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Quando il libraio non paga

Cambialedi Anna Chiello Già un paio di anni fa avevamo trattato il tema dei cattivi pagatori nel settore editoriale, sinceramente stupiti dal fatto che in quel momento i cattivi pagatori fossero alcune (sottolineiamo alcune) librerie indipendenti molto note, con una riconosciuta patente di “virtuosi del mondo culturale” e “eticamente sensibili”. Questa volta, eccezionalmente, tolgo la parola al direttore editoriale per riprendere quel discorso, ma da un punto di vista più materiale, pratico se vogliamo, ma sostanziale per la sopravvivenza di un piccolo editore quale noi siamo. Continua a leggere

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La misteriosa scomparsa della Libreria Km Zero

di Cristiano Abbadessa

Capita anche nei media tradizionali, stampa e tv per capirci, che un fatto, un personaggio o un tema conquistino di colpo le prime pagine assurgendo a “caso” del momento, suscitando commenti e reazioni, generando a volte attese e paure, per poi svanire nel nulla, sepolti nel dimenticatoio senza che nessuno si prenda neppure la briga di informare il pubblico su “come è andata a finire”. Nel web, per certi aspetti, il fenomeno è ancora più vistoso: si lancia un argomento, ci si accapiglia intorno con polemiche e prese di posizione, blog e forum si animano, finché tutto, a volte rapidamente, svanisce nel nulla. Ed è più vistoso perché gli implacabili motori di ricerca conservano memoria e sono pronti a sciorinare, se debitamente interrogati, decine o centinaia di post e commenti su un tema, segnalando subito a margine la data di pubblicazione; salta così all’occhio che quell’argomento ha acceso gli animi per una settimana o dieci giorni, per poi non essere più trattato da nessuno. Ed è un peccato, perché spesso sapere “come è andata a finire” potrebbe aiutare a sviluppare delle riflessioni meno dogmatiche e banali di quelle che erano state ampiamente spese “a priori”.
Di recente mi sono chiesto che fine avesse fatto la famosa Libreria Km Zero, che doveva aprire a Milano in primavera e sul cui schema di funzionamento (pagamento degli spazi anticipato, a cura dei piccoli editori che volevano essere presenti) si era a suo tempo scatenato un uragano di polemiche. Ovviamente non sono riuscito a venire a capo di nulla. Presumo non abbia mai aperto, perché il sito della libreria stessa è fermo alla mesta paginetta (l’unica del sito) in cui si annuncia lo spostamento a maggio (2012) dell’inaugurazione, inizialmente programmata per fine aprile. E al silenzio ufficiale dell’aspirante libraio fa riscontro il disinteressato mutismo di tutti quelli che sulla questione si erano accapigliati, e pare proprio che a nessuno sia venuta la curiosità di sapere se davvero il progetto è fallito e perché.
Anch’io, a suo tempo, ho detto quel che pensavo della proposta, e non starò qui a ripeterlo. Rimarco solo che la mia contrarietà era in certa misura circoscritta e motivata, ma aperta a considerazioni diverse qualora il libraio avesse posto mano alle proposte, disegnando una diversa e meno squilibrata forma di “collaborazione”. Lo sottolineo perché i censori più severi, invece, parevano tratteggiare l’ideatore del progetto come un furbetto che aveva trovato il modo di spennare gli ingenui polli bisognosi di visibilità editoriale, dando in qualche modo per scontato che l’operazione, a loro avviso immorale, gli sarebbe riuscita. Pare proprio, invece, che non sia riuscita affatto: forse i “polli” non erano così sprovveduti o, più banalmente (e questo è il mio forte sospetto), non avevano neppure la possibilità di scegliere se foraggiare o meno l’iniziativa, perché i costi erano del tutto fuori dalla loro portata.
Sarebbe interessante, credo, sapere se la proposta è fallita perché mal posta, formulata in modo errato e per certi versi iniquo, e perciò vittima di un disinteresse “moralmente consapevole” degli editori cui era rivolta. O se, invece, siano stati sbagliati i conti, e l’idea sia naufragata per impossibilità oggettive, degli editori o del libraio stesso, a condurla in porto. A suo tempo pareva che ci fossero diversi aderenti disposti a finanziare l’iniziativa in cambio della visibilità; ma c’era anche una vistosa incongruenza tra le cifre che si potevano raccogliere attraverso il finanziamento dei “partner” editori e quel che era stato speso (o si sarebbe dovuto spendere) per la ristrutturazione e la messa in opera della libreria.
Purtroppo, sto avanzando ipotesi sul nulla, perché nessuno ci ha detto come mai la libreria non ha aperto i battenti. A me piacerebbe saperlo. Perché credo che potremmo tutti trarne qualche utile insegnamento.

