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La valutazione di proposta editoriale: un servizio utile a tutti gli autori

di Cristiano Abbadessa

valutazioneDa oltre due anni (settembre 2011) la nostra redazione dei Servizi Editoriali fornisce, fra gli altri, il servizio di valutazione di proposta editoriale (VPE): sulla base di una sinossi ampia, di un profilo biografico, di una breve presentazione via mail, dell’incipit e di un brano a scelta inviati dall’autore, la redazione elabora una scheda VPE in cui riassume le caratteristiche essenziali dell’opera, fornisce una prima valutazione su struttura e stile, suggerisce le tipologie di editori potenzialmente interessati, evidenzia eventuali problemi o limiti cui l’autore è opportuno ponga rimedio prima di indirizzarsi a un editore. Continua a leggere

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Un po’ di chiarezza su proposte editoriali, servizi e manoscritti

confusionedi Cristiano Abbadessa

Il recente post in cui ho presentato le opportunità che l’Agora di Autodafé offre ad autori e aspiranti, almeno per alcuni aspetti, sembra aver generato qualche confusione di troppo. Procedo volentieri ad alcuni chiarimenti, non senza premettere una raccomandazione.
Il post sul blog ha, nelle voci significative, dei link che rimandano alle sezioni dell’Agora: non si può pensare di capire come funzionano un servizio o uno spazio solo leggendo il post, perchè è ovviamente indispensabile andare a visitare la sezione e leggere i testi che vi si trovano publicati. Tanto meglio se lo si fa a mente libera, ponendo attenziones olo a quel che vi è scritto e senza lasciarsi andare a interpretazioni o porsi a priori domande non pertinenti.
Detto questo, vale senz’altro la pena di definire meglio i tre argomenti che hanno dato luogo a qualche equivoco e a qualche domanda. Continua a leggere

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Il lavoro editoriale, gli “interventi” e i “suggerimenti” all’autore

