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Il lavoro e la piccola impresa editoriale

di Cristiano Abbadessa

Nei giorni festivi, di norma, non guardo la posta elettronica di Autodafé, in obbedienza alla già nota idea che tutti dovremmo abituarci ad avere e rispettare dei momenti di non connessione con il lavoro e, più in generale, col mondo. L’altro giorno, pur essendo il Primo maggio, ho fatto una piccola eccezione: siccome sto aspettando comunicazioni importanti dai soci della casa editrice, e siccome è possibile che alcune risposte mi arrivino sui miei indirizzi aziendali e non su quello privato (i soci sono anche amici, quindi hanno entrambi i recapiti), ho dato una veloce occhiata e scaricato le e-mail in arrivo. Per fortuna poca roba e nessuna comunicazione importante; a parte una pubblicità spedita comunque a tarda sera del 30 aprile, un’unica mail inviata nella mattinata della festa dei lavoratori: e, forse non a caso, si trattava di un curriculum che accompagnava una proposta di collaborazione.
Queste mail, ho già raccontato, mi mettono a disagio. Ho precisato più volte che non siamo in cerca di collaboratori, che i cv vengono archiviati ma senza sostanziali speranze, che questi tentativi ci costringono (moralmente) a una sempre sofferta risposta. Nel caso specifico, per giunta, la proposta non era indirizzata alla segreteria o alla redazione, come sarebbe normale, ma (anche) alla mia personale casella della direzione editoriale. Un particolare che, specie in quella giornata, ha acuito il mio disagio.
Quando abbiamo fondato la nostra casa editrice, una delle speranze coltivate riguardava la possibilità, magari in un futuro non immediato ma nemmeno troppo lontano, di creare e distribuire del lavoro. Non parlo neppure di “posti” di lavoro, espressione che deve ormai essere considerata fuori moda, visto il tono degli interventi sul tema non solo dei cosiddetti tecnici del governo ma anche della più alta carica dello Stato. E, per quanto personalmente continui invece ad auspicare un sistema in cui opportunità, garanzie e tutele non vengano etichettati come “privilegi”, considerato lo stato dell’arte mi sarei accontentato di riuscire a mettere in circolo qualche collaborazione, richiedere un supporto al lavoro editoriale (dalla scrematura alla rifinitura, secondo necessità e competenze), di potermi appoggiare a qualche giovane di buona volontà e buone attitudini per l’aspetto comunicativo e promozionale, di interagire con persone che avessero dimestichezza con la parte commerciale. Il tutto, ovviamente, a condizione di poter retribuire in modo equo ogni collaborazione. Ad oggi, tutto questo è stato impossibile, conti alla mano.
Per un altro aspetto, Autodafé, pur nel suo piccolo, credo abbia centrato l’obiettivo di partenza: riuscire a portare nel panorama letterario italiano autori e opere capaci di far riflettere sulla nostra società attraverso la narrazione. Fondando una nuova casa editrice, noi soci avevamo indubbiamente anche questa ambizione, che si sposava con la sentita urgenza di pubblicare libri in cui poterci identificare, per cui potevamo andar fieri di aver lavorato. Questo era uno degli elementi alla base della scelta compiuta, nel momento in cui alcuni professionisti del settore avevano deciso di trasformarsi in imprenditori.
Ma un altro elemento, come detto, era la possibilità di fare impresa, di creare lavoro, di rapportarsi ai collaboratori (e ai fornitori) seguendo un modello etico che oggi è troppo spesso disatteso. E questo, purtroppo, non è stato possibile.
Col tempo, come ho qui raccontato, siamo diventati particolarmente severi con gli aspiranti autori che non mostrano rispetto per il nostro lavoro, fino ad arrivare a passare la selezione delle proposte editoriali a una redazione di servizi a pagamento. E non nascondo che mi infastidiscono parecchio quegli autori che ancora oggi “ci provano” contattando direttamente la redazione della casa editrice (anziché i servizi editoriali), magari per presunta furbizia o per l’eterno vezzo di non leggere le indicazioni (tanto è vero che poi neppure inviano in forma corretta i materiali richiesti), e ai quali rispondiamo con fredda cortesia reindirizzandoli. Ancora meno sopporto quegli aspiranti autori che spediscono per il mondo un indirizzo web dicendo “qui c’è qualcosa su un’opera cho ho scritto e per la quale cerco editore, andate a vedere se vi interessa”; in questo caso cestiniamo senza remissione.
Con chi ci invia il curriculum e una proposta di collaborazione, non riuscirò mai a comportarmi così. Potrei dire che anche in questo caso, come per gli autori, c’è a volte scarsa attenzione, poca cura nella scelta del destinatario, una strategia di approccio sbagliata; perché basterebbe provare a conoscere qualcosa di noi per capire che Autodafé non sta cercando collaboratori o dipendenti, e non se li può permettere. Ma non riesco a pretendere la stessa attenzione e lo stesso rispetto che chiedo a chi insegue un sogno (gli autori in cerca di editore) da parte di chi invece si muove spinto dal bisogno (un lavoro purchessia).
Per questo, pur col dolore di misurarci ogni volta con un’opera incompiuta, continueremo a rispondere con il massimo della cortesia possibile a chi ci ha contattato sperando in un lavoro. È il minimo, e purtroppo anche il massimo, che possiamo fare per loro.

