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La virgola in più nell’emendamento Finocchiaro

riformaSenatoOvvero: quando la Costituzione viene modificata da un dettaglio di punteggiatura

di Cristiano Abbadessa

È stato approvato poco fa il cosiddetto “emendamento Finocchiaro” all’articolo 2 della riforma costituzionale. È l’emendamento che, come spiegano le cronache politiche, ha ricomposto i dissensi all’interno del Pd, accogliendo, nelle intenzioni dichiarate, alcune indicazioni della minoranza del partito relative alla nomina o elezioni dei senatori espressi dai consigli regionali.
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Cari politici, se aveste letto le opere di Autodafé, i forconi non sarebbero una sorpresa

di Cristiano Abbadessa

forconiNon ho capito molto delle proteste di piazza di questi giorni, dei forconi, dei movimenti spontanei e di quanti si sono accodati. Vittima dei miei schematismi, fatico a inquadrarli; e, soprattutto, fatico a cogliere se, oltre alla protesta, esiste un collante di rivendicazioni comuni e compatibili.
Non ne ho capito molto, ma posso dire con serenità che una sollevazione di queso tipo me l’aspettavo. Anzi, mi domandavo come mai non fosse ancora avvenuta. E, per quanto confusi negli intenti, i moti di piazza mi paiono chiarissimi nell’essenza, attesi e inevitabili.
Non possiedo la sfera di cristallo, e non sono un politologo o un sociologo. Però mi so guardare intorno e, soprattutto, per mestiere ho letto, negli ultimi anni, quel che i nostri autori (o gli aspiranti autori) hanno scritto della realtà sociale dell’Italia contemporanea.
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Quando i narratori del presente anticipano il risultato elettorale

di Cristiano Abbadessa

risultati-elezioni-2013-04Le giornate del festival Tra le Righe a Cinisello si sono intrecciate e sovrapposte a quelle elettorali. Molto impegnati nel nostro lavoro, abbiamo finito per risvegliarci dalla faticosa kermesse fieristica giusto in tempo per votare la mattina del lunedì e restare, nel pomeriggio, a rimirare lo sbigottimento dei politici e dei commentatori per gli esiti delle elezioni. Alcuni risultati, hanno detto, contraddicevano i sondaggi; altri andavano ben al di là di quelle che erano le previsioni. Posso dire che, per quanto mi sia avvicinato al voto distratto da mille urgenti incombenze, non sono stato affatto stupito, invece, di quelle tendenze che i commentatori ritenevano imprevedibili almeno nelle dimensioni. Non perché io sia un raffinato politologo (anzi, storicamente, quando mi sono dilettato in qualche previsione elettorale con amici, di solito ci ho preso pochino), ma perché questa volta avevo sottomano un termometro del comune sentire e delle pulsioni di massa che rappresentava (e rappresenta, e rappresnterà) un utilissimo strumento per capire la realtà e prevedere come si sarebbe tradotta in voti. Mi riferisco ai racconti ricevuti e pubblicati per la prima tornata del nostro progetto Narrativo Presente.
Il tema, lo sapete, era “La sovranità appartiene al popolo”; e il richiamo alle imminenti elezioni era presente, neppure sotto traccia. Come spunti, avevamo proposto due frasi: una del presidente Napolitano contro i populismi, l’altra di padre Zanotelli contro il potere finanziario globale; due visioni in qualche modo contrapposte, certamente entrambe contenenti elementi di verità utili a sviluppare una riflessione da riprendere nella creazione narrativa. Come nella filosofia del progetto, le frasi potevano essere lette da molti punti di vista, e ci si poteva ispirare all’una o all’altra o a entrambe, condividendole o meno.