di Cristiano Abbadessa

Come promesso, torno sul recente commento postato da Giulio Mozzi, tralasciando la questione degli agenti (per la quale mi paiono peraltro sufficienti le repliche già raccolte) e soffermandomi su un tema che ci è caro, e che infatti ho già trattato da altre angolazioni: il lavoro della redazione di Autodafé, le proposte di intervento sul testo originario e l’interazione con gli autori. A tale proposito, mi consentirò qualche precisazione ma, soprattutto, una rivendicazione di quella che ritengo una specificità della nostra casa editrice.
Per cominciare, Giulio Mozzi distingue fra quanto avviene nell’editoria letteraria e in altri generi di editoria. Qui mi sento di precisare che, in realtà, non vi è una differenza dovuta alla tipologia di editoria, ma che i rapporti tra autore e editore, con rispettive prerogative, sono in ogni caso regolati da due elementi: il contratto e i rapporti di forza. Se c’è un regolare contratto di edizione (e di norma così avviene), anche l’autore di un libro di ricette, di un testo scolastico, di una guida turistica o di un manuale tecnico rimane proprietario dell’opera; ed è lui, firmando l’ultima bozza revisionata, a dare il “visto di stampa” definitivo. Semmai è vero che per la manualistica possono esserci, e hanno il valore di obbligo, delle “indicazioni” preventive da parte della casa editrice: se una collana, poniamo, di guide turistiche prevede per tutti i titoli una determinata scansione in capitoli, paragrafi e sottoparagrafi, e un preciso apparato informativo (box, riquadri, indrizzari ecc), l’autore si dovrà attenere a queste uniformità; ma il testo, i contenuti e la forma sono materia e proprietà sua.
A determinare la quantità dei cambiamenti apportati dalla redazione sono in realtà, più dei contratti, i rapporti di forza tra editore e autore, e oserei persino aggiungere le caratteristiche caratteriali di coloro che sull’opera lavorano. Ci sono editori forti e decisi a imporre un certo modello, e altri deboli o menefreghisti che non hanno voglia e tempo di discutere le scelte dell’autore. Ci sono editor e persino redattori capaci, per energia e competenza, di arrivare a imporre il proprio punta di vista, così come ve ne sono altri intimiditi o superficiali. Ci sono autori famosi, magari supponenti o semplicemente determinati nel difendere la propria opera originaria fin nelle virgole; e ce ne sono di accomodanti, insicuri, arrendevoli. Sono questi elementi, in tutti i generi di editoria, a determinare la quantità di “interventi” redazionali, ad assegnare l’ultima parola, a far sì che il suggerimento dato all’autore venga percepito come noiosa intromissione da ignorare o come “consiglio che non si può rifiutare”. L’opera rimane sempre proprietà intellettuale del suo autore, ma può essere stata profondamente rimaneggiata, talora persino snaturata, in ragione di questi rapporti; la firma finale dell’autore, in ogni caso, è indispensabile e certifica l’accettazione dei pochi o tanti cambiamenti apportati. (Poi ci sono le eccezioni, come quando mi capitò, da consulente per un grande editore di testi scolastici, di baccagliare per mesi con un’autrice importante, una alla quale “non si potevano toccare neanche le virgole”, per convincerla che non poteva scrivere che “i pilastri dell’Islam sono quattro”, invece di cinque, per il solo motivo che lei, non si sa con quale autorità, riteneva che la professione di fede in Allah, in quanto appunto professione e non precetto, non poteva essere considerata un “pilastro”, come invece è per oltre un miliardo di musulmani. Nel caso, concordai con l’editore una correzione postuma, in una fase di revisione tecnica, e modificai il testo ripristinando i “cinque pilastri”; con l’editore pronto ad assumersi ogni rischio di causa con l’autrice, con certezza di vincerla, per un aggiustamento che rimediava un’asinata oggettiva. Ma, anche in editoria scolastica, o tecnica, si tratta appunto di eccezioni che vanno contro le regole e gli accordi.)
Fin qui, dunque, potrei concludere semplicemente che i vari generi di editoria si assomigliano, e che “interventi” o “suggerimenti” sono termini in realtà affini, la cui reale consistenza dipende dalla percezione soggettiva delle parti in causa. Per Autodafé, però, non è così. O, meglio, sarebbe riduttivo metterla semplicemente su questo piano.
Gli autori che lavorano con noi sanno, a priori, che dei cambiamenti verranno apportati e degli interventi ci saranno. Certo, con il loro consenso. Ma la redazione non si limita a dare dei suggerimenti e lasciare all’autore il compito di “migliorare” parti che non convincono, ma interviene proponendo ed esemplificando le sue osservazioni.
Ci sono, ovviamente, alcuni interventi che vengono apportati dall’autore, dopo discussione con la redazione. Penso ai casi di intere digressioni cancellate, trame ridisegnate, punti di vista rigirati, finali cambiati radicalmente: tutte situazioni in cui all’editor spetta il compito di illustrare cosa non convince, discuterne con l’autore, fornire alcuni possibili suggerimenti e demandare infine all’autore stesso il lavoro di riscrittura.
Ma ci sono altre situazioni in cui è meglio procedere diversamente. Può capitare che un autore litighi con la punteggiatura, o che abbia un lessico non sempre felice e adeguato ai personaggi, o che abusi di soluzioni grafiche come se scrivesse un’opera di manualistica (per esempio rafforzando col corsivo ogni parola cui vuole dare evidenza e intonazione, fino a venti o trenta corsivi per pagina), o che le scansioni e le separazioni non aiutino il lettore (per esempio nel passaggio da un narratore a un altro, o quando la narrazione avviene su diversi piani temporali). In questi casi, la redazione discute in linea generale le problematiche con l’autore, ma poi ha poco senso chiedere all’autore stesso di rivedere la punteggiatura, se quello non è il suo forte. Preferiamo intervenire, cambiare, e sottoporre poi all’autore l’esito finale del lavoro redazionale, lasciando a lui il giudizio finale sul miglioramento o meno dell’opera.
Formalmente si può anche dire che non cambia molto, ma nella sostanza sì. E il lavoro di squadra tra autore e redazione, in cui i suggerimenti prendono forma concreta e si traducono in proposte di cambiamento, è una modalità operativa che teniamo molto a difendere e sottolineare (e che è cosa ben diversa dal riscrivere un’opera tenendone per buono il solo scheletro). Finora, fra l’altro, con riscontri del tutto positivi.