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L’estate, il pane e il commercio a rischio zero

di Cristiano Abbadessa

È arrivata l’estate. A dirmelo non è il calendario, il caldo o il lento affievolirsi dei ritmi metropolitani, ma la difficoltà di comprare il mio pane dal mio panettiere. Perché è un problema che ogni anno, quando si entra davvero nella stagione estiva, si ripresenta implacabile, ben prima della chiusura per ferie.
Il mio panettiere è anche fornaio, ma produce in proprio solo pizze, focacce e dolci; il pane, invece, lo fa arrivare da un fornitore. Delle numerose qualità che allinea, solo una è a mio parere mangiabile, perché è l’unica di pane di grano duro, in forma di pagnotta di una certa consistenza; tutto il resto, in effetti, è un florilegio di formine classiche o fantasiose, ma del medesimo impasto e con identica volatilità. D’altra parte, alternative non ce ne sono, perché nel quartiere, a portata di piedi, c’è solo questo panettiere, oltre a un supermercato presso il quale rifiuto la sola idea di comprare pane per ragioni di tempo e per avversione verso la grande distribuzione.
La mia pagnotta di grano duro pesa mezzo chilo, e non la compro tutti i giorni perchè a volte ne avanza quanto basta per il giorno successivo. Gentilmente, il panettiere mi tiene da parte, di sua iniziativa, una pagnotta ogni giorno: io passo verso metà mattina e di solito la compro, ma se decido che non mi serve passo ugualmente e, ricambiando la cortesia, avverto che non prendo il mio pane e che può venderlo a chi ne faccia richiesta. Il sistema, evidentemente, durante l’anno funziona: qualcuno passa in tarda mattinata, altri addirittura comprano il pane per la cena rientrando dal lavoro, e prendono quel che trovano, finendo per esaurire la merce sugli scaffali, compresa la mia eventuale pagnotta non acquistata.
In estate, pare che il sistema non funzioni più. Non so se perché tutti scendono più presto a fare la spesa, o se perché il cambiamento di ritmo lavorativo fa sì che nessuno passi nel pomeriggio. Fatto sta che, a quanto sembra, se io arrivo a metà mattina a dire, quando succede, che quel giorno non compro il mio pane, allora la pagnotta resta invariabilmente invenduta. Il panettiere, pertanto, pretende che io sappia dirgli il giorno prima se il giorno seguente comprerò o meno il pane: altrimenti non lo ordina, perché “non va via” (si vede che mangio solo io quel tipo di pane).
Sono molto sensibile allo spreco di generi alimentari, anche perché appartengo a quella generazione capricciosa e viziata (la prima in Italia dopo un paio di guerre e tanta fame) che magari il pane lo snobbava e che, nelle grasse pieghe del boom e del primo benessere gastronomico piccolo borghese, aveva anche la tentazione di avanzare qualcosa nel piatto; quella generazione alla quale i genitori, che invece nell’infanzia avevano vissuto le miserie della guerra, predicavano che il cibo non si butta, talvolta evocando quei bambini che nel mondo povero morivano di fame (e questa cosa era già meno comprensibile, perché nessun bambino della società opulenta ha mai capito in che modo il piccolo africano col pancione gonfio poteva trarre vantaggio dal fatto che il pasto venisse interamente consumato, visto che a mangiarlo era il “ricco” e non il povero, il quale la fame se la teneva in ogni caso).
Tuttavia, nonostante questa sensibilità, rifiuto categoricamente l’idea di prenotare il pane per il giorno seguente. Che, tradotto, vorrebbe dire sapere esattamente cosa farò e cosa mangerò nell’arco della giornata. Preferisco non trovare il mio pane piuttosto che dover stabilire a priori che a mezzogiorno sarò a casa e mangerò questo o quello, che la sera non uscirò di sicuro, che cucinerò un ricco piatto di carne con verdure e intingoli (molto pane) piuttosto che un piatto di pasta con i broccoli (un po’ di pane) o un riso al forno con patate (zero pane). Mi tengo la mia fetta di libertà e rinuncio alla mia fetta di pane, o vado a rifornirmi altrove di quegli ottimi pani rustici e ruvidi che durano due-tre giorni, rassegnandomi a spostamenti in auto un paio di volte alla settimana per cercare il pane adatto.
Quel che mi fa un po’ arrabbiare è che io, comunque, quattro o cinque pagnotte ogni settimana le compro; per cui il rischio, per il panettiere, è di buttarne un paio a settimana, se proprio in estate non riesce a venderle ad altri dopo le 10 del mattino. Dunque, alla fin fine mi ritrovo di fronte a uno di quei commercianti che vogliono azzerare il rischio e tenere in negozio solo merce che è di fatto già venduta (e sulla quale peraltro pago un bel ricarico che dovrebbe essere dovuto proprio al “rischio d’impresa”).