Fra gli autori che hanno partecipato, però, soltanto uno in forma abbastanza esplicita e uno in maniera molto più velata hanno fatto riferimento alla fallibilità del popolo, che può essere manipolato, ricattato, superficiale, soggetto a comportamenti irrazionali, oppure distante dalla cosa pubblica e ripiegato sul proprio particolare. Tutti gli altri racconti hanno invece, con gradazioni e forme giustamente diverse e personali, messo in risalto la figura del popolo come entità “buona”, oppressa, talora apertamente vessata o tenuta in una voluta ignoranza e soggezione; mentre, dall’altra parte, si stagliava la figura di un potere lontano, estraneo, dominante, mai espresso dal popolo stesso e impegnato semmai, attraverso i suoi fedeli servitori (figura ricorrente), a mantenere ben stretto il giogo. Una rappresentazione che ciascun autore ha modellato in forme proprie, più o meno allegoriche, ma che è possibile ritrovare quasi in tutte le opere.
È stato, come dicevo prima, un buon termometro per misurare la temperatura sociale. Anche perché conosco bene alcuni degli autori (non tutti, è chiaro), e so che questa visione non discende necessariamente dalla loro formazione politica o dal personale orientamento. Da narratori del presente, però, hanno fotografato (e trasfigurato) un sentimento comune e diffuso, che ben rappresenta i nostri tempi. Davanti a queste creazioni letterarie ho capito, più di quanto sia riuscito ai sondaggisti con i loro numeri o ai politologi con i loro saggi, che quelle forze politiche oggetto del richiamo presidenziale, quei partiti o movimenti contro i quali era diretto il segnale di allarme del “populismo”, avrebbero ricevuto alle elezioni un premio, e non una punizione. In particolare, tanto per essere più espliciti, lì ho capito che il Movimento 5 Stelle sarebbe andato oltre il 20% e si sarebbe affermato come il più credibile interprete di quel diffuso sentimento che ritrovavo anche nei racconti dei nostri autori.
Sabato scorso, nell’ambito della manifestazione di Cinisello, abbiamo presentato il nostro Narrativo Presente in una tavola rotonda con ospiti di riguardo. È stata una bella chiacchierata, che il tempo non ha consentito di dipanare fino in fondo. Tra gli argomenti rimasti un po’ in sospeso vi era il valore di testimonianza storica che, un domani anche non vicino, avranno questi racconti per quanti, alla ricerca delle tracce della memoria, vorranno ricostruire un periodo della nostra storia rifacendosi a fonti varie, magari pescando i fatti dagli archivi dei giornali ma cercando di cogliere spirito, sentimenti e linguaggi del tempo dalle tracce della narrazione. Credo che l’insieme dei racconti scritti nel mese di gennaio 2013 per Narrativo Presente rappresenterà, in futuro, un ottimo punto di partenza per capire il voto della fine di febbraio e classificarlo come inevitabile conseguenza di un sentire diffuso, ben chiaro a chi ha guardato la realtà e tutt’altro che imprevedibile.
Direi, per gli scopi che ci siamo prefissi, che si tratta di un’ottima partenza.

