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La misteriosa scomparsa della Libreria Km Zero

di Cristiano Abbadessa

Capita anche nei media tradizionali, stampa e tv per capirci, che un fatto, un personaggio o un tema conquistino di colpo le prime pagine assurgendo a “caso” del momento, suscitando commenti e reazioni, generando a volte attese e paure, per poi svanire nel nulla, sepolti nel dimenticatoio senza che nessuno si prenda neppure la briga di informare il pubblico su “come è andata a finire”. Nel web, per certi aspetti, il fenomeno è ancora più vistoso: si lancia un argomento, ci si accapiglia intorno con polemiche e prese di posizione, blog e forum si animano, finché tutto, a volte rapidamente, svanisce nel nulla. Ed è più vistoso perché gli implacabili motori di ricerca conservano memoria e sono pronti a sciorinare, se debitamente interrogati, decine o centinaia di post e commenti su un tema, segnalando subito a margine la data di pubblicazione; salta così all’occhio che quell’argomento ha acceso gli animi per una settimana o dieci giorni, per poi non essere più trattato da nessuno. Ed è un peccato, perché spesso sapere “come è andata a finire” potrebbe aiutare a sviluppare delle riflessioni meno dogmatiche e banali di quelle che erano state ampiamente spese “a priori”.
Di recente mi sono chiesto che fine avesse fatto la famosa Libreria Km Zero, che doveva aprire a Milano in primavera e sul cui schema di funzionamento (pagamento degli spazi anticipato, a cura dei piccoli editori che volevano essere presenti) si era a suo tempo scatenato un uragano di polemiche. Ovviamente non sono riuscito a venire a capo di nulla. Presumo non abbia mai aperto, perché il sito della libreria stessa è fermo alla mesta paginetta (l’unica del sito) in cui si annuncia lo spostamento a maggio (2012) dell’inaugurazione, inizialmente programmata per fine aprile. E al silenzio ufficiale dell’aspirante libraio fa riscontro il disinteressato mutismo di tutti quelli che sulla questione si erano accapigliati, e pare proprio che a nessuno sia venuta la curiosità di sapere se davvero il progetto è fallito e perché.
Anch’io, a suo tempo, ho detto quel che pensavo della proposta, e non starò qui a ripeterlo. Rimarco solo che la mia contrarietà era in certa misura circoscritta e motivata, ma aperta a considerazioni diverse qualora il libraio avesse posto mano alle proposte, disegnando una diversa e meno squilibrata forma di “collaborazione”. Lo sottolineo perché i censori più severi, invece, parevano tratteggiare l’ideatore del progetto come un furbetto che aveva trovato il modo di spennare gli ingenui polli bisognosi di visibilità editoriale, dando in qualche modo per scontato che l’operazione, a loro avviso immorale, gli sarebbe riuscita. Pare proprio, invece, che non sia riuscita affatto: forse i “polli” non erano così sprovveduti o, più banalmente (e questo è il mio forte sospetto), non avevano neppure la possibilità di scegliere se foraggiare o meno l’iniziativa, perché i costi erano del tutto fuori dalla loro portata.
Sarebbe interessante, credo, sapere se la proposta è fallita perché mal posta, formulata in modo errato e per certi versi iniquo, e perciò vittima di un disinteresse “moralmente consapevole” degli editori cui era rivolta. O se, invece, siano stati sbagliati i conti, e l’idea sia naufragata per impossibilità oggettive, degli editori o del libraio stesso, a condurla in porto. A suo tempo pareva che ci fossero diversi aderenti disposti a finanziare l’iniziativa in cambio della visibilità; ma c’era anche una vistosa incongruenza tra le cifre che si potevano raccogliere attraverso il finanziamento dei “partner” editori e quel che era stato speso (o si sarebbe dovuto spendere) per la ristrutturazione e la messa in opera della libreria.
Purtroppo, sto avanzando ipotesi sul nulla, perché nessuno ci ha detto come mai la libreria non ha aperto i battenti. A me piacerebbe saperlo. Perché credo che potremmo tutti trarne qualche utile insegnamento.