Poi però, per inevitabile associazione di idee, penso che io sto qui a prendermela col mio panettiere, che si preoccupa di non avanzare merce deperibile, mentre devo fronteggiare da editore librai che ragionano allo stesso modo, ordinando solo libri già richiesti (e perciò venduti) o titoli noti che possono essere in qualche modo “rifilati” a chi non ha trovato quel che cercava. E che, per contro, rifiutano la sola ipotesi di provare a tenere sugli scaffali libri e case editrici di cui poco o per nulla hanno sentito parlare, scartando l’ipotesi di provare a vedere il prodotto e magari persino consigliarlo, se per caso l’hanno letto e trovato valido. E dire che i librai, a differenza del panettiere, non solo non trattano merce deperibile, ma neppure la pagano; perché se tengono un libro non lo fanno a loro spese e hanno sempre la possibilità di restituirlo.
Mi ritrovo dunque a interrogarmi su quali motivi spingono troppi librai a una pigrizia intellettuale tale da fargli azzerare ogni “rischio”, fosse anche solo quello di aprire un canale di comunicazione, gestire un rapporto di conto deposito e, se capita, provare a scoprire qualcosa di nuovo.
Mi interrogo e, come sempre, non trovo risposta.

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Il partito del No e il partito del Fare (possibilmente bene)

di Cristiano Abbadessa

Mentre scrivevo le mie note per l’ultimo post, la scorsa settimana, accadevano simultaneamente due fatti che riguardavano proprio le due questioni che avevo appena posto in relazione: la riforma del mercato del lavoro voluta dal governo e il Festival dell’Inedito di Firenze. In entrambi i casi, e nelle stesse ore, si registrava una parziale marcia indietro dei promotori: il governo riammetteva la possibilità almeno teorica del reintegro per i lavoratori licenziati per motivazioni economiche, gli organizzatori del Festival, abbandonati da sponsor e testimonial, proclamavano una moratoria dell’iniziativa. Continuo a parlare di marce indietro parziali perché, come per la questione dei licenziamenti quasi tutto verrà demandato ai dettagli del provvedimento e alle effettive discrezionalità dei giudici, così per la rassegna fiorentina la sospensione ha un carattere di provvisorietà ed è condita da tali precisazioni che nulla porta a escludere una riemersione dell’iniziativa, magari con meno nomi noti in prima fila e con un profilo più dimesso (ma non per questo meno efficace rispetto agli scopi).
Abbandono per il momento la vicenda della riforma del mercato del lavoro e mi appunto qualche considerazione che emerge con nettezza da quanto accaduto intorno al Festival dell’Inedito. Primo: forze diverse, ma tutte ugualmente contrarie allo spirito dell’iniziativa, hanno saputo rispondere con voce chiara e unanime, si sono fatte sentire attraverso la rete e media più tradizionali con una forza tale da raggiungere, almeno per il momento, lo scopo. Secondo: nel tumultuoso mondo dell’editoria in trasformazione può accadere, anche in buona fede (e per qualcuno degli attori coinvolti sarei pronto a scommetterci), di dare credito a tentativi che possono apparire in grado di fornire risposte a problemi concreti ma che celano in sé pericolosi germi. Terzo: la capacità di mobilitarsi è alta e pagante quando si tratta di bloccare qualche iniziativa potenzialmente pericolosa, ma viene a scemare subito dopo, lasciando sul tappeto, irrisolti, tutti i problemi.
Torno allora al parallelo con la riforma del mercato del lavoro, perché davvero esemplare. Stemperato il significato anche simbolico della cancellazione di alcune norme previste dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, si incassa un’apparente vittoria salvo poi ammettere (chi a mezza bocca, chi con toni più acuti) che è la riforma nel suo complesso a non offrire né maggiori opportunità di accesso al mondo del lavoro per gli esclusi né maggiori garanzie complessive a chi è nel novero degli inclusi. Allo stesso modo, il fronte capace di coalizzarsi ed esternare con efficacia quando si tratta di bacchettare tutto ciò che ha il sapore di “editoria a pagamento” (nel senso più largo e onnicomprensivo del termine) non riesce a costruire una proposta concreta per rendere più aperto e più vivace il mercato editoriale, con particolare riferimento al settore della narrativa italiana (perché di autori italiani, o aspiranti tali, stiamo in definitiva parlando).
Eppure la questione è assolutamente centrale, direi decisiva per la stessa sopravvivenza di un’editoria plurale, non recintata negli strettissimi confini di quei pochi grandi gruppi che controllano il mercato in tutte le sue forme e ramificazioni.