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La scuola, l’università, la formazione e il lavoro

di Cristiano Abbadessa

Da che ho memoria, praticamente ogni ministro dell’Istruzione (dal nome del dicastero è sparito “pubblica”, e non è un caso: ma questa è un’altra storia) ha presentato il suo piccolo o grande progetto di riforma della scuola e, con più parsimonia, dell’università. Puntualmente, gli studenti e gli insegnanti, talora con motivazioni diverse, hanno bocciato i provvedimenti ipotizzati e proclamato agitazioni nelle diverse forme.
Nell’autunno del 1978, quando ero al liceo, l’oscuro ministro Pedini (una meteora nello statico panorama politico italiano) presentò un suo progetto di riforma per la scuola superiore: ipotesi che durò poco o nulla, perché di lì a poco il Pci ritirò l’appoggio al governo monocolore democristiano, dichiarò esaurita l’esperienza della solidarietà nazionale e ci furono lo scioglimento delle camere e le elezioni anticipate. Il progetto di riforma di Pedini teneva conto degli equilibri politici dell’epoca e strizzava l’occhio alla sinistra, soprattutto in forma di diffuse manciate di demagogia: ricordo, per esempio, che veniva riformato anche l’esame di maturità, adottando una formula così lieve e accomodante da garantire a tutti non solo la promozione ma anche buoni voti. Tuttavia, i movimenti degli studenti contestarono ugualmente la riforma, asserendo che essa prevedeva “una scuola funzionale al sistema economico e produttivo” anziché alla formazione e alla crescita culturale dei giovani; il presupposto su cui si basava questo giudizio stava in alcune misure che il ministro pensava di introdurre per gli istituti tecnici e professionali, finalizzando maggiormente l’apprendimento all’ingresso nel mondo del lavoro attraverso l’inserimento nei programmi di materie legate allo sviluppo tecnologico e forse prevedendo persino contatti (stage? forse non si diceva ancora così) col mondo delle imprese.
Con il passare degli anni abbiamo visto movimenti studenteschi protestare per chiedere esattamente quel che allora proponeva il ministro, andando oltre e chiedendo di porre il carattere pratico della formazione al centro dell’insegnamento. Se devo però rifarmi all’esperienza personale, mi sento di poter dire che la scuola, e soprattutto l’università, hanno trovato nel tempo, sul tema, una via di mezzo solo apparente, che molto assomiglia alla media statistica del mezzo pollo di Trilussa.
La mia sensazione è che si sia partiti da una netta distinzione tra le facoltà tecniche (in senso ampio) e quelle umanistiche. Nelle prime lo studente apprende tutti gli strumenti tecnici utili allo svolgimento della professione, con tanto di specializzazioni molto specifiche. Mancando però un respiro culturale più ampio, spesso tali strumenti restano mere tecnicalità, di cui il laureato saprebbe servirsi a patto che qualcuno gli dicesse come e dove. Manca, insomma, quella capacità di analisi dell’esistente che poi consente di adottare delle misure che possono anche richiedere una competenza tecnica.
Non posso, per ragioni di mia inadeguatezza in materia, valutare per tutte le categorie quanto questo sia vero. Ho però preso atto con sconforto di casi di neolaureati in economia e affini (quelli che oggi sono “i tecnici” per eccellenza) che proponevano strategie di marketing e sviluppo imparate sui banchi, senza far differenza tra l’essere chiamati a pianificare (sono esempi ipotetici) il lancio di Autodafé edizioni o la soluzione di una crisi del gruppo Mondadori. Ricette uguali, senza tenere conto di un contesto che non sanno leggere e discernere, per questi cosiddeti esperti del problem solving che in realtà non servono a nulla: perché se non hai capito il problema, è un po’ presuntuoso (oltre che inutile) pretendere di proporre una soluzione.
Se i laureati tecnici si avvicinano al mondo del lavoro reale con la presunzione di chi ha la verità in tasca pronta all’uso e una speculare assenza delle basi dell’interpretazione del mondo, mia impressione è che chi esce dalle facoltà umanistiche non abbia invece acquisito, almeno all’interno dei corsi di studio, neppure una vaga conoscenza del mondo del lavoro, a cominciare da quelle stesse professioni che (tolto il mero reinsegnamento dell’appreso) dovrebbero essere connesse al titolo conseguito.
Nello specifico, allibisco nel rendermi conto di quanto i laureati in lettere siano fermi alla pura cultura letteraria ma nulla conoscano dell’industria editoriale, delle forme di lavoro in cui si esplica oggi la comunicazione, delle filiere e dei processi. Capita di parlare con giovani che vorrebbero lavorare nel settore, e magari proprio nell’editoria libraria e narrativa, e non sanno come nasce un libro, che cosa è una scheda di lettura, come si scrive una recensione e qual è la sua funzione; non si parla qui di addentrarsi troppo nei dettagli della professione, ma almeno di conoscerne le basi e i fondamentali. Eppure anche questi laureati hanno seguito indirizzi specifici, che avrebbero dovuto andare oltre la pur necessaria formazione culturale per cominciare ad avvicinare lo studente almeno alla vaga idea di come funziona l’industria editoriale (visto che di quella vogliono occuparsi, sulla base del titolo che gli è stato riconosciuto).
Che il sistema formativo sia rivedibile è sicuro. Che scuola e università necessitino di una nuova riforma e che debbano rivedere i loro obiettivi è altrettanto certo. Così come palesi sono le colpe della politica e quelle degli esperti del settore. Mi domando, però, se certe disfunzioni nascano solo da errori e da scarsa capacità di intervento. Perché, maliziosamente, mi viene da notare che un mondo di neolaureati che, per una ragione o per l’altra, non sono affatto pronti per l’ingresso nel mondo del lavoro costituisce il presupposto necessario per il mantenimento nel tempo di un bacino di manodopera a basso costo costretta per anni a barcamenarsi tra stage gratuiti, miseri contratti di formazione lavoro, impieghi sottopagati: sempre ringraziando il datore che è tanto gentile da fornire un’opportunità. E, in più, questo stato delle cose può anche alimentare quel vasto mercato di costosi master e meno prestigiosi corsi di formazione professionale specifica che, finalmente, cominciano per davvero a spiegarti qualcosa del lavoro che in futuro vorresti fare.