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Agenzie letterarie, servizi editoriali e i cento mestieri del settore. A ciascuno il suo

 di Cristiano Abbadessa

Mi soffermo ancora, per stavolta, su alcuni commenti alla nostra riorganizzazione, sperando di tornare presto a parlare di libri e editoria.
Uno dei commenti che ho sentito (o letto) da parte di diverse persone è che, con la proposta dei servizi, offriamo un tipo di supporto simile a quello di un’agenzia letteraria. Non credo sia vero. E, se è vero, è un po’ strano: quelli che offriamo sono servizi editoriali, cioè l’attività tipica di un service (che è collaterale, ma cosa distinta dalla casa editrice); se le agenzie letterarie fanno altrettanto, l’invasione di campo dovrebbe essere tutta loro.
Per definizione e per etimo, l’agente dovrebbe essere colui che cura gli interessi del suo assistito, che “agisce in nome e per conto di”. Ci sono agenti per gli artisti, i cantanti, gli sportivi: il loro compito è di valorizzare il loro cliente, di saperlo presentare e proporre, di “venderlo” bene, di assisterlo nella fase di accordo contrattuale. L’agente non interviene, di norma, sull’opera del suo assistito; al massimo può suggerirgli di migliorare in alcuni aspetti, come può essere il caso di un cantautore che ha bellissimi testi e voce sgradevole, ma all’agente spetterà solo il consigliare di affidarsi a un esperto per migliorare (nell’esempio, a un maestro di canto), non si sostituirà lui all’esperto in questione.
La misura della qualità dell’agente dovrebbe essere la capacità di procurare un contratto (un buon contratto, se possibile) al suo cliente. In editoria, teoricamente, dovrebbe essere quindi il contratto di edizione a sancire la bontà del lavoro (e, infatti, in molti settori un agente viene pagato a percentuale; in editoria non più, ma in origine era così). Ora, siccome arrivare a ottenere un contratto di edizione è cosa difficilissima, molti agenti si sono reinventati come fornitori di servizi editoriali, pur senza mutare ragione sociale: danno consigli sul prodotto, dicono dove intervenire, cosa va migliorato e cosa va tolto ecc. Però non sarebbe il loro compito. È anche probabile che molti agenti letterari siano in realtà degli ottimi fornitori di servizi editoriali: si presentano come agenti perché così sottintendono che il loro scopo, e la loro capacità, è di arrivare a far pubblicare un’opera, che è quanto interessa agli aspiranti scrittori assai più che avere per le mani un’opera davvero valida.
Ci sono, come in tutti i campi, agenti bravissimi e autentici truffatori: dovremmo però ricordare quale è il metro di giudizio per un agente. Personalmente, come Autodafé, abbiamo troppo spesso ricevuto da agenti proposte editoriali formulate in modo indecoroso, assai peggiori e meno curate di quelle presentate dagli autori. Non sto discutendo la qualità dell’opera, ma la qualità della presentazione (valorizzazione) che dovrebbe essere peculiare dell’agente: perché un agente che ha magari fatto riscrivere quattro volte un romanzo all’autore, anche ben consigliandolo e indirizzandolo, ma poi manda agli editori una sinossi di dieci righe incomprensibile e mal curata, accompagnata da due striminzite paginette di testo, può forse essere un genio della redazione ma è di certo un pessimo agente.