Noi di Autodafé, come noto, stiamo lavorando da tempo attorno a ipotesi che siano capaci di creare alternative, di aprire spazi di mercato, di offrire opportunità. Certamente commettendo anche errori, ma cercando appunto di costruire, e non da soli, qualcosa che vada oltre la semplice espressione del lamento o della contrarietà.
Servono però interlocutori per costruire una rete, e trovarli non è facile. Servono autori (non solo nostri, ovviamente) che vogliano crescere e confrontarsi, con l’ambizione di guardare oltre il limitato orizzonte del “trovare un editore che mi pubblica”. Servono altri editori che condividano il progetto di un’editoria di qualità e una visione eticamente sensibile del proprio ruolo. Servono librai che vogliano scommettere sul protagonismo di un mercato alternativo, anziché rassegnarsi al piccolo cabotaggio di una sopravvivenza messa infine nelle mani dei loro stessi concorrenti. Servono lettori che abbiano voglia di sostenere attivamente progetti culturali condivisi, uscendo dalla logica del “consumatore”. Serve che tutti questi attori condividano valori e finalità, ma che sappiano anche che a ognuno tocca la sua fetta di rischio e di investimento (non necessariamente economico), perché l’alternativa è soltanto la messianica attesa del grande moloch editoriale che assomma in sé tutte le funzioni (oserei dire persino la creazione e il consumo, in una filiera pienamente controllata). Ed è necessario che i soggetti coinvolti sappiano anche cogliere le potenzialità positive di nuove forme di approccio al mercato, di distribuzioni e vendite alternative, senza trincerarsi dietro le false garanzie (non) offerte dalle regole poste a tutela del proprio improduttivo orticello.
Stiamo lavorando a questo, con interlocuzioni interessanti ma ancora numericamente insufficienti. E riteniamo che sia il momento di dare ampiezza e spessore al tentativo di creare un’alternativa, alla costruzione di una rete che unisca tutti i punti della filiera editoriale attorno al progetto di un’editoria di qualità. Sapendo fra l’altro che gli esempi non mancano, ma che sono finora declinati in un ambito ristretto e territoriale a nostro avviso insufficiente per costituire una vera alternativa.
Vorremmo che la stessa passione messa da tanti nel dire No alle iniziative poco trasparenti (come il festival fiorentino) venisse impiegata nel costruire una proposta e nel portarla avanti. Altrimenti la capacità di aggregazione diventa solo uno strumento di difesa dello status quo; che a parole non sembra essere lo status ideale per nessuno, ma che forse, in definitiva, fa meno paura dell’impegno diretto in un lavoro di cambiamento.

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Diritti e garanzie nell’economia di mercato (non solo editoriale)