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Gli operatori culturali, il lavoro e la Costituzione

di Cristiano Abbadessa

Durante il festival abbiamo incontrato e ascoltato scrittori, musicisti, pittori e artisti di varia specie. Quasi tutti (le eccezioni si contano davvero sulle dita di una mano) esercitano la loro arte in forma “dilettantista” (non dilettantesca), ovvero per pura passione e senza alcun significativo ritorno economico; per vivere fanno altro, e alla produzione artistica e culturale dedicano il tempo possibile, sacrificando altre libertà e, talvolta, altri doveri.
Abbiamo incontrato anche colleghi editori, gestori di locali e spazi culturali, librai, operatori della comunicazione. Per quanto possa apparire strano, anche la stragrande maggioranza di costoro fa per vivere un altro lavoro e dedica il tempo “libero” alla promozione della cultura.
I più fortunati, sia tra gli artisti e gli scrittori, sia tra coloro che in qualche modo portano avanti una piccola impresa del settore cuturale, campano facendo lavori che hanno una qualche attinenza con le loro capacità, offrendo servizi o addirittura impiegandosi in società più grandi che in qualche modo di parola, comunicazione o promozione si occupano. I più versatili, o meno fortunati, la sfangano (talora benissimo) facendo lavori che con la letteratura o l’arte non hanno nulla a che vedere, e che ne sono in alcuni casi distantissimi.

Mi viene in mente che un articolo della Costituzione, il 4, dice qualcosa al riguardo, e integralmente lo riporto.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Dunque, il lavoro è un diritto e un dovere, ma è all’ambito del dovere che attiene la facoltà di scelta del cittadino, che è personale e libera, purché concorra al progresso materiale o spirituale della società. Non si fa, in questa sede, menzione di limiti esterni alla scelta personale posti in ragione della redditività economica, giacché spetta alla Repubblica, ci dice l’articolo 4, promuovere le condizioni che rendano effettivo il diritto a un lavoro secondo inclinazione.
Credo che le opere e le performance di tanti che ho visto esibirsi durante questo festival concorrano nobilmente al progresso spirituale della società, e che potrebbero farlo in maniera tanto più significativa se gli scrittori e gli artisti potessero svolgere queste loro attività a tempo pieno. Se, insomma, venissero promosse quelle condizioni per cui chi dimostra attitudine e capacità ha il diritto/dovere di fare di queste attività un lavoro.
Ora, immagino che molti dei nostri amici scrittori, artisti, editori, librai e quant’altro siano persone serie, dotate di buone qualità anche in altri campi, e che svolgano con applicazione ed efficienza quei lavori che, remunerati, danno loro da vivere. So però per certo, conoscendo bene alcuni casi, che non sempre questi lavori concorrono al progresso materiale (sullo spirituale sorvolo) della società, quanto piuttosto al benessere e alla ricchezza del datore di lavoro.
Siamo, insomma, sempre a girare intorno alla solita questione. Perché, Costituzione alla mano, l’unica discriminante per stabilire chi di arte e letteratura ha il diritto di vivere e chi no dovrebbe essere solo l’effettiva possibilità (capacità) di contribuire attraverso l’opera al progresso della società. E sappiamo che oggi a dare la patente di artista professionista è il mercato, con gli esiti che ben conosciamo. Parafrasando una celebre battuta di Clemenceau sulla guerra, mi viene da dire che il mercato è una cosa troppo seria per lasciarlo in mano ai capitalisti e ai pubblicitari, e che qualche strumento di riequilibrio, nello spirito della Costituzione, dovrebbe essere messo in atto per dare a tutti uguali opportunità e premiare il merito (e non la potenza di fuoco dell’investimento).
Sarà perché di questi tempi sono alle prese con altri articoli disattesi (il 47, per dire, ma anche il 25 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo), ma sempre più mi convinco che la Costituzione sia ormai una splendida dichiarazione d’intenti che quasi più nulla ha a che fare con un paese pienamente asservito ad altre logiche, fra l’altro estranee e in aperto contrasto con lo spirito della nostra Carta. Ed è un vero peccato, per il paese stesso e, nello specifico, per quegli operatori che cercano di produrre e far circolare la cultura nelle sue varie forme.

