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I dialoghi realisti e l’horror vacui del lettore

di Cristiano Abbadessabookpages

Sto lavorando su un paio di romanzi di prossima pubblicazione. Molto belli, a mio avviso, oltre che pertinenti alla nostra linea editoriale. Romanzi che, pur avendo nella trama elementi di fiction molto forti (e persino sorprendenti), si caratterizzano nella narrazione per l’acuta osservazione della realtà e la capacità di trasporla, in forma letteraria, in modo molto fedele.
Anche i dialoghi, che rappresentano in entrambe le opere un aspetto importante, si distinguono per il realismo estremo, per una resa assolutamente credibile della conversazione tra i soggetti che, di volta in volta, ne sono protagonisti, coi loro linguaggi, i loro caratteri, le loro modalità espressive. In questi romanzi, dunque, anche i dialoghi rientrano di certo tra gli elementi decisivi che, in fase di selezione, mi hanno convinto della bontà degli autori e mi hanno spinto a sceglierli per la pubblicazione con la nostra casa editrice. Eppure, per quanto di primo acchito li abbia letti con estremo piacere, lavorandoci sopra mi rendo conto che, in questi dialoghi, qualcosa non funziona e, senza nulla stravolgere e senza perdere quelli che sono i punti di forza, è necessario un robusto lavoro di perfezionamento.

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Fast e slow. Il mezzo e il messaggio, il libro e il tempo

ebookBookdi Cristiano Abbadessa

Sabato sera ho partecipato a una riunione informale per gettare le basi per la prossima edizione del Festival Letteratura Milano. Credo che l’argomento vi interessi, ma non abbiatevene a male se non parlerò, qui e ora, dei progetti sul tappeto. Vi ho comunicato dove mi trovavo sabato sera solo per dire che, dato l’impegno, non ho potuto vedere in diretta la partita fra Inter e Pescara.
Chi mi segue conosce la mia passione calcistica. La partita in questione non era, anche soggettivamente, fra le più interessanti e imperdibili. Tuttavia, proprio per la mia nota dipendenza, un’occhiata a quanto accaduto in campo volevo darla: ho registrato l’incontro e, senza saperne il risultato, la mattina dopo, appena alzato, ho consumato rapidamente le immagini, procedendo a velocità doppia e accelerando ulteriormente quando vi erano pause, sostituzioni e infortuni. In questo modo, l’ora e mezzo di partita è stata condensata in poco più di mezz’ora di visione. Un consuno fast, senza dubbio.
La domenica pomeriggio ho visto la prima mezz’ora di Manchester United contro Liverpool, poi ho messo il resto della partita in registrazione per guardare le gare della serie A italiana. Più tardi, ho ripreso la visione del classico confronto inglese da dove l’avevo lasciata. Siccome l’incontro era importante e piacevole, ho limitato al massimo le accelerazioni, e l’ho visto quasi tutto a velocità normale, rispettandone i tempi e godendone i dettagli. Un consumo slow, quindi, seppur posticipato.
Qualcuno potrà far notare che ho avuto facoltà di opzione tra lentezza e velocità perché stavo guardando due registrazioni, potendo con ciò scegliere se pigiare o meno il tasto dell’avanzamento veloce. Vero fino a un certo punto. Nella serata, per dire, ho visto in diretta Milan-Sampdoria, che non mi interessava granché ed era anche piuttosto noiosa. Pur non potendo velocizzare alcunché, ho pertanto scelto di vagare tra diversi eventi, e alla partita italiana di calcio ne ho aggiunta una francese, una del campionato italiano di basket e persino qualche robusta sbirciata ai play-off del football americano. Con il vecchio metodo dell’isterico zapping ho perciò imposto agli eventi un consumo fast, seppure in diretta.

