversi dai nostri. E l’amicizia, che era franca e aperta, si nutriva anche di questa curiosità antropologica, appagando la curiosità verso un mondo di aperitivi, discoteche, orari assurdi e trasgressioni che non era il nostro. E che era molto diverso da quello che era stato il nostro passato trasgressivo e irregolare, pure esistito.
La ragazza, per parte sua, frugava tramite noi nel mondo degli adulti, dal quale era attratta. Non mancava di chiedere qualche consiglio, come si fa con dei fratelli maggiori, o forse degli zii ancora abbastanza giovani. Del resto aveva poco più di vent’anni, e io mi avvicinavo ormai alla quarantina; anche mia moglie, che pure è ben più giovane di me, aveva risolutamente doppiato i trenta.
La frequentazione era iniziata per ragioni di lavoro, ma si era trasformata presto in amicizia. E così sarebbe continuata per qualche anno, tra racconti di avventure improbabili, confessioni di pene d’amore, confronto sulle diverse visioni del mondo. Il filo si sarebbe fatto più tenue con il passare del tempo, quando fra noi e la ragazza, cresciuta in fretta, si sarebbe per paradosso fatto più profondo il solco anagrafico, e non necessariamente nel rispetto delle gerarchie ufficiali. Ma questo sarebbe appunto avvenuto più avanti.
A quell’epoca, la ragazza era ancora vogliosa di godere appieno quella che per lei era “la vita”. E, nonostante qualche avventura, qualche storiaccia intricata e qualche pensiero proibito, per un bel po’ di tempo si era mantenuta libera e disponibile, senza legami solidi e men che mai formali.
Un giorno, finalmente, raccontò che aveva una relazione seria, una specie di fidanzato, come si divertiva a chiamarlo. E, naturalmente, ci teneva a farcelo conoscere. Così organizzammo una cena, una delle tante ospitate della compagnia di quei tempi, invitando la ragazza e il suo compagno e un’altra coppia o due (ora non ricordo bene) di amici che pure avevano con lei grande familiarità.

Il fidanzato non era simpatico. Soprattutto, era uno che parlava sempre e solo del suo lavoro. E, ancor peggio, era uno che faceva un lavoro che faticavamo tutti a considerare tale. Era, per quanto si capiva, una specie di moderno spallone, che faceva arrivare (anche fisicamente) capitali nei paradisi fiscali e teneva i rapporti con quei gestori compiacenti. Per cui il suo pur continuo parlare di lavoro era sempre a mezza bocca, tra l’ammiccamento e il segreto da preservare. Se ne coglieva il senso grazie alle continue telefonate che faceva o riceveva col suo cellulare, e ai suoi commenti sbruffoni a corredo.
Era, ai nostri occhi, un mezzo delinquente; dove il mezzo si riferisce più che altro all’involontaria incompiutezza. In verità non posso dire con certezza che tutti i suoi maneggi fossero illegali, anche se aveva il gusto di lasciarlo intendere. Magari certi trasporti di capitale potevano anche trovare qualche appiglio di apparente legalità, ma il senso del suo operare non lasciava dubbi sui mezzi e sui fini.
La serata fu di grande imbarazzo. Avesse almeno cercato di parlare d’altro, di raccontare di viaggi, di mostrare passione per il cinema o lo sport, forse si sarebbe potuto far finta di niente. Invece il tipo aveva l’aria di pavoneggiarsi, si sentiva molto figo per quel che faceva e per le responsabilità che aveva (era anche lui poco più che un ragazzo, in definitiva), e a tutti i presenti durava grande fatica non dirgli in faccia quel che pensavano di lui e dei suoi traffici.
Non lasciammo passare molti giorni per far capire alla nostra amica, con la dovuta educazione ma con l’inequivocabile chiarezza che il rapporto ci consentiva, cosa pensassimo del suo fidanzato. E facemmo intendere molto bene che la sua presenza non era gradita, perché non gli avremmo usato una seconda volta la cortesia di non trattarlo da miserabile bandito.
L’amicizia con la ragazza non ne risentì. Anche perché, per fortuna, il fidanzamento con quel soggetto non durò che qualche settimana.
Non è difficile, per chi mi conosce, sapere dalla lettura di quali fatti di cronaca mi sia venuta la voglia di raccontare questa storia.
Ma, a pensarci, la semplice narrazione si presta a tante altre riflessioni, e si può uscire dai riferimenti troppo evidenti per trasformare l’atteggiamento etico in ontologico, e applicarlo ad altri contesti. Per dire, come già fatto altre volte, al mondo editoriale e ai rapporti tra grandi e piccoli.
Il racconto, però, non ha finalità così dirette. È nato da un impulso: un fatto è riaffiorato alla memoria e si è tradotto in brevissima narrazione, forse soltanto in una semplice traccia. E, quale ne sia l’origine, ci rende un’immagine della società di oggi e dei suoi protagonisti.
È sullo sviluppo di questo processo che vorrei portare la vostra attenzione. La prossima volta.