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Il partito del No e il partito del Fare (possibilmente bene)

di Cristiano Abbadessa

Mentre scrivevo le mie note per l’ultimo post, la scorsa settimana, accadevano simultaneamente due fatti che riguardavano proprio le due questioni che avevo appena posto in relazione: la riforma del mercato del lavoro voluta dal governo e il Festival dell’Inedito di Firenze. In entrambi i casi, e nelle stesse ore, si registrava una parziale marcia indietro dei promotori: il governo riammetteva la possibilità almeno teorica del reintegro per i lavoratori licenziati per motivazioni economiche, gli organizzatori del Festival, abbandonati da sponsor e testimonial, proclamavano una moratoria dell’iniziativa. Continuo a parlare di marce indietro parziali perché, come per la questione dei licenziamenti quasi tutto verrà demandato ai dettagli del provvedimento e alle effettive discrezionalità dei giudici, così per la rassegna fiorentina la sospensione ha un carattere di provvisorietà ed è condita da tali precisazioni che nulla porta a escludere una riemersione dell’iniziativa, magari con meno nomi noti in prima fila e con un profilo più dimesso (ma non per questo meno efficace rispetto agli scopi).
Abbandono per il momento la vicenda della riforma del mercato del lavoro e mi appunto qualche considerazione che emerge con nettezza da quanto accaduto intorno al Festival dell’Inedito. Primo: forze diverse, ma tutte ugualmente contrarie allo spirito dell’iniziativa, hanno saputo rispondere con voce chiara e unanime, si sono fatte sentire attraverso la rete e media più tradizionali con una forza tale da raggiungere, almeno per il momento, lo scopo. Secondo: nel tumultuoso mondo dell’editoria in trasformazione può accadere, anche in buona fede (e per qualcuno degli attori coinvolti sarei pronto a scommetterci), di dare credito a tentativi che possono apparire in grado di fornire risposte a problemi concreti ma che celano in sé pericolosi germi. Terzo: la capacità di mobilitarsi è alta e pagante quando si tratta di bloccare qualche iniziativa potenzialmente pericolosa, ma viene a scemare subito dopo, lasciando sul tappeto, irrisolti, tutti i problemi.
Torno allora al parallelo con la riforma del mercato del lavoro, perché davvero esemplare. Stemperato il significato anche simbolico della cancellazione di alcune norme previste dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, si incassa un’apparente vittoria salvo poi ammettere (chi a mezza bocca, chi con toni più acuti) che è la riforma nel suo complesso a non offrire né maggiori opportunità di accesso al mondo del lavoro per gli esclusi né maggiori garanzie complessive a chi è nel novero degli inclusi. Allo stesso modo, il fronte capace di coalizzarsi ed esternare con efficacia quando si tratta di bacchettare tutto ciò che ha il sapore di “editoria a pagamento” (nel senso più largo e onnicomprensivo del termine) non riesce a costruire una proposta concreta per rendere più aperto e più vivace il mercato editoriale, con particolare riferimento al settore della narrativa italiana (perché di autori italiani, o aspiranti tali, stiamo in definitiva parlando).
Eppure la questione è assolutamente centrale, direi decisiva per la stessa sopravvivenza di un’editoria plurale, non recintata negli strettissimi confini di quei pochi grandi gruppi che controllano il mercato in tutte le sue forme e ramificazioni.

Noi di Autodafé, come noto, stiamo lavorando da tempo attorno a ipotesi che siano capaci di creare alternative, di aprire spazi di mercato, di offrire opportunità. Certamente commettendo anche errori, ma cercando appunto di costruire, e non da soli, qualcosa che vada oltre la semplice espressione del lamento o della contrarietà.
Servono però interlocutori per costruire una rete, e trovarli non è facile. Servono autori (non solo nostri, ovviamente) che vogliano crescere e confrontarsi, con l’ambizione di guardare oltre il limitato orizzonte del “trovare un editore che mi pubblica”. Servono altri editori che condividano il progetto di un’editoria di qualità e una visione eticamente sensibile del proprio ruolo. Servono librai che vogliano scommettere sul protagonismo di un mercato alternativo, anziché rassegnarsi al piccolo cabotaggio di una sopravvivenza messa infine nelle mani dei loro stessi concorrenti. Servono lettori che abbiano voglia di sostenere attivamente progetti culturali condivisi, uscendo dalla logica del “consumatore”. Serve che tutti questi attori condividano valori e finalità, ma che sappiano anche che a ognuno tocca la sua fetta di rischio e di investimento (non necessariamente economico), perché l’alternativa è soltanto la messianica attesa del grande moloch editoriale che assomma in sé tutte le funzioni (oserei dire persino la creazione e il consumo, in una filiera pienamente controllata). Ed è necessario che i soggetti coinvolti sappiano anche cogliere le potenzialità positive di nuove forme di approccio al mercato, di distribuzioni e vendite alternative, senza trincerarsi dietro le false garanzie (non) offerte dalle regole poste a tutela del proprio improduttivo orticello.
Stiamo lavorando a questo, con interlocuzioni interessanti ma ancora numericamente insufficienti. E riteniamo che sia il momento di dare ampiezza e spessore al tentativo di creare un’alternativa, alla costruzione di una rete che unisca tutti i punti della filiera editoriale attorno al progetto di un’editoria di qualità. Sapendo fra l’altro che gli esempi non mancano, ma che sono finora declinati in un ambito ristretto e territoriale a nostro avviso insufficiente per costituire una vera alternativa.
Vorremmo che la stessa passione messa da tanti nel dire No alle iniziative poco trasparenti (come il festival fiorentino) venisse impiegata nel costruire una proposta e nel portarla avanti. Altrimenti la capacità di aggregazione diventa solo uno strumento di difesa dello status quo; che a parole non sembra essere lo status ideale per nessuno, ma che forse, in definitiva, fa meno paura dell’impegno diretto in un lavoro di cambiamento.