Perché vi ho ragguagliato sulle mie visioni televisive del weekend sportivo? Perché, nel contempo, ho visto lo Slow Reading Manifesto  lanciato da Antonio Tombolini. E tra le due questioni, al di là dell’apparenza, c’è un nesso.
Non sintetizzo qui tutti i contenuti del manifesto, che potete leggere da soli. Mi soffermo però sulla considerazione, di Tombolini, che il piacere dello slow reading possa essere messo in pericolo non tanto dall’ebook in quanto tale (cui è ampiamente favorevole), ma dalla pubblicazione in digitale di opere brevi, con immagini “più da guardare che da leggere” e, in generale, dall’essere in rischioso contatto con un mondo (quello della rete web), che per definizione è fast e rischia di distrarre il lettore. Il manifesto, fra le molte indicazioni, suggerisce la lettura soltanto di ebook che siano “il buon caro, vecchio libro, solo che è digitale”; e, in aggiunta, prescrive che il libro sia lungo, “tale da non consentire la lettura completa in un’unica sessione”.
Non sono d’accordo. E non lo sono per due considerazioni, la prima più specifica e la seconda più generale.
La considerazione specifica riguarda le potenzialità del mezzo (la pubblicazione in digitale) che sono certamente diverse da quelle della tradizionale pubblicazione cartacea: non è questione di far graduatorie tra le opportunità in più e quelle in meno, ma di prendere atto che si tratta di mezzi diversi. Dire che in digitale vanno solo pubblicati libri che sono (o potrebbero) essere in modo identico pubblicati su carta è un anacronismo: è come se il cinematografo fosse nato soltanto per far vedere in molte sale una rappresentazione teatrale recitata su un unico palcoscenico; o come se la televisione avesse riproposto solo le forme e gli stili del cinema (i film) e della radio, senza esplorare e inventare proprie specificità. È anche come pensare, per restare nel tecnologicamente avanzato, che si conversi e ci si scambi idee nel medesimo modo e nei medesimi linguaggi attraverso una e-mail, skype o un social network; che sono invece, come noto, modalità ben distinte per uso, tempo e lessico. Insomma, il cartaceo consente determinate produzioni (fra le quali c’è il libro), così come il digitale ne consente altre (fra le quali c’è il libro, ma non solo); e credo che tutte le opportunità mediatiche vadano sfruttate nella maniera più intellligente e adatta al contenuto.
La considerazione più generale si rifà al racconto iniziale delle mie (tele)visioni sportive. La scelta tra una fruizione slow e fast non si determina semplicemente in forme ontologiche, ma ha a che fare, oltre che coi gusti personali, coi contenuti. C’è chi ama la lettura tutta d’un fiato e chi centellina il tempo, chi consuma un libro senza interruzioni e chi lo spezzetta in molte porzioni; e fin qui è questione di gusti (e di possibilità: quando faccio un viaggio in aereo di tre o quattro ore, mi capita di leggere “in un’unica sessione” romanzi che non sono né brevi né superficiali). Ma neppure la stessa persona ha, nei confronti di ogni libro, i medesimi comportamenti. Non è sufficiente, almeno per me, stabilire che un libro è un libro (o che una partita di calcio è una partita di calcio) per optare in via definitiva per un consumo fast o slow; neppure se restringiamo il campo e parliamo solo di opere di narrativa. Ciascuno ha i propri tempi di lettura, spesso dettati dalle esigenze quotidiane; ma, anche potendo scegliere, non tutti i libri meritano la stessa metrica. E non si tratta neppure di una banale questione di lunghezza: se prendo in mano L.A. Confidential di James Ellroy (500 pagine fittissime) e Il viaggio dell’elefante di José Saramago (200 pagine un poco più ariose), mi rendo conto che il primo è almeno tre volte più corposo del secondo; eppure, se non voglio perdermi nei meandri della storia e dei personaggi, Ellroy preferisco divorarlo nel minor tempo possibile, mentre Saramgo amo sbocconcellarlo a piccole dosi giornaliere per godere appieno il valore di ogni parola. Il primo è un romanzo fast per natura, così come il secondo è inevitabilmente slow; e non è importante quale sia il supporto, né dove e come eserciti la mia lettura.
Come sapete, Autodafé sta per lanciare una nuova collana di ebook, attraverso il progetto Narrativo Presente. Si tratterà, per scelta, di opere di contenute dimensioni. Il che non vuol dire che, essendo brevi e in digitale, debbano essere per forza letture fast. Saranno raccolte di racconti e, alla fine, sarà il lettore a scegliere tra il consumare d’un fiato l’intera raccolta e il lento assaporare ogni singolo racconto. Come è giusto che sia.
Quel che è certo, fast o slow che sia il reading, è che si tratta di un progetto editoriale e di un prodotto che, per molteplici ragioni, non sarebbe pensabile né possibile realizzare nella tradizionale versione cartacea. E, credo, questo significa utilizzare le potenzialità di un mezzo avendo un messaggio da comunicare.