di Cristiano Abbadessa

È certamente a causa delle mie inclinazioni politiche, ma negli ultimi tempi mi capita sempre più spesso di rimpiangere l’assenza di un forte dirigismo (e, perché no?, di una buona dose di intervento pubblico) quale contraltare, o perlomeno elemento calmierante, delle storture dell’economia di mercato. Fra l’altro, sotto sotto, non devo essere il solo ad avere questi pensieri; ma, troppo spesso, evitando di mettere in discussione il sistema nel suo insieme si finisce per accapigliarsi all’infinito su questioni che, pur non essendo marginali, sono destinate a non trovare piena e soddisfacente soluzione finché restano inscritte in un contesto dato e non mutabile. Ne è un esempio, a mio avviso, la stessa eterna e feroce diatriba sulla modifica dell’articolo 18 quale elemento cardine della riforma del mercato del lavoro: un problema non falso, ma certo meno decisivo di quanto potrebbe invece essere una riforma capace di contemplare forme di garanzia per l’accesso e la permanenza nel mercato del lavoro (non con il diritto a quel posto fisso, ma con il reale diritto a un posto di lavoro adeguato). Solo che, per l’appunto, una riforma del genere avrebbe necessariamente forti contenuti dirigisti e statalisti, in urto con tutte le norme comunitarie e con le regole degli accordi sovranazionali.
Pensieri del tutto simili mi vengono in mente leggendo alcune delle reazioni al Festival dell’Inedito. Reazioni giustificate e spesso ben motivate, tanto da aver indotto a un parziale ripensamento dell’iniziativa e da aver causato una mezza marcia indietro di organizzatori, promotori e testimonial. Ma anche reazioni che qualche volta vanno un po’ sopra le righe, come quando sento parlare del diritto dell’aspirante autore a essere preso in esame e valutato (ovviamente gratis) dagli editori. Avendo un profondo rispetto di quelli che dovrebbero essere i diritti fondamentali, alcuni citati in Costituzione o negli statuti fondativi dei grandi organismi internazionali, mi permetto di dire che qui il termine suona davvero eccessivo e usato a sproposito.
Meglio: non lo sarebbe se tale aspettativa fosse accompagnata da una riflessione più ampia, di sistema, per l’appunto. Perché risulta poco coerente, o un po’ furbesco, essere a favore delle leggi del libero mercato fino alle loro estreme conseguenze quando si ragiona, per esempio, da consumatori (e penso ai tanti sostenitori dello sconto selvaggio come sinonimo di libertà) e poi invocare garanzie che con tali leggi confliggono apertamente. Se ragioniamo secondo le logiche di mercato, nessun autore può pretendere che la sua opera venga valutata, perché sarà libera scelta degli editori stabilire se e quanto tempo dedicare alla selezione di nuovi aspiranti scrittori, in base alla redditività di questo investimento. Così come non ci si deve stupire se qualche operatore dell’editoria “scopre” che esiste un mercato costituito dagli autori che vogliono pubblicare a qualunque costo (anche pagando di tasca propria). E non si deve gridare allo scandalo se il mercato, condizionato e orientato da chi controlla la filiera e la comunicazione, premia i calciatori autobiografi e le conduttrici di programmi tv, i comici che scrivono libri per ridere e quelli che vorrebbero scrivere prendendosi sul serio, penalizzando invece autori con tutti i quarti letterari in regola.
Per dirla tutta, io, personalmente, ci starei anche a rivedere in modo radicale le regole del gioco. Ci starei a un sistema centralista che si preoccupasse di offrire garanzie a chi scrive, a chi edita, a chi commercia al dettaglio, e naturalmente a chi legge; magari mettendo risorse a disposizione, garantendo a tutti l’opportunità di “provarci” e affidando a un riscontro il più possibile democratico, basato sull’apprezzamento qualitativo del lettore, la trasformazione della semplice ambizione in diritto a esercitare un’attività artistica e culturale in forma professionale. Ci starei a una reale estensione dei diritti, ben sapendo però che ad essi corrisponderebbero anche dei precisi doveri nei confronti della collettività. Io ci starei a eliminare gli orpelli della pubblicità e della promozione drogata per sottopormi a un tribunale del popolo, così come ci starei a rinunciare al ruolo imprenditoriale per diventare un pubblico servitore in ambito culturale. Mi accontenterei anche di meno, per la verità; ma un di meno che sia comunque un forte temperamento del liberismo selvaggio, un accesso garantito e regolamentato al mercato, un livellamento delle opportunità non solo di partenza.
Naturalmente nulla di tutto questo mi sembra alle viste. Ma temo che anche tra coloro che, punti sul vivo, reclamano diritti improponibili dentro un sistema di libero mercato, ben pochi sarebbero pronti e favorevoli a un cambiamento radicale. L’importante è rendersi conto che se si accetta un sistema se ne accettano anche le regole (almeno quelle fondanti e basilari).