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Le pecore e i leoni: le scelte etiche e la risposta del mercato

di Cristiano Abbadessa

Prendo spunto da un paio di notiziole di cronaca, in apparenza tra curiosità e costume, per riflettere su tematiche che abbiamo già toccato, ma che mi pare possano essere rilette in miglior luce una volta preso atto dei due episodi che vi riporto.
Il primo, forse, alcuni di voi lo conosceranno già, perché ha avuto una sua eco divertita su vari giornali e nella rete. È accaduto che il ministero dell’istruzione, università e ricerca abbia pubblicato qualche tempo fa il bando per una tesi di dottorato di ricerca, mi pare per l’università di Siena, dal titolo: “Dalla pecora al pecorino: la filiera del latte di produzione ovina ecc ecc”. Poiché tale bando, per norma comunitaria, va pubblicato in diverse lingue europee, il ministero ha messo in rete, fra le altre, la versione in inglese. Nella quale, il titolo della tesi così era tradotto: “From sheep to doggy style…”. Dove il doggy style (alla maniera del cane) è, per gli inglesi, quella modalità di accoppiamento sessuale che nell’italiano gergale è detta alla pecorina. Non trovando il termine “pecorino”, si sono scusati i funzionari ministeriali, il traduttore automatico aveva scelto di rendere in inglese la “pecorina”.
Molti hanno riso, come sempre capita di fronte a questi equivoci a sfondo sessuale (un po’ come avviene per i bambini, che trovano irresistibilmente divertente qualunque frase contenga la parola cacca). Anch’io, in prima battuta; ma poi mi sono parecchio indignato. In primo luogo perché ancora una volta trovavo conferma alla diffusa convinzione che la comunicazione in rete si ritiene possa esimersi da qualsiasi controllo qualitativo: siccome internet dà spazio a chiunque (anche analfabeta, ciarlatano, falsificatore, incompetente e via di seguito), allora anche chi fa una comunicazione formale o istituzionale, come nel caso, si ritiene autorizzato a muoversi con assoluta approssimazione e a costo zero. Più grave, però, è la successiva considerazione: se anche il ministero dell’istruzione e dell’università ritiene più opportuno servirsi di un traduttore automatico che di un professionista della materia, siamo davvero un paese senza alcuna speranza. Perché, ad onta delle parole sul salvataggio dell’Italia, sulla fiducia da dare ai giovani, sull’importanza di un titolo di studio e di una qualificazione professionale, ecco che al dunque il ministero preposto è il primo che evita di servirsi di un laurato in lingue (e dire che ci hanno fatto una testa così sulla necessità di imparare bene l’inglese, sullo storico ritardo degli italiani troppo provinciali, e via cantando) e si affida a un traduttore automatico gratuitamente disponibile online. Proprio un bell’esempio e una bella morale di disinvestimento nella formazione (che peraltro possiamo trarre solo grazie al pecoreccio incidente, perché qualsiasi altro errore meno divertente sarebbe passato sotto silenzio).