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L’estate, il pane e il commercio a rischio zero

di Cristiano Abbadessa

È arrivata l’estate. A dirmelo non è il calendario, il caldo o il lento affievolirsi dei ritmi metropolitani, ma la difficoltà di comprare il mio pane dal mio panettiere. Perché è un problema che ogni anno, quando si entra davvero nella stagione estiva, si ripresenta implacabile, ben prima della chiusura per ferie.
Il mio panettiere è anche fornaio, ma produce in proprio solo pizze, focacce e dolci; il pane, invece, lo fa arrivare da un fornitore. Delle numerose qualità che allinea, solo una è a mio parere mangiabile, perché è l’unica di pane di grano duro, in forma di pagnotta di una certa consistenza; tutto il resto, in effetti, è un florilegio di formine classiche o fantasiose, ma del medesimo impasto e con identica volatilità. D’altra parte, alternative non ce ne sono, perché nel quartiere, a portata di piedi, c’è solo questo panettiere, oltre a un supermercato presso il quale rifiuto la sola idea di comprare pane per ragioni di tempo e per avversione verso la grande distribuzione.
La mia pagnotta di grano duro pesa mezzo chilo, e non la compro tutti i giorni perchè a volte ne avanza quanto basta per il giorno successivo. Gentilmente, il panettiere mi tiene da parte, di sua iniziativa, una pagnotta ogni giorno: io passo verso metà mattina e di solito la compro, ma se decido che non mi serve passo ugualmente e, ricambiando la cortesia, avverto che non prendo il mio pane e che può venderlo a chi ne faccia richiesta. Il sistema, evidentemente, durante l’anno funziona: qualcuno passa in tarda mattinata, altri addirittura comprano il pane per la cena rientrando dal lavoro, e prendono quel che trovano, finendo per esaurire la merce sugli scaffali, compresa la mia eventuale pagnotta non acquistata.
In estate, pare che il sistema non funzioni più. Non so se perché tutti scendono più presto a fare la spesa, o se perché il cambiamento di ritmo lavorativo fa sì che nessuno passi nel pomeriggio. Fatto sta che, a quanto sembra, se io arrivo a metà mattina a dire, quando succede, che quel giorno non compro il mio pane, allora la pagnotta resta invariabilmente invenduta. Il panettiere, pertanto, pretende che io sappia dirgli il giorno prima se il giorno seguente comprerò o meno il pane: altrimenti non lo ordina, perché “non va via” (si vede che mangio solo io quel tipo di pane).
Sono molto sensibile allo spreco di generi alimentari, anche perché appartengo a quella generazione capricciosa e viziata (la prima in Italia dopo un paio di guerre e tanta fame) che magari il pane lo snobbava e che, nelle grasse pieghe del boom e del primo benessere gastronomico piccolo borghese, aveva anche la tentazione di avanzare qualcosa nel piatto; quella generazione alla quale i genitori, che invece nell’infanzia avevano vissuto le miserie della guerra, predicavano che il cibo non si butta, talvolta evocando quei bambini che nel mondo povero morivano di fame (e questa cosa era già meno comprensibile, perché nessun bambino della società opulenta ha mai capito in che modo il piccolo africano col pancione gonfio poteva trarre vantaggio dal fatto che il pasto venisse interamente consumato, visto che a mangiarlo era il “ricco” e non il povero, il quale la fame se la teneva in ogni caso).
Tuttavia, nonostante questa sensibilità, rifiuto categoricamente l’idea di prenotare il pane per il giorno seguente. Che, tradotto, vorrebbe dire sapere esattamente cosa farò e cosa mangerò nell’arco della giornata. Preferisco non trovare il mio pane piuttosto che dover stabilire a priori che a mezzogiorno sarò a casa e mangerò questo o quello, che la sera non uscirò di sicuro, che cucinerò un ricco piatto di carne con verdure e intingoli (molto pane) piuttosto che un piatto di pasta con i broccoli (un po’ di pane) o un riso al forno con patate (zero pane). Mi tengo la mia fetta di libertà e rinuncio alla mia fetta di pane, o vado a rifornirmi altrove di quegli ottimi pani rustici e ruvidi che durano due-tre giorni, rassegnandomi a spostamenti in auto un paio di volte alla settimana per cercare il pane adatto.
Quel che mi fa un po’ arrabbiare è che io, comunque, quattro o cinque pagnotte ogni settimana le compro; per cui il rischio, per il panettiere, è di buttarne un paio a settimana, se proprio in estate non riesce a venderle ad altri dopo le 10 del mattino. Dunque, alla fin fine mi ritrovo di fronte a uno di quei commercianti che vogliono azzerare il rischio e tenere in negozio solo merce che è di fatto già venduta (e sulla quale peraltro pago un bel ricarico che dovrebbe essere dovuto proprio al “rischio d’impresa”).

