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Il manoscritto e la fatica inutile

ambientedi Cristiano Abbadessa

Dalla nostra sede legale mi arriva una busta bianca, priva di mittente e di francobolli, quindi presumibilmente consegnata a mano. La apro e ci trovo un manoscritto. Il che non è normale, perché noi non riceviamo manoscritti, chiediamo sinossi preliminari, se vogliamo leggere l’opera ce la facciamo spedire via mail. E, infine, perché la nostra sede non è la redazione.
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Collettivo Zampalù e Trauma di Stato: escono i nuovi titoli di Autodafé

di Cristiano AbbadessaCopertinaPerEbook:Cop_Lucertola

A due anni esatti dalle nostre ultime uscite, come promesso, siamo dunque riusciti a tornare sul mercato editoriale con due nuovi titoli: Collettivo Zampalù di Federico Bagni e Trauma di Stato di Alessandro Didoni (la cui versione digitale, in forma sperimentale, è per la verità già disponibile dalla scorsa primavera).
14_cop_CollettivoZampalu:Layout 2Si tratta di due romanzi che rispecchiano, ancora una volta, le caratteristiche della nostra casa editrice: alta qualità letteraria unita all’indispensabile attenzione verso le tematiche sociali dell’Italia contemporanea. Due opere diverse per quanto riguarda la trama, peraltro in entrambi i casi molto coinvolgente, che presentano invece alcune affinità anche casuali, come un’ambientazione in prevalenza milanese.
Due romanzi che, a conferma della versatilità di Autodafé in questo senso, si distinguono per la netta diversità stilistica. Eppure, dai primi significativi riscontri, tanto l’avvolgente e meditata narrazione di Bagni quanto il secco e inclusivo raccontare di Didoni hanno saputo entusiasmare i lettori. In molti casi, i medesimi lettori: segno che le pur evidenti differenze di stile non sono tali da rendere, secondo i gusti personali, adorabile l’uno e indigeribile l’altro o viceversa.
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La valutazione di proposta editoriale: un servizio utile a tutti gli autori

di Cristiano Abbadessa

valutazioneDa oltre due anni (settembre 2011) la nostra redazione dei Servizi Editoriali fornisce, fra gli altri, il servizio di valutazione di proposta editoriale (VPE): sulla base di una sinossi ampia, di un profilo biografico, di una breve presentazione via mail, dell’incipit e di un brano a scelta inviati dall’autore, la redazione elabora una scheda VPE in cui riassume le caratteristiche essenziali dell’opera, fornisce una prima valutazione su struttura e stile, suggerisce le tipologie di editori potenzialmente interessati, evidenzia eventuali problemi o limiti cui l’autore è opportuno ponga rimedio prima di indirizzarsi a un editore. Continua a leggere

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Un po’ di chiarezza su proposte editoriali, servizi e manoscritti

confusionedi Cristiano Abbadessa

Il recente post in cui ho presentato le opportunità che l’Agora di Autodafé offre ad autori e aspiranti, almeno per alcuni aspetti, sembra aver generato qualche confusione di troppo. Procedo volentieri ad alcuni chiarimenti, non senza premettere una raccomandazione.
Il post sul blog ha, nelle voci significative, dei link che rimandano alle sezioni dell’Agora: non si può pensare di capire come funzionano un servizio o uno spazio solo leggendo il post, perchè è ovviamente indispensabile andare a visitare la sezione e leggere i testi che vi si trovano publicati. Tanto meglio se lo si fa a mente libera, ponendo attenziones olo a quel che vi è scritto e senza lasciarsi andare a interpretazioni o porsi a priori domande non pertinenti.
Detto questo, vale senz’altro la pena di definire meglio i tre argomenti che hanno dato luogo a qualche equivoco e a qualche domanda. Continua a leggere