L’altra vicenda, di certo meno nota, l’ho incrociata quasi per caso in uno spezzone in coda a un tg regionale di qualche giorno fa. La notizia che apriva il servizio era una manifestazione di animalisti contro l’insediamento di un circo a Varese o dintorni, per protestare contro l’utilizzo degli animali nelle attività circensi. Le immagini del sit-in occupavano pochi secondi, seguiti dalla raccolta di un po’ di interviste per dare voce a chi protesta, a chi è contro la protesta, a chi si batte per la dignità degli animali e a chi vorrebbe vederli nello spettacolo: la solita sfilata di opinioni che, ormai, hanno preso il posto dell’informazione e del racconto dei fatti. In ultimo, però, sono stato catturato dal racconto di uno dei Medini (non ricordo più quale, tra i tanti della famiglia), che raccontava al proposito l’istruttiva esperienza del suo circo.
Qualche anno fa, ha spiegato il Medini in questione, era stato convinto dalle osservazioni di chi si batteva contro lo sfruttamento degli animali nel circo, e aveva deciso di mettere le bestie a riposo e di proporre uno spettacolo basato solo sui numeri degli artisti umani: giocolieri, contorsionisti, clown, trapezisti. Il nuovo spettacolo attraeva pochi spettatori, ma il Medini contava in una qualche forma di appoggio alla sua scelta etica da parte delle associazioni che tanto si erano battute affinché finalmente qualche circo facesse questo coraggioso passo. Ma nessuno si era fatto vivo, e il Medini non riusciva più neppure a trovare chi gli concedesse gli spazi per piazzare il tendone, in ragione della scarsa resa economica dell’evento, degli affitti che non poteva pagare, della morosità del suo circo. Alla fine, snobbato dal pubblico e ignorato da chi lo aveva indotto alla scelta, il Medini ha deciso di riprendersi gli animali, con domatori e ammaestratori, e di rimettere in piedi lo spettacolo tradizionale, che bene o male funziona.
Mi è venuto sin troppo facile il paragone con quel che succede nell’editoria. Il mondo, e in specie il mondo della rete, è pieno di community, blogger, pensatori più o meno associati pronti a dettare le regole etiche, a pronunciare scomuniche, a stilare pagelle di buoni e cattivi: gli editori a pagamento sono il diavolo, quelli che non rispondono sono dei cafoni, quelli che non leggono il manoscritto per intero sono dei superficiali prevenuti, quelli che non pubblicano gli esordienti sono dei biechi servi del marketing. Se un editore, però, compare sulla scena rispettando tutti i canoni etici, gli riservano un timido applauso iniziale e poi lo lasciano nel suo brodo, ben guardandosi non dico da una qualche stabile forma di sostegno e promozione, ma persino dal semplice acquisto dei libri.
Chi si batte perché gli imprenditori (non importa se editori o circensi, alimentari o metallurgici) facciano scelte etiche, credo dovrebbe sentire l’obbligo morale e materiale di premiare poi queste scelte in forma concreta; e non solo, ammesso che questo succeda, a titolo personale. Diciamo che dovrebbe, nel dire bene e promuovere, metterci almeno la stessa appassionata foga che ci mette nel maledire, censurare e boicottare. Altrimenti, perdonate la franchezza, ho il sospetto che sia solo uno dei tanti frustrati inaciditi incazzati col mondo, che gode solo quando può dire male e essere contro, ma per nessuna ragione direbbe bene di qualcosa o si schiererebbe a favore di qualcuno.