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Uomini e donne per tutte le stagioni

di Cristiano Abbadessa

Ricordo che mi impressionava molto, a inizio anni novanta, la serena disinvoltura con cui rimanevano al comando i leader dei partiti che di punto in bianco rinnegavano la loro storia e si ripittavano con un nuovo nome e una nuova missione. Uno era stato dirigente per decenni del partito comunista, poi un bel giorno guidava la trasformazione dicendo “cari compagni, oggi non siamo più comunisti, ma socialdemocratici”: il che, a ben vedere, avrebbe dovuto tradursi in una presa d’atto dei propri errori o delle proprie illusioni, portando a un ritiro a vita privata che invece non arrivava. Un altro era stato neofascista o postafascista, poi cambiava nome al partito, cancellava il simbolo e arrivava a dichiarare che il fascismo era il male assoluto; ma restando ben saldo alla guida della formazione politica. Ingenuamente ho sempre trovato inspiegabile questa disinvoltura. Perché il leader di un partito dovrebbe essere colui che meglio incarna i valori e le pratiche politiche in cui si riconoscono militanti ed elettori, e se i valori e le prassi vengono azzerati, stessa sorte dovrebbe seguire quel leader che ormai non rapresenta più nulla. Invece no, rimanevano (e rimangono tuttora) leader assoluti, quasi a testimoniare che la loro virtù sta in un presunto saper vendere un prodotto politico, non importa quale, con abilità da strateghi del marketing privi di qualsiasi ancoraggio etico o ideale.
Questo, però, non accade solo in politica. Succede, per esempio, anche nell’editoria. Anche qui, attenzione, mi riferisco a quanti hanno per lungo tempo messo nel loro lavoro dei valori, delle convinzioni, degli ideali, una visione del mondo e delle cose. Parlo delle filosofie che stanno alla base di una scelta editoriale, di una collana, di un libro, e non agli aspetti meramente commerciali, per i quali è giusto e saggio variare le strategie in base alle risposte del mercato; per fare un esempio, io non ho ovviamente nulla contro le librerie: se decidono di non prenderci in considerazione e di seguire la politica dei colossi della distribuzione mi devo attrezzare e trovare dei canali alternativi per la vendita, ma ben venga quella libreria che tiene i nostri titoli sugli scaffali o persino in vetrina. Qui, però, sto appunto parlando d’altro.
Poniamo, per esempio, un grande editor che per una prestigiosa casa editrice cura e anima, che so, una collana di saggi dedicati alla filosofia teoretica. Immaginiamo che lo faccia da decenni e che si sia sempre ispirato al rigore scientifico e al rispetto della complessità della materia, che abbia sfornato titoli di prestigio ma per pochi eletti, che abbia rappresentato coi suoi prodotti (e mai li chiamerà così) una cultura alta e un po’ paludata, magari anche spregiosa delle masse. Supponiamo che ora l’editore voglia svecchiare la collana, mantenendo il tema ma passando a un intento più divulgativo, adeguando in tal senso la scelta degli autori, il linguaggio e magari anche la veste grafica e la struttura. La prima cosa da fare, secondo logica, è cambiare editor, prendere qualcuno che abbia sì altrettanto robusta conoscenza della materia ma che sia in sintonia coi nuovi intenti, e che sappia quindi tradurli in pratica nel migliore dei modi. Dovrebbe andare così, e invece spesso così non va.
Capita perciò che, magari come consulente, o con altra veste prestigiosa seppur teoricamente defilata, il vecchio editor resti a vigilare, e con la sua lunga esperienza e forte personalità finisca per pevalere sul formale successore. Immaginate quale sintonia col nuovo corso possono avere il vecchio barbogio o la vecchia carampana che da trenta o quarant’anni procedono per granitiche certezze immutabili. Il riciclato di prestigio finisce così, nel migliore dei casi, per essere un elemento frenante, un costante disturbo. Ma può anche andare peggio: perché il vecchio artefice, giustamente incapace di mutare punto di vista e di scoprire nuove sensibilità, potrebbe persino acconciarsi fin dove possibile per contribuire al rinnovamento, finendo inevitabilmente per percepire e sponsorizzare solo gli aspetti più esteriori e deteriori del nuovo corso, digerendo le forme più superficiali e modaiole (che lo hanno colpito), ma senza alcuna capacità di ripensare nel profondo l’oggetto della speculazione. Insomma, il rischio è quello di arrivare a un prodotto senz’anima e senza logica. Come, puntualmente, spesso avviene quando si danno casi di questo tipo.
Poiché, in editoria come in politica, questo sopravvivere a se stessi è a mio avviso uno di quegli specifici deleteri che condannano l’Italia all’inesorabile declino, faccio una solenne promessa.
Autodafè è nata per pubblicare narrativa attenta alla realtà sociale dell’Italia contemporanea. Di questa casa editrice sono il direttore editoriale, funzione che, tra le altre cose, comporta la scelta dei titoli da pubblicare. Dovesse un domani la compagine societaria (per pura ipotesi) stabilire che dobbiamo pubblicare una narrativa più intimista e introspettiva, lascerei immediatamente il mio ruolo. Perché ci sarebbero persone molto più brave di me a fare questo tipo di scelta, e perché sono colui che con più forza ha creduto in una precisa scelta editoriale che è anche valoriale. Soprattutto, farei spazio ad altri perché non credo che esistano uomini (o donne) per tutte le stagioni.

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