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Lo scrittore e le parole rubate

di Cristiano Abbadessa

Tema più letterario, oggi, anche se non privo di riferimenti politici, mediatici e sociali. E tema che lancio sperando di ricevere qualche contributo, più per raccontare esperienze che per aprire un dibattito. Peraltro, un tema che nasce quasi per caso, da un paio di episodi freschi di questa mattina.
Il primo episodio si compone quando poco dopo il risveglio, come sempre, attendo il lento riattivarsi delle mie funzioni biologiche sfogliando le pagine del televideo. Qui, nella sezione dedicata al primo turno della presidenziali francesi, leggo che Marine Le Pen ha concluso il discorso di ringraziamento ai suoi elettori dicendo: «Non è che l’inizio, continueremo la lotta». Il pezzullo non aggiunge altro, non so se per mancanza di spazio o per ignoranza della storia molto contemporanea da parte di chi lo ha scritto, ma, pur conoscendo giusto una ventina di parola in francese, non ho alcuna difficoltà nel tradurre all’impronta per risalire all’espressione che la candidata del Fronte Nazionale ha certamente pronunciato nella sua lingua: «ce n’est qu’un début continuons le combat». Lo so per certo, non solo perché quella è la traduzione, ma perché si tratta di un celeberrimo slogan del Maggio francese (quello del Sessantotto, ovviamente), ripreso e ampiamente utilizzato in tutto il decennio successivo anche dai movimenti della sinistra italiana, scandito in tutti i cortei in ritmo tambureggiante (sé-né-candebù / continuole-combà), tuttora vivo in alcuni richiami e citazioni di siti antagonisti. Il fatto che la frase, politicamente e storicamente ben connotata, sia stata scelta dalla candidata dell’estrema destra per galvanizzare il suo popolo costituisce un ardito scippo, ma anche una rischiosa forma di evocazione autolesionista.
Il secondo episodio prende corpo poco più tardi, quando mia moglie, appena rientrata in casa, si lamenta del freddo che persiste. «Speriamo che arrivi presto Hannibal», le dico. Mi guarda con aria interrogativa. Le spiego che questo è il nome che i meteorologi hanno assegnato all’anticiclone che a partire da metà settimana dovrebbe finalmente portarci il caldo. «L’hanno chiamato così perché perché cannibalizza le nuvole?», mi chiede lei ridendo. Le rispondo che immagino di no, che siccome si forma in Nordafrica, più o meno attorno all’attuale Tunisia, suppongo che il riferimento sia storico e che riguardi Annibale, il condottiero cartaginese, che appunto era di quelle parti e che da lì mosse guerra verso Roma, seguendo, più o meno, quello che sarà il percorso dell’anticiclone. Si apre quindi una discussione sul perché il nome sia “in inglese”, che chiudo facendo notare che semmai è Annibale a essere italianizzato (neppure latinizzato) e, documentandomi, appuro che la traslitterazione dell’originale punico חניבעל è in effetti Hanniba’al, piuttosto simile alla grafia del nostro anticiclone.
Restano in piedi alcune domande, a ronzarmi in capo. Possibile che un film (seppure famoso, come Il silenzio degli innocenti) e un’interpretazione magistrale (come quella di Anthony Hopkins) debbano far sì che, anche in Italia, il nome Hannibal sia necessariamente associato al “cannibale” Lecter e non al condottiero della famiglia cartaginese dei Barca? Ed è possibile, come ha tentato di fare Marine Le Pen, prendere una frase che di diritto appartiene ormai a un preciso immaginario e “sdoganarla”, ribaltandone anzi il segno politico? Ma, più semplicemente: è possibile utilizzare liberamente parole o frasi che, per ragioni storiche o mediatiche, vengono inevitabilmente associate dai più a un immaginario e a un contesto precisi?
È celeberrimo, in tal senso, il caso di “Forza Italia”, slogan che non si poteva più utilizzare in ambito sportivo (e grande attenzione dovevano prestare giornalisti e commentatori del settore), perché a un certo punto, proprio in ragione della sua origine popolare e condivisa, qualcuno ne aveva fatto il nome di un partito. Più in piccolo, ho da tempo rinunciato a usare il termine “irresponsabile”, perché da quasi un decennio esso mi evoca l’espressione inutilmente grave di Pierferdinando Casini che, in qualsiasi polemica politica di nessun conto, si aggrappa sistematicamente a tale epiteto che rivolge senza pietà e con sdegno a tutti i rivali (peraltro, già ben ripagato dalla beffa di vedere autobattezzarsi “Responsabili” un manipolo di deputati pronti al salto della quaglia per un piatto di lenticchie, qualche tempo fa). Ed è vero che il discorso vale anche per i nomi propri: basti pensare a quanto la scelta dei nomi dei figli dica, o pretenda di dire, a proposito dei riferimenti culturali dei genitori (a proposito di letteratura, ho persino conosciuto un ragazzo di nome Aureliano, in omaggio al “colonnello” Buendía de Cent’anni di solitudine).
Ho in mente, nei libri dei nostri autori e non solo (naturalmente), esempi di parole e nomi utilizzati senza il timore di sottoporsi a un’intempestiva evocazione, sorvolando o ribaltando il senso che l’uso mediatico o sociale potevano suggerire. Ma mi piacerebbe sentire dalla voce degli scrittori qual è il loro rapporto con questa forma di condizionamento: se si sentono prigionieri, se si divertono a rovesciare le parti, se ignorano i possibili effetti collaterali dell’uso di un termine o della scelta di un nome.
Qualche esempio, a partire dai nostri titoli, lo potrei fare. Ma preferisco lasciare la prima battuta ad altri.