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Festival dell’Inedito: riflettiamo sul vero messaggio dei grandi editori

di Cristiano Abbadessa

Alla fine siamo arrivati dove immaginavo. Forse prima del previsto, e con una schiettezza che credo debba indurre tutti a qualche riflessione. Mi riferisco al Festival dell’Inedito, iniziativa che ha già suscitato molti commenti in rete, e al suo significato.
Non mi soffermerei troppo a lungo sui contenuti della proposta, che potete leggere e valutare nel sito indicato. E non mi stupisco del primo tenore dei commenti, tutti negativi, di scrittori o aspiranti tali, che bocciano il Festival bollandolo come sordida e neppure troppo astuta forma di editoria a pagamento. Che gli autori non vogliano pagare per pubblicare è legittimo e risaputo: pochi e malvolentieri pagano servizi editoriali che non sono finalizzati alla pubblicazione ma alla crescita professionale (come quelli che proponiamo noi stessi), pochissimi accettano di sottoporsi alla trafila classica dell’editoria a pagamento vera e propria (forse non così pochissimi, visto che gli editori a pagamento continuano a esistere; diciamo che probabilmente chi vi ricorre non si manifesta nei blog e nei dibattiti in rete).
Va però detto, per essere precisi, che la formula del Festival non assomiglia né alla fornitura di servizi editoriali (perché l’esca succulenta è proprio il traguardo della pubblicazione) né all’editoria a pagamento classica, che la pubblicazione la garantisce, seppure in cambio di un corrispettivo spesso anche esoso. Con il Festival siamo arrivati alla “terza via”, che è quella della grande riffa, dove tanti pagano e uno vince, e se paghi poco non vinci ma se paghi di più aumenti le tue possibilità di successo.
Questa mi sembra, nella sostanza, l’idea di chi ha lanciato l’iniziativa. Il Festival vero e proprio, con la sua esposizione fiorentina, mi sembra in tal senso un mero pretesto e l’aspetto persino un po’ cialtronesco dell’operazione, perché non credo davvero che una misteriosa e indefinita preview online, un banchetto e la possibilità di presentare (ma a chi?) un’opera ancora in cantiere servano a costruire contatti o percorsi. Il paradosso è che gli organizzatori puntano proprio sull’evento per fare cassa; perché, onestamente, il prezzo richiesto per la prima iscrizione in cambio della quale viene fornita una scheda di valutazione dell’opera completa è bassino (in effetti non ripagherebbe i costi di una lettura professionale), mentre i 400 euro che sborseranno i partecipanti al festival (più altri eurini se vogliono alcuni “servizi” aggiuntivi) in cambio di nulla o quasi sono davvero la “polpa” dell’incasso. Deposito Siae e offerte di stampa a prezzi scontati sono corollari che riportano, questi, sì verso l’editoria a pagamento o il semplice taglieggiamento.
Il cuore della proposta, come dicevo, sta dunque nella grande lotteria: tanti partecipanti, uno o due che arriveranno a pubblicare, sebbene non si sappia con chi. In questo senso, l’idea potrebbe anche avere successo: se gli organizzatori pensano di replicare la formula e se non sarà un totale flop in termine di adesioni (cioè, se arriveranno almeno un po’ di opere decenti e qualche autore capace), sarà loro interesse arrivare davvero alla pubblicazione, con grandi marchi, di un paio di partecipanti, lanciandoli anche in maniera adeguata e aggressiva sul mercato; e, considerando i nomi degli editori in ballo e le relative potenzialità promozionali e mediatiche, è pure possibile che venga fuori almeno un titolo capace di fare cassetta.