Poi però, per inevitabile associazione di idee, penso che io sto qui a prendermela col mio panettiere, che si preoccupa di non avanzare merce deperibile, mentre devo fronteggiare da editore librai che ragionano allo stesso modo, ordinando solo libri già richiesti (e perciò venduti) o titoli noti che possono essere in qualche modo “rifilati” a chi non ha trovato quel che cercava. E che, per contro, rifiutano la sola ipotesi di provare a tenere sugli scaffali libri e case editrici di cui poco o per nulla hanno sentito parlare, scartando l’ipotesi di provare a vedere il prodotto e magari persino consigliarlo, se per caso l’hanno letto e trovato valido. E dire che i librai, a differenza del panettiere, non solo non trattano merce deperibile, ma neppure la pagano; perché se tengono un libro non lo fanno a loro spese e hanno sempre la possibilità di restituirlo.
Mi ritrovo dunque a interrogarmi su quali motivi spingono troppi librai a una pigrizia intellettuale tale da fargli azzerare ogni “rischio”, fosse anche solo quello di aprire un canale di comunicazione, gestire un rapporto di conto deposito e, se capita, provare a scoprire qualcosa di nuovo.
Mi interrogo e, come sempre, non trovo risposta.

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Uomini e donne per tutte le stagioni

di Cristiano Abbadessa

Ricordo che mi impressionava molto, a inizio anni novanta, la serena disinvoltura con cui rimanevano al comando i leader dei partiti che di punto in bianco rinnegavano la loro storia e si ripittavano con un nuovo nome e una nuova missione. Uno era stato dirigente per decenni del partito comunista, poi un bel giorno guidava la trasformazione dicendo “cari compagni, oggi non siamo più comunisti, ma socialdemocratici”: il che, a ben vedere, avrebbe dovuto tradursi in una presa d’atto dei propri errori o delle proprie illusioni, portando a un ritiro a vita privata che invece non arrivava. Un altro era stato neofascista o postafascista, poi cambiava nome al partito, cancellava il simbolo e arrivava a dichiarare che il fascismo era il male assoluto; ma restando ben saldo alla guida della formazione politica. Ingenuamente ho sempre trovato inspiegabile questa disinvoltura. Perché il leader di un partito dovrebbe essere colui che meglio incarna i valori e le pratiche politiche in cui si riconoscono militanti ed elettori, e se i valori e le prassi vengono azzerati, stessa sorte dovrebbe seguire quel leader che ormai non rapresenta più nulla. Invece no, rimanevano (e rimangono tuttora) leader assoluti, quasi a testimoniare che la loro virtù sta in un presunto saper vendere un prodotto politico, non importa quale, con abilità da strateghi del marketing privi di qualsiasi ancoraggio etico o ideale.
Questo, però, non accade solo in politica. Succede, per esempio, anche nell’editoria. Anche qui, attenzione, mi riferisco a quanti hanno per lungo tempo messo nel loro lavoro dei valori, delle convinzioni, degli ideali, una visione del mondo e delle cose. Parlo delle filosofie che stanno alla base di una scelta editoriale, di una collana, di un libro, e non agli aspetti meramente commerciali, per i quali è giusto e saggio variare le strategie in base alle risposte del mercato; per fare un esempio, io non ho ovviamente nulla contro le librerie: se decidono di non prenderci in considerazione e di seguire la politica dei colossi della distribuzione mi devo attrezzare e trovare dei canali alternativi per la vendita, ma ben venga quella libreria che tiene i nostri titoli sugli scaffali o persino in vetrina. Qui, però, sto appunto parlando d’altro.