In questo senso, non vedo sovrapposizioni tra i nostri servizi editoriali e quello che dovrebbe essere il vero lavoro di un agente letterario. Forse, a sottilizzare, si può eccepire che la scheda di valutazione della proposta editoriale può contenere anche alcuni elementi di giudizio relativi alla qualità della valorizzazione dell’opera; ma questo, che per l’agente è un passaggio essenziale del suo lavoro e propedeutico alla concretizzazione contrattuale, per noi è solo il punto di partenza per una serie di valutazioni che, per il resto, attengono alla forma e al contenuto dell’opera stessa: ovvero, la possibilità di migliorarla attraverso un lavoro redazionale e editoriale.
Il fatto è che la filiera dell’editoria prevede l’intervento e la collaborazione di molte professionalità diverse: l’autore, l’agente, la redazione, l’editor, la direzione editoriale, i grafici, la stampa, la comunicazione, il marketing, la promozione, la distribuzione, la vendita. In alcuni casi può essere che un soggetto assommi più figure, ma non è un sacro precetto. Mi è ben chiaro che un autore preferisce limitarsi a scegliere se fare da solo o servirsi di un agente, per poi avere come unico interlocutore un editore che eserciti tutte le funzioni produttive e promozionali (così come a un editore farebbe piacere avere un unico interlocutore per tutta la catena commerciale, capace non solo di distribuire e vendere ma di fare anche un po’ di marketing e promozione): ma questo avviene di rado. Meglio, avviene solo con i grandi editori, che ormai assommano in sé tutte le funzioni, da quelle editoriali a quelle commerciali, con la sola eccezione della produzione industriale (che demandano a uno stampatore esterno); però i grandi editori sappiamo quali e quanti sono. Negli altri casi, per un piccolo o anche per un medio editore, ci sono alcune professionalità che stanno all’interno della casa editrice e altre di cui bisogna servirsi, pagandole, cercando all’esterno; perciò l’editore diventa un assemblatore di professionalità, e la sua abilità sta nel formare la squadra giusta. Nel panorama dell’editoria attuale, all’autore si presenta lo stesso problema: è lui a dover scegliere se affidarsi a un agente, se migliorare l’opera prima di presentarsi a un editore, se puntare a un editore che ha al suo interno forti competenze redazionali o a uno che ha un’ottima rete distributiva o a uno che ha grandi potenzialità di comunicazione (a volte alcune di queste qualità si sposano, altre volte un editore non ne offre più di una): anche l’autore deve trovare il suo percorso e assemblare gli interlocutori che gli servono.
Non esistono più, insomma, percorsi obbligati. Questo richiede all’autore un maggiore discernimento, una capacità di pianificazione, una valutazione oggettiva (e non presuntuosa) delle proprie qualità e delle proprie debolezze. E, naturalmente, richiede che chi offre un servizio professionale lo faccia senza barare, chiarendo quali sono le sue reali competenze e i suoi punti di forza.
Quale sia la forza di Autodafé, ci pare dimostrato dagli attestati di chi ha lavorato con noi (e, di conseguenza, anche quali siano le debolezze). Per questo abbiamo deciso di tornare a valorizzare le nostre migliori professionalità anche in quel lavoro, che ho definito “collaterale ma esterno alla casa editrice”, che offriamo attraverso i servizi editoriali; anzi, se può dissipare equivoci, abituatevi a non pensare ai servizi editoriali come a un prolungamento della casa editrice, ma, al contrario, a pensare a un service indipendente, che offre a tutti alcuni servizi e che, solo in determinate e ben precise circostanze, può rappresentare anche una scorciatoia per il contatto diretto con una casa editrice.