Credo sia questo l’elemento che potrebbe far decollare l’iniziativa, pubblicamente subissata di critiche o peggio. In realtà, anche quella della riffa non è un’idea nuova: ci sono piccoli editori, spesso di dubbia fama, che ogni tanto lanciano imprecisati concorsi promettendo la pubblicazione del vincitore. I costi sono più contenuti (magari neppure troppo: dai 50 ai 100 euro, ma senza il passaggio obbligato per un costoso e inutile spazio espositivo), e qualche decina di iscritti garantisce di poter pubblicare un titolo a costo zero o giù di lì. Naturalmente non a tutti riesce il buco nella ciambella: perché un editore sconosciuto ha scarso appeal e nulla garantisce, in termini di vendita, dopo la pubblicazione, quindi può capitare che raccatti poche adesioni; invece i grandi nomi coinvolti nel Festival dell’Inedito possono rappresentare una sorta di miraggio per tanti aspiranti.
Quello che però mi sembra davvero importante, al netto delle considerazioni personali che ciascuno può fare, è che partecipando al lancio di questo Festival alcuni grandi nomi dell’editoria hanno lanciato un messaggio che dovrebbe essere considerato con attenzione: oggi si possono pubblicare libri, specie se di narrativa, soltanto se i costi di realizzazione e produzione sono già coperti prima di andare in stampa. Perché il mercato è saturo, il 99% dei titoli pubblicati non vende neppure quanto serve per ripagare i costi vivi e editare libri sta diventando un’operazione in perdita. Sta insomma accadendo quel che già accaduto in altri ambiti dell’editoria: il prodotto in sé si fa in perdita, e allora vale la pena di farlo solo se si ha lo spirito del mecenate o, più frequentemente, se la propria presenza in quel tipo di mercato editoriale è funzionale ad altre finalità, secondo la politica tipica dei grandi gruppi che devono tutelare, attraverso la circolazione delle idee, interessi di altro genere.
Sul Festival si è liberi di pensare quel che si vuole, e di ritenerla una risposta pasticciata e poco etica a una crisi manifesta. Ma il mesaggio è, appunto, che ormai anche i grandi editori ci dicono che la crisi è talmente grave che vale la pena di “sporcarsi le mani” con proposte di questo tenore. Gli aspiranti scrittori ci sono: se vogliono pubblicare si accomodino e, da soli o in solido coi loro colleghi, mettano le risorse economiche per consentire a un editore di produrre un libro che si è già ripagato ancor prima di arrivare in libreria. La morale sul rischio imprenditoriale è sempre affascinante, ma nella pratica fuori luogo: perché qui non si parla di rischio, ma di certezza di produrre in perdita.
Noi continuiamo a pensare che la strada non sia questa. Per una casa editrice nata con le nostre finalità, far pagare agli autori il costo della produzione è inutile, assai prima che immorale: perché tutto si risolve in un’operazione autoreferenziale che non produce alcuna circolazione di idee, né riflessioni sulla realtà sociale del nostro paese.
Continuiamo però a ritenere che i lettori, se esistono, dovrebbero farsi carico, in una qualche forma, di questa scommessa sulla capacità del buon editore di scovare autori di qualità. Perché il messaggio degli organizzatori del Festival è chiaro: se non è già prepagato, oggi un libro non può essere pubblicato. Ed è un messaggio che vale per tutti.