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Uomini e donne per tutte le stagioni

di Cristiano Abbadessa

Ricordo che mi impressionava molto, a inizio anni novanta, la serena disinvoltura con cui rimanevano al comando i leader dei partiti che di punto in bianco rinnegavano la loro storia e si ripittavano con un nuovo nome e una nuova missione. Uno era stato dirigente per decenni del partito comunista, poi un bel giorno guidava la trasformazione dicendo “cari compagni, oggi non siamo più comunisti, ma socialdemocratici”: il che, a ben vedere, avrebbe dovuto tradursi in una presa d’atto dei propri errori o delle proprie illusioni, portando a un ritiro a vita privata che invece non arrivava. Un altro era stato neofascista o postafascista, poi cambiava nome al partito, cancellava il simbolo e arrivava a dichiarare che il fascismo era il male assoluto; ma restando ben saldo alla guida della formazione politica. Ingenuamente ho sempre trovato inspiegabile questa disinvoltura. Perché il leader di un partito dovrebbe essere colui che meglio incarna i valori e le pratiche politiche in cui si riconoscono militanti ed elettori, e se i valori e le prassi vengono azzerati, stessa sorte dovrebbe seguire quel leader che ormai non rapresenta più nulla. Invece no, rimanevano (e rimangono tuttora) leader assoluti, quasi a testimoniare che la loro virtù sta in un presunto saper vendere un prodotto politico, non importa quale, con abilità da strateghi del marketing privi di qualsiasi ancoraggio etico o ideale.
Questo, però, non accade solo in politica. Succede, per esempio, anche nell’editoria. Anche qui, attenzione, mi riferisco a quanti hanno per lungo tempo messo nel loro lavoro dei valori, delle convinzioni, degli ideali, una visione del mondo e delle cose. Parlo delle filosofie che stanno alla base di una scelta editoriale, di una collana, di un libro, e non agli aspetti meramente commerciali, per i quali è giusto e saggio variare le strategie in base alle risposte del mercato; per fare un esempio, io non ho ovviamente nulla contro le librerie: se decidono di non prenderci in considerazione e di seguire la politica dei colossi della distribuzione mi devo attrezzare e trovare dei canali alternativi per la vendita, ma ben venga quella libreria che tiene i nostri titoli sugli scaffali o persino in vetrina. Qui, però, sto appunto parlando d’altro.
Poniamo, per esempio, un grande editor che per una prestigiosa casa editrice cura e anima, che so, una collana di saggi dedicati alla filosofia teoretica. Immaginiamo che lo faccia da decenni e che si sia sempre ispirato al rigore scientifico e al rispetto della complessità della materia, che abbia sfornato titoli di prestigio ma per pochi eletti, che abbia rappresentato coi suoi prodotti (e mai li chiamerà così) una cultura alta e un po’ paludata, magari anche spregiosa delle masse. Supponiamo che ora l’editore voglia svecchiare la collana, mantenendo il tema ma passando a un intento più divulgativo, adeguando in tal senso la scelta degli autori, il linguaggio e magari anche la veste grafica e la struttura. La prima cosa da fare, secondo logica, è cambiare editor, prendere qualcuno che abbia sì altrettanto robusta conoscenza della materia ma che sia in sintonia coi nuovi intenti, e che sappia quindi tradurli in pratica nel migliore dei modi. Dovrebbe andare così, e invece spesso così non va.
Capita perciò che, magari come consulente, o con altra veste prestigiosa seppur teoricamente defilata, il vecchio editor resti a vigilare, e con la sua lunga esperienza e forte personalità finisca per pevalere sul formale successore. Immaginate quale sintonia col nuovo corso possono avere il vecchio barbogio o la vecchia carampana che da trenta o quarant’anni procedono per granitiche certezze immutabili. Il riciclato di prestigio finisce così, nel migliore dei casi, per essere un elemento frenante, un costante disturbo. Ma può anche andare peggio: perché il vecchio artefice, giustamente incapace di mutare punto di vista e di scoprire nuove sensibilità, potrebbe persino acconciarsi fin dove possibile per contribuire al rinnovamento, finendo inevitabilmente per percepire e sponsorizzare solo gli aspetti più esteriori e deteriori del nuovo corso, digerendo le forme più superficiali e modaiole (che lo hanno colpito), ma senza alcuna capacità di ripensare nel profondo l’oggetto della speculazione. Insomma, il rischio è quello di arrivare a un prodotto senz’anima e senza logica. Come, puntualmente, spesso avviene quando si danno casi di questo tipo.
Poiché, in editoria come in politica, questo sopravvivere a se stessi è a mio avviso uno di quegli specifici deleteri che condannano l’Italia all’inesorabile declino, faccio una solenne promessa.
Autodafè è nata per pubblicare narrativa attenta alla realtà sociale dell’Italia contemporanea. Di questa casa editrice sono il direttore editoriale, funzione che, tra le altre cose, comporta la scelta dei titoli da pubblicare. Dovesse un domani la compagine societaria (per pura ipotesi) stabilire che dobbiamo pubblicare una narrativa più intimista e introspettiva, lascerei immediatamente il mio ruolo. Perché ci sarebbero persone molto più brave di me a fare questo tipo di scelta, e perché sono colui che con più forza ha creduto in una precisa scelta editoriale che è anche valoriale. Soprattutto, farei spazio ad altri perché non credo che esistano uomini (o donne) per tutte le stagioni.