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Se il libraio diventa critico letterario. Il ruolo degli intermediari fra autore e lettore

di Cristiano Abbadessa

Negli ultimi mesi, complici la latitanza o l’inefficienza di buona parte dei nostri distributori, abbiamo avuto modo e necessità di stringere rapporti diretti e più stretti con alcuni librai. Talvolta il rapporto è nato dall’interesse del libraio stesso, altre volte siamo stati noi a cercare la disponibilità di qualche punto vendita indipendente che ci sembrava interessante. In questo secondo caso, può capitare che il libraio risponda o che neppure si degni. Se risponde, può succedere che ordini direttamente qualche copia di alcuni titoli, andando a fiuto, a volte con un certo entusiasmo per la nuova proposta editoriale e a volte dando il senso di un fastidio che fa prevedere la grama sorte di quelle copie che ristagneranno per qualche mese su uno scaffale periferico; oppure succede che dia risposta altrettanto immediata ma opposta, declinando l’offerta e spiegando magari che non desidera rapporti con singoli editori o con piccoli editori. Infine, può anche capitare che il libraio chieda qualche titolo per leggerlo, prima di decidere se ordinare delle copie da esporre al pubblico; dopo averle lette, ci manifesta il suo interesse o il suo disinteresse, e la conseguente decisione di ordinare o meno.
È ovvio che una manifestazione di interesse fa molto piacere all’editore, così come una “bocciatura” demoralizza. Debbo tuttavia preliminarmente dire che, poiché ci lamentiamo spesso della curiosa filiera dell’editoria in cui di solito i venditori nulla sanno del prodotto, la mia istintiva simpatia e il mio ringraziamento vanno comunque a questi librai che si sobbarcano la fatica di scegliere leggendo, e che, indipendentemente dal verdetto, li sento più affini rispetto a quelli che decidono solo in base alle loro strategie di mercato e di posizionamento. Per questo motivo, di solito, non condivido le forme di risentimento che alcuni tra noi manifestano quando un libraio, come per fortuna raramente capita, rifiuta i nostri titoli dopo averne letto qualcuno; mi consolo con la maggioranza che, invece, esprime un giudizio positivo, ringrazio comunque e vado avanti.
Tuttavia, l’altro giorno sono rimasto un po’ sconcertato di fronte al garbato rifiuto di un libraio. A lasciarmi perplesso, infatti, in questa circostanza sono state le motivazioni, che mi hanno fatto riflettere. Perchè il nostro, seppure in forma molto sintetica, si è espresso nei termini propri del critico letterario, soppesando pregi e difetti delle due opere che gli avevamo inviato in visione (fra l’altro, due di quelle con le migliori recensioni e le maggiori vendite); ma, e qui sta il punto, lo ha fatto riconducendo il tutto a un giudizio estremamente personale, fondato infine su quel che gli piaceva e non gli piaceva in base al suo gusto e al suo canone letterario (evidentemente piuttosto rigido, fra l’altro, essendo le due opere in questione assai diverse tra loro per stile).
Ora, io mi aspetterei da un libraio un criterio di scelta un poco diverso. Restando valido quanto detto sopra, e quindi apprezzando il fatto che non vengano ordinati dei titoli tanto per farlo e lasciarli a impolverarsi senza essere in grado di consigliarli a nessuno, riterrei però che un librario dovrebbe capire se un’opera è buona nel suo genere, e quindi consigliabile a chi quel genere e quello stile li apprezza; il fatto che a lui personalmente quel genere non piaccia, dovrebbe essere fattore del tutto secondario. Anche nell’interesse del libraio stesso, voglio dire, che altrimenti rischia di ridursi a vendere una manciata di titoli che sposano esattamente il suo gusto.
Una scelta basata sul solo criterio del mi piace, non mi piace è riduttiva e rischiosa. Noi stessi, per dire, non scegliamo cosa pubblicare in base a un unico giudizio. Abbiamo i nostri paramentri oggettivi, certo, a cominciare dalla compatibilità con una tematica precisa (la realtà sociale). Ma quando arriviamo a chiedere un manoscritto, lo sottoponiamo a diverse letture, di persone che non hanno gli stessi gusti e le stesse inclinazioni di genere e stile. E, per norma che ci siamo dati, pubblichiamo opere che qualcuno tra noi ha ritenuto “ottime”, anche se a qualcun altro sono piaciute pochino, mentre evitiamo di pubblicare quelle che, anche unanimemente, sono giudicate piacevoli, decorose e nulla più; perché le prime hanno le qualità per farsi amare almeno da una fetta di pubblico, mentre le seconde sono compitini sufficienti che non colpiscono la fantasia di nessuno. Poi in redazione si può lavorare a valorizzare pregi e smussare difetti, ma l’opera grezza deve già possedere un suo fascino preciso.
Ho voluto brevemente spiegare come procediamo nella scelta dei titoli perché ritengo che, con ruoli diversi, editore, recensore e libraio siano infine degli intermediari tra la creazione dell’autore e il gusto, mai sindacabile, dei diversi lettori. Io, da direttore editoriale, non necessariamente pubblico opere che devono piacere a me in quanto lettore; ma devo saperne riconoscere le potenzialità (se esistono) e devo fidarmi del giudizio di chi ha maggiore dimestichezza con quel genere e quello stile, decidendo insieme se l’opera è in grado di piacere al suo pubblico. Lo stesso, a maggior ragione e con la predisposizione a presentare un’offerta più ampia (se non si tratta una libreria di genere), dovrebbe fare il libraio; che ha il compito, non certo facile, di entrare in sintonia con opere che personalmente non gli dicono nulla, ma che potrebbero essere eccellenti per molti dei suoi clienti lettori. I quali, a loro volta, chiedono di essere indirizzati, dopo aver espresso le prorie propensioni, verso titoli che possano essere di loro gusto, e non di gusto del libraio.
Ruolo difficile quello del libraio consigliere, certo diverso da quello dell’editore, seppure con alcuni punti di contatto. E certamente diverso da quello del recensore, sulla cui funzione di intermediario tornerò la prossima volta.