Poniamo, per esempio, un grande editor che per una prestigiosa casa editrice cura e anima, che so, una collana di saggi dedicati alla filosofia teoretica. Immaginiamo che lo faccia da decenni e che si sia sempre ispirato al rigore scientifico e al rispetto della complessità della materia, che abbia sfornato titoli di prestigio ma per pochi eletti, che abbia rappresentato coi suoi prodotti (e mai li chiamerà così) una cultura alta e un po’ paludata, magari anche spregiosa delle masse. Supponiamo che ora l’editore voglia svecchiare la collana, mantenendo il tema ma passando a un intento più divulgativo, adeguando in tal senso la scelta degli autori, il linguaggio e magari anche la veste grafica e la struttura. La prima cosa da fare, secondo logica, è cambiare editor, prendere qualcuno che abbia sì altrettanto robusta conoscenza della materia ma che sia in sintonia coi nuovi intenti, e che sappia quindi tradurli in pratica nel migliore dei modi. Dovrebbe andare così, e invece spesso così non va.
Capita perciò che, magari come consulente, o con altra veste prestigiosa seppur teoricamente defilata, il vecchio editor resti a vigilare, e con la sua lunga esperienza e forte personalità finisca per pevalere sul formale successore. Immaginate quale sintonia col nuovo corso possono avere il vecchio barbogio o la vecchia carampana che da trenta o quarant’anni procedono per granitiche certezze immutabili. Il riciclato di prestigio finisce così, nel migliore dei casi, per essere un elemento frenante, un costante disturbo. Ma può anche andare peggio: perché il vecchio artefice, giustamente incapace di mutare punto di vista e di scoprire nuove sensibilità, potrebbe persino acconciarsi fin dove possibile per contribuire al rinnovamento, finendo inevitabilmente per percepire e sponsorizzare solo gli aspetti più esteriori e deteriori del nuovo corso, digerendo le forme più superficiali e modaiole (che lo hanno colpito), ma senza alcuna capacità di ripensare nel profondo l’oggetto della speculazione. Insomma, il rischio è quello di arrivare a un prodotto senz’anima e senza logica. Come, puntualmente, spesso avviene quando si danno casi di questo tipo.
Poiché, in editoria come in politica, questo sopravvivere a se stessi è a mio avviso uno di quegli specifici deleteri che condannano l’Italia all’inesorabile declino, faccio una solenne promessa.
Autodafè è nata per pubblicare narrativa attenta alla realtà sociale dell’Italia contemporanea. Di questa casa editrice sono il direttore editoriale, funzione che, tra le altre cose, comporta la scelta dei titoli da pubblicare. Dovesse un domani la compagine societaria (per pura ipotesi) stabilire che dobbiamo pubblicare una narrativa più intimista e introspettiva, lascerei immediatamente il mio ruolo. Perché ci sarebbero persone molto più brave di me a fare questo tipo di scelta, e perché sono colui che con più forza ha creduto in una precisa scelta editoriale che è anche valoriale. Soprattutto, farei spazio ad altri perché non credo che esistano uomini (o donne) per tutte le stagioni.