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L’arte del narrare e il bisogno di una vocazione editoriale

 di Cristiano Abbadessa

Mi gira in mente un giudizio che, ormai un po’ di anni fa, veniva usato per sintetizzare lo spessore degli interventi politci dell’attuale presidente della Camera, Gianfranco Fini: non dice nulla, ma lo dice bene. Tale definizione riassumeva una buona capacità logica e una discreta oratoria, che però facevano aggio sulla mancanza di contenuti, o sulla mancanza di chiarezza degli stessi. Si era in effetti in una delicata fase di transizione del leader (all’epoca) della destra più estrema, che si riposizionava in alleanze non sempre facili da far digerire alla base e che, d’altra parte, cercava di acquisire una patente di rispettabilità democratica che ancora molti gli negavano. Non interessa, qui, seguire i percorsi di Fini o valutare l’efficacia di quella sua comunicazione impeccabilmente dilatoria. Interessa invece ricordare che quel giudizio, pur suonando esplicitamente caustico, non nascondeva del tutto una certa ammirazione per l’abilità, ritenuta “tutta politica”, di incantare a parole per mascherare l’assenza di sostanza. E, infatti, anche tra coloro che professavano idee radicalmente diverse e provenivano da una storia di netto contrasto con la destra, Fini veniva generalmente considerato “un abile politico”.
Se l’assenza di contenuti non impediva di esprimere ammirazione in politica (terreno che, per sua natura, dovrebbe essere in realtà quello dell’azione e delle scelte), figuriamoci quanto la pura e sola estetica può essere ritenuta importante in campo letterario, laddove non appare un necessario rapporto tra pensiero e azione. E, quindi, si continua a lodare la ricercatezza stilistica anche quando è fine a se stessa e a sottolineare, da parte della critica più che del pubblico, i meriti artistici di uno scrittore più che la densa sostanza del suo narrare.
È un tema che ho gia più volte trattato, e suscitando reazioni non concordi. D’altra parte, si tratta di una questione assolutamente centrale per Autodafé, visto che lo spessore dei contenuti e la capacità di narrare prestando attenzione a determinati aspetti sono alla base della nascita stessa della casa editrice e della sua ragion d’essere. Eppure, questa precisa vocazione del “narrativo presente” stenta a essere riconosciuta come elemento fondante di questa casa editrice e come denominatore comune che deve ritrovarsi, nelle differenze di generi e di stili, in tutti i nostri autori.
Insomma, nella contesa del primato fra cosa dire e come dirlo ci si imbatte spesso e volentieri. Per esempio, sono stato ieri a Roma, all’affolatissima e appassionata presentazione del romanzo Ali e corazza del nostro Daniele Trovato: e anche qui ho visto intrecciarsi e inseguirsi, ma forse troppo poco amalgamarsi (e, per fortuna, non contrapporsi), i riconoscimenti alla qualità letteraria dello scritto e alla creazione di una protagonista di grande spessore con la sensibilità per la precisa rappresentazione di luoghi e persone che tratteggiano inequivocabilmente la realtà sociale italiana. O, ancora, ritrovo la redazione impegnata nell’eterna diatriba con l’aspirante autore respinto di turno, il quale asserisce infine che non esistono altro che romanzi buoni e romanzi cattivi, e che la pretesa di definire un ambito tematico è estranea alla letteratura.
Verrebbe da invitare a seguire il dibattito che, di questi tempi, affiora di tanto in tanto sulla stampa, rievocando l’epoca delle case editrici a forte vocazione identitaria e confrontandole con quelle odierne e le loro politiche onnivore e gelatinose. Spesso, è vero, si tratta di riletture nostalgiche e di elogi dei “bei tempi andati”, ma non si può negare che se le grandi case editrici hanno assunto dimensioni tali da essere quasi costrette a una dimensione poliedrica, le piccole e medie dovrebbero forse valutare con più attenzione se ha senso stremarsi in una concorrenza indifferenziata o se sarebbe preferibile provare a caratterizzarsi secondo inclinazioni e convinzioni.
Certo, il nostro nuovo assetto organizzativo, e l’importanza che rivestiranno i servizi editoriali, consentono ad Autodafé di dissipare qualche equivoco e di restituire chiarezza alla nostra vocazione originaria. La scheda di valutazione della proposta editoriale (a pagamento), ben più ampia della sintetica e cortese risposta che abbiamo finora inviato a tutti, permette di chiarire il valore oggetivo di una proposta, coi suoi pregi e i suoi difetti, separando questa valutazione da quella successiva e più soggettiva riferita alla compatibilità dell’opera in questione col progetto editoriale di Autodafé. La casa editrice potrà continuare a scommettere, investendo, su quelle opere narrative di respiro sociale che costituiscono l’elemento fondativo della nostra esistenza. I bravi autori potranno continuare a lavorare con la nostra redazione e usufruire dei nostri servizi, se questa è la loro scelta e se noi sapremo meritarci la fiducia, ma saranno chiamati a investire anch’essi e a scommettere sul proprio valore. Ci pare che tutto questo non possa che essere un ulteriore elemento di chiarezza circa la natura, il ruolo e la funzione di un piccolo editore.

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