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Se gli editori sono troppi, l’autore ci perde o ci guadagna?

di Cristiano Abbadessa

Primo atto. Giovedì scorso, di mattina, rivedo una vecchia amica, con cui ero tornato in contatto un po’ più di un anno fa perché il marito intendeva sottoporci un suo libro. Non gli avevamo proposto un contratto, un po’ perché lo scritto era davvero agli estremi confini della nostra linea editoriale, un po’ perché si trattava di un’opera monumentale, di quelle che richiedono uno sforzo redazionale notevole, una mole di lavoro impressionante e che comportano spese di produzione decisamente elevate; una di quelle opere, insomma, che un editore decide di pubblicare solo se ci crede fino in fondo, senza trascinarsi dietro dubbi di sorta. L’amica mi dice che il marito ha infine trovato un editore, e che il libro è di prossima uscita. Ne sono lieto e glielo dico, confermandole la natura dei nostri dubbi. Ma, siccome la circostanza in cui ci siamo ritrovati è dolorosa, il discorso cade e non ci penso su più di tanto.
Secondo atto. Sempre giovedì, ma nel tardo pomeriggio, partecipo alla presentazione milanese di Diecipercento e la Gran Signora dei tonti, della nostra Antonella Di Martino. Ambiente informale, molti dei presenti ormai si conoscono, la presentazione diventa occasione di una chiacchierata ad ampio respiro, in cui vengo coinvolto. Dopo aver spiegato i nostri criteri di scelta, mi viene chiesto se ci è capitato di pentirci di una bocciatura, di vedere un’opera da noi scartata avere successo dopo la pubblicazione con altro editore. Rispondo di getto che non mi risulta che titoli da noi scartati siano diventati dei bestseller da decine di migliaia di copie o dei casi editoriali; ma aggiungo subito che bisognerebbe però chiedere i dati di vendita a tanti piccoli editori, perché in effetti molti autori passati al nostro vaglio hanno poi pubblicato con altre case editrici: e sapere se hanno venduto nell’ordine delle migliaia di copie, o delle centinaia, o delle decine, fa una bella differenza.
Nei giorni a seguire torno a riflettere su una realtà cui avevo già accennato in uno dei miei primi interventi, ma senza approfondirla a dovere. Se prendo in mano l’elenco degli autori e delle opere cui abbiamo dedicato una minima attenzione, chiedendo il manoscritto e discutendo tra noi l’opportunità di proporre un contratto, mi rendo conto che moltissimi hanno poi pubblicato, nel giro di breve tempo, con altri editori. In alcuni casi siamo stati battuti sul tempo, altre volte abbiamo scartato l’opera perché non ci convinceva fino in fondo (magari più per temi e punto di vista che per qualità), ma riconoscendole una sostanziale dignità letteraria. Addirittura abbiamo visto pubblicare opere da noi scartate senza indugio, per totale incompatibilità temetica con la linea editoriale, nelle quali però avevamo intravisto il germe di uno stile non disprezzabile.
Insomma, se traccio un bilancio, vedo che quasi tutte le opere ottime, buone o discrete passate per la nostra redazione hanno infine trovato un editore. Ovviamente ciascun editore segue i propri parametri di scelta: c’è quello che cerca una qualità letteraria elevata e quello che si accontenta di uno scritto gradevole e leggibile; c’è chi insegue temi e generi alla moda e chi persegue invece una propria precisa linea editoriale; c’è chi cerca un prodotto già “maturo” nello stile e persino nella redazione e chi guarda soprattutto alle idee e ai contenuti, riservandosi di migliorare con l’autore la fluidità della narrazione; c’è chi vuole autori in grado di autopromuoversi o spendibili come “personaggi” e chi procede seguendo i propri canali distributivi, magari limitati ma collaudati e sicuri. Alla fine, in ogni caso, è piuttosto facile che un’opera di buon livello trovi il suo sbocco verso il mare magno del mercato.
Mi viene in mente che nel mondo editoriale sento spesso ripetere una frase fatta: ci sono ormai più scrittori che lettori. Frase pronunciata di solito dagli editori, in parte per lamentarsi della mole di proposte ricevute, ma soprattutto per spiegare che è più facile produrre libri che venderli. Visto che, però, tutto quel che è pubblicabile viene in effetti pubblicato (e magari non venduto), non sarà anche vero che ci sono più editori che scrittori?