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La narrazione e la dietrologia: due momenti della riflessione

di Cristiano Abbadessa

Contravvengo a una delle norme auree stabilite al momento della creazione di questo blog, che dovrebbe dare spazio a “libri, autori e lettori di Autodafé”. Questa volta parlerò di un libro e di un autore che nostri non sono, pur non escludendo affatto che l’autore sia anche lettore di opere di Autodafé e mi permetta quindi di salvare la forma e la regola. Lo faccio volenieri, un po’ perché non è incoerente dedicare attenzione a un autore per certi versi vicino e un po’ perché il libro mi offre uno spunto preciso per tornare, come vedremo, su un tema che ho affrontato una settimana fa e sul quale il nostro Antonio Sofia si è espresso con considerazioni molto pertinenti e propedeutiche al ragionamento che qui svilupperemo.
Il libro in questione è Quando il comunismo finì a tavola (sottotitolo, più esplicativo: Trentatré anni per smettere di mangiare bambini), edito da Caratterimobili. L’autore è Fernando Coratelli, buon animatore della scena letteraria milanese, col quale ci siamo incontrati in diverse occasioni e al quale ci accomunano senza dubbio alcune sensibilità. Durante una delle iniziative cui abbiamo partecipato (la giornata del libro al Balubà Café, organizzata dalla libreria Il mio libro sul modello della festa catalana di Sant Jordi), Fernando Coratelli ha presentato questa sua opera, difficilmente catalogabile, tanto da aver scherzosamente lamentato di essere finito, nelle librerie, tra i saggi e non tra le opere di narrativa. Scelta forse discutibile ma non peregrina, perché la narrazione è in questo libro un tenue filo, con l’aggiunta di un prologo e di un epilogo maggiormente letterari e inseriti quasi di forza e pretesto, a mio modesto avviso, tra le parti meno riuscite dell’opera.
Il libro, invece, è nel suo insieme estremamente godibile. Non è questa la sede per farne una recensione, ma per dare l’idea dirò che, nei contenuti anche se non nella struttura, si richiama un po’ a Il più mancino dei tiri di Edmondo Berselli. Si tratta, in sostanza, di considerazioni e ricordi che, seguendo alcune precise tappe cronologiche, si sviluppano in realtà a ruota libera mescolando con sapienza molti ingredienti: c’è tanta politica (e lo si capisce dal titolo), tanta storia contemporanea, molto sport, molta musica, parecchio costume e un po’ di gastronomia a fare da filo rosso (in senso letterale). Il tutto in una visione soggettiva che, con felice invenzione, mette a confronto l’alter ego dell’autore (più ego che alter, direi) e un interlocutore adeguatamente pretestuale.
Oltre a ricordarmi Berselli, più immodestamente il libro mi ha anche ricordato la serie di blog con pretesa di narrazione cronachistica che tenni per due anni qualche tempo fa. Vi si avvicina per i temi e per alcune invenzioni di contorno, anche se diversissimi sono gli scopi (qui una summa da condensare in un breve libro compiuto e finito; là una narrazione in divenire che si nutriva di tutto e si moltiplicava) e le scelte di contestualizzazione (qui un autore che si confronta con un altro personaggio; là un autore che si scomponeva in tre diversi protagonisti che interagivano tra loro).