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Gli operatori culturali, il lavoro e la Costituzione

di Cristiano Abbadessa

Durante il festival abbiamo incontrato e ascoltato scrittori, musicisti, pittori e artisti di varia specie. Quasi tutti (le eccezioni si contano davvero sulle dita di una mano) esercitano la loro arte in forma “dilettantista” (non dilettantesca), ovvero per pura passione e senza alcun significativo ritorno economico; per vivere fanno altro, e alla produzione artistica e culturale dedicano il tempo possibile, sacrificando altre libertà e, talvolta, altri doveri.
Abbiamo incontrato anche colleghi editori, gestori di locali e spazi culturali, librai, operatori della comunicazione. Per quanto possa apparire strano, anche la stragrande maggioranza di costoro fa per vivere un altro lavoro e dedica il tempo “libero” alla promozione della cultura.
I più fortunati, sia tra gli artisti e gli scrittori, sia tra coloro che in qualche modo portano avanti una piccola impresa del settore cuturale, campano facendo lavori che hanno una qualche attinenza con le loro capacità, offrendo servizi o addirittura impiegandosi in società più grandi che in qualche modo di parola, comunicazione o promozione si occupano. I più versatili, o meno fortunati, la sfangano (talora benissimo) facendo lavori che con la letteratura o l’arte non hanno nulla a che vedere, e che ne sono in alcuni casi distantissimi.

Mi viene in mente che un articolo della Costituzione, il 4, dice qualcosa al riguardo, e integralmente lo riporto.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Dunque, il lavoro è un diritto e un dovere, ma è all’ambito del dovere che attiene la facoltà di scelta del cittadino, che è personale e libera, purché concorra al progresso materiale o spirituale della società. Non si fa, in questa sede, menzione di limiti esterni alla scelta personale posti in ragione della redditività economica, giacché spetta alla Repubblica, ci dice l’articolo 4, promuovere le condizioni che rendano effettivo il diritto a un lavoro secondo inclinazione.
Credo che le opere e le performance di tanti che ho visto esibirsi durante questo festival concorrano nobilmente al progresso spirituale della società, e che potrebbero farlo in maniera tanto più significativa se gli scrittori e gli artisti potessero svolgere queste loro attività a tempo pieno. Se, insomma, venissero promosse quelle condizioni per cui chi dimostra attitudine e capacità ha il diritto/dovere di fare di queste attività un lavoro.
Ora, immagino che molti dei nostri amici scrittori, artisti, editori, librai e quant’altro siano persone serie, dotate di buone qualità anche in altri campi, e che svolgano con applicazione ed efficienza quei lavori che, remunerati, danno loro da vivere. So però per certo, conoscendo bene alcuni casi, che non sempre questi lavori concorrono al progresso materiale (sullo spirituale sorvolo) della società, quanto piuttosto al benessere e alla ricchezza del datore di lavoro.
Siamo, insomma, sempre a girare intorno alla solita questione. Perché, Costituzione alla mano, l’unica discriminante per stabilire chi di arte e letteratura ha il diritto di vivere e chi no dovrebbe essere solo l’effettiva possibilità (capacità) di contribuire attraverso l’opera al progresso della società. E sappiamo che oggi a dare la patente di artista professionista è il mercato, con gli esiti che ben conosciamo. Parafrasando una celebre battuta di Clemenceau sulla guerra, mi viene da dire che il mercato è una cosa troppo seria per lasciarlo in mano ai capitalisti e ai pubblicitari, e che qualche strumento di riequilibrio, nello spirito della Costituzione, dovrebbe essere messo in atto per dare a tutti uguali opportunità e premiare il merito (e non la potenza di fuoco dell’investimento).
Sarà perché di questi tempi sono alle prese con altri articoli disattesi (il 47, per dire, ma anche il 25 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo), ma sempre più mi convinco che la Costituzione sia ormai una splendida dichiarazione d’intenti che quasi più nulla ha a che fare con un paese pienamente asservito ad altre logiche, fra l’altro estranee e in aperto contrasto con lo spirito della nostra Carta. Ed è un vero peccato, per il paese stesso e, nello specifico, per quegli operatori che cercano di produrre e far circolare la cultura nelle sue varie forme.