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Libreria Kmzero a Milano. Qualche considerazione da piccoli editori indipendenti

di Cristiano Abbadessa

Da qualche settimana è uno degli argomenti più gettonati, con relativo contorno di polemiche. La notizia è che a marzo aprirà a Milano, in zona semicentrale, la libreria Kmzero, riservata ai piccoli editori. Complice una buona campagna di comunicazione, l’iniziativa si è guadagnata visibilità fin sulle pagine nazionali di Repubblica, dove peraltro si è dato conto delle numerose perplessità che circondano l’iniziativa. Ma già da qualche settimana se ne sta parlando molto sul web, in particolare su finzionimagazine, dove si è sviluppato un dibattito ampio e quasi esaustivo, utile da leggere e al quale rimando per chi volesse abbracciare l’intera complessità della questione e i vari punti di vista (vi abbiamo partecipato anche noi, seppure in forma interlocutoria).
Qui, senza la pretesa di toccare tutti gli argomenti, vorrei esprimere la posizione di Autodafé, le nostre considerazioni principali e le nostre scelte conseguenti. Per farlo, devo sforzarmi anzitutto di sorvolare sul cattivo primo impatto di una comunicazione furbetta, che ricicla slogan propri del consumo ecosostenibile senza che essi corrispondano in alcun modo al senso della proposta. Perché Libreria Kmzero vorrebbe dire, nello spirito di questa definizione, proporre al lettore milanese libri di piccoli editori milanesi privi di distibuzione nazionale; cosa che non è, e che peraltro non può essere perché sarebbe poco sensata. E parlare di slowbookstore serve solo a fare il verso a slowfood, ma non corrisponde davvero a nulla di concreto e spiegabile, né di alternativo a un inesistente fastbookstore.
Vengo dunque ai tre aspetti critici, e d’altra parte essenziali, intorno a cui si è concentrato il dibattito sul web: gli 800 euro annui per metro lineare richiesti agli editori per poter essere presenti sugli scaffali della libreria con i propri titoli; il 50% trattenuto dalla libreria sull’incasso delle vendite; la mancanza, in ingresso, di un criterio selettivo di qualità, per cui la libreria dei piccoli editori indipendenti rischia di trasformarsi in libreria dei piccoli editori abbienti.
Sorvolo su quest’ultimo punto, perché se Kmzero sia riservata agli abbienti lo vedremo valutando i primi due aspetti, mentre l’idea di una selezione per qualità ci condurrebbe in un campo troppo ampio e minato. Credo poi che sarebbe comunque prematuro e ingiusto stabilire a priori che la libreria non abbia, o non voglia darsi, altre forme per promuovere e incoraggiare gli editori di qualità, selezionando tra i presenti in base a un criterio non meramente economico (chi più paga più ha diritto).
Più semplice ragionare sui costi. Gli 800 euro annui (più Iva) sono troppi, come sostengono molti? No, in assoluto. Sì per una sola libreria, nuova e senza alcuna garanzia. Come ha sottolineato qualche editore intervenuto nel dibattto, vi è il concreto rischio che questa formula “pagare per essere esposti” diventi prassi; significa che se un piccolo editore vuole essere presente in 15-20 librerie indipendenti sul territorio nazionale, che è l’obiettivo minimo di un’autodistribuzione, deve sborsare 15-20 mila euro ogni anno, che è cifra fuori dalla portata di tutti o quasi (e, peraltro, è una cifra con cui società di promozione ti fanno arrivare, attraverso i grandi distributori nazionali, nelle maggiori librerie di catena, con la stessa percentuale di sconto praticata al distributore).
