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Blog e legge bavaglio: l’obbligo della trasparenza e il diritto alla verità

di Cristiano Abbadessa

Oggi avrei voluto parlare ancora dei nostri rapporti con le librerie, alla luce di alcuni episodi sconcertanti. Oppure mi sarebbe piaciuto approfondire il senso e la necessità della nostra proposta di abbonamento-sostegno (alla quale vi invito comunque caldamente ad aderire con la prenotazione fatta nelle modalità previste). Temi che verranno buoni per le prossime puntate.
Una casa editrice che si richiama alla “realtà sociale dell’Italia contemporanea”, infatti, non può sottrarsi al dibattito, sfociato in sommossa, sulla cosiddetta legge-bavaglio; quella legge che, partendo dalla necessità di silenziare le malefatte di alcuni, si dedica a mettere la mordacchia all’informazione nel senso più ampio ed esteso del termine, cogliendo in tal modo una serie di risultati connessi e certamente graditi al benficiario sommo.
Vorremmo qui limitarci, per non debordare, agli aspetti della legge che riguardano i siti informatici, quindi anche questo blog. Tema comunque delicato, perché sarebbe ingiusto nascondere che troppi, in nome della libertà di opinione, hanno interpretato il web come uno spazio in cui si è autorizzati a qualunque affermazione, vera o falsa, interessata o calunniosa, con la pretesa di non esserne in alcun modo chiamati a rispondere. Pretesa fuori luogo, ovviamente, perché la diffamazione deve sempre essere perseguibile e ciascuno deve, di fronte alla legge, assumersi la responsabilità di ciò che dice o pubblica.
La legge-bavaglio però, avendo altri scopi, non va a risistemare qualche abuso che può essere stato compiuto, ma interviene pesantemente con una filosofia che va a toccare almeno tre nervi scoperti del diritto all’informazione che spetta a ogni cittadino. E sono interventi che restano, in tutta la loro efficacia, anche qualora andasse in porto quell’emendamento di mediazione che limita gli effetti della nuova legge alle testate giornalistiche registrate presenti nella rete.
In primo luogo, la legge va a incidere su quella trasparenza che per una parte del nostro paese è un diritto e per l’altra un obbrobbrio. È chiaro che la prima pensata è quella di proteggere il diritto all’intrallazzo riservato della classe politica, che per definizione dovrebbe peraltro essere quella maggiormente disponibile a porsi sotto i riflettori; e, sullo specifico, non serve dire altro. Ma va aggiunto subito che questa logica del fare e non dire, della riservatezza, dell’inciucio inter nos, dell’informazione che circola solo tra gli addetti ai lavori, del chiacchiericcio magari malevolo ma confinato, tutta questa logica, dicevo, non appartiene in esclusiva alla classe politica, ma è anzi sgradevole vezzo diffuso in tantissimi ambiti e categorie. Con il nostro blog, ci pare sia evidente, ci siamo sempre scagliati contro questo modo di essere, basato sulla relazione, la soffiata, la notizia da non divulgare; abbiamo messo in piazza alcuni meccanismi, tutt’altro che virtuosi, dell’editoria e del mercato editoriale, raccontando verità spesso scomode e ritrovandoci puntualmente guardati con sospetto da quanti ritengono che “certe cose devono restare nell’ambiente” e che raccontarle in giro (nel caso, ai lettori) non è bello. In questo senso, sono i cardini stessi della legge bavaglio a contrastare con quella necessità di trasparenza che abbiamo sempre invocato e che, in politica come in editoria o in mille altri settori, può far paura solo a chi ha qualcosa di poco limpido da nascondere.
Il secondo aspetto è apparentemente più tecnico, e riguarda l’obbligo di pubblicare la smentita dell’interessato. Su questo vi rimando alla campagna di Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Comunicato_4_ottobre_2011), ma con l’avvertenza di leggere per intero il testo dell’articolo 29 (c’è il link) e con qualche postilla. Perché un blog è, per sua natura, spazio aperto di discussione, e appare quindi quasi naturale dare diritto di replica a tutti. Tale diritto, però, non può prevedere che chi interviene a smentire, confutare o correggere debba essere pubblicato “senza commento”, come prevede il comma b). Perché, appunto, se si parla di opinioni o interpretazioni dei fatti, il diritto di replica è reciperoco, e chi legge deve essere aiutato a capire dove sta la ragione. Ma, soprattutto, perché non sempre le smentite riguardano opinioni o interpretazioni, ma si riferiscono più spesso a fatti: i quali, per natura, possono essere sì soggetti a spiegazioni e punti di vista, ma, per prima cosa, o sono veri o sono falsi. E il lettore deve essere messo nella condizione di sapere se un fatto è avvenuto davvero, e non lasciato nell’incertezza tra chi dice “è successo questo” e chi smentisce “non è affatto successo così”.
E qui arriviamo all’ultimo punto, che riguarda l’accertamento della verità, cui il cittadino ha sempre diritto. Ed è evidente che non può essere un blog (o un giornale, o una tv: per questo dico che gli emendamenti a circoscrivere non cambiano la natura dell’oggetto), con le sue verità contrapposte, la sede dove stabilire chi dice il vero e chi il falso. Perché, per essere chiari, se io dico e scrivo (e infatti l’ho scritto) che le grandi catene distributive dell’editoria impongono ai librai di sottostare a determinate regole, sto raccontando una verità che è certificata da prove e testimonianze di cui sono in possesso; ma è assai probabile che, se dovessimo entrare, rimanendo nell’ambito mediatico, in una contesa con un grande editore-distributore-venditore che mi smentisce, difficilmente i testimoni, per intuibili ragioni di convenienza e paura, confermerebbero le affermazioni che mi hanno fatto. Infatti, la sede per stabilire l’eventuale diffamazione ai danni del grande distributore (ove io avessi mentito) sarebbe il tribunale; dove, però, il testimone sarebbe tenuto a dire la verità, pena il reato (penale) di falsa testimonianza. Perciò, parlando di fatti nudi e crudi e non di opinioni, se io sono certo di aver scritto una cosa vera non vedo quale legge possa obbligarmi a pubblicare una smentita che so per certo affermare il falso; chi si ritiene danneggiato sporga querela, e nella sede adatta procederemo all’accertamento della verità.
Alla fine, la legge-bavaglio, a parte i ben noti scopi personali di qualcuno, ha il vero grande obiettivo di aumentare quella straordinaria opacità e quel relativismo (non etico, ma fattuale) che contribuiscono a mantenere i cittadini, se non nell’ignoranza, almeno in quella sospesa condizione di chi crede che non si possa mai sapere con certezza chi ha ragione e chi dice il vero; e, quindi, a non fare mai nulla di concreto per cambiare le cose.

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