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Quando a strozzare il creditore è un debitore “virtuoso”

di Cristiano Abbadessa

Le cronache di queste settimane riportano di continuo i casi di imprenditori che si trovano nell’incomoda posizione di debitori fallimentari ma che, nel contempo, vantano crediti che li rimetterebbero in sesto, se solo venissero pagati a scadenza. Quasi sempre si fa riferimento ai crediti vantati verso lo Stato, gli enti pubblici, le amministrazioni locali, che sono diventati dei debitori, se non insolventi, certo insopportabilmente lenti nel corrispondere il dovuto. Tanto che ci sono state alcune proposte politiche, come quella del coordinatore Pdl Angelino Alfano, volte a consentire agli imprenditori di rivalersi in forma compensativa, così da non essere costretti a pagare con immediatezza uno Stato che, dall’altra parte, impiega anni per sistemare le pendenze coi creditori.
Naturalmente, nella penuria di liquidità, non è solo la pubblica amministrazione (entità in certo modo impalpabile, distante e astratta) a rivestire i panni del debitore inadempiente che mette in ginocchio il creditore. Spesso e volentieri a non pagare per tempo sono imprese private, quando non singoli cittadini, che scaricano le proprie difficoltà economiche su altri soggetti, di norma a loro volta costretti in gravi ristrettezze e in lotta per la sopravvivenza.
Nel nostro settore editoriale, per esempio, capita più spesso di quanto si creda che si finisca per strangolarsi a catena, col denaro che non gira, o gira poco, e piccole imprese creditrici costrette a soffrire i ritardi dei debitori. Storie tutt’altro che insolite, che vedono alternarsi nel ruolo di vittime i diversi attori della filiera produttiva e commerciale, e in cui chi ha più pelo sullo stomaco e meno scupoli riesce a sopravvivere a spese di chi è più puntuale e corretto.
La cosa piuttosto seccante, per un piccolo editore, è che spesso si ritrova a vantare crediti nei confronti di soggetti “insospettabili”, che godono di buona fama e della patente di virtuosi operatori del mondo culturale. Mi riferisco, in particolare, ad alcune (sottolineo: alcune, non certo tutte) librerie indipendenti di buon prestigio e discreta notorietà, sostenute dalla simpatia di lettori “eticamente sensibili” e pronte a impancarsi per dare lezioni contro le grandi catene commerciali e la distribuzione concentrata nelle mani di pochi.
Capita purtroppo, all’editore giovane e ignaro, di fidarsi di queste librerie di buon nome, a volte contattandole direttamente, a volte finendoci sulla scia di iniziative e presentazioni promosse da volonterosi autori, ben contenti di essere riusciti a conquistare l’attenzione di punti di riferimento noti e stimati. Succede così di organizzare eventi, di affidare alla libreria un po’ di copie per la vendita, di realizzare un teorico incasso che non sarà quello di un bestseller ma che potrebbe aiutare, per ritrovarsi poi a mesi di distanza con fatture da lungo tempo inevase, che giacciono senza un cenno di risposta. Quando, in casi peggiori, non capita addirittura che il locale di tendenza del momento conosca un prematuro declino e scompaia (e i titolari con lui) lasciando una scia di insoluti che tali resteranno in eterno.
I piccoli editori che, come noi, si servono (o si sono serviti) di distributori locali hanno spesso avuto occasione di lamentarsi per il mancato approdo in librerie note e stimate, lamentandosene col distributore. Il quale spesso risponde che bisogna stare attenti, perché ci sono librerie che non pagano. Di solito la risposta viene scambiata per una scusa accampata da distributori pigri e poco solerti; purtroppo, spesso è invece la verità, e l’amara esperienza diretta ha indotto il distributore a cancellare alcuni librai dal proprio giro promozionale. Così il piccolo editore che ha magari deciso di far da sé, insoddisfatto per la scarsa capacità di penetrazione del piccolo distributore, si ritrova a segnare effimeri successi e la comparsa su qualche scaffale di un certo prestigio, salvo poi ritrovarsi a scoprire che l’etico e stimato libraio indipendente è un allegro debitore che non salda le fatture.
Si tratta di una situazione evidentemente non tollerabile, specie per le piccole imprese editoriali. Quelle, per intenderci, che se hanno in giro un po’ di fatture non pagate di qualche centinaio di euro ciascuna si ritrovano a non poter mandare in stampa un titolo, a meno che non abbiano la disonesta cialtroneria di prepararsi a scaricare sullo stampatore gli effetti del mancato pagamento.
Quel che disturba è che questa pessima, e disonesta, usanza sia allegramente praticata da chi si riempie la bocca di belle e altisonanti parole sulla libera circolazione della cultura, l’indipendenza dalla grande industria editoriale e tutto quanto fa scena, spettacolo e simpatia. Un predicar bene cui si accompagnano prassi che in realtà strozzano e rischiano di uccidere proprio i piccoli soggetti editoriali indipendenti, i primi ai quali non si salda il dovuto forti della cinica considerazione che sono i più deboli e i meno interessati a recidere un rapporto.
Per stavolta mi sono limitato a fare un discorso generale. Ma credo che a breve seguiranno i nomi, anche e soprattutto per tutelare tutti quei librai che, invece, perseguono pratiche correttamente virtuose.