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L’ambientazione del romanzo tra necessità narrative e marketing

di Cristiano Abbadessa

Qualche giorno fa, nel telegiornale regionale del primo pomeriggio, mi sono imbattuto in una delle veloci presentazioni culturali dedicate in rapida sequenza a mostre, libri, concerti e quant’altro. Guardando le immagini, mi è subito parso di riconoscere la location della breve intervista in cui l’autrice spiegava il suo libro: a dispetto di un abbondante quarto di secolo trascorso e delle numerose ristrutturazioni (a cominciare dal solito malefico campetto di calcio in sintetico al posto della ruvida pelata di un tempo), gli spazi e la dislocazione degli edifici principali mi richiamavano l’oratorio in cui avevo trascorso buona parte della fanciullezza e un po’ di gioventù. Infatti, il giornalista ha di lì a poco confermato che proprio lì si trovavano e che in quell’oratorio l’autrice in questione aveva ambientato il suo romanzo (una storia d’amore giovanile metropolitana, se ho ben capito).
Un paio d’anni fa è uscito invece un romanzo intimo e generazionale di un’altra scrittrice (anche e soprattutto regista cinematografica), buona parte del quale è ambientato nel liceo che entrambi abbiamo frequentato, seppure con leggera sfasatura temporale (lei è più giovane di tre anni, se non sbaglio). Dunque, i due luoghi in cui ho trascorso la gran parte del mio tempo tra i dieci e i vent’anni di età (che corrispondono al momento più intenso della formazione etica, morale, sociale, politica e culturale) sono entrambi diventati, seppure solo di recente, due luoghi letterari, di quelli dove si organizzerebbero i percorsi per turisti se le due autrici fossero Kafka o anche solo Vázquez Montalbán.
Al momento non ho letto nessuno dei due romanzi, ma ne sono ovviamente tentato. Della regista che ha raccontato la storia della sua giovinezza e del mio liceo so che si è attenuta rigorosamente alla realtà, che ci sono persino miei compagni di classe ben riconscibili tra i personaggi, che l’identificazione è inevitabilmente forte e immediata: peraltro, ho un preciso ricordo di lei ragazzina timida e introversa, perchè suo malgrado era una celebrità di riflesso (sto parlando della figlia del più famoso tra i leader dell’Autonomia, tanto per non fare nomi). Della giornalista di un notissimo quotidiano nazionale che ha ambientato il suo romanzo nel mio oratorio, invece, so poco o nulla: ne leggo gli articoli (che sono di cronaca), non so che età abbia di preciso, so per certo di non averla conosciuta in gioventù e so anche che il romanzo esplora il mondo adolescenziale di oggi, a differenza di quello di cui sopra che è ambientato nel mondo adolescenziale degli anni settanta.