La stessa debolezza, appunto, presiede ai ragionamenti sullo sconto che l’editore deve praticare alla libreria. Il 50% è percentuale da distributore; un distributore al netto della promozione, ma comunque pur sempre un soggetto che tiene magazzino, movimenta le merci su vari punti vendita, consente una semplificazione della gestione contabile. Per una sola libreria, si tratta di una percentuale del tutto fuori misura.
I promotori dell’iniziativa, e proprietari della libreria, hanno risposto ad alcune delle critiche. Gli 800 euro, hanno spiegato, andrebbero intesi come una tantum (ma il contratto non lo dice) e come compartecipazione al rischio; però, allora, la proposta avrebbe dovuto essere formulata in maniera chiara e diversa, così come ovviamente diversa avrebbe dovuto essere la redistribuzione degli utili, a fronte di una compartecipazione al rischio d’impresa. Quindi hanno aggiunto che si prevede, prossimamente, l’apertura di altre librerie analoghe in alcune delle principali città italiane, peraltro senza precisare in che modo verrebbero formalizzati gli accordi con gli editori che già hanno pagato la partecipazione alla prima fase del progetto; ma l’ipotesi di apertura di altri punti vendita, senza condizioni chiare, appare comunque vaga e tardiva, e mi viene semplicemente da rispondere “prima vedere cammello”.
La sensazione è che in tutta l’operazione non ci sia alcuna progettualità di ampio respiro, ma solo il tentativo (anche ragionevole, dal puro punto di vista imprenditoriale) di monetizzare a proprio vantaggio il bisogno di visibilità dei piccoli editori. Mentre l’apertura di una libreria con le caratteristiche dichiarate sarebbe stata un’ottima occasione per provare qualcosa di diverso, costruire una rete di librerie indipendenti che si riconoscessero in un marchio e in un progetto (magari coinvolgendo in altre città librerie già esistenti, senza bisogno di nuovi investimenti), per proporre agli editori interessati una nuova rete commerciale. Dentro un’operazione di questo tipo, avrebbe anche avuto un senso pagare degli spazi espositivi (certo non 800 euro a ciascuna delle dieci o venti librerie coinvolte, ma un migliaio di euro per tutte o per una presenza modulare ci potevano stare benissmo) e lasciare un 50% degli incassi a una piccola rete distributiva, seppure circoscritta, che si occupasse della gestione dei titoli in tutti i punti vendita associati, con relativa circolazione delle copie.
Al di là delle seduzioni della comunicazione e della sbandierata novità della vetrina esclusiva, ci pare in fin dei conti che “l’idea innovativa” sia stata largamente sovrastimata ed enfatizzata oltre i contenuti. Senza bocciare a priori, senza attribuire cattive intenzioni e concedendo ogni beneficio del dubbio, la proposta, semplicemente, non ci interessa. Perché è davvero inutile uno sforzo economico tanto ingente per essere presenti in un solo punto vendita, e perché rischia di costituire un pessimo esempio cui altri librai indipendenti potrebbero essere tentati di uniformarsi, sempre perseguendo ognuno la logica del proprio particulare.
Seguiremo l’avventura di Kmzero, anche con la speranza che evolva invece in direzioni più interessanti. Ma il primo passo non ci sembra mosso nella direzione giusta. E continuiamo a pensare che le alternative “di sistema”, anche piccole, dobbiamo costruirle noi, editori e librai già esistenti e già presenti sul mercato, nella logica dell’unirsi per fare forza.

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