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Il partito del No e il partito del Fare (possibilmente bene)

di Cristiano Abbadessa

Mentre scrivevo le mie note per l’ultimo post, la scorsa settimana, accadevano simultaneamente due fatti che riguardavano proprio le due questioni che avevo appena posto in relazione: la riforma del mercato del lavoro voluta dal governo e il Festival dell’Inedito di Firenze. In entrambi i casi, e nelle stesse ore, si registrava una parziale marcia indietro dei promotori: il governo riammetteva la possibilità almeno teorica del reintegro per i lavoratori licenziati per motivazioni economiche, gli organizzatori del Festival, abbandonati da sponsor e testimonial, proclamavano una moratoria dell’iniziativa. Continuo a parlare di marce indietro parziali perché, come per la questione dei licenziamenti quasi tutto verrà demandato ai dettagli del provvedimento e alle effettive discrezionalità dei giudici, così per la rassegna fiorentina la sospensione ha un carattere di provvisorietà ed è condita da tali precisazioni che nulla porta a escludere una riemersione dell’iniziativa, magari con meno nomi noti in prima fila e con un profilo più dimesso (ma non per questo meno efficace rispetto agli scopi).
Abbandono per il momento la vicenda della riforma del mercato del lavoro e mi appunto qualche considerazione che emerge con nettezza da quanto accaduto intorno al Festival dell’Inedito. Primo: forze diverse, ma tutte ugualmente contrarie allo spirito dell’iniziativa, hanno saputo rispondere con voce chiara e unanime, si sono fatte sentire attraverso la rete e media più tradizionali con una forza tale da raggiungere, almeno per il momento, lo scopo. Secondo: nel tumultuoso mondo dell’editoria in trasformazione può accadere, anche in buona fede (e per qualcuno degli attori coinvolti sarei pronto a scommetterci), di dare credito a tentativi che possono apparire in grado di fornire risposte a problemi concreti ma che celano in sé pericolosi germi. Terzo: la capacità di mobilitarsi è alta e pagante quando si tratta di bloccare qualche iniziativa potenzialmente pericolosa, ma viene a scemare subito dopo, lasciando sul tappeto, irrisolti, tutti i problemi.
Torno allora al parallelo con la riforma del mercato del lavoro, perché davvero esemplare. Stemperato il significato anche simbolico della cancellazione di alcune norme previste dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, si incassa un’apparente vittoria salvo poi ammettere (chi a mezza bocca, chi con toni più acuti) che è la riforma nel suo complesso a non offrire né maggiori opportunità di accesso al mondo del lavoro per gli esclusi né maggiori garanzie complessive a chi è nel novero degli inclusi. Allo stesso modo, il fronte capace di coalizzarsi ed esternare con efficacia quando si tratta di bacchettare tutto ciò che ha il sapore di “editoria a pagamento” (nel senso più largo e onnicomprensivo del termine) non riesce a costruire una proposta concreta per rendere più aperto e più vivace il mercato editoriale, con particolare riferimento al settore della narrativa italiana (perché di autori italiani, o aspiranti tali, stiamo in definitiva parlando).
Eppure la questione è assolutamente centrale, direi decisiva per la stessa sopravvivenza di un’editoria plurale, non recintata negli strettissimi confini di quei pochi grandi gruppi che controllano il mercato in tutte le sue forme e ramificazioni.