Penso alla mia curiosità per queste due opere, certo molto diverse tra loro, e mi (vi) pongo qualche domanda.
Passo in rassegna i libri pubblicati dalla nostra casa editrice. Alcuni hanno ambientazione reale ben definita, precisa e rigorosa, con i toponimi citati e gli scenari descritti in vivo dettaglio per come sono (o come erano), ben riconoscibili: penso al romanzo e ai racconti di Paccini, ai romanzi di Blanchetti, Casalino, Petrovich e Boscolo, anche se in quest’ultimo l’ambientazione più importante sfuma per necessità, essendo il mare aperto. Abbiamo poi autori che hanno mascherato sotto nomi di fantasia luoghi precisi e ben identificabili, in cui tutti i microtoponimi cambiano designazione ma restano con evidenza di facile individuazione per chi ha capito il giochino: i romanzi di Minetti e Damiani, e i racconti di Less ne sono esempio significativo. Infine, abbiamo opere in cui il luogo non è indicato, rimane volutamente senza nome e gli elementi per dargli una collocazione geografica precisa sono giocati in modo da suggerire risposte possibili ma da non consentire una certa identificazione. Certo, Sofia ci racconta una città meridionale di mare, e un riferimento storico ci suggerisce anche quale potrebbe essere: ma i dettagli sfumano e si rendono talora sovrapponibili ad altre città gemelle. Di Martino ambienta in una località della provincia profonda, che tale è con evidenza ma della quale nulla ci aiuta a stabilire neppur vagamente le coordinate geografiche. Trovato, fra l’altro premiato ieri a Roma con un prestigioso riconoscimento, ci porta in una metropoli e ai suoi margini, più probabilemnte a Roma che a Milano ma senza averne certezza, e lasciando accuratamente sfumate le ambientazioni dei singoli episodi.
A scanso di qualunque equivoco, preciso che sono pienamente convinto della bontà delle scelte compiute da tutti i nostri autori. Definire e descrivere andava bene dove è stato fatto perché i luoghi erano protagonisti, così come certe allusioni scoperte ma non dichiarate funzionano per storie dal valore non inestricabilmente legato all’ambientazione, mentre la sostanziale non definizione è adatta laddove gli scenari sono sovrapponibili a realtà geografiche diverse senza che nulla si perda. Le scelte corrispondono a esigenze narrative, e in tal senso sono perfette.

Mi resta però la curiosità di capire quanto una storia, purché adatta, guadagni un “qualcosa in più” quando l’ambientazione è precisa, quando il lettore può essere affascinato e attratto dalla possibilità di ritrovare in letteratura luoghi conosciuti e per lui significativi. Forse queste caratteristiche possono, per così dire, limitare il “bacino d’utenza”; è però un fatto che, tra le nostre opere, quella che ha fatto registrare un piccolo boom a livello locale è proprio quella in cui compaiono luoghi che sono un preciso riferimento per una popolazione definita e limitata che li sente suoi (per capirci, non è lo stesso se parlo del liceo di provincia o di piazza Duomo a Milano).
Da editore, sono propenso a credere che, con un occhio al marketing, le ambientazioni siano utili e paganti. Da direttore editoriale, mai sacrificherei una buona storia a considerazioni banalmente e superficialmente commerciali, a volte aleatorie. E così la domanda resta in sospeso, e la giro a chi mi legge.
Rispondendomi anch’io, da lettore, che un certo valore aggiunto nell’ambientazione definita ed evocativa ci deve però essere. Tanto è vero che ho accomunato in questo post e nella mia curiosità un romanzo genrazionale che sono quasi certo mi piacerebbe molto (e di cui tanti mi hanno parlato bene) e una storiella che credo non mi interesserebbe gran che. Spartiscono solo il fatto di essere due storie ambientate nei luoghi della mia giovinezza: e non è, evidentemente, poco.

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Lo scrittore e le parole rubate