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Autori e modelli letterari

di Cristiano Abbadessa

Alcuni nostri collaboratori, una volta letto il manoscritto relativo a una proposta inviataci, al momento di redigere la scheda di lettura sono soliti arricchirla di riferimenti ai nomi di noti autori, per spiegare in forma evocativa a quale modello noto potrebbe essere accostato l’aspirante autore per stile, per atmosfere, per struttura del racconto. Si tratta di indicazioni solitamente utili, specie se i paragoni non risultano troppo azzardati, a patto di distinguere bene tra quella che può essere l’effettiva ispirazione a un modello e la presenza di una semplice eco, frutto di buone letture che lasciano qualche traccia ma non fanno paradigma.
Ho a volte sostenuto delle discussioni, all’interno e all’esterno della casa editrice, con quanti ritengono che nella descrizione sommaria di un nuovo autore e della sua opera (per esempio nella quarta di copertina o nei comunicati stampa) la citazione e il riferimento a nomi noti del panorama letterario costituirebbe un punto di forza dal punto di vista promozionale e, come minimo, un elemento di chiarezza per il potenziale lettore.
Personalmente mi sono sempre opposto a questa procedura, perché mi sembrerebbe di appioppare un’etichetta ingombrante e riduttiva all’autore che stiamo lanciando. C’entra, presumo, un retaggio della mia antica passione calcistica, e coloro che non condividono questa passione mi perdoneranno la digressione. Il fatto è che mi tornano in mente, dalla giovinezza, personaggi come “il Keegan della Brianza” (Tosetto, una veloce ala destra che approdò al Milan con l’aura del campione e ne ripartì dopo una stagione da riserva) o “il Platinì del Molise” (Biondi, un anziano e spelacchiato centrocampista del Campobasso che tirava bene le punizioni). Nomignoli prodotti dall’enfasi giornalistica che finivano per suonare a dileggio di onesti calciatori, certo più rispettati se non si fossero trovati sepolti sotto il peso di improponibili paragoni.
Uscendo dai ricordi calcistici, certe etichette mi sono sempre sembrate più vicine allo sfottò che altro, quasi a suggellare un’ambizione frustrata in partenza: lo Strehler dei poveri, l’Almodovar de’ noantri, declinando il riferimento secondo forme e costumi locali. Per questo, d’istinto, non mi sono mai permesso di accostare un nostro autore a Camilleri o un’autrice all’Allende: non per timore di lesa maestà, ma, al contrario, per evitare, inseguendo un vezzo, di condannare un nuovo autore al riduttivo ruolo di sbiadita fotocopia del grande nome; con il rischio, fra l’altro, che cercando parallelismi solo in parte esistenti si finisca per svilire una qualità che è magari elevatissima.
È vero, però, che qualche volta il problema si pone. Perché un riferimento pertinente, e motivato, potrebbe magari davvero aiutare il potenziale lettore a capire qualcosa in più sul nuovo libro e sul suo autore, rifacendosi a modelli noti.
Ma qui il problema si complica di nuovo, perché non tutti i lettori devono necessariamente essere degli esperti di letteratura, e quindi molti riferimenti potrebbero risultare oscuri. Per essere sicuri di indicare un modello comprensibile, dovremmo pescare in quelle poche decine di nomi necessariamente noti a tutti, a prescindere dalla conoscenza diretta (nel senso che se qualcuno scrive che la tale autrice è “la nuova J.K. Rowling” capisco di cosa sta parlando, anche se non sono un lettore di Harry Potter). In tal caso, però, si finirebbe con lo scadere nel banale e nell’affrontare il costante rischio dell’iperbole.
Mi si potrebbe obiettare che non tutti i lettori conoscono tutti gli scrittori, ma che probabilmente conoscono quelli dei generi a loro più graditi e certamente conoscono quelli che amano: e lo scopo del riferimento sarebbe appunto quello di creare un’immedesimazione virtuosa. Ma anche questo è vero solo parzialmente, perché ci sono scrittori che vivono di fama effimera e che magari vengono citati senza evocare nulla (ho sentito dire “questo autore è stato lanciato come il Ruiz Zafon italiano”; ma siamo certi che si tratti di un riferimento così chiaro?) e perché creare identificazioni troppo precise, comprensibili solo ai fan di quel preciso autore, espone molto più facilmente al rischio della delusione (perché quel tipo di lettore rischia di cercare davvero la copia dell’originale, non una semplice ispirazione a un modello).
Insomma, io non me la sento, da editore, di incasellare in canoni tanto rigidi, quanto può esserlo l’evocazione di un nome celebre, le qualità e lo specifico di un autore poco conosciuto. Preferisco semmai rifarmi a scuole, generi, grandi filoni della letteratura, giusto per dare un’idea generica di appartenenza. O, se del caso, azzardare qualche paragone interdisciplinare: dire che il tale autore evoca le atmosfere tipiche di un certo regista cinematografico, o che ha la capacità di rappresentare plasticamente la realtà propria del tale artista figurativo.
Poi, lascio volentieri ai recensori il compito di trovare tracce ed echi di questo o quel grande autore. Anche perché i recensori hanno spazio per motivare l’affermazione, esprimono una libera affermazione e non rischiano di cadere nel ridicolo, come capita a chi spende paragoni azzardati credendo di farsi una facile pubbicità.

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