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Il governo Monti, la monocultura finanziaria, i giovani e l’afasia letteraria

di Cristiano Abbadessa

Ieri sera mi è capitato di sentire un viceministro dell’attuale governo che spiegava in tv come bisognasse “tenere conto della vastezza della questione”. Sarà stata una di quelle scivolate che capitano parlando, nell’estrema indecisione della scelta fra “ampiezza” e “vastità”, posso sperare. Anche se, per istinto, non ho potuto fare a meno di inorridire; d’altra parte, ho moti scomposti e istintivi quando sento maltrattare l’italiano dalle “seconde voci” delle telecronache calcistiche (e si tratta di ruspanti ex giocatori, a malapena andati oltre la scuola dell’obbligo), figuriamoci se mi potevo reprimere quando ho sentito sbandare un “professore” della nuova presuntuosa aristocrazia.
L’episodio, però, si è subito trasformato in riflessione più ampia. Perché questi saranno pure “professori”, ma non sarebbe mai male ricordarci di quali materie. Per cui, lo scivolone di un tecnico di questioni finanziarie può anche risultare più spiegabile (un tempo si diceva che il peggiore italiano era parlato dai ragionieri), ma non si può fare a meno di soffermarsi un attimo a sottolineare il difficile rapporto tra la cultura e questo governo; in ciò degno erede, ma forse con qualche connotazione negativa in più, di chi lo ha preceduto.
Si veda, per esempio, l’atteggiamento di fronte all’istruzione e alla formazione; settori nei quali mi pare esista una lettura meramente strumentale della funzione della scuola e dello studio (un tempo avremmo detto: funzionale al Sistema). In sostanza, studiare serve solo ed esclusivamente per preparare il proprio futuro professionale; e se la futura professione non prevede una preparazione scolastica particolarmente lunga, si cominci a 16 anni con l’apprendistato e la formazione specifica. Come ha suggerito un altro viceministro, lo stesso che ha dato degli sfigati a coloro che a 28 anni studiano e non si sono laureati.
Appartengo, decisamente, a una generazione che si è formata in un contesto diverso. Quando lo studio era confronto con la cultura, e l’accesso scolastico si pretendeva fosse aperto a quanti mostravano interesse prima ancora che attitudine, rinviando la scelta del proprio futuro professionale a tempi più maturi dei 16 anni (che poi, in una società con scarsa mobilità sociale come quella italiana, il più delle volte vuol dire replicare le scelte familiari senza alternative). E quando c’erano moltissimi studenti universitari di 28 anni o più, magari perché erano studenti lavoratori, che non sempre lavoravano per pagarsi gli studi ma a volte studiavano oltre a lavorare, senza particolare prospettiva di avanzamento professionale, per il puro gusto di farlo e migliorare la propria cultura.
La scarsa attenzione per la cultura e l’istruzione, peraltro, non emerge solo da questa visione rigidamente strumentale di una formazione che o è finalizzata a un futuro sbocco professionale o non è nulla, così come non si traduce solo nella valutazione meramente aziendalista dell’efficienza di insegnanti e dirigenti scolastici. Perché, sarà il caso di ricordarlo ai distratti, questo governo continua per esempio a tagliare e accorpare classi, mentre ben si guarda dal cancellare l’acquisto di aerei da guerra. E qui il problema si fa più complesso e più interessante. Infatti, queste stesse scelte compiute dal governo precedente suggerivano a molti che c’era qualche ministro che da sempre covava il sogno di mostrare i muscoli e giocare alla guerra, così come tanti fra i governanti di allora sembravano considerare la scuola un covo di insegnanti comunisti traviatori di giovani; e le scelte a loro modo si spiegavano, e naturalmente suscitavano le aspre e consapevoli reazioni di chi aveva del mondo e delle priorità una visione del tutto diversa. Ma oggi, avvertendo che queste scelte sono solo frutto di un calcolo opportunistico e strumentale (faccio quadrare i conti, sommo obiettivo, intervenendo laddove è più semplice e dove urto meno interessi forti), molti si trovano davvero spiazzati.
Qui entra in ballo la nostra letteratura e quel che vediamo dal nostro osservatorio privilegiato. La sensazione, suffragata appunto dal rapporto coi nostri aspiranti autori, è che si stia verificando una sorta di gelata della passione civile. È infatti certo che molti, anche banalizzando, vedevano nella precedente classe di governo la rappresentanza di un’Italia che non ha la cultura in simpatia, che la considera fronzolo e orpello, che si richiama a radici “popolane” e “volgari” nell’accezione meno nobile di questi termini; mentre in realtà quella classe politica era la fedele e plastica espressione di una certa cultura, di valori e modi di vivere veicolati, e talora imposti attraverso la comunicazione, nel corso di un buon paio di decenni. A questa cultura, o anticultura che dir si voglia, una buona parte della società civile si è vigorosamente contrapposta, creando e divulgando una diversa visione delle cose e una diversa scala di valori. Tra le due parti, con forme e sensibilità diverse, si è in ogni modo mantenuto aperto un confronto che si è espresso anche, appunto, attraverso la creazione letteraria, la narrazione attenta alle dinamiche sociali.
Oggi tutto questo sembra venir meno. Perché il clima sociale dominante non oppone due diversi modi di essere e di pensare, ma veicola la supremazia inevitabile di una scienza algida: quasi che le leggi dell’economia e della finanza fossero le Tavole scolpite da mano divina sul Sinai e non il frutto di scelte politiche e filosofiche. La nuova Grande Paura, con i suoi dogmi e i comportamenti riflessi, sembra aver silenziato le coscienze e le menti, inaridendo o spiazzando la capacità critica e creativa.
Si respira, in Italia e in Europa, la scorata sensazione di chi ha recepito il messaggio che i nuovi tecnocrati sono riusciti a trasmettere: un altro mondo non è possibile. Non si tratta più di scegliere da che parte stare, o di ragionare su nuovi scenari, ma di conformarsi all’inevitabile, alla suprema legge che tutto determina. E chi non sta alle regole, chi pretende di ragionare prima di costruire il proprio futuro, chi mostra una pericolosa curiosità intellettuale, è uno sfigato.

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