Libro piacevole, dicevo. E, volendo fare un complimento, direi proprio che non l’ho divorato, ma che ho al contrario cercato di centellinarlo. Perché il vero gusto, almeno per me, è stato quello di immaginarmi terzo interlocutore al tavolo coi due protagonisti e di interagire con loro sul filo dei ricordi, delle impressioni, delle riletture, dei giudizi; operazione fra l’altro particolarmente adatta per chi è del 1961 o dintorni come lo sono io (se leggerete il libro capirete perché mi era facile e divertente fare il terzo attore), ma potenzialmente stimolante per chiunque.
Una delle interazioni immaginarie che ho sviluppato durante la lettura, però, voglio ora renderla pubblica, capitando fra l’altro a fagiolo coi temi toccati ultimamente in questa sede.
Almeno un paio di volte (ma forse tre), spiegando al suo interlocutore recenti fatti storici di particolare gravità e dai contorni molto ambigui, il personaggio-autore frena il suo tracciare interpretazioni e scenari giustificando con un “non voglio passare per dietrologo” il suo troncare e ridurre l’analisi. Frase che mi ha colpito e forse disturbato, anche perché ripetuta quanto basta per diventare, in un libro molto breve, una sorta di refrain.
Capisco che dietrologia è diventata una sorta di parolaccia, con la quale si vuole oggi identificare la mania di sfuggire le spiegazioni semplici per mestare in torbidi e improbabili scenari di complotto (altra parola impronunciabile). Capisco, ma non condivido affatto. Perché la dietrologia, per me, è l’arte di capire cosa sta dietro a un evento, quali ragioni lo hanno generato, per quali motivi è accaduto in quelle forme. A rigore, la dietrologia è la base della scienza e del progresso: chi è più dietrologo di un Newton che, arrivandogli in testa una mela matura, anziché lamentarsi per il bozzo o mangiarla felicemente si mette a chiedersi cosa sta dietro un fenomeno che la natura replica da millenni? E quel che vale per Newton vale per tutti coloro che ci hanno fornito le spiegazioni sulle cause e ne hanno descritto i processi.
Dietrologia
ha cominciato a essere una parolaccia quando il potere ha capito che una spiegazione ufficiale di comodo può bastare a nutrire quanti, superficialmente travolti dalla massa di informazioni, si interrogano solo su cosa è accaduto e chi è stato, ma per nulla si interessano al come è avvenuto un fatto e soprattutto perché. Ignorando, fra l’altro, che indagare il come e il capire il perché, spesso rende molto più semplice e veritiero leggere il chi e il cosa.
La storia recente del nostro paese, come l’attualità di questi tempi, è piena di eventi che meritano una riflessione e un’indagine accurata, prima di una spiegazione. Autodafé, come sapete, è nata proprio con questo intento: non fornire verità, comode o scomode che siano, come avviene nella saggistica d’inchiesta, ma proporre una narrazione in grado di stimolare la riflessione e, quindi, la comprensione. Per arrivare a questo, noi ci mettiamo la narrazione, ma è ovvio che spetta al lettore – con la sua cultura, la sua sensibilità, la sua curiosità intellettuale, la sua passione politica – metterci la capacità dietrologica di andare oltre il semplice racconto e di trasformare la pura letteratura in punto di partenza per una crescita civile.
Sono certo che Fernando, per sua formazione e propensione, è in realtà d’accordo con quanto dico. Di più: sospetto che le frasi sul non voler passare per dietrologo siano messe a bella posta, con buon senso di autoironia, in un libro che in realtà di dietrologia è giustamente, e inevitabilmente, ricco. Ma mi piace puntualizzarlo in forma esplicita, per ridare dignità a una scienza che sta alla base della conoscenza e che si è, e non per caso, voluto trasformare in parolaccia.

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