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L’e-book e il distributore che deprezza gli editori

di Cristiano Abbadessa

Fin dalla nostra costituzione, come sapete, abbiamo deciso di realizzare anche in formato digitale tutte le opere selezionate per la pubblicazione nel tradizionale formato cartaceo. E, come si può vedere già dalla nostra home-page sul sito, abbiamo scelto come distributore e come store principale BookRepublic, società all’epoca appena costituitasi.
All’inizio BookRepublic ha stretto una serie di accordi con editori medi e piccoli. Questo, pur senza poter produrre risultati fantasmagorici in un settore che ancora doveva iniziare a esistere o quasi, ha garantito una discreta visibilità a tutti noi: le offerte, le iniziative speciali, le vetrine e le promozioni si alternavano in modo equo, dando spazio a tutti, e le strategie di marketing sul prodotto specifico ricevevano fra l’altro il contributo di suggerimenti e proposte che venivano dallo stesso distributore e venditore.
Nel giro di alcuni mesi anche i grandi editori, inizialmente freddini e forse anche indecisi sulle scelte di fondo, sono entrati massicciamente nell’editoria digitale e, seppure in via non certo esclusiva e talora neppure prioritaria, sono entrati a far parte dell’offerta distributiva di BookRepublic, la cui piattaforma si è qualificata come la più completa in ambito italiano. Buon per loro, anche se ovviamente la presenza dei grandi editori e dei relativi bestseller ha tolto spazio e visibilità ai piccoli pionieri che da subito avevano sposato il progetto, con le inevitabili conseguenze.
Poi BookRepublic ha deciso di darsi anche all’attività editoriale; e qui la scelta fa già meno piacere, perché ancora una volta ci si ritrova in quella situazione, ben nota nella filiera tradizionale, in cui il distributore nonché venditore è anche produttore in proprio. Comunque, inizialmente è parso che i prodotti editoriali pensati da BookRepublic avessero un loro specifico, fossero sostanzialmente diversi dal libro tradizionale, più agili e brevi, pensati per un consumo in modalità definita, con tempi brevi di lettura, foliazioni ridotte e prezzi conseguentemente bassi.
Infine però, come orgogliosamente rivendicato nelle ultime dichiarazioni uscite anche sulla stampa nazionale in occasione della tradizionale festa di fine stagione, quello che era nato come un distributore su piattaforma digitale ha preso a pubblicare, da editore, anche titoli del tutto tradizionali, sposando la moda dell’autopubblicazione e sostenenendone la validità. In sostanza, BookRepublic prende dei prodotti “finiti”, cui manca solo la trasformazione in formato epub (che comporta poche ore di lavoro) e li mette in vendita, spartendo gli incassi con l’autore: la trasformazione in epub è l’unica attività “editoriale” che viene svolta, mentre tutto il resto del lavoro resta, evidentemente, a carico dell’autore. Non essendoci i costi di una tradizionale produzione industriale su carta (né per l’autore né per l’editore), la proposta risulta allettante per gli aspiranti autori e l’editore, che in realtà esercita solo l’attività di distribuzione e vendita (tolto quel minimo lavoro di grafica), può permettersi di invadere il mercato con opere a bassissimo prezzo.
Come ovvio, ciascun autore è libero di decidere per l’autopubblicazione, anche se questo termine può voler dire tutto e il suo contrario; perché io resto ben fermo nell’idea che un attore non può recitare tutte le parti in commedia, e che, quindi, un autore serio, anche avendone le capacità professionali, non farà mai il lavoro dell’editor e della redazione sulla sua propria opera. Dunque, nel nostro caso dovremmo avere autori che, a pagamento, rifiniscono la creazione ricorrendo a valide agenzie di servizi editoriali. Oppure, come temo, avremo dei libri “fatti in casa” che vengono allegramente pubblicati senza alcun lavoro editoriale e redazionale alle spalle.
È a questo punto che mi sorgono degli interrogativi. Come vengono scelti e con quali garanzie i libri “autopubblicati” che BookRepublic immette sul mercato? Per caso, BookRepublic dà per scontato che gli autori provvedano in proprio a pagarsi i costi redazionali, oppure più semplicemente ritiene che l’attività di un editore tradizionale sia in buona parte inutile? O, al limite, non gliene importa nulla?
E, dall’altra parte, in mancanza di chiare risposte a questi interrogativi mi nascono domande circa l’atteggiamento che gli editori presenti nella distribuzione di BookRepublic dovrebbero coerentemente tenere di fronte a una partnership con chi, forse, giudica inutile la loro funzione. A maggior ragione qualche dubbio sulla presenza in catalogo viene a me, visto che la nostra casa editrice ha sempre posto al centro del proprio essere (come editore, ma anche come fornitore di servizi) l’importanza di un accurato e attento lavoro redazionale svolto da professionisti. Onestamente, non mi fa molto piacere collaborare con chi, neppure a mezza bocca, sostiene nei fatti e nei proclami che il futuro è nell’autopubblicazione (senza nulla dire circa le forme di garanzia sulla qualità del prodotto, che sono poi una tutela per il lettore e non un’ubbia dell’editore).
Come sempre, pongo le domande e apro il dibattito. Poi, se del caso, faremo anche le scelte conseguenti.

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