Sono ovviamente due paradossi, ma neppure troppo. I lettori sono più degli scrittori, ma tutti i libri scritti e pubblicati superano di gran lunga la capacità di “consumo” dell’universo dei lettori. Allo stesso modo, ci sono più scrittori che editori, ma per costruire i propri cataloghi gli editori, nel loro insieme, devono davvero raschiare il barile della produzione letteraria degna di questo nome.
Se ripenso alla nostra breve storia, mi accorgo di quanto sia cambiato nel giro di soli due anni. Siamo partiti da una situazione in cui molti autori validi andavano ancora proponendo buoni libri scritti ormai da qualche anno, ma rifiutati dagli editori; l’editoria a pagamento era fenomeno relativamente nuovo, che appariva una soluzione plausibile anche ad autori con legittime aspirazioni, di fronte al silenzio degli editori “puri”; nel limbo dell’autopubblicazione (che ancora non poteva contare sulla versione ebook) giacevano dimenticate ottime opere, in attesa di essere scoperte e ripescate (cosa che abbiamo fatto). Oggi riceviamo solo proposte fresche di composizione, gli editori a pagamento sono percepiti come l’ultima spiaggia dei falliti che non si rassegnano, l’autopubblicazione è un’alternativa consapevole e non un deposito di ambizioni frustrate. Se prima l’offerta degli autori era largamente superiore alla domanda degli editori (da cui la nascita dell’editoria a pagamento, come ovvia risposta a un vasto mercato di aspiranti scrittori), oggi il contratto di edizione diventa il paritario punto di incontro di due desideri: la voglia degli scrittori di vedere pubblicata la propria opera e la necessità degli editori di dotarsi di un catalogo sufficientemente ampio.
Come editore, questo riequilibrio tra domanda e offerta, e perciò nei rapporti di forza (anche contrattuali) dovrebbe preoccuparmi. In realtà credo che la mutazione in atto porterà a un cambiamento nell’interpretazione dei ruoli, che uscirà dagli schemi tradizionali e offrirà nuove possibilità tanto agli autori quanto agli editori, purché entrambe le categorie sappiano cogliere i segnali di mutamento e le nuove opportunità. Nel frattempo, non posso fare a meno di registrare le immediate conseguenze, che credo abbiano a che fare con quanto scrivevo la scorsa settimana a proposito del tracollo qualitativo delle proposte ricevute nel nostro secondo anno. (Oppure, può essere che il livello delle proposte sia calato perché inizialmente molti buoni autori avevano guardato al nuovo editore sperando che potesse diventare un attore di medio calibro e non uno dei tanti piccoli editori specializzati. Il che non cambia la sostanza del problema, confermando semmai che i piccoli editori sono troppi e, in genere, non soddisfano le aspettative degli autori).
Dopo tanto riflettere, mi sorgono alcune domande, che volentieri propongo per un’auspicata discussione collettiva.
In primo luogo: anche gli autori hanno la mia stessa sensazione che gli editori sul mercato siano tanti e forse troppi? E, in caso affermativo, come si pongono di fronte a questa realtà: affinando i criteri di scelta o ipotizzando percorsi alternativi?
Seconda questione. Fino a poco tempo fa, riuscire a suscitare l’interesse di un editore significava veder valutata in modo positivo la propria opera: di fronte alla sovrabbondanza dell’offerta autoriale, il riscontro del giudizio dell’editore era un certificato di qualità, a prescindere dalla conclusione di un accordo. Non hanno anche gli autori la sensazione che, ora, la presenza di molti (troppi) editori finisca per portare sul mercato anche opere appena dignitose, facendo venire meno quell’opera di selezione che un tempo era un primo credibile metro di valutazione del proprio lavoro?
E infine. Se oggi è più facile pubblicare, questo significa che aumenta ulteriormente la produzione libraria, in un mercato già soffocato e in cui l’offerta supera la domanda dei lettori. Considerando che la visibilità di un piccolo editore è comunque limitata, ogni singolo titolo pubblicato vede perciò ridursi fortemente, di fronte a una concorrenza sterminata, le possibilità non dico di “sfondare”, ma anche solo di ripagarsi. Al di là della soddisfazione di “essere pubblicati”, vale davvero la pena di fare tanti sforzi per trasformare semplicemente la propria forma di invisibilità? Ovvero, vale davvero la pena di entrare nel mercato editoriale per far leggere la propria opera a parenti, amici e conoscenti?

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