di Cristiano Abbadessa

Tema più letterario, oggi, anche se non privo di riferimenti politici, mediatici e sociali. E tema che lancio sperando di ricevere qualche contributo, più per raccontare esperienze che per aprire un dibattito. Peraltro, un tema che nasce quasi per caso, da un paio di episodi freschi di questa mattina.
Il primo episodio si compone quando poco dopo il risveglio, come sempre, attendo il lento riattivarsi delle mie funzioni biologiche sfogliando le pagine del televideo. Qui, nella sezione dedicata al primo turno della presidenziali francesi, leggo che Marine Le Pen ha concluso il discorso di ringraziamento ai suoi elettori dicendo: «Non è che l’inizio, continueremo la lotta». Il pezzullo non aggiunge altro, non so se per mancanza di spazio o per ignoranza della storia molto contemporanea da parte di chi lo ha scritto, ma, pur conoscendo giusto una ventina di parola in francese, non ho alcuna difficoltà nel tradurre all’impronta per risalire all’espressione che la candidata del Fronte Nazionale ha certamente pronunciato nella sua lingua: «ce n’est qu’un début continuons le combat». Lo so per certo, non solo perché quella è la traduzione, ma perché si tratta di un celeberrimo slogan del Maggio francese (quello del Sessantotto, ovviamente), ripreso e ampiamente utilizzato in tutto il decennio successivo anche dai movimenti della sinistra italiana, scandito in tutti i cortei in ritmo tambureggiante (sé-né-candebù / continuole-combà), tuttora vivo in alcuni richiami e citazioni di siti antagonisti. Il fatto che la frase, politicamente e storicamente ben connotata, sia stata scelta dalla candidata dell’estrema destra per galvanizzare il suo popolo costituisce un ardito scippo, ma anche una rischiosa forma di evocazione autolesionista.
Il secondo episodio prende corpo poco più tardi, quando mia moglie, appena rientrata in casa, si lamenta del freddo che persiste. «Speriamo che arrivi presto Hannibal», le dico. Mi guarda con aria interrogativa. Le spiego che questo è il nome che i meteorologi hanno assegnato all’anticiclone che a partire da metà settimana dovrebbe finalmente portarci il caldo. «L’hanno chiamato così perché perché cannibalizza le nuvole?», mi chiede lei ridendo. Le rispondo che immagino di no, che siccome si forma in Nordafrica, più o meno attorno all’attuale Tunisia, suppongo che il riferimento sia storico e che riguardi Annibale, il condottiero cartaginese, che appunto era di quelle parti e che da lì mosse guerra verso Roma, seguendo, più o meno, quello che sarà il percorso dell’anticiclone. Si apre quindi una discussione sul perché il nome sia “in inglese”, che chiudo facendo notare che semmai è Annibale a essere italianizzato (neppure latinizzato) e, documentandomi, appuro che la traslitterazione dell’originale punico חניבעל è in effetti Hanniba’al, piuttosto simile alla grafia del nostro anticiclone.
Restano in piedi alcune domande, a ronzarmi in capo. Possibile che un film (seppure famoso, come Il silenzio degli innocenti) e un’interpretazione magistrale (come quella di Anthony Hopkins) debbano far sì che, anche in Italia, il nome Hannibal sia necessariamente associato al “cannibale” Lecter e non al condottiero della famiglia cartaginese dei Barca? Ed è possibile, come ha tentato di fare Marine Le Pen, prendere una frase che di diritto appartiene ormai a un preciso immaginario e “sdoganarla”, ribaltandone anzi il segno politico? Ma, più semplicemente: è possibile utilizzare liberamente parole o frasi che, per ragioni storiche o mediatiche, vengono inevitabilmente associate dai più a un immaginario e a un contesto precisi?
È celeberrimo, in tal senso, il caso di “Forza Italia”, slogan che non si poteva più utilizzare in ambito sportivo (e grande attenzione dovevano prestare giornalisti e commentatori del settore), perché a un certo punto, proprio in ragione della sua origine popolare e condivisa, qualcuno ne aveva fatto il nome di un partito. Più in piccolo, ho da tempo rinunciato a usare il termine “irresponsabile”, perché da quasi un decennio esso mi evoca l’espressione inutilmente grave di Pierferdinando Casini che, in qualsiasi polemica politica di nessun conto, si aggrappa sistematicamente a tale epiteto che rivolge senza pietà e con sdegno a tutti i rivali (peraltro, già ben ripagato dalla beffa di vedere autobattezzarsi “Responsabili” un manipolo di deputati pronti al salto della quaglia per un piatto di lenticchie, qualche tempo fa). Ed è vero che il discorso vale anche per i nomi propri: basti pensare a quanto la scelta dei nomi dei figli dica, o pretenda di dire, a proposito dei riferimenti culturali dei genitori (a proposito di letteratura, ho persino conosciuto un ragazzo di nome Aureliano, in omaggio al “colonnello” Buendía de Cent’anni di solitudine).
Ho in mente, nei libri dei nostri autori e non solo (naturalmente), esempi di parole e nomi utilizzati senza il timore di sottoporsi a un’intempestiva evocazione, sorvolando o ribaltando il senso che l’uso mediatico o sociale potevano suggerire. Ma mi piacerebbe sentire dalla voce degli scrittori qual è il loro rapporto con questa forma di condizionamento: se si sentono prigionieri, se si divertono a rovesciare le parti, se ignorano i possibili effetti collaterali dell’uso di un termine o della scelta di un nome.
Qualche esempio, a partire dai nostri titoli, lo potrei fare. Ma preferisco lasciare la prima battuta ad altri.

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