Noi di Autodafé, come noto, stiamo lavorando da tempo attorno a ipotesi che siano capaci di creare alternative, di aprire spazi di mercato, di offrire opportunità. Certamente commettendo anche errori, ma cercando appunto di costruire, e non da soli, qualcosa che vada oltre la semplice espressione del lamento o della contrarietà.
Servono però interlocutori per costruire una rete, e trovarli non è facile. Servono autori (non solo nostri, ovviamente) che vogliano crescere e confrontarsi, con l’ambizione di guardare oltre il limitato orizzonte del “trovare un editore che mi pubblica”. Servono altri editori che condividano il progetto di un’editoria di qualità e una visione eticamente sensibile del proprio ruolo. Servono librai che vogliano scommettere sul protagonismo di un mercato alternativo, anziché rassegnarsi al piccolo cabotaggio di una sopravvivenza messa infine nelle mani dei loro stessi concorrenti. Servono lettori che abbiano voglia di sostenere attivamente progetti culturali condivisi, uscendo dalla logica del “consumatore”. Serve che tutti questi attori condividano valori e finalità, ma che sappiano anche che a ognuno tocca la sua fetta di rischio e di investimento (non necessariamente economico), perché l’alternativa è soltanto la messianica attesa del grande moloch editoriale che assomma in sé tutte le funzioni (oserei dire persino la creazione e il consumo, in una filiera pienamente controllata). Ed è necessario che i soggetti coinvolti sappiano anche cogliere le potenzialità positive di nuove forme di approccio al mercato, di distribuzioni e vendite alternative, senza trincerarsi dietro le false garanzie (non) offerte dalle regole poste a tutela del proprio improduttivo orticello.
Stiamo lavorando a questo, con interlocuzioni interessanti ma ancora numericamente insufficienti. E riteniamo che sia il momento di dare ampiezza e spessore al tentativo di creare un’alternativa, alla costruzione di una rete che unisca tutti i punti della filiera editoriale attorno al progetto di un’editoria di qualità. Sapendo fra l’altro che gli esempi non mancano, ma che sono finora declinati in un ambito ristretto e territoriale a nostro avviso insufficiente per costituire una vera alternativa.
Vorremmo che la stessa passione messa da tanti nel dire No alle iniziative poco trasparenti (come il festival fiorentino) venisse impiegata nel costruire una proposta e nel portarla avanti. Altrimenti la capacità di aggregazione diventa solo uno strumento di difesa dello status quo; che a parole non sembra essere lo status ideale per nessuno, ma che forse, in definitiva, fa meno paura dell’impegno diretto in un lavoro di cambiamento.

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